“Il conformista” è del 1951 e da esso Bernardo Bertolucci trasse, nel 1970, il film omonimo, con Jean-Louis Trintignant e Stefania Sandrelli. 
Il romanzo, avendo per protagonista un uomo, Marcello Clerici, si presenta subito caricato di un interesse particolare, come lo fu nel 1944 “Agostino”, giacché è risaputo che Moravia ebbe, tra le tante sue qualità letterarie, anche quella di essere un raffinato e profondo indagatore dell’animo femminile, in ciò rivaleggiando con altri due narratori suoi contemporanei: Bonaventura Tecchi e Mario Tobino. Si veda, in questo romanzo, ad esempio, il ritratto con cui l’autore introduce la madre di Marcello, “rimasta moralmente e anche fisicamente una fanciulla” e ci descrive il suo modo impaziente di agganciare la collana dietro la nuca: “In quel momento la madre era riuscita finalmente a fare incontrare le due parti del fermaglio. Le mani riunite sulla nuca, il mento inchiodato sul petto, ella guardava a terra e ogni tanto, per l’impazienza, batteva il tacco sul pavimento.”  La figura della madre rimane centrale per buona parte del romanzo: “Gli parve, ad un tratto, di ricordarsi sua madre, come era stata in gioventù, e provò un vivo, accorato sentimento di costernata ribellione contro la decadenza e la corruzione che la avevano cambiata dalla fanciulla che era stata alla donna che era.”
Qui, al contrario, il protagonista è un uomo, Marcello Clerici, il quale, già da ragazzo, si distingue dai coetanei: “era crudele senza rimorso né vergogna, del tutto naturalmente, perché dalla crudeltà gli venivano i soli piaceri che non gli sembrassero insipidi”. Si rende conto di questa diversità e da quel momento s’insinua in lui il dubbio di non essere una persona normale: “Così, egli era un anormale, non poteva fare a meno di pensare, o meglio di sentire, con una viva, fisica consapevolezza di questa anormalità, un anormale segnato da un destino solitario e minaccioso e ormai avviato per una strada sanguigna sulla quale nessuna forza umana avrebbe potuto fermarlo.” Il confronto con l’amico Robertino gliene dà conferma e avvia in lui un processo di avvitamento che pare irreversibile, alimentato dalla sua fragilità psicologica e complicato dalla tortuosità dei suoi pensieri, se si consideri che tutto nasce dal fatto che ha ucciso alcune lucertole, e poi, qualche giorno dopo, anche un gatto.
L’aspetto psicologico diventa da subito così dominante che la stessa natura ne è impregnata quale riflesso delle ansie ed insicurezze del protagonista: “L’edera, vecchia e gigantesca, saliva fino alle punte delle picche della cancellata, e le foglie, sovrapposte le une alle altre, grandi, nere, polverose, simili a volanti di trina su un petto tranquillo di donna, stavano ferme e flosce nell’aria pesante e senza vento. Un paio di volte, gli parve che un leggerissimo fremito facesse palpitare il fogliame o meglio inventò a se stesso di aver veduto questo fremito e tosto, con soddisfazione intensa, scagliò il sasso nel fitto dell’edera.”

D’ora innanzi noi dovremo immaginare, dunque, che ciò che circonda Marcello altro non è se non la proiezione della sua complessa e disturbata personalità.
Perfino la narrazione combacia con essa, giacché di ogni avvenimento che accade sotto gli occhi del ragazzo, l’autore ne fa sempre una minuziosa, scandita analisi; basti pensare alla conversazione tra la cuoca e la cameriera in presenza di Marcello quando, riferendosi al padre di lui, e non sapendo che l’uccisione del gatto non è opera del padre ma di Marcello, che a loro ha raccontato una bugia, la cuoca dice, riferendosi al padre: “Chi è cattivo con le bestie, è anche cattivo con i cristiani, si comincia con un gatto e poi si ammazza un uomo.”  Che è il cruccio – quello di diventare un assassino - che assilla Marcello, il quale, in maniera ossessiva, va accrescendo in sé quel “desiderio di normalità”, tanto drammatico in lui (“quel che più importava era non svegliare il mostro e far trascorrere il tempo.”) quanto sconosciuto alla maggior parte dei suoi coetanei. Un tale desiderio di normalità crea le premesse per fare di Marcello un “conformista”. Tutto ciò che è spinto e guidato da “un’idea di ordine, di disciplina” diviene per lui come una strada maestra da percorrere con fiducia e sicurezza. Quando, dopo gli studi privati compiuti a casa, frequenta il ginnasio, “Ancora una volta era la normalità che l’attraeva; e tanto più in quanto gli si rivelava non casuale né affidata alle preferenze e alle inclinazioni naturali dell’animo bensì prestabilita, imparziale, indifferente ai gusti individuali, limitata e sorretta da regole indiscutibili e tutte rivolte ad un fine unico.”

