Il familismo amorale
Era fatale che una società siffatta erigesse l'ethos familistico a base morale dell'intera nazione-stato e che rendesse questa morale impermeabile quando non ostile ad altri principî regolamentativi non solo della mobilità sociale, ma anche, ed è quel che più conta, dello spirito pubblico.
Tale ethos è così inscritto nella longue durée nazionale italiana che lo storico-antropologo Tullio-Altan ne ha rintracciato i prodromi fin nel XV secolo e l'ha definito come 'morale albertiana' dal nome di Leon Battista Alberti autore de I Libri della famiglia; mentre un sociologo-antropologo americano, Edward C. Banfield, in una memorabile ricerca sul campo, l'ha riscontrato attivo ed operante nell'Italia degli anni cinquanta del secolo scorso e gli ha dato l'appellativo, da allora fortunatissimo, di 'familismo amorale'.
Cos'è la'morale albertiana'? E' la cura del particulare della 'propria' famiglia, del 'proprio' interesse, l' assegnazione del primato assoluto della famiglia su ogni cosa. La Città e la politica vengono riferiti a questo universo morale, ai suoi sistemi di valore. La società come tale e i doveri civili, sono in questa prospettiva radicalmente squalificati.
Teorico della 'masserizia', l'arte di gestire la famiglia, Leon Battista Alberti, peraltro geniale artista e italiano fra i migliori, dichiara come ogni connazionale da cinquecento anni a questa parte: «a me fu più cara la famiglia che cosa alcuna» e consiglia: «Per reggere la famiglia si cerca la roba; e per conservare la famiglia e la roba si vogliono amici, co' quali ti consigli, i quali t'aiutino sostenere e fuggire avverse fortune; e per avere con gli amici frutto della roba, della famiglia e dell'amicizia si conviene ottenere qualche onestanza e onorata autorità» [L. B. Alberti in Tullio-Altan 1986, Pag. 23]
Non solo un sistema morale ma tutto un universo sociale è descritto in questo passo. Famiglia, proprietà, relazioni sociali e potere pubblico fanno tutt'uno. Ieri come oggi, si è tentati di aggiungere. «Non si scorge mai, assolutamente mai, nell'opera di Leon Battista Alberti, un 'grappolo' di famiglie, che giungano a formare una civitas, una società», commenta disperato Tullio-Altan.
Su questa morale albertiana, seguìta come 'filo rosso' nella storia nazionale Tullio-Altan incentra l'analisi sull'arretratezza socio-culturale del nostro Paese. E' formidabile come ne ritrovi traccia perfino in fenomeni recentissimi quali quello della contestazione giovanile del '68, della quale delinea un profilo originale che non si può, nel nostro contesto, tenere sotto silenzio
Più che l'appello alla liberazione della scuola di Francoforte, dice Tullio-Altan, agirono presso i giovani di allora, bassamente, i richiami della tradizione italiana individualistico-particolaristica (che tradotto nel liguaggio-oggetto è la tradizione del fare i 'comodi propri': esami di gruppo, '6' politico, anarchismo versus autoritarismo etc.). Insomma, anche in presenza di un indubitabile fenomeno innovativo della società italiana, quale il movimento degli studenti, il 'preesistente consolidato', risucchia il nuovo, ossia lo traduce nel 'linguaggio nativo' della preesistente tradizione culturale. Ancora una volta le mort saisit le vif.
Se le sollecitazioni di civiltà del Sessantotto favorirono anche da noi quelle grandi campagne per le libertà civili che condussero a sostanziali modificazioni del costume, come quella per il divorzio e quella per l'aborto, e come le campagne per la liberazione della donna(...) ciò che venne enfatizzato fu soprattutto il lato negativo e distruttivo della polemica contro la 'razionalità illuministica', condotto dai seguaci della Scuola di Francoforte. Ciò che fece premio, in altre parole, fu la polemica fine a se stessa, che reinterpretava i valori di autorealizzazione della personalità, promossi da quella corrente di pensiero, nei termini della tradizionale esaltazione del proprio individuale vantaggio, nello spirito incofessato, ma operoso, della morale egoistica albertiana. In una sorta di corto circuito, quei valori di libertà ricevuti dall'estero, perché non maturati in modo originale all'interno del contesto sociale italiano, si vennero in buona parte trasformando in quelli individualistico-arcaici della tradizione di sempre, e come tali furono 'recitati' clamorosamente nelle piazze»(ivi, Pag. 171)
Affine alla morale albertiana, ovvero tende a descrivere lo stesso fenomeno, è il concetto di 'familismo amorale' splendidamente delineato da Banfield. Occorre soffermarsi con cura sulla genesi e sull'enucleazione di questo concetto, spesso richiamato dalla pubblicistica italiana in modo generico o forzatamente riassuntivo, perché è una delle parole chiavi per comprendere la moral basis italiana.
Nella metà degli anni '50 il sociologo americano Edward C. Banfield grazie ad una generoso grant di una Università americana, raggiunse un paese del nostro Mezzogiorno e vi si installò con la moglie e la prole per un periodo di nove mesi. Il paese era Chiaromonte (PZ) e divenne Montegrano nella 'finzione sociologica'. Banfield fece molte domande in giro, somministrò questionari, redasse la sua ricerca, ma il suo intento, per quanto la sua attività di osservazione e di documentazione fosse simile a quella di un romanziere dell'ottocento - penso a Flaubert e al suo Madame Bovary, che, ricordiamo, reca come sottotitolo Etude sur le moeurs de province -non era certo quello di raccogliere materiali narrativi né tanto meno quello di descrivere una small town tra le tante come era in uso nella sociologia americana, quanto quello di ricavare una teoria generale sull'ethos (insieme delle norme, delle idee, dei termini di giudizio e di comportamento che individuano e differenziano un gruppo da altri gruppi) di una comunità arretrata. Insomma ci studiò come se fossimo una tribù di irochesi!
Bardato dell'empiria tipica della scienza sociologica (questionari, test, tabelle etc) ma in effetti con la mente presa dalle idee 'chiare e distinte' del Tocqueville della Democrazia in America, Banfield compara inizialmente Montegrano a St. George(Utah, USA). E nota che a St. George c'è tutto un pullulare di attività associazionistiche che perseguono scopi che vanno al di là dell'interesse materiale ed immediato del proprio nucleo familiare: nuove adesioni per la Croce Rossa, raccolta di fondi curata da un'associazione tra professionisti e dirigenti per costruire una nuova camerata della locale scuola media, raccolta di iscrizione per la difesa antiarea in caso di attacco straniero...un'industria locale regala i volumi di un'enciclopedia alla scuola, la camera di commercio promuove un pubblico dibattito per collegare con una strada i paesi circonvicini, l'Associazione Genitori ed Insegnanti si rivolge alla cittadinanza con un manifesto egoriferito che dice: «Come cittadino responsabile della nostra comunità, tu appartieni all'Associazione!», che ricorda un po' i manifesti di reclutamento dei soldati americani, dove appariva uno zio Sam che con l'indice proteso si rivolgeva al cittadino medio chiedendogli cosa intendesse fare lui per l'America. Insomma i comportamenti degli individui e delle associazioni a Saint-George sono per lo più community oriented.
