Che dovesse pervenire da una statunitense uno studio ampio ed articolato sulla devastante pratica sociale della raccomandazione in Italia, è un fatto che solo in un primo momento lascia sorpresi. In fondo, dicono  che nel Corano i cammelli non siano mai citati; sono per così dire tanto  impliciti nel paesaggio locale che non è necessario farvi continuo riferimento (come la neve nei romanzi russi!). Analogamente vogliamo credere che il nostro cammello della raccomandazione sia così presente nel nostro paesaggio morale che farvi riferimento, da parte dei nostri studiosi delle scienze sociali, suonerebbe pleonastico. Si sa come vanno certe cose in Italia!
 
Eppure,  credo che tale problematica non sia al centro delle osservazioni e degli studi dei nostri sociologi e antropologi per almeno due ragioni. La prima è dovuta a quella specie di rimozione nevrotica cui alludeva il dimenticato antropologo degli italiani Carlo Tullio-Altan (che ahimè non trovo citato dalla Zinn con nessun libro nell'ampia bibliografia finale ) nel saggio La nostra Italia, allorché si poneva ad argomentare sulla mancata attenzione dei nostri studiosi verso certe forme di arretratezza socio-culturale del nostro Paese. Questa rimozione nevrotica tende ad occultare un primato amorale e incivile del nostro Paese, e a nessuno piace vedersi bollati come backward society, locuzione che, ricordo, è nel titolo del celebre studio sul familismo amorale di  E. C. Banfield - The moral basis of a backward society appunto- o essere oggetto di studio come una tribù di Tubinambà o di Nambikwara alla mercé di qualsiasi Levi-Strauss di passaggio. (1)  In secondo luogo ritengo che tale prassi sociale sia così diffusa e condivisa anche presso i nostri figli di Academo, e a tal punto, che impedirebbe loro, pour cause,  di farne oggetto, non dico di denuncia pubblica ossessiva e percussiva, come la gravissima questione morale richiederebbe, ma di semplice, impassibile oggetto di indagine, (2) anche perché pur sottacendo i propri peccati privati in materia, occorrerebbe presso costoro un'indignazione suppletiva - o una tensione universalistica pronunciatissima - che essi evidentemente non possiedono. Si sa come vanno certe cose in Italia!
 
Così, da straniera, che in etnologia significa assistita dal regard éloigné di chi viene da fuori  della comunità osservata, ma che ci vive dentro con gli strumenti dell'osservazione partecipante, la Zinn avvia un'indagine sul campo nel paese di Bernalda, nel materano. Ora, tanti anni dopo Banfield tornare in Basilicata per un'altra indagine etnologica significa privilegiare quella regione come se essa abbia in vitro tutto il destino sociologico della nazione, o, come la Sicilia per Goethe, sia la chiave di volta di tutto. Questo privilegio della Basilicata ha destato di recente la sapida ironia dello scrittore potentino Gaetano Cappelli che nel suo ultimo godibilissimo romanzo Storia controversa dell'inarrestabile fortuna del vino Aglianico nel mondo, si inventa una studiosa americana, Chatryn Wallitriny, desiderosa di raggiungere il Nepal per una indagine sul campo ma che viene invece dirottata dalla Columbia University in Basilicata (tanto fa lo stesso parrebbe sogghignare Cappelli), a verificare cinquant'anni dopo Banfield lo stato del familismo amorale. Qui incontra il principe degli assenteisti universitari il basilisco Riccardo Fusco che ha scritto un saggio di etologia sociale, Le oche in piazza... e insomma la Basilicata magica, savana privilegiata per la caccia grossa di studiosi della taranta, dello sputo e della saliva, si deve sentire per mano del suo scrittore più significativo di oggi un po' stanca di essere oggetto di studi sul primitivismo sociale. 
 