L’incontro con uno spretato pederasta, Lino, che lo corteggia, giacché Marcello – che i compagni chiamano Marcellina – ha “quasi un viso di fanciulla” e “una perfezione di tratti quasi leziosa nella sua regolarità e dolcezza.”, inasprisce questa ricerca di normalità. Marcello, infatti, non sa resistere alle lusinghe del suo adescatore: “né, d’altra parte, avrebbe potuto affermare che quell’affetto e la parte quasi femminile che gli toccava di recitare gli riuscissero veramente spiacevoli.”
Quell’insistente desiderio di uccidere si realizza proprio con lo spretato. Marcello, impossessatosi della sua pistola, gli spara a sangue freddo: “il solo contatto del calcio freddo dell’arma aveva destato nel suo animo una tentazione spietata e sanguinaria”.
Trascorsi diciassette anni (siamo ora nel 1937) e diventato adulto, Marcello, che ora ha trent’anni, ritorna “a quello che considerava il fatto più importante della sua vita”, del quale era stato scagionato dallo stesso Lino che, trasportato in fin di vita all’ospedale, aveva dichiarato che il ferimento doveva attribuirsi ad una fatale disgrazia accaduta mentre stava ripulendo l’arma. Vi ritorna in quanto vuole verificare se in lui persista quella fanciullesca anormalità o egli, come crede, sia divenuto invece “del tutto normale”, giacché “scoprirsi insensibile voleva dire scoprirsi guarito.”
Si scopre insensibile, ma s’insinua in lui il sospetto che “l’antica infezione covava tuttora in forma di ascesso chiuso e invisibile.”, “Come se il ricordo del fatto di Lino, pur dissolto dagli acidi potenti del tempo, avesse tuttora steso un’ombra inspiegabile su tutti i suoi pensieri e i suoi sentimenti.”
L’operazione che d’un tratto si dispiega nella mente di Marcello diventa, dunque, quella di trovare in sé la forza di una rassicurazione che scacci ogni dubbio; ciò darà luogo, come vedremo, ad una crescita della sua personalità quasi sempre altalenante, angosciosa ed insicura, che è il tema centrale del romanzo. Marcello si compara con gli altri: nel vestire, nel camminare, nel guardare, nei minuti gesti come quello di accendere una sigaretta o salire sull’autobus: “Sì, era eguale agli altri, eguale a tutti.” La stessa fidanzata Giulia, che sta per sposarlo, un giorno gli dice: “Come sei strano, tutti vorrebbero essere diversi da tutti… e tu invece si direbbe che ci tieni ad essere come tutti.” Siamo negli anni del fascismo e della guerra di Spagna, Marcello ha trovato nel regime quell’ordine rassicurante che andava cercando. Ne è un fanatico sostenitore, al punto che, funzionario del ministero degli interni, si propone, d’accordo con le autorità, di avvicinare a Parigi un importante fuoriuscito, Edmondo Quadri, fingendosi desideroso di convertirsi alle sue idee, così da acquistare la sua fiducia e divenire in tal modo una spia fascista.
In realtà, questa odiosa missione offerta spontaneamente e con entusiasmo non rientra affatto nei canoni della normalità, ma Marcello non se ne rende conto, almeno per il momento. Infatti, pensa che “La missione era forse il passo più fermo, più compromettente e più decisivo sulla via della normalità definitiva”.
Anche quando Giulia e sua madre lo definiscono un uomo buono, Marcello torna a dubitare: “O non era piuttosto ciò che Giulia e sua madre chiamavano bontà, la sua anormalità, ossia quel suo distacco, quella sua assenza dalla vita comune?”
Ci si mette di mezzo pure la confessione che Marcello deve assolvere per poter accedere al matrimonio religioso. Come deve comportarsi con la storia di Lino e soprattutto con il fatto che egli è un omicida? Deve confessare anche la missione che sta per compiere a Parigi?
Ecco perciò che, nel corso di questa riflessione, si rende conto che: “un nesso sottile univa queste due cose; anche se, poi, gli sarebbe stato difficile dire con chiarezza in che cosa consistesse questo nesso.”