E a "Montegrano"? Niente di tutto ciò. L'orfanotrofio e il convento sono cadenti, i contadini non sono disposti a cedere nemmeno una giornata lavorativa per ripararli, tutto ciò che è pubblico è alla malora e nessuno è disposto a sacrificare una briciola del proprio tempo e delle proprie risorse se non ha in vista un ritorno personale. Insomma a Montegrano tutti i cimportamenti degli individui sono family oriented.
Perché, si chiede Banfield? Per delle ragioni antropologico-culturali, è la risposta, a Montegrano si riscontra un'assenza di quella particolare forma di socialità detta 'senso civico', che è il nerbo della democrazia. Tale senso civico altro non è che lo spirito associativo (da Tocqueville considerato alla base della democrazia in America) di chi mette a disposizione il proprio tempo, le proprie specifiche attitudini e talvolta il proprio denaro in una organizzazione che persegua finalità che non ricadono nell'interesse immediato e diretto del singolo ma della collettività. Orbene, non sono i fattori strutturali, quali la miseria, l'ignoranza o la patologica diffidenza verso lo Stato che possono spiegare il comportamento dei montegranesi. «Ognuna di queste teorie contiene elementi di verità, ma nessuna basta da sola a spiegare i fatti che debbono venir presi in esame»
I Montegranesi agiscono così perché la loro base morale è il contrario del senso civico, essa si fonda cioé sul 'familismo amorale', ovvero la regola: «massimizzare i vantaggi materiali e immediati della famiglia nucleare; supporre che tutti gli altri si comportino allo stesso modo»[Banfield, 1976, pag 105]
Ora, se la si guarda bene questa nozione del familismo amorale è un'estensione al nucleo familiare del 'particulare' di Guicciardini, o meglio una ricomprensione del particulare guicciardiniano all'interno del nucleo familiare. Non è difficile tuttavia allargare ulteriormente questa nozione e considerare che 'famiglia' spesso è non solo il proprio nucleo familiare propriamente detto, ma la propria categoria sindacale, il proprio partito politico, il proprio Ordine professionale, la propria setta, conventicola, tutto ciò che ha riferimento diretto e immediato al benessere materiale dell'individuo; il luogo, anche mentale, in cui si esercita quel 'senso di appartenenza' che spesso confligge con l’ interesse generale della Città, in cui quest'ultimo viene oscurato a vantaggio esclusivo proprio.
Un discorso particolare meritano in questo contesto i partiti e i sindacati in quanto essi erano nella loro ispirazione ideale originaria il luogo dove gli individui, spezzando la barriera dell'anomia individuale, esperivano in modo 'moderno' la partecipazione alla Città. In altre parole essi erano il luogo deputato dove il familismo amorale avrebbe dovuto trovare una composizione politica. Gramsci studiando quella forma particolare del carattere nazionale popolare che lui chiama apoliticismo (nient'altro che una forma degradata del guicciardiniano 'particulare' riassumibile nella formula di 'Francia o Spagna purché si magna') si chiedeva se questa forma di individualismo era proprio tale, significasse cioé una specie di 'splendido isolamento', di chi conta solo su stesso per creare la sua vita economica e morale. «Niente affatto. -scriveva- Significa che al partito e al sindacato economico 'moderni', come cioè sono stati elaborati dallo sviluppo delle forze produttive più progressive, si 'preferiscono' forme organizzative di altro tipo, e precisamente del tipo 'malavita'; quindi le cricche, le camorre, le mafie, sia popolari sia legate alle classi alte». (Gramsci, 1973, pag.. ) Insomma, il quadro delineato da Gramsci vedrebbe da un lato la moral basis dell'apoliticismo far precipitare nella malavita le classi basse e nel corporativismo quelle alte (Ordini, Albi, Collegi etc), dall'altro il partito moderno, come corpo intermedio che dovrebbe assicurare 'civicamente' la partecipazione alla Città, si ergerebbe come alternativa moderna a quel modo arcaico di concepire i rapporti sociali. E' amaro, invece, dover constatare 60 anni dopo la stesura di queste note che nemmeno i partiti (alcuni) ovvero proprio i partiti (non tutti) sono precipitati nella malavita. A essere meno drastici si potrebbe affermare che in quelle forme progressive e moderne che sono (o erano) i partiti politici e i sindacati (non tutti) s'è riversato tutto un modo arcaico di vivere i rapporti sociali che sono appunto quelli del 'familismo amorale' o della morale albertiana. E allora se ciò è avvenuto, come purtroppo è avvenuto, occorre lealmente, affermare che la 'costante' antropologica del familismo amorale ha 'informato' di sé anche il moderno partito e sindacato e li ha 'deformati'. Ancora una volta le mort saisit le vif! Ma continua Gramsci, e qui non ha proprio bisogno di forzati riferimenti al nostro presente perché sembra descrivere non l'Italia del 1892 di cui discorre ma quella del 1992 cui non poteva mai pensare: «Questo apoliticismo, unito alle forme rappresentative (specialmente dei corpi elettivi locali) spiega la deteriorità dei partiti politici, che nacquero tutti sul terreno elettorale(...); cioè i partiti non furono una frazione organica delle classi popolari (un'avanguardia, un'élite), ma un insieme di galoppini e maneggioni elettorali, un'accolta di piccoli intellettuali di provincia, che rappresentavano una selezione alla rovescia» [Gramsci, 1973, 2, pag. 29)
Detto in linguaggio-ordinario, il 'familismo amorale' è l'esatto contrario del 'senso civico' così caro agli studiosi americani Banfield e Putnam; ossia, nella migliore delle formulazioni: non volere o peggio non sapere collaborare con gli altri al fine di raggiungere obiettivi comuni e 'disinteressati' per il singolo ma di grande interesse per la comunità civica; nella peggiore: fare semplicemente i comodi propri. In quest'ultima prospettiva, 'familista amorale' è anche colui che non rispetta la fila, che fa defecare il proprio cane sul marciapiede, che non rispetta i propri doveri d'ufficio, che raccomanda o si fa raccomandare, che non consente la donazione degli organi dei propri congiunti, che sciopera selvaggiamente, che si iscrive alla massoneria non per coltivare ideali di fratellanza universale, ma per conseguire utilità etc, insomma chiunque pone in essere comportamenti che seppur penalmente non perseguibili, dovrebbero essere oggetto di reiezione morale in quanto non partecipano del bene comune.
