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Simona Vinci  - Dei bambini non si sa niente  Einaudi, Torino,1997, pp. 167.

Si esce un po' storditi  dalla lettura  di questo libro dai confini estetici imprendibili. "Documento"  à la Zola? Oppure chiacchiera da ballatoio del tipo  "sapesse le cose che succedono negli scantinati signora mia!" "Fatto diverso" con tutti i particolari in cronaca, o  deriva  retorica  di un genere letterario spinto, pulp o splatter che sia?
Vi è narrata  una storia irriferibile, ai confini della realtà, e non si sa fino che a punto tale, se preordinata  allo scopo di  aderire ad uno stile letterario  estremo per statuto qual è quello della collana che lo accoglie, o perché davvero, mentre noi pensavamo ad altro, la realtà s'è intanto così configurata.   È una storia di bimbi  Greta, Martina, Luca, Matteo, Mirko  quasi tutti di quinta elementare che, nella  periferia cittadina  bolognese, per pura mimesi di  riviste porno, percorrono fino allo scempio finale la loro breve stagione all'Inferno.
Si era fermi nelle nostre letture illustranti quel periodo di vita  che precede il naufragio dell'adolescenza   alle storie lievi e nostalgiche de Il grande Meaulnes di Alain Fournier, o all'apologo agghiacciante de Il signore delle mosche di William Golding, o infine  al vecchio e sempre caro  I ragazzi della via Paal di Ferenc Molnár (e qui è facile, in un gioco di bambini finito  male, l'equazione Greta=Nemecsek). Quello di Simona Vinci, sembra  un brusco rimaneggiamento del trattamento letterario della vita prepuberale. Noi non sappiamo se sia così la vita dei bambini o se questa storia possa assurgerne a paradigma: spesso un fatto di cronaca ci sorprende e illanguidisce  ogni arditezza letteraria - e la realtà a differenza della letteratura non si preoccupa mai di essere verosimile, perché è vera. Sorprende più che altro, in questo lavoro, la progressiva e fatale rappresentazione di un sesso estremo fra bambinetti di quinta, il sospetto di scelta a freddo di temi spinti e sensazionali, una predisposizione  redazionale e impostata di sequenze narrative inaudite fino a un collasso finale che lascia davvero senza fiato (stordisce che possa essere stato germinato della fantasia creatrice di una ventisettenne). Certo, credo che la mano femminile sia stata un viatico per i redattori di "Stile libero", che non arretrano davanti a nulla: a un maschio, in epoca di allarme pedofili,  sarebbe stata negata tale indagine narrativa.
A parte qualche incertezza di redazione, penso all'adozione del "punto di vista" a volte extradiegetico, della Vinci cioè, che porta a definire con esili e delicate perifrasi ciò  che i bambinetti chiamano di già col loro nome, la prosa è da compitino ben redatto e carino, non emanante tuttavia  particolari bagliori stilistici. Quanto al titolo alludente alla vita segreta dei bambini con conseguente ammonimento alla disattenzione delle  madri (ma non quella della scrittrice che nella dedica  ci dice che "c'è sempre stata") ci sembra  la debole copertura etica ad un libro che punta invece ad un'estetica ad alto e pericoloso voltaggio. Ci sono molti predicatori d'altronde che tuonano a parole di fuoco contro quei lussuriosi che non frequentano la chiesa, e non risparmiano nessun dettaglio di quella lussuria agli astanti (che pure in chiesa ci stanno), con lo strambo  risultato che coloro che stanno fuori si divertono a fare, e quelli che stanno dentro si deliziano... ad ascoltare.
Alfio Squillaci

PS. Qualche  domanda resta insoddisfatta: come dobbiamo considerare coloro  che si ecciteranno alle  descrizioni, discrete sì ma non ellittiche, dei giochi erotici degli infanti? Dei bravi lettori o dei pornomani? E chi l'ha così sapientemente descritti? Una pornagrafa o una brava scrittrice? E i pedofili come leggeranno questo libro?

