Circle
Sebastiano Vassalli - La notte del lupo - Baldini & Castoldi, Milano, 1998, pp.182.

Gli americani li chiamavano "peplum" (da peplo, velo femminile), e gli italiani "sandaloni" per via delle calzature che apparivano, con gli alluci in evidenza, nelle scene di massa. Erano film in costume ambientati nella mitologia o nell'antichità biblica e greco-romana, che ebbero una certa fortuna negli anni '50 e '60. In alcuni di essi apparivano talvolta delle comparse con gli orologi al polso! Un evidente anacronismo e segno della fretta di confezionamento delle pellicole.
Anche questo romanzo di Vassalli è un peplum, non altro che la storia delle storie, ossia il Vangelo, con Youshua-Gesù as star, Giuda also star e Alì Agca guest star (partecipazione straordinaria).

Spiegheremo tutto ciò più avanti. Adesso preme dire che anche qui c'è qualche "orologio" di troppo. Ad un certo punto i soldati romani reclutati nella Tracia o nell'Epiro così alti e rossicci, sembrano, dice la voce narrante, rispetto ai palestinesi piccoli e neri, degli extraterresstri. Ora, la nozione di extraterrestre è moderna, e per la narratologia questa osservazione è un'evidente interpolazione del "punto di vista" del narratore nella storia, scelta redazionale molto incongrua per chi si propone di resuscitare tutto un mondo perento con il suo carico di sensuosità e fascinazione visiva. Una grossolanità che avrebbe fatto rivoltare sul pavimento Flaubert  (autore di peplum perfetti, Erodiade e Salambò, tutti costruiti rigorosamente dal di dentro), ma anche scrittori meno precisetti come Caillois, Berto, Papini, France che hanno affrontato la medesima storia.
Ma il nostro Sebastiano "De Mille" Vassalli ha un'idea tutta sua del dolce scivolare lungo il pendio della Storia. Durante l'Ultima Cena gli apostoli, ad esempio, si prendono letteralmente a sberle per sedersi vicino a Youshua o si scambiano baci e palpeggiamenti con le donne (ma la Maddalena molla però un ceffone a Filippo), mentre le loro mogli fanno gazzarra come delle comari. 

Cos'è tutto ciò, ci si chiede:  una parodia alla Totò del Vangelo, una voglia di blasfemia in ritardo sui tempi (e che non rende alcun buon servizio all'ateismo comunque), una personale e documentata ricostruzione della vita di Youshua (indicato tra l'altro come frutto di uno stupro di un mercenario greco sulla Maria di Nazareth)? Sarebbe forse il quinto Vangelo  secondo Vassalli? Nella narrazione, poi, vi sono improvvisi salti temporali, dall'Era Volgare alla nostra, nel tentativo di stabilire un parallelo - di cui ci sfugge il nesso metaforico oltre alla labile teoria della trasmigrazione delle anime - tra le diadi Youshua-Giuda e Alì Agca-Giovanni Paolo II. Parallelo che vorrebbe trovare anche un ulteriore appiglio nella "notte del lupo" in cui i primi due si scoprono complementari (?!)  a l'organizzazione dei "lupi grigi" cui faceva parte Agca.
Tutto ciò in un libro in cui ci si attarda a descrivere la "falce della luna" (ancora!) e vi sono brani di un lirismo da portineria tipo: «Perfino le stelle sognavano nell'immensità degli spazi, e il loro sogno era luce che propagandosi nelle tenebre, le rendeva visibili». 

Gesù (è il caso di dire) che abissi di vigliaccheria letteraria!
Alfio Squillaci
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Sebastiano Vassalli
Esempio 1
Sebastiano Vassalli - Cuore di pietra - Einaudi, Torino 1996. 