Ma Banfield fa qualcosa di più nel tentativo di formulare in maniera ricca e articolata la nozione di cui si discute. Trae dalla regola aurea di cui sopra, una specie di doppio decalogo (17 implicazioni), dove il 'familismo amorale' viene osservato nei suoi dispiegamenti verso la società e la politica. Occorre trascriverli, seppure en abrégé , perché riguardano ancora oggi noi tutti 'montegranesi' e perché costituiscono quanto di più acuto sia stato scritto sul rapporto che in Italia intercorre fra 'antropologia culturale' e politica.
1. In una società di familisti amorali nessuno perseguirà l'interesse del gruppo o della comunità a meno che ciò non torni a suo vantaggio personale.
2. In una società di familisti amorali soltanto i funzionari si occupano della cosa pubblica, perché essi soltanto vengono pagati per questo. Che un privato cittadino si interessi seriamente a un problema pubblico, è considerato anormale e perfino sconveniente.
3. In una società di familisti amorali mancherà qualsiasi forma di controllo sull'attività dei pubblici ufficiali, poiché questo compito spetta solo ai superiori gerarchici dei funzionari in questione.
4. In una società di familisti amorali, sarà difficile dare vita e mantenere in vita forme di organizzazione (cioè attività organizzate in base a esplicito accordo). Infatti i fattori che inducono la gente a prestare le proprie energie in organizzazioni sono in larga misura atteggiamenti di altruismo e spesso non di ordine materiale, elementi questi estranei ai familisti amorali che si muovono solo in vista di interessi materiali e personali.
5. In una società di familisti amorali, coloro che ricoprono cariche pubbliche, non identificandosi con gli scopi dell'organizzazione a cui appartengono, si daranno da fare quel tanto che basti per conservare il posto che occupano o (...) per ottenere promozioni. E d'altra parte, le persone istruite ed i professionisti, di solito non saranno mossi da uno spirito di vocazione o di missione. In realtà le cariche pubbliche o le conoscenze specializzate, saranno considerate da coloro che ne dispongono come armi da usare a proprio vantaggio o contro gli altri. 6. In una società di familisti amorali, si agirà in violazione della legge ogni qualvolta non vi sia ragione di temere una punizione
7. Il familista amorale, quando riveste una carica pubblica, accetterà buste e favori, se riesce a farlo senza avere noie, ma in ogni caso, che egli lo faccia o no, la società di familisti amorali non ha dubbi sulla sua disonestà.
8. In una società di familisti amorali i deboli sono favorevoli ad un sistema in cui l'ordine sia mantenuto con la maniera forte.
9. In una società di familisti amorali il fatto che un individuo o un'istituzione dichiari di agire in nome del pubblico interesse piuttosto che per fini personali, verrà considerato una frode.
10. In una società di familisti amorali manca qualsiasi connessione fra astratti principi e il comportamento concreto nei rapporti di vita quotidiana.
11. In una società di familisti amorali non ci sono né leader né buoni gregari. Nessuno prende l'iniziativa di proporre una linea d'azione e persuadere gli altri a seguirla (a meno che questo non torni a suo vantaggio personale)e d'altronde se qualcuno assumesse una posizione di leader, il gruppo non lo accetterebbe come tale, per mancanza di fiducia.
12. Il familista amorale si serve del voto per ottenere il maggior vantaggio a breve scadenza. Per quanto egli possa avere idee ben chiare su quelli che sono i suoi interessi a lunga scadenza, i suoi interessi di classe, o anche l'interesse pubblico, questi fattori non influiscono sul voto, se gli interessi immediati della famiglia sono in qualche modo coinvolti.
13. Il familista amorale apprezza i vantaggi che possono derivare alla comunità, solo se egli stesso e i suoi ne abbiano parte diretta. Anzi esso si opporrà a misure che possono aiutare la comunità ma non lui, perché, anche se la sua posizione, in senso assoluto, resta immutata, egli ritiene di venirsi a trovare in una situazione peggiore se i suoi vicini migliorano la propria posizione. (...)
14. In una società di familisti amorali l'elettore ha poca fiducia nelle promesse che gli vengono fatte dai partiti. Egli dà il voto in cambio di benefici già ricevuti (nell'ipotesi, naturalmente, che esista la prospettiva di riceverne altri per il futuro) piuttosto che per vantaggi promessi.
15. In una società di familisti amorali esiste la diffusa convinzione che qualunque sia il gruppo al potere, esso è già corrotto e agisce nel proprio interesse. (...)
16. Sebbene gli elettori siano disposti a vendere i voti, in una società di familisti amorali non esisterà una stabile e solida macchina politica, per 3 motivi: a)essendo la votazione segreta, non c'è modo di controllare se chi è stato pagato per votare in un certo modo lo faccia poi effettivamente(!!!) b) un'organizzazione di questo tipo non offre sufficienti vantaggi immediati perché qualcuno impegni in essa energie e capitali; c) come abbiamo spiegato sopra, in ogni caso è difficile dare vita e mantenere organizzazioni formali di qualsiasi tipo.
17. In una società di familisti amorali i funzionari di partito vendono i loro servizi al miglior offerente. La loro facilità a passare da una parte all'altra può spiegare gli imprevedibili sbalzi nei risultati elettorali.
Ammettendo pure che Banfield non fosse un sociologo ma un 'barba finta' della CIA pagato dal governo americano per 'studiare' un Paese sotto minaccia di comunismo, come è stato supposto[vedi pref. di De Masi a Banfield 1976], c'è da dire che mai fondi dei servizi segreti furono utilizzati così a buon fine, viste anche le destinazioni finali degli equivalenti fondi riservati del SISDE italiano, di cui è difficile negare anche le particolari destinazioni 'familistiche'!
Eccettuato il punto 17, relativo agli sbalzi elettorali di Montegrano-Chiaromonte, a fronte invece, della sostanziale stabilità dell'elettorato italiano nel periodo 1948-1992), come anche il clamoroso errore del punto 16, dove Banfield, per eccesso di sfiducia nelle capacità organizzative dei 'Montegranesi', escludeva che si potesse mettere in piedi un'organizzazione, rivelatesi invece efficientissima, per il controllo del voto di scambio (e basta aver visto il film Il Portaborse ) , c'è da dire che mai analisi è giunta a mettere così impietosamente a nudo le basi morali del nostro vivere associati, a delineare così profeticamente i risultati ultimi della nostra particolare asocialità. Tutta l'Italia di Tangentopoli è infatti descritta nei 17 punti di Banfield, ivi compresa la nozione di 'dazione ambientale' delineata dal magistrato inquirente Di Pietro, come anche la svolta a destra che è seguita al sommovimento del quadro politico in seguito all'azione giudiziaria detta 'Mani Pulite'! Chiunque avrà tempo e voglia di farlo potrà proficuamente applicarsi a comparare, il libro di Banfield in una mano e i ritagli-stampa degli ultimi due anni nell'altra, le due Italie, quella di Montegrano e quella di Tangentopoli, quella del 1955 e quella del 1992. Ne verrà fuori una dimostrazione in più a favore della tesi per la quale la spaventosa corruzione che ha investito la società italiana non può essere semplicimente ascrivibile all'impazzimento del sistema politico, causa l'impossibilità dell'alternanza e il ristagno e putrefazione delle classi dirigenti, ma che essa va vista su sfondi antropologico-culturali di lunga durata, dove appunto il 'familismo amorale'- che non è fenomeno di oggi e che non riguarda solo Montegrano-ne è una delle cause scatenanti.