Sia come sia, la Zinn non tace in questo libro le sue origini materane, né tanto meno la propria condizione sociale attuale e spesso sottolinea episodi della propria vita familiare (la scelta delle bomboniere ad esempio) per stringere più dapresso la propria osservazione partecipante, non certo senza garbo, con un pizzico di ironia talora, con molta simpatia verso gli osservati, seppure la pagina saggistica sia immersa in una mole di studi etnologici che zampilla da ogni dove. 
 
E venendo al merito del libro, occorre sottolineare che in prima istanza la cultura della raccomandazione, appare alla Zinn, sulla scia di Marcel Mauss, un "fatto sociale totale", ossia qualcosa che descrive interamente una società, la connota intimimamente  (fa sì che si possa dire, aggiungiamo noi, che "un paese è tutto un mondo", specificità questa contrapposta alla tendenza generalizzante e minimizzante   di chi afferma invece che in fondo "tutto il mondo è paese"), fatto sociale totale che  interagisce a tutti i livelli sia privati che pubblici: nella sfera politica, in quella economica, in quella della parentela e della religione. La raccomandazione è «tanto una ideologia quanto un fenomeno ideologico, che permea lo stile di molti tipi di relazioni sociali dell'Italia meridionale». Ovviamente è una ideologia da intendersi come fattore mentale-culturale, qualcosa da assimilare a una concezione del mondo molto vicina al concetto francese di mentalité (che per Michel Vovelle sulla scia di Fernand Braudel è da concepirsi come la "tomba della lunga durata"), un fattore culturale inerziale cui tutti i soggetti di una data società soggiacciono e a cui tutti si adeguano costretti, perché tutti i player di detta società giocano quel gioco. 
 
Di più, per la Zinn la raccomandazione non è solo una prassi sociale e una ideologia, ma anche una vera e propria forma della comunicazione. Francamente quando la studiosa è giunta a tratteggiare questo aspetto, a parlare della "poetica del clientelismo" e a enucleare i tratti linguistici della questione, lo  stile espressivo, mi sono un po' raffreddato a seguirla, come  quando affronta la "raccomanazione come enunciato" (ad esempio: "Mi manda Picone"). Mi è sembrato che allargando i confini del tema si perdesse di vista il fatto sociale nella sua essenza, e lo si annegasse nel vasto oceano della comunicazione sociale. Allo stesso modo non ho trovato molto chiara e stringente la sua tassonomia dei generi e sottogeneri della raccomandazione, che andrebbe dalla autoraccomandazione, alla raccomandazione di simpatia, fino a quella con tangente (sia in denaro che in natura) e al cronyism (cioè un "clientelismo degli amiconi"). Tutte le volte invece che la Zinn centrava la raccomandazione come prassi sociale sorretta da una ideologia, da un condizionamento mentale-culturale,  la trattazione della problematica ritrovava subito il mio consenso. Così ad esempio il tema dell'isomorfismo  tra clientelismo e culto dei santi (averci un santo in cielo e uno in terra che media, protegge e raccomanda); il fatto che la raccomandazione è drammaticamente un arcaismo particolaristico-feudale che resiste  alla rete dei rapporti stabilita con l'avvento nel mondo moderno occidentale del modello universale-razionalistico: la contrapposizione tra cultura del dono e mercato; insomma quando la raccomandazione è tratteggiata per quello che è: una forma pre-moderna, arretrata, di concepire i rapporti individuali e collettivi, tutta la trattazione trovava il mio consenso di impaziente lettore. 
 
