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di Fausto Giani

Nel capitolo VI del libro IV de Il contratto sociale Rousseau affronta il problema della dittatura. Sarebbe deluso chi cercasse nelle pagine della « Bibbia dei Giacobini » una prefigurazione anticipatrice della dittatura dell'anno II (dal 10 ottobre del '93 aI 27 luglio del '94).
Il concetto rousseauiano di dittatura ricalca lo stereotipo classico della dittatura romana, di una dittatura cioè di tipo commissario: è un istituto previsto per Io stato d'eccezione, lo Ausnahmezustand di C. Schmitt,(1)  è la dictatura rei gerendae e/o seditionis sedandae.

« Se... il pericolo è tale che l'apparato delle leggi ostacoli la difesa contro di esso, allora si nomina un capo supremo che faccia tacere tutte le leggi e sospenda momentaneamente l'autorità sovrana » (2) .

La dittatura nell'accezione rousseauiana è una importante commissione prevista dalla costituzione: il dittatore « può far tutto » ma non può Iegiferare, può far tacere l'attività legislativa « ma non può farla parlare ». Soprattutto la durata del potere dittatoriale deve essere fissata « in un termine brevissimo, che in nessun caso possa essere prolungato »; protratta oltre il termine la dittatura diventerebbe tirannide.
Più enigmatica è la figura del legislatore, delineata nel capitolo VII del libro Il.
Il legislatore è fuori e prima della costituzione: la redige e la propone all'approvazione dell'assemblea sovrana.
« Un'impresa al di sopra delle forze umane » scrive Rousseau, perché « colui che osa prendere l'iniziativa di fondare una nazione deve sentirsi in grado di cambiare, per così dire, la natura umana, di trasformare ogni individuo, che per se stesso è un tutto perfetto ed isolato, in parte di un più grande tutto, dal quale questo individuo riceva in qualche modo la vita e l'essere, di alterare la costituzione dell'uomo per rafforzarla; di sostituire un'esistenza parziale e morale all'esistenza fisica e indipendente che noi tutti abbiamo ricevuta dalla natura » (3).
Insomma « ci vorrebbero degli dei per dare leggi agli uomini ». Eppure nonostante questo compito inaudito, « al di sopra delle forze umane », al legislatore non spetta il potere legislativo, ma solo la facoltà di proporre la legislazione all'approvazione del popolo.
Il legislatore di Rousseau è « diritto privo di potenza » (4)  la sua unica chance è il carisma: « La grande anima del legislatore è il solo miracolo che deve dimostrare la sua missione » (5)
È  proprio dalla contrapposizione tra il « diritto senza potenza » del legislatore e la « potenza senza diritto » del dittatore che Schmitt prende le mosse per estrarre con il forcipe, dal testo tormentato de Il contratto sociale, una nuova creatura, la « dittatura sovrana ».
La « dittatura sovrana » è un mostro bicefalo, che riunisce in sé le due figure rousseauiane del legislatore e del dittatore, che assomma diritto e potenza.
È nato il nuovo Leviatano: legislatore dittatoriale e dittatore legiferante insieme; è nato il dittatore che detta anche il diritto.
Mentre la dittatura commissaria sospende le leggi nella Ausnahmezustand, in base a un diritto previsto dall'ordinamento costituzionale vigente, la dittatura sovrana è una dittatura rivoluzionaria in quanto non si giustifica sulla base della costituzione vigente bensì alla luce di un nuovo ordine ancora da costituire.
Il modello paradigmatico di dittatura sovrana si è realizzato secondo Schmitt in Francia, quando il 10 ottobre 1793 la Convenzione Nazionale decise di sospendere la costituzione da poco approvata (24 giugno 1793). Non solo infatti, approvata la costituzione, il mandato e quindi il potere della Convenzione erano cessati, ma la stessa Costituzione non prevedeva né l'eventualità di una sospensione né un organo costituito che avesse la facoltà di sospenderla.
La dittatura rivoluzionaria non è fondata quindi su un pouvoir legalmente constitué (che mancava) ma sul pouvoir constituant del popolo: essa «detta legge al suo mandante senza cessare per questo di dipenderne quanto alla propria legittimazione » (6).
Una storia esauriente del concetto di dittatura rivoluzionaria non può però a nostro parere arrestarsi all'esame dell'esperienza giacobina, ma deve mettere a fuoco quella che è stata definita la « cristallizzazione babuvista » dell'esperienza giacobina (7).
Mentre infatti la dittatura giacobina fu un'improvvisazione emersa dalle convulsioni della rivoluzione, « segnata con il marchio della contingenza e dell'emergenza » (8), all'interno del programma babuvista troviamo una teorizzazione esplicita e una giustificazione rigorosa della dittatura rivoluzionaria.
Babeuf, che non proviene dalle file del robespierrismo, in un primo tempo ha salutato il termidoro con gioia, come una sorta di liberazione, come la vittoria degli eterni diritti dell'uomo contro il dispotismo ed ha contribuito attivamente alla campagna di stampa contro Robespierre. Sarà soltanto in seguito alla sconfitta delle insurrezioni popolari del 1" aprile e del 20 maggio 1795 (germinale e pratile dell'anno IV) e probabilmente grazie all'influenza intellettuale di Filippo Buonarroti, robespierrista della prima ora, che Babeuf si renderà conto che anche la rivoluzione popolare ed egualitaria dovrà servirsi di un apparato dittatoriale, e pertanto rivaluterà retrospettivamente la figura di Robespierre.
Un documento interessante della palinodia di Babeuf a proposito di Robespierre è costituito dalla lettera all'hebertista Bodson del 28 febbraio 1796:

