(Anni precedenti - Aprile 2008)                                  >>>segue>>>segue>>>segue>>>
 
Stranezze aziendali. La cultura aziendale in Italia-
Dal sito”Dagospia” del 14 aprile 2008, dove leggiamo:
«A Palermo credevano che si girasse un film, ma quando hanno visto Alessandro Profumo insieme a Dieter Rampl, il presidente di Unicredit, che entravano al teatro Politeama con lo sguardo severo, hanno capito che si trattava di qualcosa di serio.
Dentro la bellissima sala costruita nel 1865 si sono ritrovati i 500 manager che rappresentano gli uffici legali di 22 paesi dove è presente Unicredit, e qui è avvenuta una scena memorabile che potrebbe far impallidire lo show napoleonico di Luca Luciani finito su YouTube. (Dagospia allude al clamoroso caso del top manager della Telecom che qualche settimana prima aveva esortato gli astanti ad una convention aziendale ad agire  strategicamente come Napoleone… a Waterloo!!!).
Sul proscenio è salito Marco Tagliaferri, il nuovo responsabile degli affari legali del Gruppo che aveva convocato a Palermo i rappresentanti degli uffici legali di tutte le società e delle branches italiane e straniere di Unicredit. All’inizio del suo discorso Tagliaferri ha invitato sul palco una ventina di manager ai quali ha chiesto di tirar fuori il loro biglietto da visita.
Con l’aria sorpresa e imbarazzata i poveretti hanno estratto dal portafoglio e dal taschino le loro credenziali senza capire il senso dell’esibizione, ma Tagliaferri con voce ferma ha esclamato: “adesso, stracciateli tutti, perché voi da oggi non appartenete più alla vostra società, ma fate parte di un solo Gruppo, il Gruppo Unicredit!”. A questo punto è stato il delirio: i 500 manager di Profumo, vestiti di grigio e pieni di entusiasmo, sono scattati in piedi ed è venuto giù il loggione come avviene a Palermo quando al Politeama va in scena “I Vespri siciliani”.
Ma la performance di Unicredit, accompagnata dalla canzone dei Beatles “Come together” e dagli interventi di Alessandro Cecchi Paone, non è finita qui. Dopo l’apoteosi del Politeama le truppe di Unicredit si sono divise in vari gruppi: una parte si è recata in località Terrasini dove hanno piantato fiori nei giardini comunali; per altri (soprattutto stranieri provenienti dalle sedi di Unicredit dell’Est) il destino è stato più crudele poiché in pullman sono stati trasferiti fuori città per zappare enormi buche per alberi e piante. Prima di sera sono tornati nei loro alberghi sudati e puzzolenti, ma con uno spirito di corpo totalmente rinnovato.
La prova durissima dei “team-building” è stata un successo indimenticabile. Una pagina gloriosa della cultura del management che da Telecom a Unicredit non finisce di sorprendere».
 
Si moltiplicano casi come questo succosamente riferito dal sito di gossip di D’Agostino. Chi timbra tutti i giorni il cartellino  nelle Aziende da un lato si compiace che questi fatti catturino finalmente  l’attenzione della stampa e dall’altra cade ancor più nello sconforto   allorché realizza  che difficilmente qualcosa cambierà nel proprio luogo di lavoro, e che,  passato il clamore e spentisi i riflettori  i cialtroni che si sono impadroniti di alcuni segmenti delle Aziende (Risorse Umane, Formazione, Marketing etc) continueranno nelle loro performance da Biennale Veneziana dei matti. C’è da starne sicuri: i vertici aziendali non muoveranno un dito e il popolo bue dei dipendenti continuerà a subire…
Perché tutto ciò avviene?  Per diverse ragioni. La prima è che la “cultura” aziendale (la scienza del management) nel nostro Paese è totalmente imported (per dirla con l’anglopovero dei fighetti); l’inesistenza di una disciplina autoctona  della conduzione aziendale, che nel nostro Paese non ha neanche una tradizione (tranne alcune esperienze tra gli anni ’60 – ’80 del secolo scorso presso l’Olivetti e la Fiat) e che non è una sciocchezza va detto subito, ha determinato la caduta dei controlli critici di fronte a tutto ciò che viene sdoganato dall’estero, soprattutto dal mondo anglosassone. Basta un manualetto di how do it comprato frettolosamente nelle edicole degli aeroporti per trasformare un idiota in un guru. D’altra parte nessun intellettuale serio si è curato di   “vedere il piatto” di certa cultura aziendale d’accatto, aggravando la carenza di una generale e stringente censura culturale.  In secondo luogo è franata verticalmente la vigilanza critica che una cultura media in senso lato (buoni licei, buone università, buona preparazione personale, buone letture) avrebbe consentito al top management  di arginare e rintuzzare le carnevalate di certi  cagliostri  che impazzano nelle Aziende. Il top management italiano rispecchia la   borghesia del nostro Paese, la più rozza e più illetterata d’Europa. Non legge, non si informa, ed è pronta a scambiare per genio un furfante. (Musil diceva che ciò nella sua Vienna non sarebbe mai accaduto, città proclive   a scambiare volentieri un genio per un babbeo, ma mai un babbeo per un genio!). In terzo luogo ci sono i soldi: dietro le  consulenze e  la formazione girano spesso le mazzette. In ultimo c’è la cocaina: ne gira tanta e determina il sibaritismo e il saturnismo delle nostre classi dirigenti. Il risultato è sotto i nostri occhi. Non ci resta che aspettare un libro che ci illustri la malafede e l’insufficienza di quest’altra casta: il top management italiano.

Due “passaggi a Nord Ovest”. Sulle conversioni
Sul Corriere di oggi 25 marzo 2008 abbiamo notizia di due spettacolari conversioni: quella di Magdi Allam  dall’Islam al cattolicesimo e quella di Chicco Testa dall’ambientalismo al nucleare!
Nelle strategie del cambiamento interiore analizzate qui, seppur  nelle forme del saggio sintetico, ho sottolineato che l’ex spesso diventa un anti (l’ex fumatore un anti fumatore, l’ex comunista un anti comunista); ciò avviene quando unitamente alla metanoia (al cambiamento interiore di paolina memoria) si innesta il processo di metamelestai (pentimento) (vedi Dictionaire de spiritualité, ad vocem). Nell’abbracciare la nuova fede il convertito (l’ex)  manifesta un particolare rancore verso il sé stesso di un tempo: l’ennemi antérieur diventa l’ennemi intérieur ed entrambi si scagliano   contro l’ennemi extérieur, che spesso altri non è che il gruppo di provenienza, dunque il sé stesso di una volta. Di più: i tre “nemici” altri non sono che figure del proprio io  affioranti di volta in volta  nel rito di passaggio  della vita individuale e nella   condizione liminale del soggetto interessato agli slittamenti progressivi della conversione. L’ex diventato anti è un soggetto che odia principalmente se stesso, il se stesso di una volta, che non riesce completamente a seppellire e che lo rode dentro (osservate Giuliano Ferrara, e avrete la rappresentazione icastica di quanto finora detto). Nel suo processo di conversione il convertito che si è pentito  mette in moto una dialettica, per certi versi così scontata, da lasciare allibiti ogni uomo che si è posto come principio di direzione della propria anima, non già quello di credere, ma quello di pensare. Ritengo che queste persone rimangano nell’intimo quello che erano (ossia dei “credenti”) e che cambino solamente di segno o di 180 gradi il proprio mondo interiore: dal segno più al meno. Abbiamo registrato nel passato passaggi a “Nord Ovest” davvero spettacolari: quelli che da Lotta Continua sono passati a Comunione e Liberazione ad esempio, dove sembra che ci sia stata una semplice inversione delle consonanti, da LC a CL, restando invariata la loro “personalità di base”: ossia quella di prevedibili  fideisti o di impudenti  narcisi (è il caso di Chicco Testa, cui qualcuno dovrebbe chiedere il conto di questo suo spettacolare révirement. Lui dice che il nucleare di 20 anni fa non è quello di adesso: e allora ci spieghi perché la Francia non si sia convertita al nucleare adesso, o perché non ha rinunciato al nucleare 20 anni fa? Perché non aveva un Chicco Testa, evidentemente).
 