Moravia traccia la vita di un uomo che, sebbene debole ed immaturo, è in realtà il solo artefice, anche se inconsapevole, del proprio destino. Nonostante più avanti si legga che egli pensava di essere “un filo, nient’altro che un filo di umanità attraverso il quale passava senza posa una corrente di energia terribile che non dipendeva da lui di rifiutare o di accettare.”, ciò che gli accade avviene perché egli stesso lo prepara e ne dispone. I dubbi, le manchevolezze, le paure si trasformano sempre in gesti ed azioni, ossia agiscono fisicamente e pesantemente su di lui. Essi, vale a dire, hanno una loro potente ed intrinseca fisicità, e rappresentano per lui ciò che egli stesso definisce una inevitabile “dannazione”. 
Un legame di questa intrinseca angoscia, lo si può trovare anche con la figura tragica del padre, Antonio, ormai rinchiuso in manicomio, la quale consente a Moravia di proiettarvi l’inquietudine e i tormenti irrisolti di Marcello (“Che nesso correva tra la pazzia paterna e l’essere suo più segreto?”), e nello stesso tempo di collegare la sua fede nell’ordine fascista con i vaneggiamenti squinternati del padre, attraverso il quale l’autore, come aveva fatto Charlie Chaplin nei confronti di Hitler ne “Il grande dittatore”, del 1940, scimmiotta Mussolini. Dice il padre al professore Ermini, direttore della clinica: “Ecco la dichiarazione di guerra… io non ce la faccio più… la porti lei a chi di dovere…”
Marcello, nel momento in cui cerca in ogni cosa (nello stesso matrimonio con Giulia) i segni della sua normalità, in effetti genera un movimento che lo allontana da essa, tanto che si può dire che la ricerca della normalità diventa in lui il ribadimento della sua anormalità. Qualche volta se ne rende conto: “La normalità, come aveva pensato, era, ormai, altrove o, forse, era ancora da venire e andava ricostruita faticosamente, dubbiosamente, sanguinosamente.”, e ancora: “Non soffriva di questo smarrimento, al contrario gli piaceva come un sentimento che gli era familiare e costituiva, forse, il fondo stesso dell’essere suo intimo.”, al punto che il cammino di Marcello potrebbe essere anche, contro tutte le apparenze (“Per Giulia, la normalità non era, come per lui, da trovare né da ricostruire; c’era; e lei vi stava immersa qualsiasi cosa fosse avvenuta, non ne sarebbe mai uscita.), il misterioso passaggio che tutti noi viviamo, senza distinzioni, tra l’adolescenza e l’età adulta, tra l’immaturità e la maturità.
Tutto ciò emerge per la speciale qualità di Moravia di entrare dentro la psicologia del personaggio, non solo, ma tale penetrazione è spesso preceduta da una descrizione fisica così correlata, puntuale e analitica da preannunciarla. Lo abbiamo già constatato con la madre di Marcello, ma la stessa operazione è evidente in Giulia, per non parlare poi dello splendido ritratto grazie al quale facciamo, nel capitolo terzo della parte seconda, la conoscenza del professor Edmondo Quadri (“gobbo, storto, miope, barbuto”; esule a Parigi “vi era diventato ben presto uno dei capi dell’antifascismo, forse il più abile, il più preparato, il più aggressivo.”), di cui vale riportare un breve passaggio: “Quadri aveva un viso curiosamente piatto e asimmetrico, simile ad una maschera di cartapesta dagli occhi orlati di rosso e dal naso triangolare, alla quale, sulla parte inferiore, fossero stati incollati in maniera sommaria una barba e un paio di baffi posticci. Anche sulla fronte, i capelli troppo neri e come madidi suggerivano l’idea di una parrucca male applicata. Tra i baffi a spazzola e la barba a scopetto, ambedue di una nerezza sospetta, si intravvedeva una bocca molto rossa, dalle labbra informi”.
Più avanti, quando Marcello è a Parigi, troviamo la descrizione della moglie di Quadri, Lina: “Si avvicinò attraverso il pavimento specchiante, alta e singolarmente elastica e graziosa nel modo di camminare, in un bianco vestito estivo dalla gonna scampanata. Per un momento Marcello non poté impedirsi dal guardare, con una specie di furtivo piacere, all’ombra del corpo di lei, profilata nella trasparenza dell’abito: ombra opaca ma dai contorni precisi, elegante, come di ginnasta o di danzatrice.” La donna è appena comparsa davanti agli occhi di Marcello e pare già di sapere tutto di lei grazie ai due particolari messi in risalto: la sua camminata “elastica e graziosa” e l’ombra del corpo di lei che si intravede sotto la veste e la fa apparire come “ginnasta” o “danzatrice”.
Sono descrizioni che rifulgono per la sapienza narrativa con cui il ritratto che si compone trasferisce all’esterno, attraverso l’immagine, il magma interiore che muove il personaggio. Questo che segue è il ritratto del vecchio il quale, quando Marcello se ne sta seduto sulla panchina in fondo all’Avenue des Champs Elysées, scende dalla vecchia Rolls Royce e gli siede accanto: “Di profilo, la bocca rossa e capricciosa, il naso dritto e grande, i capelli biondi ricadenti con una ciocca quasi monellesca sulla fronte, facevano anzi pensare che fosse stato un adolescente assai leggiadro: forse uno di quegli atleti nordici che uniscono la grazia della fanciulla alla forza virile.”
Il vecchio gli ricorda Lino, nonché il ribrezzo che aveva provato di fronte a lui; però questa volta c’è qualcosa che non si attendeva, soprattutto dopo la passione che aveva scatenato in lui la visione di Lina, la bella moglie di Gradi. La novità consiste nel fatto che quella alta figura di vecchio lascivo, la cui mano nel dargli il braccio “non stava ferma: andava su e giù per il braccio del giovane con una carezza già possessiva”, esercitava su di lui un fascino perverso, capace di attrarlo: “la macchina era là, che li aspettava entrambi, ed egli, come capì, sarebbe stato invitato a salirvi, come tanti anni prima. Ma ciò che lo atterriva di più era di sapere che non avrebbe rifiutato l’invito.”
Ecco, dunque, che il lungo lavoro svolto in tutti quegli anni per sconfiggere l’anormalità s’infrange nel momento in cui, saliti che sono in macchina, alle proteste che Marcello gli rivolge di non essere “quello che credete…”, il vecchio si scusa, confessando: “Mi sbaglio raramente… avrei giurato che voi…” Come quando andava a scuola e i compagni lo soprannominavano Marcellina, anche ora, sebbene adulto, egli continua ad ispirare negli altri una perversa femminilità che credeva di aver sopito. A nulla sono valsi il suo impegno e la sua ostinazione: “Come i compagni, il vecchio non credeva alla sua virilità; come i compagni si ostinava a considerarlo una specie di femmina.” Tuttavia, riesce a sottrarsi alle insidie dell’uomo, minacciandolo con la pistola, ma il turbamento provato genera in lui uno sconforto ed una paura inattesi.
Il cammino di Marcello è, dunque, sempre di più tortuoso e tormentato. Una forza superiore, sadica e cinica, pare voler combattere la sua volontà, così che un tale duello impari trasforma presto la vita del protagonista in un rabbioso incubo, in una ragnatela di insidie e lusinghe all’interno della quale la realtà assume il terrificante significato di un nemico oscuro e invincibile. Vedrete che anche in Lina, per la quale nutre, non ricambiato, una momentanea passione (“quella fugace apparizione dell’amore nella sua vita”), alberga una contorta anormalità, al punto che, accanto alla esaltazione dei sensi, Marcello incontra in lei la deludente conferma della propria vulnerabilità. Sembra l’avvio di una capitolazione irreversibile: “In questo mondo balenante e oscuro, simile ad un crepuscolo tempestoso, queste figure ambigue di uomini donne e di donne uomini che si incrociavano raddoppiando e mescolando la loro ambiguità, sembravano alludere ad un significato anch’esso ambiguo, legato, tuttavia, come gli pareva, al suo destino e alla comprovata impossibilità di uscirne.”
Non è un caso che, nel momento in cui Marcello sta vivendo una insicurezza tra le più cupe e tenebrose, Moravia decida di dare una svolta esaltante alla figura di Giulia, che si rivela un’anima semplice, spontanea, trasparente, ingenua, legata alla vita. Innamorata del marito di un “amore cieco e solidale”, ne diventa in qualche modo il contrappunto e agisce in lui con un movimento il cui esito definitivo non conosceremo mai se non sotto le apparenze di una ipotesi e di una speranza: ciò che scopre di Lina verso Giulia “era l’amore che in un mondo diverso, con una vita diversa, sarebbe stato destinato a lui, che l’avrebbe salvato, di cui avrebbe goduto.”