« Non ho cambiato opinione sui princìpi, ma l'ho cambiata su alcuni uomini. Confesso oggi in buona fede di rammaricarmi di avere un tempo visto nero sia sul governo rivoluzionario, sia su Robespierre, Saint-Just ecc. Credo che questi uomini da soli valessero di più di tutti i rivoluzionari insieme e che il loro governo dittatoriale fosse terribilmente ben concepito. (...) Non sono del tutto d'accordo con te sul fatto che abbiano commesso grandi crimini e fatto morire dei repubblicani. Non tanti credo: è la reazione termidoriana che ne ha fatti morire di più. (...) La salvezza di 25 milioni di uomini non dev'essere barattata con il riguardo nei confronti di qualche nemico equivoco. Un rigeneratore deve vedere in grande. Deve falciare tutto ciò che ostacola, che ostruisce il suo passaggio, che può nuocere al rapido raggiungimento del termine che s'è prefisso. Bricconi, o imbecilli, o presuntuosi e ambiziosi, è lo stesso, tanto peggio per loro. Perché ve ne sono? Robespierre sapeva tutto questo, ed è in parte ciò che me lo fa ammirare. È ciò che mi fa vedere in lui il genio ove risiedevano vere idee rigeneratrici. È  vero che tali idee potevano travolgere me e te. Ma che sarebbe importato se la felicità comune fosse giunta a buon fine? (...) Il robespierrismo è in tutta la repubblica, in tutta la classe assennata e chiaroveggente, e, naturalmente, in tutto il popolo. Il motivo è semplice: il robespierrismo è la democrazia, e i due termini sono perfettamente equivalenti: dunque risollevando il robespierrismo, siete sicuri di risollevare la democrazia » (9) .

Sul nesso rivoluzione-dittatura-democrazia ritorna più volte, ossessivamente, Filippo Buonarroti ne La cospirazione per l'eguaglianza detta di Babeuf del 1828 (10) , che costituisce un'appassionata ricostruzione storica della figura di Babeuf, ma insieme una proposta strategica lanciata alle nuove generazioni democratiche e socialiste.
Scrive Buonarroti a proposito dei giacobini:

« Essi pensavano che la riforma dei costumi deve precedere il godimento della libertà; sapevano che, prima di conferire al popolo l'esercizio della sovranità, era necessario diffondere l'amore per la virtù, sostituire il disinteresse e la modestia all'avarizia, alla vanità e all'ambizione che mantengono guerra tra i cittadini (...) e strappare ai nemici naturali dell'eguaglianza i mezzi di ingannare, di terrorizzare e di dividere; essi sapevano che le misure coercitive ed eccezionali, indispensabili per operare un sì felice e radicale cambiamento, sono inconciliabili con le forme di una organizzazione regolare; essi sapevano infine, e l'esperienza ha fin troppo giustificato il loro modo di vedere, che stabilire, senza tali premesse, l'ordine costituzionale delle elezioni significa abbandonare il potere agli amici di ogni abuso e perdere per sempre l'occasione di assicurare la felicità pubblica » (11) .

Il cap. III de La cospirazione per l'eguaglianza ricostruisce le discussioni che impegnarono il direttorio segreto della congiura, composto da Antonelle, Babeuf, Debon, Buonarroti, Darthé, Lepelletier, Maréchal, sul tema: quale autorità sostituire all'autorità esistente? I membri del direttorio furono unanimi nel ritenere inopportuno restituire al popolo la sovranità che gli era stata sottratta dalla costituzione del '95 mediante l'immediata elezione, a suffragio universale, di una nuova convenzione.
Infatti, spiega Buonarroti,

« un popolo, così stranamente allontanato dall'ordine naturale, non sarebbe certo stato capace di fare una buona scelta, e aveva bisogno di un mezzo straordinario che potesse rimetterlo in uno stato in cui gli fosse possibile esercitare effettivamente e non fittiziamente la sua piena sovranità » (12)

Niente libere elezioni a suffragio universale dunque, ma « un'autorità rivoluzionaria e provvisoria, costituita in modo da sottrarre per sempre il popolo all'influsso dei nemici naturali dell'eguaglianza e da rendergli l'unità di volere necessaria per l'adozione delle istituzioni repubblicane » (13).
All'interno del direttorio segreto il dibattito si accese sulle « forme » specifiche che avrebbe dovuto assumere questo potere straordinario e provvisorio, destinato a gestire il periodo di transizione tra l'insurrezione vittoriosa e l'instaurazione definitiva dell'ordine comunitario.
Le proposte in discussione furono tre:

1. richiamare all'esercizio del potere il troncone di Convenzione 
costituito dai deputati montagnardi proscritti dopo il termidoro;

2.  proporre agli insorti parigini, che, in quanto più vicini al potere         tirannico, hanno sia il diritto di abbatterlo che quello  di sostituirlo         provvisoriamente, il conferimento di una autorità  straordinaria a «  un solo uomo incaricato della duplice funzione di proporre al               popolo una legislazione semplice e atta ad assicurare l '                     guaglianza e l'esercizio reale della sovranità e di dettare                  provvisoriamente le misure preparatorie capaci di disporre la             nazione a riceverla » (14). Le due figure rousseauiane, quella del            legislatore e quella del dittatore, si fondono in quella del dittatore        sovrano proposto da Darthé e Debon; 

3. affidare gli stessi poteri dittatoriali previsti da Darthé e Debon a un organo collegiale, in modo da evitare la difficoltà della scelta,          l'imbarazzante « somiglianza di questa magistratura con la                   monarchia » e il pericolo di eventuali abusi.

Il direttorio segreto, pur riconoscendo la bontà delle ragioni addotte in favore della dittatura personale,  si pronunziò per una forma di dittatura collegiale; Buonarroti, ritornando sul problema a più di trent'anni di distanza dai giorni della congiura, si dichiara convinto della maggiore efficacia politica della dittatura personale.