Nel caso di Magdi Allam occorre anche richiamare la figura storica del giannizzero, che altri non era che il cristiano convertito all’Islam, e che i Saraceni utilizzavano sulle navi (come i  gurka nell’esercito inglese o il battaglione Sassari nell’esercito italiano),  nelle razzie delle coste italiane, proprio perché  erano degli ex diventati anti, particolarmente arrabbiati contro il proprio gruppo di provenienza.
Inoltre occorre legare la figura del convertito a quella per molti aspetti analoga del marginal man analizzata dai sociologi della scuola di Chicago: “(l’uomo marginale) è un ibrido culturale, un tipo di uomo che vive all’interno di una vita culturale e della tradizione di due diversi popoli e a essa partecipa intimamente (…) è l’uomo che vive sul confine di due culture e di due società che non si sono mai completamente fuse ed interpenetrate (…) vive in due mondi in entrambi i quali egli è più o meno uno straniero (…) l’uomo marginale è il primo cosmopolita e cittadino del mondo” (P Park, R. (1928), “Human Migration and The Marginal Man”, American Journal of Sociology, vol. 33. pp. 892-893).
Secondo Park, giustamente, questi uomini di frontiera, dinamizzano le società e sono fattori di crescita culturale. Ma occorre ricordare anche che  uomini marginali erano sia Napoleone, sia Hitler, sia Stalin. Il primo un corso che divenne un iper-francese, il secondo un austriaco, che divenne un iper-tedesco, il terzo un georgiano che divenne un iper-russo ( e tra l’altro era anche un ex seminarista!).
Sia l’uomo marginale che il convertito, nel diventare anti, rispetto al proprio gruppo di provenienza ( e dal quale viene sempre visto come un rinnegato, un apostata), spesso esagerano le forme della cultura di acquisizione, diventando ossia iper.
Ciò ricorda i transessuali (uomini marginali dal punto di vista sessuale) che una volta operatisi a Casablanca acquistano del modello femminile tutte le vistose esagerazioni: i fianchi ad anfora, la bocca postribolare, i tacchi a spillo: diventano ossia delle iper-femmine, acquistano del modello femminile l’ipertipo, che difficilmente vedreste nelle donne   al supermercato.
Da un fondamentalismo all’altro, insomma.

 
Berlusconi e le viscere degli italiani
Mentirei se dicessi che non sono angosciato all’evenienza, tutt’altro che remota oggi  20 marzo 2008,  che Silvio Berlusconi vinca le prossime elezioni e governi il mio Paese per altri cinque anni. Sull’uomo s’è scritto tutto o quasi tutto. Ma su una cosa non si è insistito abbastanza: che egli  interpreta il fascismo endemico degli italiani. Un fascismo non più politico, o meglio (anzi peggio), pre-politico, estetico, morale, antropologico, ma consustanziale al “carattere degli italiani”, che trova proprio nel fascismo la sua base morale.  Il fascismo non come “rivoluzione”, ma come “rivelazione”, che rivela gli italiani a se stessi. Nell’attuale congiuntura politica ci viene detto da molti pulpiti:  “basta con questo antiberlusconismo ossessivo e inconcludente”, “basta con la fissazione di contrastare un uomo e di aggregarsi contro qualcuno e non per qualcosa”. Ora, a me pare evidente che almeno in un periodo della nostra storia, la Resistenza, gli italiani (non tutti, ma una significativa minoranza, ché i bigi ci sono sempre stati e sono rimasti a guardare come si svolgeva la battaglia) di diverso orientamento politico e ideale, monarchici, socialisti, azionisti, cattolici, si sono uniti non per, ma contro qualcosa, il fascismo, avendola vinta, fortunatamente. Cosa c’è di “poco politico” nel coalizzarsi contro un nemico, quando esso porta tutti i segni di una minaccia che può rivelarsi devastante per il nostro futuro collettivo?. C’è solo da ripetersi ancora, per essere più chiari: Berlusconi è una minaccia per il nostro Paese? Io dico di sì. Unirsi per farvi fronte è dunque una attività segnatamente politica.
Ma non succederà: pochi vedono ormai   Berlusconi come una minaccia incombente: l’abbiamo già sperimentato e non è successo niente, davvero, nel senso più tragico del termine; non si è avverata peraltro la profezia di  Montanelli che vedeva una disintossicazione degli italiani dopo un quinquennio. No, Berlusconi ha preso le viscere degli italiani e le torce a suo piacimento. Agli italiani sta bene così, pare. A me no. Ma cosa posso fare io che ho a disposizione solo un voto? Ho visto che solo uno choc collettivo può portare i connazionali a snebbiarsi dall’infatuazione per un capo, che in questo caso interpreta il fascismo possibile dei giorni nostri: quello videocratico. Questo choc scattò sotto il fascismo politico quando il duce li portò con le scarpe di cartone nelle sabbie dell’Africa o nelle nevi della Russia. Ma ci si può augurare il disastro del proprio Paese? No, di certo: da qui l’angoscia, la rabbia e l’impotenza.
 
Movimenti ed istituzione nella Chiesa Cattolica
È morta Chiara Lubich: un’emerita sconosciuta per molti, e anche per me. Che ai suoi funerali, celebrati con cerimonia solenne nella Basilica di San Paolo  fosse presente, però, il gotha della gerarchia ecclesiastica e una significativa rappresentanza del nostro establishment politico ed economico, ha indotto molti a interrogarsi sul rilievo sociale che una donna  apparentemente umile - non solo evangelicamente (la vediamo nelle foto che sono tutti i giornali) e mai apparsa peraltro alla ribalta dei media-, realmente avesse. Questo rilievo, apprendiamo, è enorme: Chiara Lubich è infatti la fondatrice del movimento cattolico dei “focolarini”, presente, dicono, in settanta paesi del mondo, e con un seguito di circa sei milioni di aderenti e/o simpatizzanti.
Quanta incidenza abbiano i movimenti cattolici all’interno dell’istituzione Chiesa cattolica è un fatto su cui vorrei richiamare l’attenzione, per la semplice ragione che rivela una speciale dialettica che l’istituzione-Chiesa intrattiene col popolo dei fedeli da molti secoli.
Fin dal Medioevo infatti, e precisamente dall’avanzata impetuosa dei movimenti ereticali, la Chiesa, di fronte alle continue emorragie di fedeli sottrattile dalle eresie, ha escogitato un meccanismo saggio e gesuitico (nel più alto senso del termine)  nell’assicurarsi stabilmente ogni insorgenza non controllabile di quel moto dell’animo e della mente che è la fede religiosa. La fede è una delle idee più forti che possano irretire un individuo  e perciò  uno di quegli elementi della psiche individuale (e collettiva) più esposta alla fluctuatio animi. Se la fede fosse vissuta solo nel foro interno, non esposta all’altrui visione, sarebbe quieta e senza estremismi: un fatto destinato a non uscire dal perimetro interiore e a restarci. Nel momento in cui è anche “opere” (un fare pubblico) si sottopone alla competizione mimetica, e dunque   all’ingigantimento, al parossismo di “chi crede di più al buon Dio” o alla Madonna, o ai Santi. Ciò non può che scatenare  la surenchère  dei credenti, e innescare fatalmente la  deriva estremistica che potrebbe giungere – come nei movimenti ereticali nei fatti giunse – alla competizione diretta con l’istituzione ecclesiastica. Grundmann nel suo  libro sui Movimenti religiosi nel Medioevo, Il Mulino 1982, argomentò che la “trovata”  di Innocenzo III,  attuata prima verso il movimento pauperistico di Francesco d’Assisi e successivamente verso quello di Domenico di Guzmán, fu quella di assegnare loro una “regola” (che per certi aspetti è una contraddizione in termini) ma nel contempo quella di incardinare i movimenti in un “ordo” ecclesiale, col doppio vantaggio di rendere sempre reviviscente il sentimento di fede, ma nello stesso tempo di tenerlo sotto controllo. Alberoni, che per primo studiò i movimenti e le istituzioni,  avrebbe potuto dirci qualcosa di più argomentato su ciò che io tento di afferrare: ci avrebbe detto ad esempio che la Chiesa è riuscita ad arginare la forza esplosiva dei movimenti allo statu nascenti dentro l’Istituzione; anzi per dirla col suo linguaggio più noto è come se l’istituzione matrimoniale (l’amore) riuscisse a tenere sempre viva la fiamma dell’innamoramento (il movimento allo statu nascenti). Una specie di filtro magico, per certi aspetti. Che la Chiesa ci sia riuscita ci spiega che la sua bimillenaria sopravvivenza sia dovuta non già dall’assistenza dello Spirito Santo, ma a qualcosa di molto più “miracoloso”: la capacità di saper leggere nell’animo umano e nel saper far tesoro delle lezioni della storia.
 