In effetti, gli avvenimenti che si susseguono e in cui è coinvolto, sempre nel tentativo di raggiungere quella normalità agognata, non si rivelano mai risolutivi, anzi, esattamente il contrario, aggravando il suo stato d’animo. Una specie di male oscuro continua a perseguitarlo, nonostante che egli ne abbia individuato tutti i contorni ed abbia messo a fuoco il proprio impegno per sconfiggerlo. Marcello, in questa lotta aspra e continuamente da ricominciare, si mostra ostinato, tenace, perfino durante i frequenti momenti di malinconia; si sforza di costruire da sé il suo destino; le sue azioni sono lucidamente programmate ai fini di una normalità da possedere per sempre; eppure le sue battaglie hanno il sapore amaro della sconfitta. Moravia ci mostra, così, l’impotenza d’un uomo - nonostante il proprio risoluto, costante e vigoroso impegno - la cui sconfitta è sanzionata fin dalla nascita: “sarebbe forse stato possibile che le cose avessero potuto andare altrimenti? No, non sarebbe stato possibile”. È, anche, una sconfitta che fa di Marcello un paradigma, nel momento in cui, nei giorni della caduta del fascismo, egli si trova a riflettere che quella normalità “che egli aveva ricercato con tanta tenacia per anni”, “si rivelava puramente esteriore e tutta materiata di anormalità.” Perciò: “il primo e maggiore errore era stato di voler uscire dalla propria anormalità”, “di aver voluto obliterare il vizio di origine della propria vita con mezzi inadeguati.” Al punto che non può che constatare che “per ottenere questa normalità aveva dovuto pagare un prezzo corrispondente al fardello di anormalità di cui aveva inteso liberarsi”.
La simultaneità dei tempi consente anche di dedurre che se è vero che Marcello trova nell’adesione al fascismo una possibilità illusoria di riappropriarsi di una normalità insidiata, è altrettanto vero che vi è una stretta correlazione tra lui e il fascismo: e i suoi drammi interiori, le incertezze, le angosce, i turbamenti e le sconfitte sono molto di più che una coincidenza: ossia, la vita di Marcello altro non è se non il fascismo stesso riflesso nel singolo, così come la folla esultante nelle strade di Roma per la caduta del regime, offre a Marcello la speranza che la meta agognata per tutta la vita, il ritorno alla normalità e la sua conquista definitiva, non sono estranee e impossibili. Non è, infatti, casuale che nei giorni della caduta del fascismo egli apprenda alcune cose – che il lettore scoprirà da sé – grazie alle quali, come dice uno dei personaggi: “tutti, Marcello, siamo stati innocenti… non sono forse stato innocente anch’io? E tutti la perdiamo la nostra innocenza, in un modo o nell’altro… è la normalità.” Ossia, la normalità altro non è che il riconoscimento della presenza in noi della anormalità. Così che quel viaggio finale a Tagliacozzo (un paese posto in cima ad “un monte solitario”: “un borgo di poche case raggruppate sotto le torri e le mura del castello.”), lasciando Roma, dove non tornerà più, mentre rappresenta per Giulia la ordinaria fine malinconica di un periodo assai sereno e felice, per Marcello è la importante scoperta di un modo nuovo di essere se stessi, l’abbandono del “miraggio di una normalità che non esisteva”: un inizio, dunque, sia pure nel breve spazio di tempo che ancora gli sarà concesso di vivere: “gli parve che una specie di ottimismo, il primo dopo tanti anni, insieme avventuroso e spavaldo, sgombrasse finalmente, simile ad una raffica di vento impetuoso, il cielo tempestoso del suo animo.”