Simona Vinci è intervenuta a commento del suo romanzo, e a risposta delle critiche,  con il  messaggio al News Group  "Italia Cultura libri" del 6.1.2001, cui è seguito un intervento di una lettrice e una sua breve replica. Riportiamo quanto sopra  per intero


Da: simona vinci <simonavinci@mailbox.dsnet.it>
Oggetto: Dei bambini....(lungo)
Data: sabato 6 gennaio 2001 21.19



Cari amici,
visto che qualcuno tra voi lo ha chiesto, proverò a rispondere alle vostre perplessità. Devo però dirvi prima di ogni altra cosa, che per me è diventato molto difficile parlare di quel libro: è passato qualche anno da quando l'ho scritto e ormai è lontano da me come se l'avesse scritto qualcun'altro. Ma soprattutto, ne ho parlato così tanto in questi anni, davanti a tanti uditori diversi e in Paesi diversi, ho dovuto difenderlo e tentare di spiegarlo talmente tante volte che ormai ne ho la nausea. Ho la nausea nel sentire uscire dalla mia bocca sempre le stesse parole, gli stessi giri di frase che purtroppo hanno ormai
perso la freschezza. La mia testa è dentro altre storie adesso, invasa da altri personaggi, altre rabbie.
....Questo lungo preambolo per scusarmi se vi parrà che le mie risposte non siano abbastanza esaurienti o partecipi. ok?
Parto dalla scena finale, quella che scatena sempre la rabbia dei lettori o quantomeno una sensazione di fastidio o di dolore.
Di quella scena posso dire che l'ho scritta di getto e che non l'ho mai più ritoccata. Forse avresti dovuto, direte voi.
Vi confesso che ci ho pensato, dopo, quando il libro era già uscito; ci ho pensato e sono arrivata alla conclusione che no, non avrei dovuto. Che quello è il finale cui tende il romanzo fin dall'inizio, che senza quella scena sarebbe stato finto. Finto per me, intendo. Che poi quella scena sia esagerata, fumettistica e insieme di una violenza esasperante, non posso negarlo. Ma era quello che sentivo in quel momento. La rabbia che quella storia aveva prodotto dentro di me, si è cristallizzata in
quella scena e mi ha abbandonata solo dopo che l'avevo scritta. E' un pugno in faccia. A volte i libri servono anche a questo. A farti stare talmente male da odiarli. A farti stare talmente male che sei costretto a guardare in faccia qualcosa. Quella scena è una metafora. Sapete quante volte in questi anni ho visto qualcuno alzarsi da una platea e dire tutto tronfio: " I bambini non sono così!" per poi aggiungere: "Sono un/a maestro/a, sono uno/a psicologo/a, sono una mamma, sono un padre, una nonna, una zia.....".
Tutti avevano la loro verità ed era certamente più vera della mia. All'inizio rispondevo
spiegandomi. E dicevo: "vedete, questo è un romanzo, non un saggio, né un trattato di pedagogia, vedete, ho cercato di raccontare cosa potrebbe succedere se ....visto che questo mondo in cui viviamo è così...e bla e bla e bla."
Poi mi sono stufata. Un libro fa la sua strada e tu non c'entri più. Se viene capito bene, altrimenti vuol dire o che tu hai sbagliato a scriverlo o che chi lo legge non lo capisce per motivi suoi. E allora all'affermazione: "Ma i bambini non sono così", controbattevo: "I miei sì. Sono personaggi di un romanzo e fanno quello che dico io!" Ora penso che quel libro è un libro giusto. Ci sono arrivata dopo tre anni di dolore. Non è stato facile. Era il mio primo libro e io ero di un'ingenuità allucinante. Mi sono trovata catapultata in un universo maligno fatto di cattiverie e di false pudicizie. Con quel libro ho
toccato un tabù che in un paese cattolico e buonista come il nostro è inaccettabile. Non a caso, è stato quasi messo al bando in Irlanda, con minacce all'editore inglese che lo ha pubblicato e invece assolutamente capito e sostenuto in Inghilterra.  Certo i bambini non sono così. Almeno non tutti i bambini, ma qualcuno sì. E certo è che il clima in cui viviamo non fa ben sperare. Ma io ho scritto il mio libro. Ho parlato di questo mondo ossessionato da un'estetica di morte e terrorizzato dalla morte vera. Ipersessualizzato ma bigotto. Pedofilo nel cuore. Innamorato dell'eccesso. Disattento e
falso. Dove i bambini o sono angioletti paffuti oppure piccoli uomini. Della scrittura, non posso parlare. Non so giudicarla. So che è un libro con degli errori. E non sto qui ad elencarveli. (siete lettori veri, li vedete anche voi) So che è un libro immaturo. Vedo i suoi pregi e i suoi difetti. E'il primo che ho scritto. Gli voglio bene, fa parte di me, ma non mi interessa più. Martina e Greta e Luca e Mirko e Matteo fanno la loro strada da soli. Sanno difendersi, raccontarsi, spiegarsi. Basta che
il lettore non faccia del libro uno specchio in cui vede soltant o se stesso. Cosa che invece, puntualmente, è accaduta a tanti critici italiani. Ma lasciamoli perdere. Quello è un argomento che mi interessa quanto la vita privata di Pippo Baudo.
Spero di aver risposto, spero di non essere stata troppo evasiva. Se è così, scusatemi.
Vi abbraccio tutti e visto che questo è il mio primo messaggio dopo un
sacco di tempo, vi faccio gli auguri per il nuovo anno.
Simona Vinci