Io capisco che un'osservatrice ospite non voglia spingere sul pedale della "sindrome dell'arretratezza socio-culturale" all'interno della quale è iscritto a  mio avviso il fenomeno vasto e devastante della raccomandazione. C'è una sorta di cautela e di garbo negli studiosi stranieri (anche in P.Ginsborg) a trattare questi temi, quasi che non vogliano, per mera cortesia di ospiti, maltrattarci. Di ciò li ringraziamo. Ma noi che italiani siamo, membri della tribù, e che abbiamo subìto sulla pelle il fenomeno, possiamo permetterci qualche risentita rozzezza e dire della raccomandazione ciò che realmente è: una turbativa grave dei destini sociali, quel misfatto sociale che prende a calci il merito paziente (Shakespeare, Amleto), che non consentendo, attraverso regole chiare e stringenti,  una libera asta degli ingegni, determina il trionfo dei mediocri, sottrae energia al motore della mobilità sociale e depotenzia tutta la società, portando saturnismo e "distruzione dei migliori"-  per dirla con O. Seeck, studioso della fine dell'impero romano-, nelle classi dirigenti.  Interi pezzi della nostra società, delle nostre aziende (si veda la Rai, l'Alitalia, gli ospedali, etc) sono stremate da questa diffusa pratica sociale. Questo fenomeno sta portando l'Italia al collasso, e chiederebbe la sferza di un moralista ulcerato e risentito o l'intervento di un implacabile Licurgo, piuttosto che la trattazione "scientifica", ma talora simpatetica e indulgente, di questo testo, che pure ha  il merito di affrontare  il tema di petto.
Alfio Squillaci
 
 
 
 
 
 
Dorothy Louise Zinn -  La raccomandazione - Clientelismo vecchio e nuovo, Donzelli  Roma 2001. 
(1)  Ricordo a tal proposito l'esilarante prefazione allo studio di Banfield  di Domenico De Masi nell'edizione del 1976 in cui pur procedendo, finalmente, alla traduzione letterale del titolo Le basi morali di una società arretrata - mentre nella primissima edizione (1961)  col titolo Una comunità del Mezzogiorno, si rimuoveva nevroticamente il richiamo all'arretratezza-, non manca tuttavia di muovere tutta una serie di speciose obiezioni al saggio dello studioso di Harvard, non ultimo alludendo corrivamente al fatto che Banfield fosse un agente dei servizi segreti americani!


(2)  Certo non mancano  gli studi sul fenomeno del clientelismo. Cito quelli di A.Graziano e A. Signorelli, oltre a quelli di Tullio-Altan, ma il tema è marginale e s-centrato rispetto alle preoccupazioni e alle indagini dei nostri centri di ricerca presso le  facoltà di Sociologia o di Scienze Politiche. Salvo poi riscontrare che la problematica viene annegata nella formula che in fondo "tutto il mondo è paese" e che essa non è solo fenomeno sociale particolarmente nostro e vedere comparato lo specifico clientelismo italiano a quello di altri Paesi. Vedi i saggi di Simona Piattoni in tal senso.






dal 25 febbraio 2002
Cenni Bio-bibliografici

Dorothy Louise Zinn è un'antropologa statunitense che risiede a Matera. Attualmente collabora con l'Università degli Studi della Basilicata e con diverso programmi americani di studio che operano a Matera.Ha condotto varie ricerche sul campo nel Mezzogiorno su qrgomenti quali la disoccupazione giovanile, l'immigrazione e l'interculturalità. Ha pubblicato numerosi articoli su riviste e volumi di settore, e ha un'esperienza consolidata cometraduttrice di opere antropologiche dall'italiano all'inglese.
   