Bartolomeo Di Monaco















-

Il conformista
di Alberto Moravia
 
Cerca in questo Sito o nel web Servizio fornito da FreeFind

La Frusta! Cerca nel Web
Alberto Moravia
Da più di mezzo secolo  il suo nome è sinonimo di scandalo. In Italia in  pieno fascismo il suo primo romanzo, Gli indifferenti, fece l'effetto di una bomba: un giovane borghese velleitario tentava invano di rivoltarsi contro la società. Il suo capolavoro è forse,  Agostino, del 1944, difficile iniziazione sessuale di un ragazzo ribelle fra i  pregiudizi della sua classe sociale. Il cinema ha reso famoso Il conformista girato da Bertolucci ed Il disprezzo di Godard. In Francia,   ha causato la sospensione nel maggio 1971 del programma
Post Scriptum  di Michel Polac per avere fatto apologia  dell' incesto. In Io e lui, è un uomo che intesse un dialogo periglioso col proprio  sesso. Oggi (1987) il nuovo romanzo di Moravia avrebbe potuto chiamarsi il Voyeur. Padre e figlio si affrontano in una rivalità sessuale in cui il  figlio è condannato a perdere. È una volta ancora il demone della lussuria  che funge da spia allo studioso dei costumi. Moravia  ne è il grande sacerdote. È anche un analista sottile. Meglio ancora, un diavolo di scrittore. 
Esempio 1
dal 25 ott. 2002
<<< Vedi il dossier di France 3 interamente dedicato a Moravia: profilo, interviste, 
materiale vario. In francese,  su questo sito

BREVE BIOGRAFIA DELL’AUTORE: 