Da: simona vinci <simonavinci@mailbox.dsnet.it>
Oggetto: Re: R: Dei bambini....(lungo)
Data: lunedì 8 gennaio 2001 2.49



Loreta Cerasi wrote:

simona vinci <simonavinci@mailbox.dsnet.it> wrote in message
3A577DC5.D343EEEA@mailbox.dsnet.it...

  come ti è venuto in mente l'argomento? Sei, per caso, un'anatomo-patologa? Scusa la domanda impertinente, ma sono convinta che si> scrive solo di ciò che conosciamo ed a questa regola mi attengo. Naturalmente, chi ha modo di leggere i referti medico-legali e vedere le  foto sconvolgenti degli stupri et similia, parla con cognizione di causa e,
è una buona penna - come pare sia la tua, da quel che leggo - può  rappresentare con vivezza di particolari e la necessaria crudeltà quel che  ha appreso osservando la realtà.


Sono partita da un'immagine. Una bambina che canta in un campo di grano. Una bambina a cui era successo qualcosa di terribile e ancora non sapevo cosa. Poi la storia è arrivata da sé.  Ma non capisco che c'entri l'anatomopatologia....
Il libro parla di un'estate e di giochi proibiti che si spingono un po' troppo oltre; certo, per raccontare il progressivo aumentare della violenza nei giochi dei ragazzini,  ho sfogliato molte riviste pornografiche e girato molto in rete. Non è difficile imbattersi
in immagini che più che pornografiche sono di una violenza allucinante.

Sono convinta che conosciamo anche con lo sguardo, con la partecipazione emotiva a ciò che accade od è accaduto ad altri. Essere scrittori è saper raccontare anche quello che non si è vissuto, altrimenti, sai che noia! Uno scrittore normale, intendo non uno come Chatwin che ha girato il mondo, che cosa potrebbe mai raccontare se non della sua poltrona preferita e della scrivania a cui lavora? Salgari si è inventato mondi incredibili non varcando mai le mura della sua città.
E quelli che scrivono gialli, horror o fantasy?
Basta documentarsi. Ed essere capaci di assorbire emozioni, atmosfere, sensazioni.
Che poi ci si riesca è un altro discorso.

Ti abbraccio cara Loreta e ricambio gli auguri.

Simona Vinci


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Esempio 1
Questo romanzo di una esordiente racconta la storia, tutta vista dall'interno, di un eden infantile, dove anche il sesso è innocenza, che si corrompe progressivamente attraverso l'irruzione della perversione degli adulti con foto sempre più spinte. E' il bambino più grande del gruppo, il tirannico Mirko, a introdurle nei giochi che si tengono in un capannone di periferia.