Come uscire da questi retaggi culturali? Come sconfiggere il familismo amorale? E' indubbio, posto che esso non nasca da condizioni economico-strutturali (è questo si tenga presente il 'nucleo d'acciaio' dell'analisi di Banfield), ma da presupposti antropologico-culturali, che occorre agire su questi, dunque sulle coscienze al fine di generare un cambiamento di mentalità, ossia occorre quello che lo spagnolo Ortega y Gasset chiama el repulimiento de las capezas. Banfield perfidamente ci suggerisce di diventare un po' protestanti: «Il mutamento di mentalità di cu c'è bisogno potrebb forse giungere come prodotto sussidiario dell'attività di una missione protestante» (pag. 183), pare anzi che un insediamento di protestanti abbia agito proficuamente in Brasile, ma nel profondo rimane pessimista. Anche se cambiassero le condizioni economiche- ma l'Italia è già una delle potenze industriali del pianeta- è ben difficile che cambi qualcosa a 'Montegrano'. «Le nazioni non si trasformano a fondo, deliberatamente, più di quanto non facciano i villaggi»
Condivido con Banfield l'idea che non saranno le migliori condizioni di vita a determinare il vero cambiamento. S'è visto che un maggiore benessere non ha per nulla scalfito certi arcaismi mentali. Ma, come si fa nella agricoltura biologica, in cui si combattono alcuni insetti dannosi con altri virtuosi, occorre combattere le mentalità con altre mentalità; non disperdere la proficua risorsa della pedagogia e della autopedagogia. Innescare processi virtuosi e seguirli con cura. Immenso è il potere della scuola e dei mezzi di comunicazione di massa in tal senso. Tuttavia un processo di così vasta portata si perderebbe nelle anse lunghe del serpentone della storia. Proverei perciò a proporre qualcosa di diverso e a breve , un esperimento d'ingegneria sociale. S'è visto come il familismo amorale sia un riflesso sovrastrutturale, 'mentale', del familismo e questo nient'altro che una forma di mobilità sociale e di particolare formazione 'all'italiana' dell'élites in una realtà socio-economica in cui né la società civile né lo Stato si fanno carico di formalizzare un sistema stabile e socialmente riconosciuto di formazione di una classe dirigente, ovvero di una aristocrazia legittima che cioè sia tale non per ragioni di ceto o di sangue(ereditarietà), ma per merito(elezione). S'è visto come in altri Paesi tale aristocrazia legittima si fondi sostanzialmente su un rigido, ordinato, rigoroso, sistema scolastico-educativo. Public School in Inghilterra e Università Private in America, Alte Scuole in Francia, 'società del diploma' in Giappone etc. Si potrà obiettare che un sistema siffatto non ha posto il Giappone medesimo al riparo dalla corruzione delle classi dirigenti o che in Francia abbia dato luogo a ossificazioni tecnocratiche della noblesse d'Etat o che , curiosamente, in Inghilterra, l'internato delle Public School sia stato responsabile della diffusione massiccia della pederastia presso la classe dirigente conservatrice. Non esiste società perfetta, ahimè!. Tuttavia ritengo che il dramma italiano stia tutto qui:nell'assenza di un cursus honorum codificato e socialmente riconosciuto in cui le carriere si formino in seguito ad una leale, aperta, competizione degli ingegni. Le famiglie sia nel senso ristretto che in quello allargato, i partiti politici, le massonerie, le conventicole, i sindacati di categoria(nel pubblico impiego) hanno sopperito a questa insufficienza del nostro sistema sociale. Ne è dipeso: a)l'opacità del sistema di promozione degli individui. Il venire in auge dei dirigenti in molti ambiti sociali è spesso dovuto a misteriosi contatti di costoro con centri di potere informale, da qui la proliferazione di avventurieri, faccendieri etc; b)la sclerosi e il 'saturnismo' degli apparati dirigenti che in questo sistema in cui fa difetto la 'selezione', infiacchiscono come le élites romane dell'Impero.
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Non si può intervenire sulla realtà se non la si conosce a fondo. Né si fa un buon servizio alla conoscenza se di fronte ad una realtà che non ci piace la si trucca e imbelletta al fine di renderla più consona a quelli che sono solo i nostri desideri. Hanno reso un miglior servizio al nostro Paese studiosi come Banfield o Revel o Tullio-Altan mettendo a nudo, con spietatezza analitica, certo nostro modo di essere, piuttosto che tutti coloro che dietro un malinteso senso dell'amor di patria, spesso non altro che una forma obliqua di autolatria, hanno barato con la propria e la nostra coscienza. E' un modo di esperire l'arretratezza socio-culturale non avere coscienza della propria arretratezza socio-culturale. Una dimostrazione di quanto si è detto può essere la storia della ricezione del libro di Banfield all'interno della comunità scientifica italiana. The moral basis of a backward society (1958) venne prontamente trodotto in italiano, nel 1961, col titolo Una comunità del Mezzogiorno , presso 'Il Mulino' di Bologna. Si noti che in questa prima edizione si occulta, nella scelta del titolo, il giudizio deprezzatorio che è implicito, in qualche modo, nel titolo originale, e nella locuzione backward society . Per quanto sia comprensibile che nessuna comunità ami sentirsi definire arretrata, c'è da chiedersi se tale scelta non sia inquadrabile in quella rimozione nevrotica di cui discute C. Tullio-Altan (op. cit, pag 14) degli studiosi italiani circa il problema dell'arretratezza socio-culturale del nostro Paese. Ma le avversioni allo studio di Banfield quando sono meno inconsce sono quasi sempre liquidatorie. Nel saggio introduttivo di A. Manoukian al volume collettaneo I Vincoli familiari in Italia a cura dello stesso, le ricerche alla Banfield vengono infatti ineffabilmente licenziate come non uscenti «dal quadro prevalentemente descrittivo delle indagini di comunità, per lo più condotti da studiosi stranieri che all'assiduità lavorativa non sempre associano una adeguatezza di modelli interpretativi (sic!) per la specifica realtà sociale italiana.» (Manoukian, 1983, Pag, 12) Per questa buona ragione A. Manoukian esclude dalla raccolta di saggi sui vincoli familiari il lavoro di Banfield sul familismo, ma ve ne include, 'familisticamente', uno della moglie! Non sembra avere molti riguardi neanche L. Gallino che tratteggiando il familismo italiano (G. Calcagno,1993,) non degna nemmeno del diritto di citazione l'autore della nozione 'familismo amorale', di cui pure ampiamente discetta. Infine F. Ferrarotti (1992, pag. 152) liquida la questione in una battuta, sostenendo che Banfield vede l'Italia meridionale con delle «lenti yankee», nulla dicendo sulla loro qualità, ma che si suppone essere del tipo «go home yankee!»