Alberto Pincherle (questo il suo vero cognome) nasce a Roma nel 1907 da una famiglia agiata e benestante; il padre era di origine ebraica. A nove anni si ammala di tubercolosi ossea: una malattia che lo segnerà profondamente e che condizionerà la sua vita quotidiana fino all´adolescenza. Alberto infatti è costretto a seguire irregolarmente gli studi e deve trascorrere lunghi periodi a letto e anche un periodo in sanatorio. La malattia alimenta una ossessiva passione per la lettura, e la vocazione alla scrittura del giovane. La sua prima opera esce nel 1929, quando Alberto aveva 22 anni: il romanzo Gli indifferenti. Il successo di pubblico è molto grande e ci sono anche interventi critici entusiastici. Cominciano i problemi anche con il fascismo, perché la descrizione della società borghese basata sul vuoto dei valori e sull´indifferenza a ogni spinta ideali che usciva dal romanzo non andava d´accordo con la propaganda del regime. Sono questi gli anni in cui il fascismo, arrivato al potere per via costituzionale, si sta organizzando e consolidando come regime. Nel 1938, con l´avvento delle leggi razziali, alla fama di scrittore sovversivo si somma la colpa di un´origine ebraica; cominciano i problemi anche con la polizia. Inizia anche ad interessarsi attivamente di politica. Nel 1941 sposa la scrittrice Elsa Morante. Dopo la fine della guerra Moravia si stabilisce a Roma; continuano a uscire i suoi romanzi e intanto iniziano collaborazioni a quotidiani e periodici: per la coppia Moravia-Morante hanno fine le difficoltà economiche. Nel 1952 gli viene assegnato il Premio Strega per Il conformista. Intanto la Chiesa boccia lo scrittore e tutti i suoi i libri vengono posti all´"Indice dei libri proibiti". Ma il successo aumenta e i suoi libri vedono le prime traduzioni all´estero e da essi vengono tratti dei film. Successivamente entra in crisi il rapporto con la Morante e Moravia si lega alla scrittrice Dacia Maraini.Dopo il 1970 le sue peregrinazioni si volgono verso l´Africa e abbiamo una serie di scritti in cui viene contrapposta la civiltà europea e occidentale ad una civiltà "altra", che non ha conosciuto e non ha subito il cosiddetto progresso.Nel 1986 Moravia sposa Carmel Llera, di 47 anni piú giovane. L´ultima opera di Moravia, la raccolta di racconti La villa del venerdí, esce nel 1990, lo stesso anno della sua morte, a Roma.

Nel primo volume di questa nuova edizione rilegata delle opere complete di Alberto Moravia troviamo innanzitutto i due romanzi giovanili fondamentali, "Gli indifferenti" e "Le ambizioni sbagliate". Per quanto riguarda i racconti, i criteri editoriali seguiti prevedono il ripristino delle raccolte originali. Ecco allora le novelle di "La bella vita", "L'imbroglio" e "I sogni del pigro". Conclude l'opera una serie ragionata di racconti dispersi. 

Prima paginaFili di fumoEnferRecensioniRivistaProfili di autori
ContattaciAtlante Letterario Bacheca pubblicaCompitipro_shakespeare2

<<< Vedi "L'occhio di Moravia"- Una vecchia intervista a Moravia di Magazine Littéeraire
UN LIVRE, UN FILM 5 - « LE CONFORMISTE »Bertolucci magnifie le thème du roman de Moravia

Deux regards sur le fascisme et le désir de conformité :celui de l'écrivain, froidement intelligent,et celui du cinéaste qui, vingt ans plus tard, donne aux personnages une profondeur et une ambiguïté que le roman ne leur concédait pas


Le roman d'Alberto Moravia Le Conformiste date de 1951, une dizaine d'années après les événements qui le trament ; le film de Bernardo Bertolucci de 1970. De ce décalage surgit toute la différence entre ces deux oeuvres aussi importantes l'une que l'autre dans leur rapport au fascisme des années 1930, mais inégalement réussies. Elles ont affaire toutes deux à cette entité : le fascisme historique, mais aussi à quelque chose de plus large qui est la société en tant que telle et la façon dont les individus s'adaptent ou non à elle.