Esempio 1
Raccomandati e auto blu, vizio antico

In tutti gli eserciti del mondo un "reparto speciale" è un'unità di commandos pronti a rischiare la vita. Invece a Roma come "reparto speciale" si indicava una unità composta solo da raccomandati.E' una lezione amara quella che viene da un documento appena pubblicato: i ricordi di Mario Caracciolo di Ferroleto, generale di Corpo d'Armata morto nel  1954. Un libro che parla di figli di papà che si imboscano, di auto blu sprecate per le scampagnate degli ufficiali, di burocrazia inutile che soffoca ogni efficienza, di azienda che mandano al fronte materiali scadenti, di politici che si improvvisano esperti. Potrebbero essere cronache di oggi, invece sono episodi vecchi di sessant'anni. Mario Caracciolo di Ferroleto, monarchico sempre diffidente verso il fascismo, scrisse le sue memorie durante la prigionia nelle carceri della Repubblica di Salò dopo l'arresto a Roma da parte della famigerara banda Koch. Adesso il racconto di una  vita in prima linea dallo sbarco in Libia del 1912 alla liberazione del 1945, ritrovato soltanto nel 2003, è stato pubblicato dalle Edizioni Nuova Charta e presentato a Roma dalla Fondazione Marco Besso. E  le 335 pagine di "Memorie di un Generale d'Armata" meritano di essere lette non solo per la testimonianza in prima persona su avvenimenti e persone che hanno segnato la storia italiana, da Mussolini a Vittorio Emanuele, da Italo Balbo a Pietro Badoglio, ma anche per la spietata analisi dei vizi nazionali. Fantastica la descrizione del cerimoniale che accompagnava ogni spostamento di Balbo. governatore della Libia, inseguito da una schiera di adulatori in cerca di favori e appalti, pronti a raccogliere ogni dettaglio anche della manicure del triumviro fascista. Persino le grandi manovre venivano falsate e trasformate in una truffa con finalità politiche. Nato nel 1880, per il suo rigore contro i privilegi Caracciolo venne deriso anche durante la prigionia: lo scherniva perché aveva mandato sempre la moglie a piedi sotto la pioggi invece di usare la macchina di servizio. Celebre la sua fobia per i raccomandati. "Il colonnello mi inviò a Roma in un reparto speciale e volle apposta affidare a me i volontari di un anno, giovanotti appartenenti a ottime famiglie,uno figlio di un ministro, uno figlio di un principe romano, uno nipote di un alto prelato..." Ovviamente l'ufficiale viene sommerso da lettere di raccomandazione. E lui cosa fa? Le legge pubblicamente, davanti al "reparto speciale" schierato e punisce ogni protetto con cinque giorni di prigione "perché si faceva raccomandare" Se il metodo Caracciolo venisse applicato oggi, di sicuro non basterebbero le celle.
G.D.F
"L'Espresso" 31.5.2007

Le Memorie di Mario Caracciolo (325 pp., 18 ill b/n) sono in vendita al prezzo di 30,00 euro. Per ordini e informazioni: Nova Charta s.a.s., Ufficio Abbonamenti e Diffusione, tel. 049-656380, fax 049-8780842, diffusione
@novacharta.it.

Info:
Fondazione Marco Besso
Largo di Torre Argentina, 11
Roma
tel. 06.6865611
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Secondo una radicata tradizione di studi antropologi il clientelismo è uno dei caratteri costitutivi della realtà del nostro Mezzogiorno. Ad esso viene strettamente connessa l'idea della raccomandazione, cioè di una qualche forma di relazione sociale tesa a forzare le regole, dalle più piccole e innocue richieste di favore, alle gravi forme di sopraffazione. Ma la raccomandazione è un fatto meridionale? Tutta la vicenda di Tangentopoli in Italia, come le crisi economiche dell'Asia e della Russia indicano che i tempi sono maturi per una riconsiderazione del clientelismo. Questa indagine, basata su una ricerca etnografica condotta nel Materano, conferma come la raccomandazione rappresenti ancora un'istituzione decisiva, ma sia profondamente mutata.
 Corriere della Sera, 3/11/2001
Cultura. Società , pag.29
Italiani, razza di raccomandati: antropologia di un vizio nazionale
Dal clientelismo dei notabili a quello dei partiti, un saggio di Dorothy Louise Zinn analizza il caso di un paesino meridionale
di Giovanni Belardelli