Più articolata ed equilibrata appare la trattazione della questione presso Paul Ginsborg. Già gli va ascritto come merito l'aver dato sufficiente trattazione nel suo saggio storico a problemi di tipo antropologico-culturale, segno che tali tematiche non sono più eludibili nemmeno nei libri di pura storia e tanto più quando si riflette sull'Italia. «L'attaccamento alla famiglia-scrive Ginsborg- è stato probabilmente l'elemento più costante e meno evanescente nella coscienza popolare italiana. Raramente, tuttavia, ci si è posti il problema di capire quanto a fondo abbia inciso nella storia italiana questa devozione alla famiglia, o di comprendere per converso in che modo questo particolare elemento del carattere nazionale sia stato a sua volta plasmato dalle concrete vicende storiche» (Ginsborg, 1989, pag. X) A Banfield e Tullio-Altan che pure qualche tentativo di spiegazione ce l'hanno fornito, Ginsborg vorrebbe tuttavia «suggerire che il rapporto tra famiglia e collettività è quasi certamente più complesso e meno unilaterale di quanto essi ci hanno voluto far credere» (pag. XI) E qui lo studioso inglese, generosamente, avanza l'ipotesi, che mi trova concorde solo quando sono ottimista, che questi brutti difettacci del familismo amorale e della morale albertiana sono superati (o potrebbero esserlo) laddove si manifesti una coscienza di classe e un solidarismo tra oppressi. E cita a tal proposito due esempi tratti da un libro di Danilo Dolci dove il penchant familistico delle popolazioni meridionali sembrerebbe essere sconfitto dallo spirito di cooperazione e di autosacrificio dei contadini motivati dalla lotta. Casi, insomma, dove l''ideologia' politica la vince sulla 'mentalità' antropologica. Certamente se il Mezzogiorno fosse oggi, come allora sembrava, una terra di forti spinte progressive tale impostazione avrebbe le sue ragioni. Ma così non è oggi come non lo era 40 anni fa. Si ha il timore, purtroppo, e la storia del nostro Mezzogiorno lo conferma, che Ginsborg per effetto di un wishfull tinking scambi la realtà con i propri nobili desideri. Ma lo storico è più lucido dell'uomo. E infatti discutendo del movimento dei contadini che determinò la riforma agraria degli anni '50 non ha difficoltà ad osservare che: «l'egualitarismo comunista attaccava (...) alle radici quelle norme che anni dopo Banfield avrebbe chiamato 'familismo amorale'. La cultura politica dell'eguaglianza unificava le famiglie, le persuadeva a mettere in comune le risorse, si appellava alla generosità e all' autosacrificio. Famiglia e collettività lungi dal presentarsi come poli opposti, si delineavano come elementi della società civile convergenti e che si rafforzavano reciprocamente» (Pag.167), ma deve poi riconoscere che queste nuove istanze portate dall'ideologia egualitaria si dovettero scontrare con il sospettoso familismo dei contadini meridionali che spingeva nella direzione opposta alla cooperazione, alla condivisione di un comune progetto pratico di conduzione delle terre, e, ammettere di fronte ai fallimenti che «i valori dominanti del Meridione non venivano facilmente sommersi dall'alta marea dell'azione collettiva» e che il movimento contadino di quegli anni diretto dall Sinistre «fu il tentativo più grande compiuto nel Sud agricolo di collocare la famiglia entro un contesto collettivo. E fu anche l'ultimo» (pag.168) Insomma la proposta di valori alternativi al familismo si rivelò solo una buona intenzione. Chiunque abbia esperienza diretta e personale delle cose del Sud sa quanto quegli elementi di arcaismo mentale - individualismo esasperato, familismo, litigiosità inconsulta e 'corde pazze' varie - siano formidabili resistenze a qualsiasi azione intrapresa in nome dei buoni principi e dei buoni propositi. Ciò non significa che bisogna desistere da azioni virtuose ma è stolto non tenere conto del contesto socio-culturale in cui l'azione viene a cadere. Per quanto gli interessi degli uomini siano uguali in tutti i luoghi sono tuttavia la percezione degli stessi, le 'teste', che variano da luogo a luogo, quelle teste che non sanno antivedere quale, alla distanza, è o sarà il proprio vero interesse e nei cui 'codici culturali' in qualche modo bisogna saperglielo tradurre. Sotto questo profilo, potrà non piacere, ma la strategia operata dalla DC che puntando sull'individualismo esasperato dei contadini ne fece dei piccoli ed egoisti proprietari piuttosto che dei virtuosi cooperatori colpiva di più nel segno di un' astratta istanza di condivisione collettiva di progetti economici e di destini sociali realmente estranea alla loro base morale. Ci si può battere contro la testa quanto si vuole ma da tempo la storia ci ha spiegato che da un 'sanfedista' tutto si può trarre fuorché un 'giacobino'. Comunque, questa esperienza storica la dice lunga sul rapporto complesso ma non impossibile da comprendere nelle sue linee di fondo che intercorre tra 'antropologia culturale' e 'politica'. Una mia idea, che non condivido totalmente, mi suggerisce di supporre che la vittoria di uno schieramento politico sull'altro dipende molto, nel nostro Paese, dalla conquista o dalla capacità che si ha di esprimere e rappresentare politicamente la 'moral basis' della nazione che è il vero centro etico-politico della nazione italiana. Sia il fascismo, che la DC sotto questo profilo, che hanno cercato un accordo con l'anima nazionale, assecondandone di fatto i peggiori difetti, ne sono una riprova.
Appunti sparsi
Nel film La ricotta (1961)di Pasolini una voce intervistante fuori campo chiede al regista Orson Welles che interpreta se stesso:«Cosa pensa degli italiani?» «Il popolo più analfabeta e la borghesia più ignorante d'Europa» è la bruciante risposta.
Il carattere nazionale nella longue durée.
L'Italia ha il suo momento magico- con una dislocazione storica che si rivelerà drammatica rispetto agli altri paesi europei - nel Medioevo (l'esperienza dei Comuni). Si potrebbe dire brillantemente che l'Italia era un paese 'moderno' nel Medioevo e che rifluisce nel 'medioevo' quando gli altri paesi europei entrano effettivamente nel moderno (1550). IL periodo storico detto dei 'secoli bui' che va dalla fine delle guerre d'Italia (1559) alla discesa di Napoleone(1796) è proprio il periodo in cui gli altri paesi Europei fanno l'esperienza della modernità. Croce scrive nella Storia dell'Età barocca in Italia, che l'Italia, la quale in un certo senso ha dato vita alla "preistoria" dell'Età Moderna ha rischiato di essere esclusa dalla sua storia.