Amo, rileggo, di tanto in tanto una paginetta svelta e leggera  ma non troppo di "Cuore di pietra" di Sebastiano Vassalli. Prima di tutto perché presenta inizialmente una città. "Piuttosto piccola
che grande, piuttosto brutta che bella" e mi fa sentire a casa. Vivo in un luogo simile.
In secondo luogo perché comincia con uno strano omaggio agli Dei ( Omero da paravento...) che non hanno alcuna pietà delle sciagure umane e possiedono un bizzarro senso dell'umorismo, altrimenti nulla spiegherebbe le “grandi motivazioni storiche”  ( da leggere recitando con enfasi e sberleffo finale). Pare li diverta sopra ogni cosa l'umano tentativo di dare un senso ad ogni
cosa, di pettinare il destino "con la riga in mezzo", insomma. Per avere l'illusione di comprenderlo e dominarlo.
Protagonista della vicenda narrata è una casa, o meglio...un palazzo. Opera boriosa d'architetto megalomane... e trionfante specchio della vittoria morale dell'Unità d'Italia. In realtà sfacelo finanziario e rovina di chi commissionò tale vanagloria di mattoni.

La Storia e le storie si dipanano nel tempo tra moti proletari, grandi guerre e piccole battaglie, scandali e follie sociali, dal fascismo alla modernizzazione con annessa speculazione.
Parabola stonata di splendori e miserie globali ed individuali.
I personaggi umani abitano, animali in tana, la casa prendendone un labile passeggero possesso. Umani, troppo umani, scivolano nella Storia e via dalla casa, che invecchia e se ne muore con la
lentezza degli edifici.
Ogni persona un ritratto ad acquerello, intenso quanto facile a sbiadire nonostante le umane pretese di immortalità attraverso le opere  e/o il ricordo. Se l'Avvocato Pignatelli inneggia all'eleganza naturale dell'aristocrazia...vivendo invece da borghese, il conte Raffaele si fa promotore della moderna bicicletta; se "La Scintilla", giornale che diffonde le  idee di Carlo Marx  farà...scintille, sarà più rivoluzionario e sconvolgente l'arrivo di Caterina, dèmone meridiano, diciannove anni e riccioli neri.
 Apparirà l'Uomo della Provvidenza...e la sua conquista del posto al sole: " Mes héros, on va semer nos étrons tout le désert du Sahara...!, ma  tornerà più forte che pria ( grazie!) la Democrazia. Esattamente, quella Cristiana, in affitto, nei grandi saloni del piano terreno.

Continua a sorgere e tramontare il sole nel Paese delle automobiline, per cui vengono costruite tante autostrade ed il resto è cronaca.
È centrocittà fatiscente ( perlomeno fino a quando i benestanti si son stufati della sana villona di campagna, tornando a vivere nella casa di nonno ristrutturata), abitato da venditori d'accendini ed altro, prostitute nigeriane e polacche ed una folla tutt'albanese, al primo gradino d'una crescita proletaria che ricomincia, tanto che quasi quasi m'aspetto un nuovo boum economico, tipo Anni Sessanta.
Mi dice il notaio che potrebbe essere...un bum bum .
Con relative macerie su questa porzione di Storia, cibo per  gli Dei buontemponi, amanti del genere gastronomico surreale, per cui cibo andato male. Arma batteriologica, in pratica.
Rossana Massa





Sebastiano Vassalli - La chimera - Einaudi, Torino 1996. 

Libro squallido, sgangherato, inutile. Non voglio chiamarlo romanzo nemmeno per scherzo, perché non è un romanzo, non è un racconto, non è narrativa neanche di straforo: è un travaso di bile travestito da opera letteraria; è un insulto continuo all’intelligenza del lettore; è scritto da cani; non dice niente di nuovo o di notevole.

Oh là, mi sento meglio.