Il dramma di Alberoni (e il processo di consacrazione degli intellettuali italiani)
Sono un assiduo lettore dell’articolo settimanale del lunedì sul “Corriere” di  Francesco Alberoni. Apprezzo il suo intento di sminuzzare le sue conoscenze e di stabilire un dialogo con le grandi masse di un quotidiano, e comunque il suo desiderio di colloquiare di cose serie con un linguaggio accessibile, lontano dagli specialismi e dai mandarinismi tipici degli intellettuali italiani. Certo, a volte l’omelia del lunedì si concede certi incisi allusivi e fuggevoli, che qui riassumo con mie parole, del tipo: “Non sono d’accordo con la teoria del desiderio triangolare di Girard”, e qui si vorrebbe bloccare il prof con un pressante «Come, come, ci spieghi professor  Alberoni perché non è d’accordo con Girard?» che lui è già in fuga a  sminuzzare per l’ennesima volta la sua teoria-tormentone dell’innamoramento-amore. Insomma,  è già passato più  oltre. ( “A più oltre!” verrebbe voglia di urlargli dietro come Manfredi a Stefano Satta-Flores nell’indimenticabile  e struggente film di Ettore Scola  “C’eravamo tanto amati”).
Ma tant’è: il dialogo con “l’inclita guarnigione” – che, ripeto, è intento che  non aborro, tutt’altro - spesso avviene  a discapito del “colto pubblico”, se tra questo ho titolo a prender   posto.
(Vedi con la ricerca on line dell’Archivio del beneamato "Corriere" l’ articolo del Nostro che sono riuscito a rintracciare: «Gelosia, un' arma per conquistare. O per restare soli», "Corriere" del 30 giugno 2003. Il passo da me malamente ricordato poc'anzi, è il seguente: «René Girard spiega in questo modo l' innamoramento: io amo solo ciò che appartiene a un altro, il rivale. Sbaglia. Queste sono solo infatuazioni competitive. Il vero innamoramento non ha bisogno di un rivale contro cui combattere e diventa più forte e duraturo proprio quando è certo di essere ricambiato».  Per la teoria del desiderio mimetico di Girard, che certamente non si può liquidare in due colonne di giornale, vedi la mia pagina web qui e per un profilo di René Girard vedi quest’altra pagina web).

“Conosco” (nel senso che io conosco lui e lui non me) Alberoni da  più di trent’anni, esattamente dal 1975, quando insegnava Sociologia all’Università di Catania e io ero uno studente di Lettere e Filosofia di quella Università un po’ secchione, che aveva inserito nel proprio massacrante piano di studi anche “Sociologia” (un insegnamento “fondamentale” inserito al posto di uno “facoltativo”),   insegnamento che seguivo a Scienze Politiche in Via Reclusorio del Lume.
In quegli anni Alberoni aveva ancora tutti i capelli, o  meglio aveva uno straordinario riporto che assestava sulla crapa pelada e che teneva stabile con un berretto  che   non toglieva neanche al coperto, apparendo piuttosto buffo  come Charbovary al suo ingresso in aula nella prima pagina di Madame Bovary, di Flaubert.
Proveniva da Trento, dove era diventato celebre (leggere il libro, dove Alberoni è ampiamente citato, di A. Ricci I giovani non sono piante. Da Trento 1968 a Bologna 1977: inchiesta sui protagonisti delle "giovani generazioni. Sugarco, 1978) ed era stato spedito  in provincia da chissà quale mena accademica  come Gastone Manacorda negli stessi anni, e come anni prima Carlo Muscetta, Galvano Della Volpe e Giacomo De Benedetti, in attesa che si liberasse una cattedra in Continente, suppongo.
Dico queste cose non solo per il gusto dell’aneddoto, ma soprattutto per sottolineare con queste notiziole su intellettuali fuori sede - e alle prese con una Sicilia arcaica  dove i bidelli parlavano ad alta voce in un cavernoso dialetto pieno di “u” come un lavandino sturato e per nulla simpatici come appaiono oggi nei romanzi di Camilleri - il destino cinico e baro di non pochi intellettuali italiani in rapporto all’Accademia, destino che non è estraneo alle cose che dirò fra breve.
 
Ricordo che mi colpì subito la sua parlata continentale – dopotutto ero abituato a sentire filosofi cattedratici etnei  esordire col fatidico “Uoggi vi pallerò da’ toria do’ superamentu di Jeghel” e che non rinunciavano alla pronuncia retroflessa del tipo “Condanniamo Trifilò Francesco ad anni tre e mesi quattro di reclusione” neanche sotto tortura – ma soprattutto fui colpito, se riesco ad uscire dal bozzettismo siculo in cui mi sono cacciato, dalle cose che diceva.
E cosa diceva Alberoni in quegli anni?  Dopo aver studiato la moda e  i crazies, ovvero le follie collettive (vi ricordate quei giochi stagionali di massa quali i cerchi  Hula hoop o le palline che si sbattevano l’una all’altra e che se scappavano dal ritmo impressole rompevano i polsi, o più tardi il  freesbee?) e dopo aver brillantemente prefato il saggio di Neil J.Smelser   Il comportamento collettivo, Vallecchi 1968, e scritto qualche saggio di cui ricordo Classe e generazioni (1971), Alberoni ci parlava dei movimenti collettivi,  e soprattutto dello statu nascenti, ovvero di quel momento di germinazione che coglie   qualsiasi movimento collettivo al suo nascere; argomento questo che allora era raccolto in una dispensa che occorreva comprare fotocopiata presso quei bidelli, quelli della “u” del lavandino (vi rendete conto adesso che cosa voleva dire pretendere di insegnare e studiare nella  Sicilia di “Montalbano sono”?).
Orbene, lo statu nascenti di quello speciale movimento collettivo a due che è la coppia, è proprio l’innamoramento; ma nella nostra dispensa non occupava che due righe. Di lì a qualche anno   quelle due righe sarebbero diventate Innamoramento e amore, (Iª ed. 1979),  un successo planetario.  
 
Ciò che colpiva nella teoria di Alberoni, che qualche anno dopo avrebbe raccolto le sue ricerche nel saggio accademico edito dal Mulino Movimento e istituzione, 1981 (fuori catalogo e non più ristampato), era questa rete concettuale che coglieva in un un’unica interpretazione, ardita ed affascinante, sia gli anabattisti che i gruppi marxisti del ’68; sia le folle che la coppia, anch’essa ritenuta un movimento “collettivo”. Insomma Alberoni, aveva elaborato una teoria, acuta ed affascinante, su quel  momento del divenire sociale che coglie i movimenti nel suo nascere e nel suo solidificarsi successivamente in istituzione.
Non voglio entrare nel merito della fecondità euristica del modello alberoniano: non ne ho le sufficienti conoscenze. Voglio portare la vostra attenzione sul fatto che nell’arco di un biennio (1979-1981, data delle sue pubblicazioni più divaricanti dal punto di vista dei “lettori impliciti” di riferimento)  l’intellettuale Alberoni s’è trovato davanti ad un bivio, un dramma voglio credere: la ricerca accademica, la pubblicazione specialistica, da un lato, seguendo magari le tracce di un  Pierre Bourdieu o di un Edgar Morin, e dall’altro il contatto con il grande pubblico, attraverso l’intervento sui giornali e la redazione di libri di facile consumo popolare. Alberoni scelse la seconda strada che invece fatalmente lo mise sulla scia di un Coelho. Per opportunismo direte voi. No, non sono del tutto d’accordo. Certo, poteva proseguire la strada oscura e ingrata («Lo studio è fatica alla carne», dice la Bibbia) della ricerca e della pubblicazione specialistica. In Italia abbiamo avuto accademici di vaglia, penso a Franco Venturi, a Walter Maturi, Renzo De Felice, Paolo Rossi, Eugenio Garin. Ma parliamo di storici e di storici della filosofia. Gente seria dal sedere durissimo di ricercatori instancabili. In  Sociologia nessuno, nemmeno Ferrarotti (non parlo di Domenico De Masi) ha seguito una démarche intellettuale paragonabile a quella di Bourdieu, Morin, lo stesso René Girard (intellettuale francese ma americano per il lato accademico). Ossia quello della saggistica di qualità.
Perché mai avrebbe dovuto farlo Alberoni?
 
Il dramma (se di dramma si tratta, e io credo di sì) non è di Alberoni ma di buona parte dell’intellighenzia italiana, riassumibile in alcuni punti sintomatici:
1) non c’è nel nostro Paese, o non si è ancora formato, un pubblico attento e curioso che possa decretare il successo di una saggistica di qualità. Negli altri paesi dell’Europa fredda o nel mondo anglosassone, questo pubblico è costituito da quadri professionali, dirigenti, professionisti. È allarmante dover constatare, da dichiarazioni pubbliche rese, che manager come Tronchetti Provera, si dichiarino piuttosto lettori accaniti di Coelho. Ma temo che così sia, che il must dell’intellettuale di riferimento per quei manager che leggono, quelli che leggono s’intende, sia proprio Coelho.
2) Mancano in Italia le istituzioni culturali che possano integrare, promuovere, gratificare le intelligenze creative. Non ci sono le Alte Scuole (Collège de France, Institut, École Normale Supérieure, etc) o le grandi Università anglosassoni e tedesche dove avviene il meccanismo di “consacrazione” dell’intellettuale (rubo questo termine ad una osservazione incidentale di Pierre Bourdieu, contenuta in Homo Academicus). Insomma un intellettuale adeguatamente stipendiato, accudito e coccolato da una grande istituzione culturale (penso al nostro Sraffa a Cambridge) dove trova  il suo riconoscimento sociale e la sua gratificazione personale.
 