Libro e libretto. Un effetto trascurato della Riforma Protestante (ma sottolineato da Hegel nel vol.IV delle Lezioni di filosofia dela storia ) è quello della scarsa diffusione del libro e della scrittura (esperienza gutenberg) presso i paesi che non ne furono toccati. L'esperienza fondante è la traduzione della Bibbia da parte di Lutero in tedesco e la dottrina del libero esame che sta alla base del razionalismo critico moderno.Il libro, e in questo caso il Libro dei Libri, entra prepotentemente nella vita quotidiana dei riformati. In tutte le case, non solo in quelle dei dotti. Spesso le classi subordinate apprendono a leggere e scrivere sulla Bibbia. Numerevoli sono le testimonianze in tal senso: dai romanzi (si pensi solo a fare un esempio al Joseph Andrews di Fielding, protoromanziere inglese che si ispira direttamente al Giuseppe l'ebreo del Vecchio Testamento, con analogie quasi parodiche tra Giuseppe e la moglie di Putifarre e Joseph e Lady Booby) come anche a forme di cultura popolare quali i film western di John Ford dove appare sempre la Holy Bible del predicatore invasato insieme alla colt del cow-boy outlaw. Quando avviene invece la prima traduzione della Bibbia in italiano? se si escude quella del Diodati del '600?Nei primi anni sessanta di questo secolo o alla fine dell'800! Indubbiamente la scarsa diffusione del 'Libro' e quindi dei libri in Italia rafforzerà la tendenza ad una cultura principalmente orale (canzoni, teatro, melodramma, televisione) con precise ripercussioni sull'ethos italiano. Analfabetismo, mancata interiorizzazione della scrittura, assenza totale di quella che mcLuhan chiama 'esperienza guteberg' (vedere Mcluhan), ma anche istintiva diffidenza verso i maneggiatori di libri, gli intellettuali. Riassumendo brutalmente: mentre la cultura europea si formerà sul libro (e quindi: romanzo, saggio, enciclopedia), quella italiana...sul libretto (melo- dramma).
Le cose si complicheranno notevolmente ai tempi della seconda rivoluzione televisiva (1976). Mentre la prima (1954) ha una forte incidenza sull'elevamento culturale delle masse incolte favorendo ad esempio la diffusione di romanzi popolari (sceneggiati) come anche l'uso di un italiano uniforme (dunque scoraggiante i dialettismi ) che direttamente proviene dall'italiano scritto e letterario, tanto che farà a dire a Pasolini che è stata la televisione ad unificare, anche se non al meglio, la lingua degli italiani ; la seconda(1976) asseconderà la tendenza ad una cultura orale delle masse, spia ne è l'ingresso dei dialettismi, specie lombardi e romaneschi, non solo nelle TV locali ma anche in quelle del circuito privato nazionale. Con questa specificazione: che mentre la precedente cultura orale tradizionale (teatro, canzoni, melodramma) ha da essere intesa come cultura orale nel senso di pre-scritta , (che precede l'esperienza gutenberg), quella televisiva interviene come cultura orale nel senso di post-scritta (che segue l'esperienza gutenberg), col risultato che la 'cultura orale' italiana è la somma di entrambe: una cultura che ancora non conosce il libro e una cultura che volutamente lo ignora. (ancora oggi 6 italiani su 10 non leggono neanche un libro e vengono considerati "lettori forti" i consumatori di almeno 5 libri all'anno!).Per usare il linguaggio di McLuhan il passaggio avviene in Italia dall'audio-orale, all'audio-visivo. Manca l'esperienza gutemberg, come fenomeno di massa s'intende.
Riforma e 'rivoluzione passiva' e conformismo.
E' mancata all'Italia l'esperienza ereticale, del pensiero "protestante" (come aggettivo tout court) e questo sia prima che dopo la Riforma. Prima col francescanesimo il cui programma eversivo soprattutto in riferimento alla povertà evangelica venne prontamente rinchiuso dalla Chiesa in un 'Ordo' (Grundmann Movimenti ereticali nel medioevo), dopo, perché non ebbe luogo la Riforma stessa e si ebbe piuttosto la Controriforma. Ciò non fu senza conseguenze nella vita spirituale italiana : nel senso che da allora in poi 'protestare' è stato visto sempre con sospetto, perché in fondo 'tutto si aggiusta', e non c'è cosa che non possa essere ricompresa all'interno di un ordine dato. Da qui l'autocensura degli intellettuali, l'inosabile 'libero esame' e l'altrettanto inosabile e conseguente 'sapere aude' kantiano del programma illuminista. (cfr.I.Kant:Was ist Aufklärung? )
Nel linguaggio corrente, in Italia, si dice che la 'critica' deve essere 'costruttiva' per essere accettabile. Si intravvede in questa locuzione, largamente condivisa, una specie di angoscia del dissenso e una tentazione 'ricompositiva', controriformistica, dell'attività razionalistico-critica; infatti una 'critica' per essere davvero tale deve essere 'distruttiva' cioè non ricomprendere al proprio interno le ragioni altrui ma intaccare nel profondo il centro dell'altrui argomentare. Altrimenti è ipocrisia, gesuitismo. Da qui il carattere 'passivo' delle Rivoluzioni d'Italia, l'assenza delle cesure nette nei periodi storici, caratterizzato altrove anche dal taglio delle teste dei re, da qui il 'trasformismo' e il gattopardismo, perché tutto è elastico, si piega e non si spezza, non c'è chi da una parte 'sta fermo' e chi dall'altra gli resiste, ma un perenne ondeggiare e fluttuare, all'interno però dell'Ordine delle cose dato. Pasolini scriverà delle Lettere Luterane nell'intento proprio di sottolineare uno spirito eretico, scandaloso e per nulla conformista: esperienza rara nell'intellettualità italiana perché sempre punita. Da qui anche la secentesca 'dissimulazione onesta' e il nicodemismo, l'arte sopraffina di simulare-in un contesto in cui la critica è 'criticata'-i propri pensieri.
G.Bocca scrive su Repubblica del 15/3/95, a tal proposito: «ho capito che nella testa e nelle memorie dell'italiano medio c'è come un filtro controriformista, tutto ciò che sta in qualche modo al di fuori della soggezione ai poteri costituiti, fuori dallo scetticismo e della rassegnazione, va emarginato e se occorre demonizzato», questo a proposito del Montanelli negatore della Resistenza.
Il Carattere Nazionale e la Destra politica italiana.