Chiedo perdono all’attonito lettore per questo sfogo d’inusitata violenza, ma quando ci vuole ci vuole, e dopo trecento pagine lagnose, inconcludenti e vacue, garantisco che ci vuole.
Ordunque. Si suppone che codesto libro narri la vita di tal Antonia Spagnolini, trovatella esposta alla nascita nel 1590, condannata al rogo per stregoneria nel 1610, il tutto ambientato fra Novara e Zardino, agglomerato contadino della bassa novarese, sparito dalle carte e dalla storia da lungo tempo.
Dico “si suppone” che il libro narri, perché in realtà non narra alcunché: non c’è traccia di costruzione letteraria attorno alla storia di Antonia - che si presume personaggio storico, per via dei numerosi riferimenti agli atti del processo a cui fu sottoposta. In un pasticcio indecoroso di brani vagamente narrativi (ma scialbi e insignificanti) e lezioncine di storia mascherate da racconto, il libro procede stancamente a senso unico verso un finale noto fin dal principio, senza che un solo slancio d’invenzione lo animi, o un barlume di ironia o di grandezza lo illumini.
I personaggi sono rigidi e impalati nei ruoli loro assegnati dal velleitario autore, e da lì non scappano: i cattivi sono naturalmente cattivissimi e privi di qualsivoglia residuo di umanità, mentre i buoni sono buonissimi e degni di ogni pietà: in tutto il libro non si incontra un solo essere umano credibile, uno di quelli un po’ bravi e un po’ stronzi che riempiono da tempo immemorabile le giornate dell’umanità tutta, nonché le opere letterarie degne del loro nome.
Antonia è ovviamente buona, dato che anche lei deve obbedire ciecamente alla funzione assegnatale dal tirannico scrittore, ovvero quella di suscitare simpatia e compatimento nel lettore, al fine di rendere ancora più odiose e intollerabili, come se ce ne fosse bisogno, le offese e i tormenti a lei inflitti dai cattivissimi cattivi.
E così vediamo la timida orfanella bistrattata dalle truci suore della casa di pietà, nonostante la di lei docilità di carattere e naturale bontà d’animo; e vediamo la cara bimba adottata da due buoni contadini della bassa pieni di ottime qualità, ma naturalmente afflitti - ahi sorte ria! - dalla mancata benedizione della prole; cresce, la buonissima Antonia, e per il suo innato senso di pietà si prende a cuore le sorti dello scemo del villaggio, tal Biagio, persona adorabile anche lui, e anche lui ovviamente vittima della cattivissima cattiveria di non una, ma ben due crudeli zie gemelle.
E i cattivi? Ah già, i cattivi: sono tutti preti, vescovi, frati e chierici, veri o fasulli non importa, dato che tutto questo immondo pasticcio in forma tipografica di libro vorrebbe informare il lettore ingenuo e ignorante che la santa Chiesa cattolica della Controriforma tanto santa non era, ed era anzi così crudele da bruciare le streghe e gli eretici (non manca il sapiente autore, naturalmente, di informare il lettore - che egli evidentemente teme boccalone - che le accuse di stregoneria erano ignobili montature!).
Concludo con una piccola annotazione comparativa: questo libro uscì nel 1990 (e vinse anche il premio Strega, come è giusto ricordare a imperitura infamia della giuria di quell’anno). Quasi quindici anni prima, esattamente nel 1976, Carlo Ginzburg aveva pubblicato il mai abbastanza elogiato Il formaggio e i vermi, un mirabile insieme di eccellente storiografia e grande narrativa. Il libro di Ginzburg raccontava la storia di Menocchio, al secolo Domenico Scandella, mugnaio friulano mandato al rogo per eresia nel 1600.
Storia simile e coeva, solidamente basata su documenti d’archivio e narrata con rara maestria. Lì gli uomini sono uomini, non pupazzi nelle mani di uno scellerato sedicente narratore, e la quantità e il livello di informazioni storiche sui fasti nefandi dell’Inquisizione e di tutto l’apparato di potere (ecclesiastico e non) dell’epoca sono tali da non poter essere nemmeno lontanamente accostati alle velleità del libercolo in esame. Anche come opera “storica”, insomma, La chimera è fuori tempo massimo, e di una mediocrità imbarazzante.
L’ultimo capitolo del libro si intitola “Il nulla”: sintesi perfetta.

