Emanuele Trevi
I cani del nulla
  Einaudi, Stile libero  2003


Angelo Guglielmi ha  definito I cani del nulla "straordinario". Senza se e senza ma. Ora Guglielmi può piacere o non piacere, le sue valutazioni critiche essere ritenute autorevoli o
farneticanti, ma una cosa è certa: elogi non ne elargisce spesso, perlomeno ai giovani narratori italiani.

Rileggetevi 30 anni di intolleranza (mia). Le uniche costanti di quel compendio di recensioni curate per l'Espresso sono le parentesi fittissime e l'acidità impietosa dei giudizi. Anche quando rileva qualcosa di buono, poco dopo l'affossa con una valanga di riserve, a tal punto da far pensare che, in lui, il risentimento letterario si esprima spesso secondo uno schema consolidato:
affermare, stimare, esaltare una cosa non per le sue qualità intrinseche, ma con lo scopo inconfessato di negarne e deprezzarne un'altra.

È pur vero che, al suo posto, la bile l'avrebbero versata in molti. Peggio di dover leggere esclusivamente giovani scrittori nostrani , in una ipotetica scala di abiezione, c'è solo il mestiere di critico televisivo.

Ad ogni modo, cos'ha di "straordinario" l'inclassificabile libretto di Emanuele Trevi? Per prima cosa è un'opera profondamente originale. Non è un romanzo vero e proprio, pur avendone la struttura; non è un racconto lungo, perché è animato da personaggi a tutto tondo e non da semplici funzioni
narrative; e non è neppure un saggio, pur mostrando alla fine, come in ogni bibliografia che si rispetti, i riferimenti letterari ("i materiali") a cui l'autore ha attinto.

E poi è originale perché, in un periodo in cui le narrazioni tendono a dilatarsi e stratificarsi in modo incontrollato, mentre cioè pare non esserci più argine alle logorree complottiste, alle cattedrali romanzesche costruite come macronarrazioni orizzontali e polifoniche fittissime di personaggi e situazioni ai limiti del grottesco, Trevi ci restituisce alla contemplazione di un libretto delizioso, minuscolo e disadorno come un eremo romanico.

Una tranche de vie casalinga, l'elogio della sedentarietà (il cui motto potrebbe essere "hic manebimus optime"), della vita domestica, un quadretto familiare talmente semplice da sembrare banale. Una coppia, un cane, due pappagallini, e il mondo attorno a loro che sembra impazzito, con i fatti del G8 di Genova, una mostra nostalgica su D'Annunzio, i mendicanti di quartiere incrociati nelle passeggiate serali col cane, e la cultura come unico e insufficiente strumento di interpretazione dei fatti. 
Et de hoc satis.

Eppure, dietro quell'apparente banalità c'è una precisa  strategia testuale, si cela il segreto della sprezzatura, perché il confine tra il sublime e l'ordinario è sottile e impalpabile come i pepli delle Vergini della Steccata. "Pisciare, accendersi l'ultima e sprofondare nel sonno", questa è la stupefacente morale atea del personaggio principale; perché la consapevolezza del nostro dolore e dell'indifferenza del mondo non sposta di una virgola le cose, come in quella notte di smarrimento in cucina ("vero dolore e vero rimpianto"), ripensando a quel giorno di fine inverno a Cerveteri.

Lì, fra i tumuli e gli ipogei etruschi di duemila anni fa, Trevi vede la moglie e la cagna, due femmine che giocano a rincorrersi fra gli alberi pazze di gioia e senza pensieri.
Tod und spiel, dunque, come in quel racconto danese di una ballerina costretta a ballare fino a morirne. 
In una conversazione con Christian Raimo, Trevi scrive:

«Dobbiamo cercare la grazia nella natura, e in questa ricerca (necessariamente narrativa), ci rendiamo conto che la grazia e la natura coincidono. Questa coincidenza produce sgomento in me, che non credo in nulla di invisibile, come invece la Flannery, che è cattolica praticante. E questo sgomento, a sua volta, è ciò che si potrebbe definire “sacro”, “senso del sacro".»

Questo “senso del sacro” in Trevi si evinceva anche dai suoi saggi, e da quel tentativo di creare connessioni, istruire paralleli, scovare le affinità segrete fra l'assoluto e l'insignificante, dare un senso alle cose che ci accadono quotidianamente attraverso il filtro dell'arte.
Era una spia, un sintomo evidente (come la passione per la parola "destino") della spiritualità presente anche in chi si professa convintamente ateo, in chi crede che tutto sia casuale e insensato.

Lì, in quella corsa a Cerveteri, fra le tombe degli etruschi di duemila anni fa e fra le chiacchiere sessuali dei giovani etruschi di oggi, in un'ideale continuità di temi che trapassa il tempo e il linguaggio; lì, in quella corsa vista, apprezzata e descritta solamente - come se il mestiere di scrivere fosse solo una suprema arte del dispendio, un processo irreversibile di rarefazione semantica il cui orizzonte finale è il silenzio e il nonsenso; come se la cultura rappresentasse un ostacolo alla felicità e insieme la coscienza, l'unica coscienza, della sua possibilità -; lì pulsa il cuore del racconto, si svela il senso della narrazione.

Sergio Garufi

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Esempio 1
Il libro in breve

Vivono in due con Gina la Bastarda, l'Angelo peloso, cagnetta maniaca capace di ogni eccesso e di ogni paura, e due uccellini malconci, Totò e Peppina... un giorno, lui scopre che nell'angolo di una grotta un sapiens sapiens di trentamila anni fa ha ritratto una figura straordinariamente somigliante a Gina... E che il mondo tende a dividersi in creature come Gina, che si sentono addosso ogni colpa, e sciamani arroganti, rompiscatole padroni del mondo che tutti riveriscono. Romanzo-conversazione, "I cani del nulla" costituisce l'esordio letterario di Emanuele Trevi, filologo, autore di saggi critici, collaboratore del "manifesto".







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