M.Veneziani(IL Giornale 1/7/'94) lamenta una invisivibilità sulla scena politica del cattolicesimo, diventato catacombale, criptico. Conclude il suo articolo con queste parole "Per interpretare fino in fondo la linea italiana e per riscoprire fino in fondo il carattere nazionale e la sua specificità, bisogna riaprire i conti con il cattolicesimo. Come religione ma anche come visione sociale e solidale del mondo. Anche perché la sinistra punta ormai a interpretare il versante laicista, illuminista e permissivo(?!) della società. Non si può lasciar cadere quella moral majority che è il cuore ed il ventre dell'Italia. Saremo pessimi cattolici, praticoni ma non praticanti, ma noi italiani, anche da laici, siamo cattolici fin dentro il midollo. Non buttate il bambino con l'acqua Santa".
Da dove si desume il consapevole disegno politico della Destra di far appello a una moral majority così com'è e al suo ventre (molle) dove la religione è appunto quello che è , una mentalità senza precisi scopi morali e una religione ridotta a generica mentalità, e dove anche la soddisfazione del rito non è necessaria( il compiacimento sul 'praticoni e non praticanti')
Ancora Veneziani (in un articolo di G.B.Guerri del Giornale del 11/7/'94 viene riportata la di lui opinione), dice che bisogna "uccidere A.Sordi". E' vero, uccidere l'italiano vile, senza principi, attaccato al suo particolare etc, appare come un programma di eugenetica culturale. Vaste programme direbbe il generale de Gaulle, però. Che la Destra si ponga questo obiettivo è però consolante. Ma se lo pone davvero? O è solo un sogno di un suo intellettuale eteroclita? Significa che ha un progetto pedagogico oltre che politico. Ma c'è da chiedersi: chi è che pesca su questo italiano eterno? Forse la Sinistra, da tempo impegnata in una 'riforma intellettuale e morale 'dell'italiano medio? Chi, se non la Destra, s'appoggia, adula politicamente, l'italiano tradizionale quello del "partito della roba", che si dichiara apolitico, "che si fa i fatti propri e non si interessa di politica" se non la Destra arciitaliana sempre pronta ad offrirgli sponde ideologiche e copertura politica, sempre pronta a giustificarlo quando non paga le tasse, quando fa il furbo, quando si fa raccomandare etc etc?
Ricordarsi la battuta di N.Moretti in un suo film: «Voi, ve lo meritate A.Sordi!». C'è chi se lo merita, chi lo subisce, chi lo vuole uccidere, segno che la percezione dell' "anima italiana" è chiara a molti. Manca però il progetto alternativo alla 'maschera' A.Sordi, progetto che richiederebbe una riforma intellettuale e morale che 'rifaccia' l'italiano, giacché l'italiano Sordi è un prodotto storico, una sedimentazione socio-antropologica, è l'italiano di sempre e da sempre condannato ad essere un personaggio più che una persona, uno che ci fa piuttosto uno che ci è; è la 'maschera' consegnataci dalla storia, l'italiano medio dove ci vedi in controluce tutta la furbizia di chi si sottrae alla fatica, affrontata dai popoli europei riformati, di avere un "io" forte, ovvero una personalità per addizione di attributi, non già per sottrazione. Per quel che riguarda più specificatamente gli articoli di Veneziani occorre dire che è una contraddizione in termini voler "uccidere A.Sordi" e contemporaneamente fare appello alla moral majority del cattolicesimo italiano. Sordi è infatti l'espressione figurativa della moral majority !
Insomma la Destra vuol essere anti-italiana o arci-italiana?
Invero la Destra culturale italiana storica (Gioberti, Papini, Corradini, Montanelli) è stata sempre arci-italiana. E ciò specificamente in due modi: 1) appoggiando i regimi politici, fascismo e Dc innanzitutto, che l'italiano "tradizionale" si sceglieva anche se poi individualmente intellettuali come Prezzolini o lo stesso Montanelli si sono dilettati a fustigarlo questo italiano tradizionale), 2) difendendo la sua moral basis cattolico-controriformista, dalla quale l'italiano medio trae tutto il suo ethos . (vedi Papini in Ritratti Italiani il profilo del Manzoni e la querelle sulle Osservazioni sulla morale cattolica contro il protestante Sismondi ). Nei fatti dunque questa Destra culturale è stata biecamente autolatra, si è piegata, ad adulare il primato morale e civile dell'italiano piccolo piccolo, degli Alberto Sordi di ogni tempo, a lodare implicitamente l' "io "diminuito dell'italiano astuto e maneggione. Uccidere "Alberto Sordi" perciò è stato sempre un programma dei De Sanctis, dei Gramsci, della Sinistra, veramente.
Il senso del tragico
Un brigatista terrorista italiano tra i più feroci (dovrebbe trattarsi di M.Moretti se ricordo bene l'intervista a Repubblica, primavera 94 ) si reca alla Scala per un permesso premio. Qui viene prontamente intervistato e al giornalista confessa che egli ama alla follia il melodramma italiano con la spiegazione seguente: che il popolo italiano ha manifestato col melodramma la sua meravigliosa attitudine a non saper abitare il tragic . Ed è vero. Mancano alla cultura nazionale italiana -ricordava già nella Corinne la de Stäel- l'esperienza del teatro tragico: Alfieri che tentò di introdurlo nella cultura italiana resta un nanetto rispetto a Shakespeare, Racine o Schiller o Lope de Vega. Abbiamo avuto il "dramma giocoso", il melodramma, non il dramma, né il teatro tragico. Commedie tante, all'italiana e anche "divine" (Dante) ma tragedie, nessuna. Successivamente mancò anche il romanzo come epopea borghese (Hegel, Estetica ). Quel che si potrebbe ricordare al terrorista è che ciò che un popolo non riesce a trasferire nell'immaginario, teatrale o romanzesco che sia, è come condannato a subirlo, per fatale contrappasso, nella realtà. Tragica e romanzesca è perciò stata la nostra realtà, mentre la nostra letteratura è stata prevalentemente lirica, arcadica, melodrammatica. Il risultato è che Schiller i Masnadieri li metteva in scena, da noi circolavano per le strade. (E così mentre in Francia, Stendhal, coniava con la figura del 'rivoluzionario di professione', Ferrante Palla della Chartreuse, il prototipo dell'italiano estremista di ogni tempo, gli italiani lo videro circolare per le belle contrade italiche lungo i secoli, e coi nomi di Orsini, di Bresci, di Morucci e Moretti!)
