W.G.Sebald - Storia naturale della distruzione -  Adelphi, Milano 2004 

 Nel 1997,dopo aver pubblicato “Gli emigrati”, “Gli anelli di Saturno”, “Vertigini” (mancava solo la summa, struggente e malinconica, di “Austerlitz”, uscito nel 2001, anno della sua prematura morte per incidente automobilistico, a chiudere un canone breve e sorvegliatissimo, di rara e potente bellezza), W.G.Sebald tenne una serie di lezioni di poetica a Zurigo. Uscite poi in Germania (“Guerra aerea e letteratura”, 2001) sono state ora pubblicate da Adelphi con un titolo che suona forse depistante e retorico “Storia naturale della distruzione”, ripreso da un’opera, peraltro incompiuta, ma pluricitata nel libro, dell’inglese Solly Zuckerman, dopo la visione della distruzione di Colonia, ad opera dell’aviazione britannica.  Anche in queste conferenze Sebald utilizza, evitando le secche dell’ autoreferenzialità manieristica, le peculiarità tipiche della sua prosa, originale e densissima: l’equilibrio fra l’acribia di un rigore investigativo, da dotto ‘archeologo’ della contemporaneità, temperata dalla pietas d’un umanista del xx secolo, capace di predisporre una suggestiva mappa della modernità, corredandola di fotografie, citazioni, frammenti, frasi in lingua straniera. Anche alla base di queste conferenze c’è una istanza interrogativa, che prende lo spunto dalla chirurgica carneficina, sotto forma di guerra aerea, a cui venne sottoposto il popolo tedesco dall’ aviazione inglese, durante la seconda guerra mondiale: un milione di tonnellate di bombe sganciate, 400.000 incursioni, 131 città attaccate a più riprese ( alcune delle quali letteralmente rase al suolo), 600.000 vittime civili, tre milioni e mezzo di alloggi distrutti. Un’efficienza devastatrice di matrice terroristica, non solo perché essi colpivano indiscriminatamente la popolazione civile, ma anche perché prescindevano da ogni, sia pur debole giustificazione bellica, quale, per esempio, l’individuazione di possibili obiettivi militari: lo scopo era quello del “ più completo annichilimento del nemico, compresi i luoghi da questi abitati, la sua storia ed il suo ambiente naturale”. È stato Elias Canetti del resto ad avvertirci che esiste una proporzionalità diretta tra la fascinazione esercitata dal potere ed il numero crescente di vittime che esso accumula. All’ orrore incommensurabile delle statistiche ne va aggiunto un altro, che pare di segno opposto, ovvero la profonda rimozione del popolo tedesco, che tentò di celare, alla stregua di “un infamante segreto di famiglia”, la condizione di assoluta devastazione spirituale e fisica a cui venne sottoposta dalla terribilità della guerra aerea. La scelta, sconvolgente, del silenzio non era generata, nel caso specifico, da direttive imposte da alte gerarchie militari e dai vertici della difesa ( come accade invece nelle guerre nostre contemporanee) quanto invece scaturiva dalle vittime stesse del massacro.  Sebald s’interroga su questo automatismo autocensorio, atto a cancellare ogni testimonianza, perché esse  potevano lacerare quel  “ cordone sanitario con cui la società circonda le zone di morte prodotte da brecce distopiche che di fatto sono venute a crearsi”:  l’opera sistematica di rimozione degli orrori della guerra assume la tetra consistenza di un provvidenziale cono d’ombra che oscura non solo i massacri in cui la popolazione tedesca assume il ruolo di vittima sacrificale, ma anche  retroattivamente, quelli in cui, poco tempo prima, le ‘vittime’ avevano sapientemente interpretato la parte di ‘volenterosi carnefici di Hitler’: “ un popolo che aveva assassinato e torturato milioni di persone nei suoi lager non poteva certo chiedere conto alle potenze vincitrici della logica politico-militare che aveva imposto la distruzione delle città tedesche” ... 

Questa richiesta di oblio suona come bestemmia davanti a quel Sebald che aveva ‘aperto’ la prima delle quattro Vite del suo primo libro, quella del dottor Henry Selwin, con l’epigrafe-emblema : ”Distruggete anche l’ultima cosa, il ricordo no”.  La cronaca dell’orrore è quindi necessaria, anche se dovrà evitare il rischio di ricavare effetti estetizzanti dalle rovine di un mondo devastato perché altrimenti  “ la letteratura contravviene invece alla propria legittimazione”.  Frames indelebili del libro: la madre con il cadavere carbonizzato del bambino dentro la valigia, il libraio che spaccia sottobanco, come materiale pornografico, le foto dei cadaveri, la massaia che lava i vetri in un casa intatta in mezzo al deserto di macerie, lo scrittore che scopre di essere straniero perché, in treno, è l’unico a non guardare fuori dal finestrino la schiera interminabile delle rovine e delle macerie, la devastazione dello zoo di Amburgo, tanto simile nella descrizione al delirio ebbro del Kusturica di “Underground”, lo scempio di quella replica dell’Eden che,secondo la volontà di potenza dei regnanti europei, dovevano essere i giardini zoologici delle grandi capitali europee.