Come avviene invece in Italia la consacrazione di un intellettuale? Come avviene la sua gratificazione (non solo economica, ma proprio pubblica, sociale, che dovrebbe bastare a chiunque abbia profondamente meditato nell’intimo che “non di solo pane vive l’uomo”, e tanto più un intellettuale)?.
In Italia, mancando quei due fattori enucleati sopra, si viene conosciuti e pubblicamente riconosciuti, solo quando si conquista una rubrica con fotino presso i quotidiani o i settimanali, ovvero quando si viene invitati per una comparsata in televisione, intervistati magari per dire delle ovvietà, dove il proprio carico di scienza è assolutamente superfluo per le cose che si viene chiamati a dire. La terza alternativa è data allorché l’intellettuale, “straniero in patria”, è costretto a fare la propria fortuna all’estero (penso a Giovanni Sartori).
Da qui la relativa miseria di molta produzione scientifica italiana (nel campo delle scienze umane che meglio conosco, e aggiungo che nelle Università del Sud la situazione – in termini di rendimento dei cattedratici - è al limite del grottesco) e da qui la scappatoia presa da molti intellettuali, quali Alberoni, che hanno preferito l’incontro con le grandi masse a discapito della produzione scientifica. Peccato, perché quella intuizione alberoniana su "Movimento e istituione" era davvero brillante, e chissà quali esiti scientifici avrebbe potuto avere. È stata nei fatti lasciata a se stessa, e quel volume di “Movimento e istituzione” non è stato più rieditato.
Se questo non è un dramma, come altrimenti definirlo?


Francesi e italiani
In una corrispondenza da Parigi, dopo le elezioni amministrative che hanno penalizzato la destra, Massimo Nava attribuisce alla eccessiva sovraesposizione mediatica del presidente Sarkozy la battuta d’arresto. Il giornalista trae da questo fatto alcuni spunti per allargare la prospettiva su alcuni aspetti della società francese. («il Gossip nell' Urna», Corriere, 10 marzo 2008)
« I francesi, che si credono razionali, si sono scoperti passionali come gli italiani. Pronti a passare dall' entusiasmo alla depressione come il cielo mobile di Parigi porta sole e nuvole nere nella stessa mattinata. Non vogliono un presidente monarca, ma continuano ad amare l' idea della monarchia: decapitano chi abita i palazzi del potere, ma continuano a custodire le apparenze come una reliquia. Criticano la distante sacralità dell' Eliseo, ma s' imbarazzano se il presidente si mescola fra la folla e parla come al bar. Adorano la Rivoluzione, ma non i rivoluzionari. Si aspettano le riforme, ma guai a metterle in pratica senza rispettare corporazioni, sindacati, associazioni. Sono permissivi e sessualmente aperti, ma non applicano gli stessi criteri al presidente, al quale rimproverano di non rispettare la “tradizione”».
Il tema un tempo mi ha appassionato. Visitando la Francia diverse volte (mentalmente la visito ogni giorno però, perché novanta volte su cento mi ritrovo con il libro di un francese in mano) ho avuto modo di riscontrare che la dialettica nel corpo sociale tra movimento e istituzione (per dirla con Alberoni), tra ieratica istituzione e incandescente movimento vorrei precisare, è palese, e riscontrabile in ogni dove. Fino a poco tempo fa, ad esempio la metropolitana parigina aveva una 1a classe! Vi immaginate la mattina la torma dei pendolari che nella calca doveva evitare le carrozze  di prima, solitamente meno affollate! Eppure succedeva: evidentemente “dietro” un fenomeno di questo genere di piccola vita sociale, c’era qualcosa di più solido e duraturo. Sicuramente   un controllo dell’amministrazione della metropolitana in grado di multare i contravventori; sicuramente l’introiezione di una norma amministrativa; sicuramente l’esibizione di una “distinzione” del ceto benestante; sicuramente il suo desiderio di non mischiarsi con la pupulace.
La dialettica nel corpo sociale francese tra élite e masse e molto forte: nel senso che sono forti socialmente sia l’una che le altre, sia l’aristocrazia che i sanculotti, i quali di volta in volta si contendono la scena sociale. Forte è la rabbia dei sanculotti (che possono essere oggi anche i camionisti), altrettanto forte è la reazione del pouvoir.
Tutta l’intellighenzia francese è polarizzata attorno ai due protagonisti della lotta sociale. Destra e sinistra non sono una marmellata di idee trasformistiche, ma un riflesso mentale della grande lotta  che si recita nel  teatro sociale.
Attorno alla formazione di una élite, da sempre in Francia si combatte una lotta che non è solo politica, ma ideale e finanche amministrativa (con tutto il carico sociale e politico che il droit administratif comporta).
Evidenti sono gli intenti polemici che in Francia l'intellighenzia riserva ai meccanismi di formazione e selezione della propria classe dirigente, o alla presenza invadente e pervarsiva dello Stato in tutti i gangli della Società. È singolare rimarcare che da Paul Nizan a Pierre Bourdieu vivo è il un malumore antiistituzionale. Sono tutti Normalisti ma odiano l'Ecole Normale. Ma è 'normale' verrebbe voglia di dire. Più un'istituzione è potente più suscita odi, perché è difficile entrarci, perché è difficile uscirne, soprattutto mentalmente. Ciò crea anche una vivace dialettica nel corpo sociale. Avercela dunque una Grande Monarchia per contrapporle, con una Rivoluzione, una Grande Repubblica; avercela una superciliosa Académie Française per contrapporle una grande Bohème; un Grande Romanzo per dar luogo all' Antiromanzo etc. Le Istituzioni suscitano i Movimenti e dinamizzano la società, più forti sono le prime più incandescenti sono i secondi. Ma nessuno è contento in questo basso mondo, nemmeno gli intellettuali parigini. Si vorrebbe allora ricordare a costoro che se nell' Esagono sono i boriosi tecnocrati fuoriusciti dalle Alte Scuole a dettare i destini della nazione, che , se sarà vero che lo Stato soffoca ogni respiro della Società, si accetti almeno il fatto che il sistema di formazione della classe dirigente tramite le Alte Scuole è da preferire al sistema dello Stivale dove l'élite si forma per cooptazioni familistiche o peggio sotto la protezione di organizzazioni occulte massoniche o di organizzazioni palesi, ma corporative, quali gli Ordini, Collegi, gli Albi, i Sindacati, etc, e che la vigilanza di uno Stato con tutta la sua grandeur e presenza ossessiva è da preferire ad uno Stato assente come un neghittoso latifondista che lascia marcire le proprie opere d'arte negli scantinati dei musei. Tutto ciò ha anche una scioccante traduzione visiva, allorché sintonizzandosi su un TG italiano, si assiste in un servizio da Parigi all'inaugurazione d'imponenti opere come il grand Louvre , voluto dalla discutibile 'sindrome del faraone' del presidente francese, mentre il servizio successivo informa, dall'Italia, sulle indagini giudiziarie sul brigante siciliano di turno. Insomma ogni Paese ha le sue 'ossessioni', il retaggio storico gioca brutti scherzi a tutti; ma se la Francia s'interroga sulle persistenze monarchiche nel sistema repubblicano, da noi, è disperante constatare che siamo ancora ai briganti, ai pugnali e ad i veleni, come ai tempi di Stendhal e della de Staël!. Senza tacere il fatto che  le Alte Scuole, come annota Sabino Cassese  (Lo stato introvabile, Modernità e arretratezza delle istituzioni italiane, Roma 1998) , «hanno alimentato, nello stesso tempo, democrazia e formazione delle élites. La prima perché, grazie ad un sistema di selezione degli allievi basato sul merito, le scuole sono state un metodo per consentire l'accesso ai vertici dello Stato anche a chi, avendo il talento non possiede  altri mezzi di fortuna. La seconda perché, grazie alla mobilità stabilitasi tra i vertici amministrativi, quelli politici e quelli economici, si è così prodotta una 'noblesse d'Etat' che ha avvantaggiato non solo l'amministrazione, ma anche la politica e l'economia (sia pur producendo qualche incoveniente, ma minore rispetto ai benefici)».
 
 
 
 
Familismo italiano
A proposito delle candidature del PD in vista delle prossime elezioni, zeppe di portaborse, figli di e mogli di, stupisce per impudenza quanto riportato dal Corriere del 6 marzo ("Franceschini: le liste? Giovani e volti nuovi") 
il commento di Dario Franceschini, vicesegretario del PD medesimo: «Si tratta di critiche ingenerose». Portando l' esempio di Andreotti (già collaboratore di De Gasperi), di Casini e Bonaiuti, entrambi provenienti dagli staff. E se è stata candidata la figlia dell' ex ministro Cardinale, ribatte: «Anch' io sono figlio di ex parlamentare e lo sono D' Alema, Mattarella, La Loggia, La Malfa...».
Ossia, difendere il familismo in nome del familismo.
 