Pour Moravia, il s'agissait de comprendre de l'intérieur ce qui constitue un fasciste. Son personnage, Marcello Clerici, un prologue le donne à voir enfant. Il est le fils unique d'un couple de la haute bourgeoisie, un couple dégénéré qui l'a laissé grandir dans une complète indifférence à ses besoins affectifs et spirituels. Le garçon découvre en lui avec effroi des pulsions violentes et cruelles : il décapite les fleurs du jardin, tue un chat à coups de fronde, veut assassiner son seul camarade de jeu, qui a refusé de participer à ses chasses aux lézards. A l'école, ses condisciples le traitent de fille parce qu'il est trop joli, le brutalisent de toutes les manières. Dès lors, il n'aspire plus qu'à une chose : être comme les autres, être normal. Un chauffeur de voiture de maître lui promet un revolver en échange... de quoi au juste ? Marcello ne veut pas le savoir quoiqu'il le comprenne très bien. Mais, lorsque le jeune homme tente des caresses, il prend son revolver et le tue. Cet acte impuni va charger sa vie entière du poids d'une culpabilité qu'il refuse de toutes ses forces.

Le prologue n'est pas sans rappeler, et la critique l'a maintes fois souligné, la nouvelle fameuse de Sartre, « L'enfance d'un chef », qui montre aussi comment on devient un salaud : pour échapper au sentiment de sa propre contingence, Lucien Fleurier se coule dans la fonction sociale qui lui préexiste, il sera un chef, un propriétaire d'usine et un directeur, il rejoint les Camelots du roi, s'identifie à ses droits, se découvre lui-même dans l'antisémitisme, se laisse pousser la moustache, comme Hitler.

Marcello Clerici, nous le retrouvons vers la fin des années 1930, à Rome. Il travaille pour le ministère de l'intérieur, dans le service secret. Il s'est déclassé par le bas. Son père, entre-temps, a été interné dans une clinique psychiatrique, sa mère a pour amant son domestique. Marcello n'est pas fasciste par intérêt ou par revendication de ses droits, encore moins par conviction, mais par conformisme, pour faire comme tout le monde, comme la foule, comme la majorité : pour être un homme moyen. Un parfait exemplaire de ce prototype : l'employé, le membre de la classe moyenne qui a porté Mussolini au pouvoir et l'a plébiscité. Se conformer est chez lui une passion morne à laquelle il se voue avec un âpre sérieux, sans plaisir, avec discipline, sans juger ses supérieurs dont pourtant la médiocrité ne lui échappe pas.

Lorsqu'il surprend le ministre dans son bureau en train de fourrager une gourgandine, il ne le blâme pas, il fait semblant de n'avoir rien vu, comme les fonctionnaires du régime détournent les yeux quand ils voient comment ses dirigeants s'enrichissent en toute illégalité. Lui n'aspire qu'à la normalité bourgeoise et il va se marier avec une jeune femme dont il n'est pas amoureux, mais qu'il désire un peu parce qu'elle est appétissante et sensuelle, et surtout parce qu'elle a des goûts parfaitement conventionnels. Il se voit confier la mission de pénétrer à Paris dans l'intimité de son ancien professeur de philosophie, Quadri, qui est devenu un leader de l'opposition en exil, et obtenir ainsi des informations sur celle-ci. Il va profiter de son voyage de noces pour accomplir sa mission et ne se rebiffe pas quand il apprend, dans un bordel, que les ordres ont changé et qu'il s'agit désormais d'assassiner Quadri. Un agent fasciste le suivra, il n'aura qu'à lui désigner la victime et la besogne sera faite sans qu'il ait à s'en mêler davantage.

A Paris, il rencontre en effet Quadri, mais aussi sa femme, Lina, qui ressemble de façon troublante à une prostituée pour qui il a éprouvé un violent désir. Il tombe instantanément amoureux et d'autant plus que Lina n'éprouve pour lui que répulsion mais se laisse embrasser car elle convoite sa femme, Giulia. Les quatre vont ensemble s'encanailler dans une boîte pour homosexuelles, La Cravate noire, où Lina fait à Giulia une cour pressante que celle-ci repousse. Le couple Quadri s'en va pour leur maison de Savoie ; Marcello et Giulia sont invités à les y rejoindre. Malgré un contrordre qui ne parvient pas à temps, le couple est exécuté sur la route. Marcello lira les comptes rendus et verra les photos de la tuerie dans les journaux. Quand le régime tombe, il va assister dans la rue à sa chute, s'attendant à être arrêté. Il est blessé avec sa femme et leur fille qui, elles, sont tuées par les rafales d'un avion sur la route du village où il voulait se réfugier. Le roman l'abandonne pour mort.

La critique a depuis longtemps réservé un sort mitigé à ce roman qui n'est pas directement politique et qui tisse, dans une action languissante, des considérations prêtées au personnage sur le besoin de normalité comme source de toutes les compromissions avec les régimes d'ordre. En fait, Le Conformiste est un roman sur l'ordre en tant que celui-ci peut devenir une passion. Moravia y reprend certains de ses thèmes antérieurs, l'ennui, l'indifférence, pour expérimenter dans un seul personnage comment ces états qui résultent d'un affaiblissement du lien social peuvent se substituer à lui dans le désir de conformité.