Linnio Accorroni

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Esempio 1
Winfrid Georg Sebald è nato nel 1944 a Wertach im Allgau, nel sud della Germania ed è morto in Inghilterra nel dicembre 2001, in un incidente stradale. 
Nel 1970, dopo essersi laureato il Letteratura tedesca alla Università di Friburgo, si trasferisce in Inghilterra dove intraprende la carriera accademica, prima come lettore di tedesco alla Università di Manchester e poi come docente di Letteratura tedesca contemporanea presso la University of East Anglia, a Norwich.
I suoi lavori letterari hanno riscontrato numerosi riconoscimenti di pubblico e di critica nei paesi anglosassoni, assai più che in quelli di lingua tedesca.


1990   Vertigini  (non tradotto)
1993   Gli emigrati (Bompiani,1996, 2000)
1995   Gli anelli di Saturno (Bompiani, 1998)
 2001   Austerlitz (Adelphi, 2002)
2004 Storia natuale della distruzione




[…]
Sebald mette l'accento sulle scarne tracce che dei bombardamenti e delle loro vittime troviamo nella letteratura tedesca del secondo dopoguerra, con poche eccezioni. Da queste eccezioni Sebald trae pagine di spaventoso realismo; ricostruisce le terribili sofferenze della popolazione civile, ridotta ai livelli più bassi della civiltà dal mare di bombe e di fuoco scatenato dal cielo dai bombardieri inglesi e americani. Quindi, a ben vedere, non è che nella letteratura di finzione tedesca del dopoguerra il tema sia stato del tutto trascurato. Analogamente si può dire per la storiografia, che ha prodotto non pochi studi approfonditi sul tema. Ma è soltanto in questi ultimi anni che il tema è stato fatto proprio dall'opinione pubblica in tutta la sua complessità. Le conferenze di Sebald hanno suscitato vaste reazioni da parte dei lettori, come attesta l'autore nelle pagine conclusive della prima parte del libro. Analogamente, il libro di Jörg Friedrich, Der Brand. Deutschland im Bombenkrieg (La Germania bombardata. La popolazione tedesca sotto gli attacchi alleati, recensito in questa stessa pagina), ha visto nel solo anno di pubblicazione (il 2002) ben tredici ristampe, con un successo di pubblico raro per una ponderosa opera di storia.

Sebald avanza l'ipotesi che quello dei bombardamenti sia stato il "capitolo principale nella storia del dopoguerra tedesco". Non si può negare che la società tedesca venne duramente colpita dai bombardamenti, sia sul piano economico che (soprattutto) sul piano spirituale e psicologico collettivo. Tuttavia, a me pare che farne il - mancato - centro della memoria collettiva dei tedeschi dopo il 1945 significhi andare oltre le dimensioni del fenomeno. Chi scrive ha avuto modo di studiare la documentazione archivistica relativa agli interventi dello stato e del partito nazionalsocialista per cercare di alleviare, per quanto possibile, le sofferenze dei civili bombardati e sfollati. Il regime si sforzò di intervenire e in tal modo è riuscito a ridurre le conseguenze dei bombardamenti sulla tenuta della popolazione civile. Era questo, infatti, l'obiettivo degli Alleati: provocare il crollo psicologico della popolazione o addirittura una rivolta contro il potere di Hitler. Basti fare un confronto con quanto avvenne in Italia, dove i bombardamenti sulle città, pur di dimensioni più ridotte, furono uno dei motivi della crisi e della decomposizione del regime fascista nell'estate del 1943.

A me pare che da questo punto di vista Sebald, pur offrendo alcuni interessanti squarci di ricostruzione delle ferite profonde lasciate dai bombardamenti sulla società civile, non colga il punto decisivo. Decisivo mi sembra sia chiedersi perché proprio in questi ultimi due-tre anni la letteratura e la storiografia abbiano decisamente sfondato il muro del silenzio: Günther Grass sulla questione degli espulsi con il suo più recente romanzo Il passo del gambero, Sebald e - sul versante propriamente storiografico Friedrich - sul terreno dei bombardamenti.

A mio avviso siamo di fronte a una "normalizzazione" della coscienza tedesca nel contesto dell'ormai superata duplice statualità e dell'espansione dell'Unione Europea verso quei paesi che dal 1939 al 1945-46 furono vittime (e poi cercarono di vendicarsi) della barbarie nazionalsocialista. Una normalizzazione che si va definitivamente compiendo dopo un percorso abbastanza tortuoso, una delle cui ultime tappe è stato il lungo dibattito che nella seconda metà degli anni novanta ha accompagnato la presentazione nelle principali città tedesche e austriache della mostra sui crimini della Wehrmacht. Sebald, purtroppo prematuramente scomparso nel 2001, potrebbe perciò essere letto come un attento apripista; le sue lezioni risalgono al 1997 e hanno suscitato una grande sensazione nel pubblico tedesco. E questa normalizzazione della memoria collettiva tedesca non può che giovare alla faticosa costruzione di una memoria collettiva europea, che superi finalmente i traumi della guerre e dei dopoguerra.

Una madre con il cadavere carbonizzato del figlio nella valigia, una famiglia che fa colazione nella veranda di una villa in mezzo alle macerie, una massaia che pulisce i vetri dell'unico edificio rimasto in piedi in mezzo alla distruzione. Immagini che testimoniano la serie di bombardamenti alleati che distrussero Amburgo durante la Seconda guerra mondiale e che hanno sempre costituito un argomento tabù in Germania. In quanto colpevole, il popolo tedesco doveva tacere il dolore patito da milioni di civili. Sebald trattò questo tema nel 1997 in una serie di lezioni di poetica tenute a Zurigo, toccando un nervo scoperto e componendo una storia naturale della distruzione in cui il meccanismo della guerra non risparmia niente e nessuno. 

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