Classe digerente/dirigente
Registro un acuto intervento di Giuliano da Empoli (“I tecnici italiani? Bravi, competenti e privi di curiosità”, Il riformista del 3 marzo 2008)  sulla formazione e le competenze della nostra classe dirigente. Sostiene che in Italia non c’è un tecnocrate alla Jacques Attali il quale negli ultimi decenni oltre a proiettarsi sulla scena della gestione del potere ha avuto il tempo di pubblicare qualcosa come dodici saggi che vanno dall’attualità di Marx al significato della metafora del labirinto più sette romanzi, una pièce di teatro e un libro di racconti per bambini. E aggiunge «In Francia, la curiosità intellettuale non è considerata un handicap, per un “tecnico”. Puoi essere un consulente aziendale potentissimo, e scrivere libri su Spinoza e su Luigi Napoleone. Puoi essere un esperto di welfare, e appassionarti ai viaggi di Joseph Conrad, o alla storia di Venezia. La cosa, è chiaro, non ha solo aspetti positivi. Il rischio è che i prodotti di questa varietà siano discontinui, talvolta francamente mediocri. Essi, però, testimoniano di una genuina curiosità intellettuale: del desiderio di continuare a divertirsi con le idee, anziché limitarsi ad amministrarle come un condominio.
In Italia, al contrario, i tecnici sono per definizione, gente priva di curiosità. O meglio, gente la cui curiosità deve essere confinata all’interno di un ambito cognitivo il più ristretto possibile: le politiche del lavoro, la scienza delle finanze, il regime di concorrenza tra operatori di telefonia mobile. Altrimenti il rischio è di cadere nel “giornalismo”: l’insulto supremo per una casta di professionisti dell’angustia mentale che bolla come dilettantismo qualunque tentativo di attraversare le barriere ignifughe della burocrazia accademica.
Il risultato è che i tecnici italiani, per quanto competenti e autorevoli, tendono a ragionare in astratto, proprio allorquando sono convinti di stare producendo il massimo sforzo di concretezza possibile».  E ciò in quando «nel  mondo reale, i problemi sociali e politici non esistono nel vuoto pneumatico di una provetta di laboratorio. La vera concretezza non è quella che tiene conto della reale infinita delle interrelazioni, non quella che affronta tutte le questioni come se fossero equazioni matematiche da risolvere a tavolino».
 
Insomma parrebbe dire da Empoli, non basta l’esprit de geométrie occorre anche l’esprit de finesse in un mondo come il nostro.
Guardare alla Francia da cui pure, col modello cavourriano, abbiamo mutuato tutto l’assetto statale, dal Consiglio di stato  alla Corte dei conti, dalle Prefetture al Consiglio Superiore della Magistratura, ma da cui non abbiamo mai preso il meccanismo – feroce  e forse classista – della formazione di una élite (termine francese!) attraverso le Alte Scuole (l’unica che abbiamo, la Normale di Pisa l’ha fondata un francese, Napoleone) è un monito che attraversa talora le nostre coscienze più avvertite. Abbiamo rinunciato alla formazione di quella Noblesse d’Etat che fa l’ossatura della tecnocrazia francese e della loro straordinaria Fonction publique. Occorre rammentare, a tal proposito, che il successo degli Impressionisti in Francia fu determinato dall’apprezzamento e dagli acquisti di oscuri e generosi funzionari del Ministero delle Finanze o di Consiglieri di Sato? Rammemorare che al vertice dello Stato francese o negli alti ranghi dell’Amministrazione spesso trovi  romanzieri di vaglia e intellettuali sopraffini?
(Per approfondimenti si rimanda al libretto di Felice G. Rizzi, L'élite amministrativa francese. Competenza contro clientelismo, Arethusa Editrice, s.i.d).

In Italia la formazione di un’aristocrazia legittima attraverso il meccanismo della selezione pubblica e l’accesso alle Alte Scuole è clamorosamente mancato per diverse ragioni che vanno dal perenne disordine amministrativo scaturito dal compromesso Nord/Sud sulla formazione dello stato unitario, alla “distrazione” consapevole di una classe politica che ha sempre preferito tenere sotto scacco la burocrazia e impedire che diventasse forte, consapevole e imparziale (art.97 della Costituzione) al fine di poter meglio “manovrare” per interessi clientelari; o al potere di interdizione di un sindacato che spesso si è sostituito alla élite amministrativa prendendone semplicemente il posto, talché oggi non è infrequente trovare ai vertici di imprese statali o articolazioni governative ex sindacalisti, che con un semplice roteare di mantello vedi  passare da una parte all’altra del fossato.  Da indiani a cow boy dans l’espace d’un matin!
È stata così debole la formazione della nostra classe dirigente  che da noi è successo che, nelle maglie sempre più larghe di un’Amministrazione nel frattempo diventata  imbelle, collusa, corrotta,  si sono infiltrati tutti quei faccendieri (termine così italiano, da commedia dell’arte quasi)  che riempiono le cronache (da Flavio Carboni a Pio Pompa!) indizio però della crescita, all’interno delle organizzazioni formali, di organizzazioni informali, occulte,   che tutto vogliono e tutto possono. Il risultato è questa classe digerente (come la definiva ironicamente Raffaele La Capria); altro che una Bildungsburgertum, una borghesia dell’anima, che sappia discutere di accise e di spalmatura del colore sulle tele  con eguale competenza, che sappia coniugare “l’anima e il prezzo del carbone” per dirla con Musil. C’è questa poltiglia di improvvisatori, di orecchianti, di mestieranti, su cui poi cadono, nel vuoto della funzione pubblica,  nel disordine perenne degli apparati disossati da decennali pratiche clientelari, nel vociare indistinto e ideologico di questo e di quello, problemi gravissimi e annosi: il funzionamento delle poste, delle ferrovie, dei trasporti pubblici, delle aziende ospedaliere, della raccolta dei rifiuti…
(Ma poi non è sempre vero che i nostri tecnici non si interessano di arte: chi non ricorda il magistrato Diego Curtò, che “Mani Pulite” svelò essere oltre che un magistrato corrotto, anche un fine poeta…? E non è forse vero che sia Veltroni che Franceschini hanno abbordato il romanzo?)
 
Poliziotti idealisti?
Il metodo logico-sperimentale è nato in Italia con Galilei. Ma tutta la cultura filosofica italiana non se n’è avvalsa. Potremmo dire che la civilizzazione culturale italiana, sia nel senso comune come nei piani alti della cultura, ha profondamente disatteso, quando non osteggiato, il metodo galileano, sfociante nei suoi esiti ultimi nel razionalismo critico. Anche facendo una ricognizione a volo d’aquila, non è difficile affermare che la cultura italiana, ha ignorato l’empirismo (pilastro portante della cultura anglosassone) e puntato tutto sull’idealismo. Ma anche qui, una specie particolare di idealismo: non quello di derivazione cartesiana, potremmo dire un idealismo razionalistico, ma proprio idealismo assoluto: una forma particolare di spiritualismo concettoso, di cui Croce e Gentile sono stati i principali propagatori ( raccordandosi  peraltro alla tradizione filosofica degli  Spaventa, Rosmini etc). Da qui la svalorizzazione delle scienze sociali (poggianti su pseudo-concetti secondo Croce). Questo penchant della cultura italiana è stato esiziale, come non è difficile rilevare, per tutto lo sviluppo delle scienze sociali, e ha fatto sì che la sociologia, l’economia, la criminologia, finanche la direzione aziendale (la scienza del management) etc coi loro metodi logico-sperimentali fondati sull’induzione e sui case-studies, abbiano stentato nel nostro Paese ad affermarsi come forma di indirizzo mentale diffuso e pratica corrente nel panorama culturale nel suo complesso. Ha prevalso l’idealismo deduttivo, la costruzione di grandi sistemi ideali, e il misconoscimento della valutazione razionalistica del mondo dei fatti nella loro dura cosalità, dove anzi, per dirla con Hegel, quando i fatti non si iscrivono in questa teoresi idealistica, “tanto peggio per i fatti”.
Tutto ciò  nei piani alti della cultura, mentre nei piani bassi scorrazzava indisturbato il  “pensiero” magico-sacramentale di fondo delle masse popolari (di cui l’abnorme diffusione dell'astrologia per un verso e il culto di Padre Pio per un altro sono  un’allarmante deriva).
L’ignoranza della prassi e del metodo induttivo-empirista (poggiante sull’induzione e sullo scetticismo programmatico  circa la costruzione di grandi teorie) a favore del privilegio accordato al metodo deduttivo (partire da grandi costrutti e spiegare il mondo dei fatti alla luce di essi) ha fatto sì che, ad esempio, la scienza criminologica italiana che pure aveva fatto i suoi primi passi con Lombroso, sia totalmente incapace di indirizzare l’operato investigativo dei nostri poliziotti e inquirenti. Oggi in Italia ben l’85 % dei delitti resta impunito. Le indagini vengono svolte evidentemente da “poliziotti idealisti” che si muovono a partire da grandi ipotesi (idee assolute, spesso balzane) e a queste cercano di raccordare l’esame dei fatti. Insomma prevalenza del metodo deduttivo piuttosto che di quello induttivo. Si veda il procedere tipico  degli inquirenti che nell’indagine dei due piccoli fratelli scomparsi di Gravina di Puglia si sono spinti fino ai “castelli in aria” della pista rumena piuttosto che di empiricamente cercare nel cortile di casa. Poliziotti e inquirenti “idealisti”?