I prestiti linguistici italiani
Si potrebbe tentare un catalogo degli elementi caratterizzanti la "civilizzazione culturale" italiana a seconda dei prestiti linguistici italiani alle lingue straniere: si vedrà che ad esempio abbiamo esportato più che altro termini musicali o legati al teatro ( allegro, vivace, andante, ma anche bravo!, fiasco, lamento etc); termini criminali o relativi alla furbizia (mafia, imbroglio, salto mortale ), termini culinari gastonomici (spaghetti, pizza). Cosa vuol dire ciò?: che tali termini sono sentiti specificamente come un prodotto della "civilizzazione culturale" italiana, ossia gli sono così specifici che non possono essere tradotti in equivalenti termini linguistici stranieri, quindi che sono "propri" della civilizzazione culturale italiana, un suo esclusivo prodotto. Queste parole-chiavi possono servire a ricostruire, come degli ossi di Cuvier, l'intero quadro culturale della civilizzazione italiana, il contributo italiano all'anima universale per dirla con Hegel.
Mandarinismo e bertoldismo
C' è stata una curiosa polemica di recente (marzo '95) sull'uso degli "ismi" in politica. Se n'è fatto promotore il nuovo eroe popolare italiano, il magistrato A.Di Pietro. Il magistrato si fa promotore dell'insofferenza "tradizionale" (nel senso che non è nuova) verso il parlare astratto, l'uso degli "ismi" etc. Protesta bertoldescamente la propria ignoranza, e tra le righe sembra rivolgere all'ottimo Cavallari (il reo degli "ismi") l'invito: "parla come mangi", l'invito tradizionale dell'illetterato italiano verso l'intellettuale.
Ora, il bertoldismo è nel nostro Paese l'esatto speculare contrario del mandarinismo degli intellettuali. E' l'esibizione del buon senso contro il truffaldino latinorum degli azzeccagarbugli. Esiste il primo perché esiste il secondo. Ma occorre rendere meno mandarini gli intellettuali (programma gramsciano perenne), e certamente il bertoldismo non è la risposta più acconcia. Il mondo delle idee e della storia è un mondo complesso: gli "ismi" sono le concrezioni di fenomeni morali e intellettuali che riassumono tutto ciò in un termine -chiave; voler disboscare simile mondo con colpi di accetta di buon senso bertoldesco è un operazione altrettanto truffaldina di chi mandarinescamente lo complica con gli "ismi" (ma non è il caso di Cavallari, scrittore lucido e intelligente).
Sul piano politico, non c'è dubbio che certa cultura di sinistra abbia ereditato certa conformazione intellettuale, tutta italiana, del mandarinismo degli "abatini". Come è indubbio che certo bertoldismo semplificatore, con l'implicito carico di odio verso gli intellettuali, sia un tratto perenne della destra culturale italiana.
Alcune osservazioni di V. Brancati sugli italiani.
da "La Governante" (ed. "Delfini" ,Bompiani,1984). Parla Alessandro (ispirato alla figura di A.Moravia) . « Moralità? La moralità italiana consiste tutta nell'istituire la censura. Non solo non vogliono leggere o andare a teatro, ma vogliono essere sicuri che nelle commedie che non vedono e nei libri che non leggono non ci sia nessuna delle cose che essi fanno tutto il giorno - e dicono. Chiudere la bocca agli scrittori; ecco il sogno degli italiani». (pag.135) E prima, nel dialogo intessuto con la governante, una francese calvinista:
Alessandro: Quali meriti ha la borghesia italiana? Cultura, no. Nessuno in Italia legge libri o va a teatro.
Caterina: Proprio nessuno?
Alessandro: Per nessuno intendo pochi. Vada nella hall di un albergo. Tutti gli stranieri hanno un libro davanti e leggono. Poi c'è uno che sta così (allunga le gambe, socchiude gli occhi e allaccia le mani sul ventre) è un italiano.
Nello scritto Ritorno alla censura (1952) lo scrittore siciliano è altrettanto esplicito nella sua polemica contro l'ignoranza della classe borghese italiana: «Nelle abitazioni dei riccchi italiani (parliamo della generalità) c'è una stanza che va in rovina da quarant'anni, o che non è stata mai fabbricata: la biblioteca. Un medico, chiamato in queste case per curare un mal di capo, si guarderà bene dall'attribuirlo a un esercizio continuato di lettura. Non occorre conoscere i bilanci dei librai per accorgersi che la classe dirigente del nostro Paese ha appreso tutto dalla vita (nella vita compresi i giornali, le riviste, la radio e il cinema), e non dai libri. Anche del teatro diffida perché dietro lo spettacolo teatrale c'è sempre un libro. (...) Popolo intuitivo , e in molti casi dotato di genio, la sua classe dirigente teme che la cultura possa metterla nella condizione di riconoscere qualche verità nociva ai suoi egoismi. Istintivamente se ne protegge.» (ivi, pag. 25)
Gli Italiani: un popolo di criminali?
La scoperta di Tangentopoli è stata uno specchio per gli italiani. Si sono visti nella loro sostanza morale, quando hanno scoperto (ma lo sapevano) che la corruzione non riguardava solo la loro classe politica, ma un "sistema" in cui dall'ultimo usciere al Presidente della Repubblica, tutti, ossia un intero popolo, era coinvolto.
In una dichiarazione pubblica resa dal procuratore capo della Repubblica di Milano F.S. Borrelli il giorno 25 Maggio 1995 (e riportata su tutti i giornali), si registra questa realtà di fatto: che la tendenza al crimine in Italia va posta su sfondi antropologico-culturali e non di pura devianza individuale. Dichiara Borrelli: «Dobbiamo prendere coscienza che abbiamo colpito [con l'azione giudiziaria "Mani pulite"] soltanto alcuni obiettivi, ma nel Paese c'è un tasso di illegalità che non può essere bonificato in 1, 2 o 5 anni. Ci vorranno generazioni » E a significare che la bonifica dalla corruzione non possa essere solo di tipo giudiziario ma di più vasta portata aggiunge: «c'è un tessuto che lega piccoli fenomeni di vita quotidiana a grandi corruzioni. La magistratura può dare dei segnali forti, ma anche la Scuola e lo Stato debbono concorrere». Come dire che bisogna educare gli italiani a rispettare le norme.
Questo è dunque un compito di pedagogia di massa, in cui hanno fallito sia lo Stato che la Chiesa. Il problema che riguarda la nostra indagine è sapere come siamo giunti a questo stadio di diffusa infrazione delle norme. Come sia stato possibile che molti italiani, la maggioranza, non avvertano nemmeno la sostanza criminosa di molte loro azioni, e che molti reati sono tali solo per i giudici e per il codice penale, non già per la coscienza della stragrande maggioranza degli italiani.
Molti comportamenti collettivi dei nostri connazionali non sono "orientati verso la norma" per dirla con una locuzione dello studioso americano Smelser. Tutt'altro. La stragrande maggioranza dei reati commessi in Italia sono di tipo associativo (e pare a tal proposito che l'associazione a delinquere come aggravente della fattispecie penale sia una peculiarità tutta italiana) Se si pecca, nel nostro Paese, si pecca tutti assieme , coprendoci a vicenda.
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