Le film de Bertolucci magnifie ce thème par une poésie visuelle d'une rare intensité et un trouble sensuel qui tient à ses deux actrices, Stefania Sandrelli (Giulia) et Dominique Sanda (Lina, rebaptisée Anna). Leur jeu et bien sûr la manière dont leurs rôles sont écrits donnent aux deux personnages une profondeur, une ambiguïté que le roman ne leur concédait pas. Quant à Jean-Louis Trintignant, il est inoubliable dans une création où tout concourt à le faire échapper aux jugements sommaires. Le Conformiste de Bertolucci est à jamais sa silhouette vue de profil, le col du manteau relevé, le chapeau baissé sur l'oeil, la démarche un peu mécanique. Le visage de Trintignant, boudeur, veule, sérieux, mélancolique, parfois éclairé d'un sourire tremblé, donne admirablement l'équivalent de ces phrases si caractéristiques de Moravia où une personne est décrite en des termes qui appellent immédiatement leur contraire. Il est l'ambiguïté incarnée, face au visage tout d'une pièce et proprement haïssable du fasciste exécutant, le formidable Gastone Moschin.

Cette ambiguïté, qui est le thème constant du film comme du roman, est donnée à voir par la lumière prodigieuse du chef opérateur Vittorio Storario : l'image joue du contraste entre la lumière froidement bleutée des extérieurs dans lesquels s'ouvrent comme autant de havres de sensualité des intérieurs plus éclairés que le dehors, avec des teintes chaudes, ocre, rouges, jaunes, pourpres. Ainsi l'hôtel de la gare d'Orsay (qui existait encore en 1970, mais désaffecté) prend une sorte de magie, comme la scène des courses dans les boutiques de haute couture de l'avenue Montaigne. Ces scènes de luxe sont bercées par la musique tendre de Georges Delerue, chargée de nostalgie et qui contribue à faire du Conformiste un grand film de couleur locale sur le Paris des années 1930.

Une scène d'anthologie est celle où les deux femmes, dans le décor jaune strié de rouge de Chez Gégène, à Joinville, laissant les hommes à leur politique, dansent ensemble lascivement dans leurs robes de soie légère portées à même leur nudité splendide, puis entraînent tous les danseurs dans une farandole qui finit par emprisonner Marcello au milieu d'un flot de joie auquel il ne veut surtout pas se laisser aller. A cette farandole sensuelle, répond dans la séquence finale la marée de la foule populaire qui manque engloutir Marcello et le laisse finalement sur la rive, ayant dénoncé deux fascistes en leur attribuant le meurtre des Quadri. Son dernier regard, retourné de biais sur un jeune homosexuel nu, porte sentence sur lui-même, sur le total échec de sa vie et son absence de toute justification ou excuse.

Pour rendre compte des idées de Marcello sur lui sans recourir au procédé de la voix off, qui serait ici esthétiquement et intellectuellement inacceptable (en donnant le discours intérieur d'un personnage, la voix off nous rapprocherait de lui, ce que l'esthétique « brech-

tienne », distancée, de Bertolucci interdit), le film invente un personnage, Italo Mangannari, mentor aveugle de Marcello, qui lit à la radio des chroniques d'idéologie fasciste sur la grandeur de l'Italie et de l'Allemagne unies. C'est lui que Marcello à la fin dénonce, par pure malignité. Ainsi l'antifascisme esthétique de Bertolucci, fasciné par l'époque qu'il décrit, s'oppose à la rationalité expérimentale de Moravia, qui croit, lui, que le seul rempart contre la barbarie totalitaire est la haute culture et qui entreprend d'en donner la démonstration. Il n'y a rien dans le roman d'équivalent à la splendeur visuelle du film et à son charme insinuant qui rend d'autant plus révoltante la tuerie dans la neige, l'une des scènes de mise à mort les plus brutales qu'on ait vues au cinéma, parce qu'elle est filmée presque tout le temps de loin et qu'elle dure interminablement. Le film pousse la fidélité au roman - peut-être pas tout à fait volontairement - jusqu'à se perdre par moments dans des affaissements du rythme, comme s'il fallait qu'il ne soit pas trop plaisant à voir. Son ambiguïté réside dans cette esthétique de la nostalgie mettant en lumière des comportements qui peuvent être de tous les temps : le conformisme, passion triste, a l'éternité devant elle. En quoi, aussi antifasciste qu'il soit, à l'orée des années de plomb, il est tout sauf un film militant.

Michel Contat


 05.08.05
Loading
La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line