« Un'autorità forte e irresistibile è necessaria, a parer mio, non già per conservare, ma per instaurare l'eguaglianza in una nazione corrotta. E' da presumere che, se nell'anno
 Il o nell'anno III si fosse avuta l'accortezza di affidare ad un uomo della tempra di Robespierre la dittatura proposta da Debon e Darthé, la rivoluzione avrebbe raggiunto 
il suo vero scopo. (15)

Comunque il direttorio segreto deliberò di proporre all'approvazione delle masse insorte parigtne un'assemblea nazionale di 97 membri (16uno per dipartimento, naturalmente vagliati e scelti in anticipo in base alla conformità agli standard politici dei cospiratori.
Si trattava di un'assemblea nazionale non eletta dal popolo, ma insediata d'autorità dalla direzione babuvista e composta di elementi ideologicamente e politicamente omogenei ad essa; ciò nonostante il direttorio segreto decise che « compiuta la rivoluzione, non avrebbe cessato i suoi lavori e avrebbe sorvegliato la condotta della nuova assemblea »  (17).
Come sarebbe stata esercitata questa sorveglianza? Il direttorio nel regime post-rivoluzionario avrebbe monopolizzato sia il potere esecutivo che il potere di iniziativa legislativa (sottratto pertanto alla convenzione).
Per un paradosso non inconsueto nell'odissea delle rivoluzioni moderne, gli ultra-democratici Babeuf e Buonarroti, che contestavano la legittimità democratica della costituzione termidoriana e dei Consigli eletti sulla sua base, non seppero contrapporvi che un troncone di parlamento, non eletto dal popolo ma autocraticamente designato, amputato della facoltà di iniziativa legislativa e schiacciato da un esecutivo potente che non deve il proprio potere alla elezione ma ai propri meriti rivoluzionari.
Questo paradossale rovesciamento dell'ultra-democratismo in ultra-autoritarismo si verifica puntualmente anche a proposito della libertà di stampa: infatti Buonarroti, che denunzia appassionatamente le leggi duramente restrittive della libertà di pensiero e di stampa approvate dai Consigli nell'aprile del '96 (18quando passa a delineare i tratti della città babuvista ideale teorizza esplicitamente un controllo censorio permanente nei confronti di ogni libera espressione:

« ... Nessuno può esprimere opinioni direttamente contrarie ai sacri princìpi dell'eguaglianza e della sovranità popolare (...) non può essere pubblicato nessuno scritto che tratti d'una qualunque pretesa rivelazione (...) ogni scritto è stampato e distribuito, se i conservatori della volontà nazionale giudicano che la sua pubblicazione possa essere utile alla repubblica » (19)

La Cospirazione per l'eguaglianza era stata pubblicata nel 1828; nello stesso periodo, tra il '28 e il '29, neI quadro della neonata società segreta Il Mondo, deve essere stato composto il frammento che Armando Saitta titola Programma buonarrotiano per una rivoluzione  (20).
Trattandosi di un documento destinato a circolare solo all'interno della setta, il nucleo profondo della riflessione buonarrotiana sulla dittatura rivoluzionaria emerge in termini crudi e inequivoci.
Non è possibile « avoir la liberté le lendemain de l'insurrection »; il popolo, vittima dei préjugés e delle habitudes contratte nel corso di una lunga schiavitù, non è in grado di auto-governarsi, non sa riconoscere l'interesse generale, non si rende conto delle riforme necessarie e non può pertanto designare gli uomini adatti a proporle ed attuarle.

« ... il popolo è incapace sia di auto-rigenerarsi. sia di designare gli uomini che devono dirigere la rigenerazione (...) all'inizio di una rivoluzione l'autorità suprema non deve essere affidata alla scelta libera del Popolo... » (21)