 
Piove? Governo ladro! Gli italiani e i politici 
 
«Gli italiani manifestano una disaffezione dalla politica non più forte dei cittadini di altri Paesi. Diversa è, però, la natura della loro disaffezione. Essi si aspettano dalla politica - intesa come intervento pubblico - più di quanto si aspettino i cittadini di Paesi più maturi. Per intenderci. I cittadini di cultura politica più matura, se hanno un problema, cercano di risolverlo da soli, con le proprie risorse; da noi, i cittadini vanno a bussare all' intervento pubblico perché lo risolva. Ma la politica non può far fronte a un tasso eccessivamente elevato di aspettative perché fra queste e la sua capacità di soddisfarle ci sono due ostacoli insormontabili: i limiti finanziari dei bilanci pubblici e la natura delle domande poste, che i cittadini dei Paesi di cultura politica  più matura non si sognano neppure di formulare perché sanno che non spetta alla politica rispondervi o perché non vogliono dipendere troppo dalla politica. La disaffezione dalla politica degli italiani nasce, dunque, da un eccesso di aspettative deluse, ma che, comunque, la politica non potrebbe sempre soddisfare. Come non bastasse, con ciò, gli italiani incorrono in una contraddizione e manifestano una carenza di senso civico. La contraddizione: si aspettano troppo dalla politica e poi si lamentano dei suoi costi. La carenza di senso civico: sopportano la violenza del potere pubblico, anche nella sfera delle libertà individuali, nella convinzione che essa possa essere compensata dal soddisfacimento delle loro aspettative - comprese quelle che la politica non potrebbe soddisfare per via istituzionale - attraverso i sentieri della parentela e della clientela. «Io speriamo che me la cavo». Che, poi, la classe politica, su questo stato di cose, ci campi, non prova ancora che il Paese sia migliore della sua classe politica. Anzi, prova, se mai, che il Paese ha la classe politica che si merita » Così  Piero Ostellino sul Corriere del 9/02/2008 («La politica delude? Troppe aspettative»)
 
Il rapporto degli italiani con la politica (e i politici) visto in uno sfondo di lunga durata è complesso e contraddittorio. Vero tutto ciò che evidenzia Ostellino. Occorre aggiungere che il sogno inconfessato (anarchico e destrutturato) degli italiani è quello di vivere non solo senza la politica (ovvero senza regole) ma anche senza i politici. Li tengono a pane ed acqua, negano loro il finanziamento pubblico, si lamentano dei loro stipendi, eppure è a loro che chiedono posti per i figli, raccomandazioni, protezione. Sono pronti a baciare la mano che hanno morso un minuto prima e viceversa. Li odiano e li votano. Anzi più carogne sono e più li votano. Dicono: "Sono tutti ladri" e allora votano il più ladri, o i ricchi perché secondo loro non hanno bisogno di rubare. Si lamentano dei costi della politica, ma quando hanno bisogno chiedono che la politica risolva tutti i loro guai. Provvidenze per le calamità, sovvenzioni per il commercio con l'estero, contributi per le scuole private. Di fronte alla sfiducia che li circonda, i politici reagiscono da pari loro: si "aggiustano" e li fottono. Da qui la casta. C'è una complicità antropologica di fondo tra gli italiani e i politici. Sono fatti della stessa pasta: furbizia e familismo amorale (assenza di "senso civico"). Si  vedano le implicazioni del familismo amorale già enucleate da Banfield negli anni '50 e che riporto per comodità di lettura:
 
5. In una società di familisti  amorali, coloro che ricoprono cariche pubbliche, non identificandosi con gli scopi dell'organizzazione a cui appartengono, si daranno da fare quel tanto che basti per conservare il posto che occupano o (...) per ottenere promozioni. E d'altra parte, le persone istruite ed i professionisti, di solito non saranno mossi da uno spirito di vocazione o di missione. In realtà le cariche pubbliche o le conoscenze specializzate, saranno considerate da coloro che ne dispongono come armi da usare a proprio vantaggio o contro gli altri.
 
  6. In una società di familisti amorali, si agirà in violazione della legge ogni qualvolta non vi sia ragione di temere una punizione
 
7. Il familista amorale, quando riveste una carica pubblica, accetterà buste e favori, se riesce a farlo senza avere noie, ma in ogni caso, che egli lo faccia o no, la  società di familisti amorali non  ha dubbi sulla sua disonestà.
 
13. Il familista amorale apprezza i vantaggi che possono derivare alla comunità, solo se egli stesso e i suoi ne abbiano parte diretta. Anzi esso si opporrà a misure che possono aiutare la comunità ma non lui,  perché,  anche se la sua posizione, in  senso assoluto, resta immutata, egli ritiene di venirsi  a  trovare  in  una situazione  peggiore se i  suoi  vicini migliorano la propria posizione. (...)
 
14. In una società di familisti amorali l'elettore ha poca fiducia nelle promesse che gli vengono fatte dai partiti. Egli dà il voto in cambio di benefici già ricevuti  (nell'ipotesi, naturalmente, che esista la prospettiva di  riceverne altri  per il futuro) piuttosto  che per  vantaggi promessi. 
 
15. In una società di familisti amorali esiste la diffusa convinzione che qualunque sia  il gruppo al potere, esso è già corrotto e agisce  nel proprio interesse. (...)

La politica costa in termini personali. La vita del politico è un inferno: riunioni, spostamenti, perdite di tempo, lotte intestine, incertezza di prospettive. E tutto ciò in un contesto di sfiducia, di sospetto. Gli italiani chiedono ai politici di vivere "per" la politica  e disapprovano se vivono "di" politica, chiedono la vocazione e non la professione ai politici. Che invece la politica sia un'attività dannatamente professionale che richiede una lunga formazione, un cursus honorum stabile e una retribuzione adeguata non sfiora la mente dei connazionali. Li vogliono missionari e sottopagati. Spesso i politici guadagnano un decimo dei manager pubblici che loro debbono selezionare e nominare, un centesimo rispetto a cantanti e calciatori cui va la fiducia incondizionata ed estasiata degli italiani. Ma restano il bersaglio di tutti i malesseri nazionali: Piove? Governo ladro!
 
Antropologia e politica 
« La destra, questo è il paradosso al ribasso del 2008, è in qualche modo sintonica e addirittura interprete del sentimento italiano dominante, che è insieme di protesta e di esclusione, forse di secessione individuale dallo Stato, probabilmente di delusione repubblicana, certamente di solitudine civica. Nella grande disconnessione da ogni discorso pubblico, che è la cifra nazionale di questa fase, il nuovo populismo berlusconiano può trovare terreno propizio, perché salta tutte le mediazioni, dà agli individui l'impressione di essere cercati dalla politica e non per una rappresentanza, ma per una sintonia separata con la leadership, una vibrazione, un'adesione, ad uno ad uno». Così Ezio Mauro (Repubblica del 25/1/'08) nel suo editoriale a commento della caduta del governo Prodi.
Ma al di là del contingente momento politico - assumendo  l'osservazione di Mauro in una prospettiva di lunga durata -, non è forse vero che la destra, da sempre, è in sintonia col sentimento italiano dominante? Ricordarsi quanto scriveva Gobetti sul fascismo, non rivoluzione ma rivelazione, fatto politico che rivelava gli italiani a sé stessi, nella loro forma immobile dell'essere, che non muta, strutturale. Quel sentimento sostanziato di protesta ed esclusione, di solitudine civica, di rapporto "uno a uno" col Capo di turno, è endemico nel nostro Paese, radicato nella sua moral basis e nella sua immaginazione politica. È l'"apoliticismo" di cui scriveva Gramsci. Chiunque intercetta queste strutture profonde dell'anima italiana è destinato a governare il Paese, simpateticamente, in adesione "mistica" col corpo morale e sociale della nazione.
 