Luca Tassinari


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e di La chimera

Vai a un'intervista a Sebastiano Vassalli di Sergio Sozi

dal 4 nov. 200
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Il romanzo 'storico' di Vassalli è certo simbolico: nell'atto di descrivere superstizioni, atrocità e corruzioni dell'età della Controriforma e dell'Inquisizione Vassalli si interroga sul senso, sul perché delle cose di ieri e di oggi. Come già nell'"Oro del mondo", così nella "chimera" cerca di agguantare in qualche modo il 'carattere nazionale', credeva di poterlo fare parlando del fascismo, forse in quel romanzo la cosa gli è riuscita di meno, ora cerca di farlo con una immersione totale nel '600, dove va a cercare il '900. L'oggi è tutto un urlìo di voci sovrapposte e confuse, movimento vorticoso, il passato è fermo, e soltanto là lo scrittore può far muovere ciò che vuole muovere, ricostruire il quadro, una realtà; non la Storia, dice Vassalli, perché la storia è insensata, dissennata.
C'è Manzoni sullo sfondo, dicevo. Come nei "Promessi sposi" c'è una pioggia finale, che qui cade sulle ceneri ancor calde del rogo di Antonia, una pioggia non provvidenziale. E il racconto è frammezzato da brevi pezze d'appoggio documentarie, come le "gride" nel Manzoni, e c'è la piccola comunità contadina in balìa dei potenti e dei loro soprusi, e Novara può essere riavvicinata alla Milano manzoniana e c'è altro ancora. Ma il '600 di Vassalli è un secolo senza Dio. Le fila della storia, nel corso della quale molte chimere sono franate, tramontate, sembrano in mano alla forza della negatività`, del male. La chiusa del romanzo, quel corsivo intitolato "Il nulla", non apre manzonianamente un capitolo di speranza, ma si rinchiude su di sé, perché tutto è finito, tutto finisce, e lui non esiste, il personaggio principale, colui che conosce il prima e il dopo e le ragioni del tutto, e che purtroppo non può dircele per quell'unico motivo, che non esiste. Vassalli ha voluto scrivere pagine sulla vanità, sulla insensatezza di ciò che è accaduto, sulla storia dissennata; non tanto una rievocazione di ciò che è stato, "terra, polvere, fumo, ombra, nulla" (Góngora), e che può essere ricostruito, rinarrato.
"La chimera" è certamente una narrazione e una ricostruzione stupendamente riuscita, a tutto volume, di ambienti, personaggi; però la tensione del romanzo (che si riversa anche in una scrittura sdegnata) scaturisce dall'intento di voler negare le ragioni della Storia, la si chiami Idea, Ideologia, la si chiami Provvidenza, Dio manzoniano; non c'è nessuna 'ragione' che possa assicurare una sensatezza a ciò che è accaduto e accade. Questo nulla, questa amarezza disperata, o poetica malinconia, questa meditazione sull'incenerimento di una ventenne forte e bella, Antonia, e sull'incenerimento di ogni fatto, o detto, e di guerre, di liti, di carriere compiute e incompiute, di voci, di ogni lontano rumore e moto, e l'incenerimento anche di un paesaggio (i cui colori sono rievocati talvolta con intensità indimenticabile), questa meditazione sul nulla e sulla vanità e delirio della Storia pervade tutto il romanzo e lo definisce. E lo chiude lo stesso sguardo struggente del narratore che torna alla fine dell'opera a guardare il nulla dalla sua finestra, dove c'era Zardino: lì corre l'autostrada Voltri-Gravellona, e il dosso dove mori Antonia inutilmente, è spianato, non c'è più, nulla resta. Resterà invece questo romanzo, importante, bellissimo.
 
recensione di Beccaria, G.L., L'Indice 1990, n. 5


Nella storia del povero Yoshua, che tanto somiglia alla Storia delle Storie, Vassalli affianca a Gesù il suo speculare antagonista, un Giuda calunniato ma perverso, perché il male non è che un bene rovesciato, e dalla cronaca si sposta nella leggenda e parte per un'avventura tutta sua attraverso metamorfosi e salti temporali. 

Con questo nuovo romanzo Vassalli torna a un ambiente che conosce bene, ed appare chiaramente riconoscibile anche se non esplicitamente dichiarato: una città padana che assomiglia a Novara, teatro di oltre cent'anni di storia, dall'unità italiana a questa travagliata fine secolo. Al centro della sua saga Vassalli ha posto una grande villa. Ideata come una dimora principesca (forse dall'Antonelli) per una famiglia aristocratica di origine napoletana, la villa cambierà rapidamente padrone, conoscerà decine di personaggi, sullo sfondo di una decadenza inarrestabile, sino a diventare il ricovero degradato di gruppi di extracomunitari. Animato da una forte passione civile, l'autore ha scritto un nuovo capitolo della sua storia d'Italia che va componendo da anni. 

Vedi un profilo di Sebastiano Vassalli in
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<<< Vedi in questo sito un'intervista di Sergio Sozi a Sebastiano Vassalli
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