Ma se il popolo è immaturo, vittima dei préjugés e delle habitudes, chi avrà il diritto di designare gli uomini a cui assegnare la suprema autorità rivoluzionaria?
Un 'élite di uomini « infuocati » dall'amore per l'eguaglianza e pronti a sacrificarsi per garantirne l'attuazione; questa élite dovrà « sostituirsi » provvisoriamente al popolo, ancora incapace sia di appercevoir la volontà generale che di la declarer.
Sarà compito di questa aristocrazia clandestina (costituita dagli affiliati alla setta Il Mondo) ricercare gli uomini « saggi e rari » capaci di reggere un così pesante fardello e convogliare su di essi al momento opportuno (« lorsque le moment sera venu ») il favore popolare in modo che sembri (« paroisse ») che il popolo li abbia eletti spontaneamente («de son propre mouvement »).
E nei Riflessi sul governo federativo applicato all'Italia (22Buonarroti, dopo aver confutato seccamente la auspicabilità di una soluzione federalistica (modello elvetico-statunitense) al problema nazionale italiano ed essersi schierato per la soluzione opposta, quella centralistica  (modello francese), si preoccupa di ribadire con insistenza didascalica il leit-motiv del suo pluridecennale magistero politico: è impossibile che un popoio, « già infetto dalle ricchezze e dal lusso », possa esercitare « realmente » la sua sovranità, per cui l'eliminazione delle diseguaglianze è condizione preliminare dell'esercizio « reale » della volontà popolare.
Una politica di radicale eliminazione delle diseguaglianze comporta però una congrua dose di violenza ed un « sommo rigore »  contro coloro che vi si oppongono, violenza e rigore chiaramente incompatibili con le forme costituzionali.
È necessaria pertanto una « autorità straordinaria » non designata dalle prime elezioni popolari, bensì per così dire auto-designata e composta da una élite di « partigiani savi e animosi della riforma ».
È evidentissima in queste argomentazioni la polemica con quegli esuli italiani in Inghilterra che facevano capo al generale De Meester e che, come riferisce Alessandro Galante Garrone (23) « proclama- vano il loro rispetto al principio della sovranità del popoio, e consideravano un inammissibile usurpazione autoritaria qualsiasi predeterminazione delle forme di governo e delle principali istituzioni politiche e sociali ».
Buonarroti non arretra nemmeno di un millimetro di fronte alle obiezioni dei suoi interlocutori politici, ed anzi così conclude imperterrito:

« ... il primo passo da farsi onde condurre bene una rivoluzione italiana, si è di porvi in piedi una signoria unica, rivoluzionaria e dittatoriale, cui venga addossato l'incarico di compiere la rivoluzione, di spianare tutti gli ostacoli, di stabilire l'eguaglianza, di preparare la nazione all'esercizio della sovranità, e finalmente d'erigervi le forme costituzionali fisse come l'ultimo scopo di detta straordinaria autorità » (24

Nel posteriore articolo Del governo di un popolo in rivolta per conseguire la libertà (25) Buonarroti completa e precisa ulteriormente la fisionomia del futuro regime di transizione.
Il « tempo di transito » non può essere « tempo di libertà ». Il potere rivoluzionario deve essere forte, imperioso, libero, invincibile, « forza libera da ogni vincolo e maggiore di qualunque intoppo ».
Nello « stadio di transito » l'avanguardia rivoluzionaria deve garantirsi il monopolio degli « uffizi » e sostituire le proprie « forti e salutari » opinioni alla libera opinione pubblica; gli avversari debbono essere « invigilati e contenuti », arrestati anche solo « per sospetto e presunzione », compressi dalla « tema ».
La « tema » appunto. Cioè il Terrore.
Ed è proprio il volto ferreo del Terrore che emerge dalla ricostruzione da noi proposta di tutti i frammenti di riflessione dedicati da Buonarroti alla dittatura rivoluzionaria.
Al « terrore del Terrore », che serpeggiava nell'opinione pubblica francese dell'età della Restaurazione, Buonarroti ha contrapposto una vera e propria « apologia del Terrore » (26).
Il Terrore non è per lui soltanto una tragica necessità storica inseparabile dalle conquiste della Rivoluzione (come per il filone storiografico che da Bailleul, in polemica con le tesi liberal-costituzionalistiche della De Staël, arriva fino a Thiers e Mignet), bensì è il pre-requisito paradigmatico di ogni rivoluzione efficace.
Senza dittatura e senza Terrore è impossibile la rivoluzione dell'eguaglianza.
Beninteso per l 'ultra-democratico Buonarroti l'apparato terroristico non può che essere provvisorio, destinato ad essere abolito come un'inutile suppellettile al termine dell'inevitabile periodo di transizione, una volta che siano state gettate le fondamenta di un regime effettivamente democratico.
Quando potrà essere smantellata la dittatura rivoluzionaria? Quando il popolo potrà esercitare, in tutta la sua pienezza, il diritto di deliberare sulle leggi?
Su questo punto cruciale il rigore analitico di Buonarroti si appanna, la sua riflessione si fa oscura e reticente.
Se nel cap. III di Cospirazione per l'eguaglianza la dittatura rivoluzionaria proposta da Darthé e Debon è una dittatura a termine, modellata sull'esempio dei Romani e di Rousseau (27), e infatti si parla esplicitamente di « limiti prefissi alla sua durata» (28) e di « fissare un termine alla nuova magistratura » (29), nel cap. IX sembra affacciarsi un'ipotesi di dittatura « pedagogica » pericolosamente indeterminata dal punto di vista temporale, che si estinguerebbe solo  « gradualmente e in relazione al progresso morale del popolo » (30).