«L' Italia profonda non è un Paese progressista».  Con queste parole Ernesto Galli della Loggia apre le sue analisi sulla caduta del centrosinistra. ("Alle origini del fallimento" Corriere della sera, 27 gennaio 2008).
Cosa vuol dire che l'Italia profonda non è un Paese progressista? Vuol dire che l'Italia "profonda" (intesa, credo, nella sua costituzione antropologico-culturale è strutturalmente di destra. Per comprendere la "base morale" del comportamento conservatore occorre fare riferimento ai 17 punti che Banfield elenca per spiegare il "familismo amorale" che larga parte ha nella costituzione dell'ideologia italiana ampiamente condivisa, rappresentata, esaltata dalla nostra destra politica. Ad essi si rimanda. (Qui)

 
Il disprezzo per i secchioni
La spinta a conformarsi verso il basso, a scegliere come modello di eccellenza il più indisciplinato, il più caciarone, il più somaro, è molto evidente nella società italiana. Andrebbe trattata come un paragrafo della sindrome di arretratezza socio-culturale del nostro paese. Che il primo della classe venga schernito, insultato, vilipeso, o addirittura spinto al suicidio (come purtroppo è successo a Porto Ercole nel gennaio 2008 e a  Ischia nell’autunno 2007) è un’indicazione preziosa di quella che è la moral basis della società italiana. Premesso che il ricco e il furbo (spesso ricco perché furbo) desta la massima ammirazione come modello, non sfugge invece  il persiflage, lo sfottò, per usare il termine canonico  leopardiano, verso il merito e l’eccellenza. C’è un controllo sociale feroce degli incolti verso le persone colte (spesso guardate con sospetto), nulla di quella ammirazione compunta che la società francese riserva ai savants, a les itellos etc, un desiderio di ridurli al proprio livello, il più infimo possibile.
Non è un caso che  Mike Bongiorno furbescamente abbia determinato la propria fortuna mostrandosi sempre al di sotto di ogni sapere medio, sbagliando a bella posta i congiuntivi o le nozioni più elementari,  per mettersi “allo stesso livello” dei telespettatori, col preciso intento di non irritarli, di non disturbarli; allo stesso modo il cantante Celentano mena vanto della propria semplicità  non proprio francescana, ma furba, bertoldesca, dichiarandosi “il re degli ignoranti”.  Di questo fenomeno ci hanno avvertiti sia Umberto Eco col suo Diario minimo, sia Luciano Bianciardi, che scriveva acutamente «I nostri presentatori della televisione avevano successo, e lo hanno, in quanto riassumono ed esprimono certi difetti, certe tare nazionali. Mike Bongiorno ne riassumeva più di tutti, ed ecco perché lo possiamo stimare il più mediocre, quindi il più bravo» («L' antimeridiano», di Luciano Bianciardi, volume secondo, è edito da Isbn Edizioni e ExCogita (pagine 1938, €69)
C’è un sacro terrore in Italia a presentarsi in società facendo mostra di sapere. Il cazzeggio si scatenerebbe crudelmente annichilendo chiunque. «Parla come mangi»! Ma nessuno di loro però si azzarderebbe a mangiare come parla: ah no! A tavola gli italiani sono dei signori, dei Lorenzo il Magnifico!
 
«Da noi, scrive Massimo Palmarini Piattelli sul Corriere del 13 dic. 2007 “secchione”, “superdotato” e “primo della classe” (che dovrei piuttosto scrivere al femminile, dato che le femmine, ovunque nei Paesi avanzati, superano oramai in media i maschi) sono insulti, non attributi di merito. Invece, i primi della classe (sì, i cosiddetti secchioni), sono tesori da coltivare, investimenti insostituibili per il nostro futuro e dovrebbero essere circondati dalla stessa ammirazione riservata, per esempio, ai migliori atleti».
 
 
I cantanti e i comici, veri opinion leader
Sarà invece da collegare alla prevalenza della cultura orale (su quella scritta) lo straordinario impatto che hanno le gag dei comici o le dichiarazioni dei cantanti su questo o quell’aspetto della vita associata del nostro Paese. Un’intervista di un cantautore riceve  una straordinaria accoglienza anche presso i quotidiani più seri dell’establishment e non è raro riscontrare che una “presa di posizione” o viceversa uno “spostamento” nello schieramento politico di un cantautore trovi commenti e repliche per giorni e giorni più dei pezzi  asciutti di columnist come Ronchey o delle saporite,  toscaneggianti  ma arcigne analisi politologiche di un Sartori .
 
L’assenza del romanzo
L’assenza di una grande tradizione romanzesca (il romanzo è genere letterario che noi abbiamo saltato al momento giusto, l’800, a favore del melodramma) si riverbera ancora oggi nella coscienza delle masse popolari. Che cos’altro se non il “bisogno di romanzo” può indurre le redazioni dei giornali a  impaginare per giorni e giorni cruente storie di cronaca nera, senza che peraltro ci sia uno Stendhal, lì pronto per tirare da queste Chroniques italiennesIl rosso e il nero” della nostra epoca? Represso in letteratura, il romanzo si riprende il posto che gli compete, come immaginario collettivo, come perenne bisogno di fabula risalente al neolitico, sulle pagine dei giornali, e non come hegeliana “prosa del mondo”, ma come romanzo nero, zoliano, “La bestia umana” per il popolo, col  popolo, nel popolo.
 
Gli italiani sono sempre gli altri
Ci sono due libri con questo titolo quasi uguale. Uno di Sebastiano Vassalli e l’altro di Francesco Cossiga, ( con Pasquale Chessa). Il primo non è che una raccolta di scritti di varia umanità dello scrittore ligure-piemontese ed è solo un titolo ad effetto, non focalizza infatti la tematica del carattere nazionale (così anche  il successivo libro di racconti “L’italiano” dello stesso autore), mentre il secondo è una carrellata umorale e grottesca sulla nostra storia nazionale. Se la locuzione intendesse stigmatizzare il mugugno di ogni italiano verso l’altro italiano e implicitamente esortare a non vedere la pagliuzza nell’occhio altrui trascurando  la trave nel proprio, potrebbe costituire un buon principio di self education nazionale. Guardiamo ai nostri singoli, individuali, comportamenti insomma. Ma io credo che il titolo e l’intonazione del secondo testo soprattutto, ha il sottile intendimento di tagliare le gambe fin dal principio ad ogni riflessione del connazionale scontento circa i  comportamenti dei propri connazionali. È in fondo una chiamata di correità: siamo tutti italiani, e il toro non può dire cornuto al bue: tutti colpevoli nessun colpevole. Analogamente il libro di Giovanni Floris sulla raccomandazione (Mal di merito. L'epidemia di raccomandazioni che paralizza l'Italia, Rizzoli, 2007), che pure tenta una riflessione seria nei limiti di una onesta prosa divulgativa, su una devastante pratica sociale,  porta in esergo, come la spada fiammeggiante dell’angelo alle porte del paradiso, la massima evangelica “Chi non è senza peccato scagli la prima pietra”: “Chi non ha mai raccomandato e non si è fatto mai raccomandare”?, sembra dire Floris; non diciamo che gli italiani sono sempre gli altri, insomma...
E se qualcuno potesse dimostrare, atti e fatti della propria vita alla mano, che non si è raccomandato e che non ha mai raccomandato? Non cadrebbe tutto il castello dell'indulgenza plenaria, del "cupio absolvi", del tutti colpevoli nessun colpevole?
Sono atteggiamenti mentali e intellettuali come questi (anche se Floris ci ha scritto su dopotutto un volume di denuncia) che hanno impedito una vera e seria riflessione collettiva sui nostri male endemici, e quella “rimozione nevrotica” di cui parla l’antropologo Carlo Tullio-Altan.
 
Gianni Brera e il lorianesimo
Sergio Luzzatto sul Corriere del 24 dicembre 2007 (“Da Gianni Brera a lezione di storia”) sottopone a dura verifica il positivismo calcistico di Gianni Brera.  Quest’ultimo ha sempre legato la tattica del contropiede e della “dura legge del gol” per dirla con gli 883 ad una strategia calcistica degli italiani loro imposta dal “bacino basso” e dalla bassa statura (tipo brevilineo), che li ha indotti per conformazione fisica, a fronte della maggiore prestanza fisica degli europei continentali,  all’adozione di questa tattica-strategia. Luzzatto spulciando le figurine Panini sconfessa quest’assunto. Gli italiani in gara nel campionato del mondo del 1982 non erano assolutamente più bassi dei loro sfidanti. Non riesce a risalire ai campionati precedenti per assenza di albun figurine Panini, ma mi sembra che l’ottimo Gianni Brera sia stato colto in flagrante lorianesimo. (Categoria  nella quale Gramsci confinava tutti quegli intellettuali, come Achille Loria, che si baloccavano con un positivismo improvvisato).
E tuttavia sarebbe interessante legare la tattica calcistica italiana al loro "carattere nazionale". Se non è per ragioni fisiche il contropiede potrebbe essere legato all'assenza di una razionalità calcistica in atto e a un gioco di rimessa tutte le volte che si può. Tatticismo, opportunismo, "pensiero debole" insomma.
 
