Giorgio Tourn - Italiani e protestantesimo - Un incontro impossibile?-, Claudiana, Torino, 1997, pp. 256.
C'è chi afferma che il cattolicesimo col suo scarso rigore morale, che parrebbe offrire più di una scappatoia alle coscienze, abbia reso gli italiani corrotti e felici. C'è chi sostiene, peraltro, che gli italiani siano cattolici al cento per cento sì, ma nel senso che metà "dice" di esserlo e l'altra "crede" di esserlo. C'era infine chi auspicava per gli italiani una "riforma intellettuale e morale" che rigenerasse alla radice l'infiacchita base morale di un popolo troppo indulgente con sé stesso, e guardava anche all'esperienza protestante come quell'esempio storico di "una rivoluzione culturale" in grado di cambiare il volto dei popoli. In attesa di uno studio neutrale e di più largo respiro che affronti sotto il profilo antropologico-culturale la religione degli italiani, ci viene incontro questo studio, di parte protestante, in cui l'autore indaga i caratteri fondamentali della cultura cattolica italiana alla vigilia dell'ingresso in un'Europa continentale e in buona parte protestante.
recensione di Filoramo, G., "L'Indice" 1998, n. 3
Si discute oggi in modo insistente di multiculturalismo, della sua inevitabilità, dei vantaggi che esso può comportare, ma anche dei pericoli che, a differenza dei promessi vantaggi, sono sotto gli occhi di tutti e tra i quali primeggia la messa in crisi delle identità collettive tradizionali. Nel peculiare caso italiano, è evidente il peso che ha avuto la tradizione cattolica; meno noto e discusso è il ruolo delle minoranze protestanti: fino a che punto esso ha contribuito alla formazione di questa identità? Sullo sfondo della più generale crisi dell'identità nazionale, e della crisi stessa della categoria di modernità e dei suoi valori, il problema è ritornato oggi di bruciante attualità. Il libro del pastore valdese Giorgio Tourn aiuta a metterne meglio a fuoco gli aspetti essenziali. Esso si muove tra due opposti pericoli interpretativi, che lo sfondo apologetico e il carattere di pamphlet finiscono per accentuare. Per un verso, dando per scontata la tradizionale tesi di Max Weber relativa al contributo determinante che il protestantesimo, nella sua variante calvinista, avrebbe fornito al costituirsi della modernità, Tourn, nella prima parte del suo saggio, ripropone un interrogativo tradizionale: che cosa ha perso l'Italia, non conoscendo la Riforma? E che cosa, per converso, ha acquistato, come suoi caratteri permanenti, rimanendo un paese cattolico, anzi, controriformistico?
L'elenco, a senso unico, è presto fatto. Esso comprende i mali tradizionali dell'Italia, che continuano ad affliggerci, come l'assenza di coscienza individuale, per cui a lungo ci si è rifugiati nel grembo protettore della "maternità istituzionale" ecclesiastica sostituita poi, in regime di secolarizzazione, dal grembo dello stato protettore e garantito; l'inesistenza di spirito borghese, per cui si sarebbe passati "dal latifondo al computer senza lo spirito della borghesia moderna"; infine, "dulcis in fundo", quel male oscuro che è l'assenza stessa di senso dello Stato, tralasciando altri aspetti negativi, come il rifiuto del nuovo, la fine dell'autentica problematica religiosa incentrata intorno alla fede, le conseguenze sul piano dell'alfabetizzazione di massa conseguenti all'esclusione della lettura della Bibbia. Questo il tragico lascito della mancata riforma italiana e, per converso, - corollario inevitabile - del predominio del modello controriformistico. Un quadro a forti tinte che, nel suo manicheismo, trascura troppi dettagli significativi, come il contributo della grande erudizione cattolica del Seicento o il ruolo del cattolicesimo liberale, per poter essere condivisibile su di un piano storico; purtuttavia, un quadro che invita a ripensare, ancora una volta, il problema del contributo cattolico alla formazione dei "caratteri" dell'italiano. [...]