« Si comprenderà facilmente - aggiunge infatti Buonarroti -  che Io stesso comitato insurrezionale non poteva (...) determinare preventivamente l'epoca in cui sarebbe terminato il compito del riformatore. Chi avrebbe potuto calcolare tutta la resistenza delle passioni atterrite? »  (31).

Queste ambigue formulazioni buonarrotiane rappresentano a nostro parere una sostanziale giustificazione ideologica della permanenza all'infinito dell'apparato dittatoriale.
Chi deciderebbe infatti circa l'avvenuta maturazione morale del popolo e il conseguente smantellamento dell'apparato dittatoriale? Deciderebbe inevitabilmente la stessa élite dittatoriale buonarrotiana.
Si assisterebbe pertanto allo spettacolo assolutamente inedito di una élite politica che si auto-definisce pleonastica e che pertanto si suicida.
Dire inoltre che la dittatura « pedagogica » cesserà solo quando il popolo avrà portato a termine il suo « progresso morale » e quando le sue « passioni » saranno spente non equivale forse a dire che il popolo entrerà in possesso della sua sovranità e della sua libertà solo nel caso altamente improbabile che si presenti come un corpo unanime intriso di valori comunistico-egualitari?
Se il dittatore buonarrotiano restituirà la libertà al popolo solo dopo l'estinzione di ogni divergenza e di ogni differenza (« progresso morale ») non finirà con il restituirla solo quando di « libertà » vera e propria non ci sarà più alcun bisogno?
In effetti Buonarroti, se costretto a scegliere tra la sovranità popolare e l'irreversibilità dell'assetto egualitario, non avrebbe dubbi.
Il popolo sovrano di Buonarroti è in realtà un sovrano dimezzato, amputato della facoltà di rifiutare il regime dell'eguaglianza.

Fausto Giani

I.  C. Schmitt, La dittatura, tr. it. di B. Liverani, Laterza. Bari, 1975. p. 112. (torna al testo)

2.   J.J. Rousseau, Il contratto sociale, tr. it. di V. Gerratana, Einaudi. Torino, 1966. I. IV. cap. VI. p. 164; il corsivo è nostro.  (torna al testo)

3. lbid., I. Il. cap. 7. p. 57.  (torna al testo)

4. C. Schmitt, La dittaturacit., p. 139.  (torna al testo)

5. J.J.  Rousseau. op. cit., Il. l.p.60.  (torna al testo)

6.C. Schmitt, op. cit., p.11.  (torna al testo)

7.  J.L. Talmon, Le origini della democrazia totalitaria, tr. it. Il Mulino, Bologna, 1967, p. 229.  (torna al testo)

8. F. Furet, D. Richet, La rivoluzione francese, tr. it. Laterza, Bari, 1974, p. 247.  (torna al testo)  (torna al testo)

9. Babeuf, Lettera a Joseph Bodson, in Babeuf, Il tribuno del popolo, a cura di C. Mazauric, Editori Riuniti, Roma, 1977, pp. 251-253; il corsivo è nostro.  (torna al testo)

10. F. Buonarroti, Cospirazione per l'eguaglianza detta di Babeuf, tr. it. di G.Manacorda, Einaudi, Torino, 1982.  (torna al testo).