Il casismo  giuridico
Quando si dovrà fare una verifica stretta tra la morale cattolica (nella categoria del casismo, il fatto che nella morale i peccati vadano visti nella loro gradualità: peccati mortali,veniali etc) e i costumi degli italiani, necessariamente di dovrà ricordare che se la dottrina cattolica ha un fondo di vero (non si può come i protestanti non  distinguere tra i peccati) è proprio a questa dottrina che molti italiani implicitamente fanno riferimento per comode “uscite di sicurezza”. È il caso delle sentenze per fatti di mafia che hanno riguardato sia Andreotti che Cuffaro. Non è un paradosso accettare senza severa  riprovazione morale soggetti che sono stati assolti con formula non piena o condannati, il primo per associazione esterna alla mafia fino ad una certa data (reato prescritto) e l’altro per favoreggiamento semplice verso un mafioso, e che grazie a questo “casismo” giuridico si ritengono mondi da ogni colpa sociale e/o politica e pertanto “assolti” anche dalla stragrande maggioranza degli italiani senza alcun moto di reiezione morale nei loro confronti?
 
 
 
(Appunti anni precedenti)
Nel  film  La ricotta (1961) di Pasolini una voce intervistante fuori campo chiede al regista Orson Welles che interpreta se stesso:«Cosa pensa degli italiani?» «Il popolo più analfabeta e la  borghesia più ignorante d'Europa» è la bruciante risposta.
 
Il carattere  nazionale nella  longue durée.
L'Italia ha il suo momento magico nello sviluppo della civiltà - con una  dislocazione storica che  si rivelerà drammatica rispetto agli  altri paesi europei - nel Medioevo (l'esperienza dei Comuni). Si potrebbe dire brillantemente che l'Italia era un paese 'moderno' nel Medioevo e che rifluisce nel 'medioevo' quando gli altri paesi europei entrano effettivamente nel moderno (1550). Il periodo storico detto dei 'secoli bui' che va dalla fine delle guerre d'Italia (1559) alla discesa di Napoleone(1796) è proprio il periodo in cui gli altri paesi Europei fanno l'esperienza della modernità.  Croce scrive nella Storia dell'Età barocca in Italia, che l'Italia, la quale  in un certo senso ha dato vita alla "preistoria" dell'Età Moderna ha rischiato di essere esclusa dalla sua storia.
 
 
Libro e libretto
Un effetto trascurato della Riforma Protestante (ma sottolineato da Hegel nel vol. IV delle Lezioni di filosofia dela storia ) è  quello della scarsa diffusione del libro e della scrittura (esperienza  Gutenberg) presso i paesi che non ne furono toccati. L'esperienza fondante è la traduzione  della Bibbia da parte di  Lutero in tedesco e la dottrina del libero esame che sta alla base del razionalismo critico moderno. Il libro, e in questo caso  il  Libro dei Libri, entra prepotentemente  nella vita quotidiana dei  riformati. In tutte le case, non solo  in quelle dei dotti. Spesso  le classi subalterne apprendono  a leggere  e scrivere sulla  Bibbia. Numerose sono le testimonianze in tal senso: dai romanzi (si pensi solo a fare un esempio al Joseph Andrews di Fielding, protoromanziere inglese che si ispira direttamente al Giuseppe l'ebreo del Vecchio Testamento, con analogie quasi parodiche tra Giuseppe e la moglie di Putifarre e Joseph e Lady Booby) come anche a forme di cultura popolare quali i film western  di John Ford dove appare sempre la Holy Bible  del predicatore invasato insieme alla colt del cow-boy outlaw.
Quando avviene invece la  prima  traduzione  della Bibbia  in  italiano? se si escude quella del Diodati del '600?Nei primi anni sessanta di questo secolo o alla fine dell'800! Indubbiamente la scarsa diffusione del 'Libro' e quindi dei libri in Italia rafforzerà la tendenza ad una cultura principalmente orale (canzoni, teatro, melodramma, televisione) con precise ripercussioni sull'ethos italiano. Analfabetismo, mancata interiorizzazione della scrittura, assenza totale di quella che mcLuhan chiama  'esperienza Gutenberg' (vedere  Mcluhan), ma anche istintiva diffidenza verso i maneggiatori di libri, gli intellettuali. Riassumendo brutalmente: mentre la cultura europea si formerà sul libro  (e quindi: romanzo, saggio, enciclopedia), quella italiana... sul libretto  (melo- dramma).
 
Le cose si complicheranno notevolmente ai tempi della seconda rivoluzione televisiva (1976). Mentre la prima (1954) ha una forte incidenza sull'elevamento culturale delle masse incolte favorendo ad esempio  la diffusione di romanzi popolari (sceneggiati) come anche l'uso di un italiano uniforme (dunque scoraggiante i dialettismi ) che direttamente proviene dall'italiano scritto e letterario, tanto che farà a dire a Pasolini che è stata la televisione ad unificare, anche se non al meglio, la lingua degli italiani; la seconda(1976) asseconderà la tendenza ad una cultura orale delle masse, spia ne è l'ingresso dei dialettismi, specie lombardi e romaneschi, non solo nelle TV locali ma anche in quelle del circuito privato nazionale. Con questa specificazione: che mentre la precedente cultura orale tradizionale (teatro, canzoni, melodramma) ha da essere intesa come cultura orale nel senso di pre-scritta , (che precede l'esperienza gutenberg), quella televisiva interviene come cultura orale nel senso di post-scritta  (che segue l'esperienza gutenberg), col risultato che la 'cultura orale' italiana è la somma di entrambe: una cultura che ancora non conosce il libro e una cultura che volutamente lo ignora. (Ancora oggi 6 italiani su 10 non leggono neanche un libro e vengono considerati "lettori forti" i consumatori di almeno 5 libri all'anno!).Per usare il linguaggio di McLuhan il passaggio avviene in Italia dall'audio-orale, all'audio-visivo. Manca l'esperienza Gutenberg, come fenomeno di massa s'intende.
 
 
Riforma e 'rivoluzione passiva' e conformismo.
E' mancata all'Italia l'esperienza ereticale, del pensiero "protestante" (come aggettivo tout court) e questo sia prima che dopo la Riforma. Prima col francescanesimo il cui programma eversivo soprattutto in riferimento alla povertà evangelica venne prontamente rinchiuso dalla Chiesa in un 'Ordo' (Grundmann Movimenti religiosi nel medioevo), dopo, perché non ebbe luogo la Riforma stessa e si  ebbe piuttosto la Controriforma. Ciò non fu senza conseguenze nella vita spirituale italiana : nel senso che da allora in poi 'protestare' è stato visto sempre con sospetto, perché in fondo 'tutto si aggiusta', e non c'è  cosa che non possa essere ricompresa all'interno di un ordine dato. Da qui l'autocensura degli intellettuali, l'inosabile 'libero esame' e l'altrettanto inosabile e conseguente 'sapere aude' kantiano del programma illuminista. (cfr.I.Kant:Was ist Aufklärung? )
 
Nel linguaggio corrente, in Italia, si dice che la 'critica' deve essere 'costruttiva' per essere accettabile. Si intravede in questa locuzione, largamente condivisa, una specie di angoscia del dissenso e una tentazione 'ricompositiva', controriformistica, dell'attività razionalistico-critica; infatti una 'critica' per essere davvero tale deve essere 'distruttiva' cioè non ricomprendere al proprio interno le ragioni altrui ma intaccare nel profondo il centro dell'altrui argomentare. Altrimenti è ipocrisia, gesuitismo. Da qui il carattere 'passivo' delle Rivoluzioni d'Italia, l'assenza delle cesure nette nei periodi storici, caratterizzato altrove anche dal taglio delle teste dei re, da qui il 'trasformismo' e il gattopardismo, perché tutto è elastico, si piega e non si spezza, non c'è chi da una parte 'sta fermo' e chi dall'altra gli resiste, ma un perenne ondeggiare e fluttuare, all'interno però dell'Ordine delle cose dato. Pasolini scriverà delle Lettere Luterane  nell'intento proprio di sottolineare uno spirito eretico, scandaloso e per nulla conformista: esperienza rara nell'intellettualità italiana perché sempre punita. Da qui anche la secentesca 'dissimulazione onesta' e il nicodemismo, l'arte sopraffina di simulare- in un contesto in cui la critica è 'criticata'- i propri pensieri.
 
G.Bocca scrive su Repubblica  del 15/3/95, a tal proposito: «ho capito che nella testa e nelle memorie dell'italiano medio c'è come un filtro controriformista, tutto ciò che sta in qualche modo al di fuori della soggezione ai poteri costituiti, fuori dallo scetticismo e della rassegnazione, va emarginato e se occorre demonizzato», questo a proposito del Montanelli negatore della Resistenza.