Poche cose caratterizzano in modo pervasivo la vita italiana come la raccomandazione. Di poche cose, però, è altrettanto difficile parlare analiticamente, lasciando da parte i giudizi di valore. Lo fa ora un'antropologa americana, Dorothy Louise Zinn (...), sollecitata dall'essersi stabilita in Italia proveniendo da un universo culturale radicalmente diverso, quello americano, dominato dal rispetto per le regole e dalla meritocrazia. L'autrice, partendo dall'analisi di una cittadina meridionale (Bernalda, provincia di Matera), mostra come la raccomandazione influenzi un po' tutti gli aspetti della vita quotidiana, a cominciare dalla ricerca del lavoro e dal rapporto con la pubblica amministrazione. Al di là di questo aspetto utilitaristico della raccomandazione (spesso con risvolti penalmente rilevanti), che a tutti è noto, Zinn ha il merito di mostrare come essa costituisca un elemento strutturale dei rapporti sociali e della stessa identità meridionale, cioè del modo in cui gli abitanti del Mezzogiorno si percepiscono rispetto al resto del Paese e dell'Europa occidentale. In questo senso parla di una «ideologia» della raccomandazione che contribuisce a creare un sentimento di appartenenza alla medesima comunità. Certo, il libro lascia aperta la questione di quanto il fenomeno della raccomandazione sia esteso nel resto d'Italia. Ma questo limite fa parte delle premesse stesse della ricerca. La diffusione della raccomandazione, osserva l'autrice, ha coinciso con i l passaggio dal vecchio clientelismo dei notabili a quello dei partiti di massa, che ha potuto giovarsi dell'enorme espansione della spesa pubblica avvenuta negli ultimi decenni. Non è dunque fenomeno che possa essere liquidato come caratteristico di una società arretrata, come un aspetto residuale destinato a scomparire, secondo quanto è stato a volte sostenuto nell'ambito delle scienze sociali. Zinn invita a considerare la raccomandazione come un paradigma culturale, evidentemente diverso rispetto al modello razionale-universalistico fondato sul rispetto di regole impersonali e sul principio del merito. Questo è certamente giusto. Senonché mi sembra che lo sforzo di comprendere dall'interno la realtà sociale e culturale che ha studiato conduca l'autrice, nell'ultimo capitolo, a un eccesso di simpatia nei confronti del paradigma della raccomandazione in quanto basato sulle relazioni interpersonali, a differenza del modello nordamericano e nordeuropeo fondato sull'idea di un soggetto razionale e autosufficiente. Finisce dunque con il passare in secondo piano il costo complessivo che la società italiana (giacché il fenomeno non è certo limitato al Mezzogiorno) paga alla pervasività della raccomandazione come fatto e come ideologia: per l'inefficienza nell'allocazione delle risorse umane che essa determina, ma anche per l'effetto devastante che ha sulla formazione delle nuove generazioni giacché mortifica l'idea stessa di impegno personale. Così, terminata la lettura di un libro importante per farci capire meglio come noi italiani siamo e ci percepiamo, appare difficile poterne davvero condividere le conclusioni. 
Il ritaglio stampa
Il clientelismo è davvero un carattere tipicamente italiano? In realtà si tratta di un fenomeno presente anche in democrazie più mature e consolidate. Nel caso dell'Italia, la preponderanza di questo tratto nella vita politico-economica del paese va ricondotta alla storica necessità di attivare e rafforzare - da parte dei gruppi politici del giovane Stato unitario emergente - reti di relazione sempre più estese, ai fini di una efficace raccolta del consenso. Se le radici dell'uso clientelistico sono da rinvenire nelle scelte razionali delle classi politiche del passato, così anche il suo superamento potrà solo essere il frutto delle scelte razionali delle classi politiche del presente e del futuro. Basandosi su un'analisi di tipo comparativo, questo libro evidenzia come le riforme istituzionali, volte a ridurre il clientelismo, possono essere efficaci solo in seguito a trasformazioni strutturali delle relazioni tra partiti e di questi con la società. Simona Piattoni compara la situazione politica italiana e quella americana e rintraccia percorsi storici e istituzionali analoghi, contrassegnati tuttavia dalla minore prontezza italiana nel cogliere e mettere a frutto le occasioni critiche di svolta.
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