11. F. Buonarroti, op. cit., cap. I, p. 24.  (torna al testo)

12. lbid., cap. III, p. 93.  (torna al testo)

13. lbidem.  (torna al testo)

14. Ibid., cap. III. p. 97.  (torna al testo)

15. lbid., cap. III, p. 97, n. 1.  (torna al testo)

16. Quando, ai primi di maggio del '96, gli Eguali si allearono con il comitato montagnardo, si decise di aggiungere all'assemblea dei 97 tutti gli ex-convenzionali proscritti dopo il Termidoro,  per cui la nuova convenzione sarebbe stata composta di circa 170 membri (ibid., V, p. 144).  (torna al testo)

17. Ibid., III, p. 98.  (torna al testo)

18.  Ibid.. III, p. 105.  (torna al testo)

19.  Ibid., VIII, pp. 209-210.  (torna al testo)

20. A. Saitta, Filippo Buonarroti, Ist. storico per l'età mod. e contemp., Roma, 1972, voI. II, app. D, lI, pp. 206-209.   (torna al testo)

21. Ibidern.  (torna al testo)

22, F. Buonarroti, Riflessi sul governo federativo applicato all'italia, Lachevardière, Paris, 1831, ora in A. Saitta, op. cit., vol. lI,  app. E, pp. 284-290.  (torna al testo)

23.  A. Galante Garrone, F. Buonarroti e i rivoluzionari dell'Ottocento, nuova edizione ampliata, Einaudi. Torino, 1972. p. 160.  (torna al testo)

24. F. Buonarroti, op. cit., in A. Saitta, op. cit ., voI. Il, app. E, pp. 289-290.  (torna al testo)

25. F. Buonarroti, « Del governo di un popolo in rivolta per conseguire la libertà», Giovane Italia, V (1833), pp. 39-51: ora in F. Della Peruta (a cura di), Scrittori politici dell'Ottocento. I. Ricciardi, Milano-Napoli, 1969, pp. 195.202.  (torna al testo)

26. A. Galante Garrone, « F. Buonarroti e l'apologia del Terrore », Belfagor, Il, n. 5 (1947), pp. 531-551.  (torna al testo)

27. J.J Rousseau, op. cit.  libro IV, cap. VI, p. 167: « Del resto, in qualunque modo questo importante incarico venga conferito, è necessario fissarne la durata in un termine brevissimo, che in nessun caso possa essere prolungato ».  (torna al testo)

28. F. Buonarroti, Cospirazione per l'eguaglianza, cit., III, p. 97.  (torna al testo)

29. Ibidem.  (torna al testo)

30. Ibid.. IX.  p. 224.  (torna al testo)

31.Ibid., p.225; il corsivo è nostro.  (torna al testo)


dal 1 agosto 2002
Filippo Buonarroti (Pisa, 1761 - Parigi, 1837)

Rivoluzionario francese d'origine italiana. Ebbe  fra i suoi antenati lo scultore Michelangelo. Fin dall'inizio della Rivoluzione Francese, fu un attivo propagatore delle idee nuove e molto vicino alle posizioni giacobine di Robespierre. Prese parte alla cospirazione degli uguali di Babeuf (1796) e da allora appoggiò un programma politico sempre più vicino alle teorie  comuniste.  Imprigionato, quindi liberato su intervento del Bonaparte, andò in esilio inizialmente a Londra e successivamente nel  vecchio continente dove visse un'esistenza errabonda e cospirativa all'interno di numerose società segrete. 
Del 1828 la sua opera più conosciuta, La cospirazione per l'eguaglianza detta di Babeuf  dove riflette sulla lontana e giovanile  esperienza rivoluzionaria

Jean-Jacques Rousseau
Gracchus Babeuf (1760-1797)
RIVOLUZIONE E DITTATURA
La giornata rivoluzionaria del 10 agosto 1792 in un dipinto d'epoca. 
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