Alexis de Tocqueville -
L’ Antico Regime e la Rivoluzione
Sinossi e commento
La tesi dell'autore
Dal 1854 al 1856, Tocqueville, “ il Montesquieu del XIX secolo” (J.J Chevalier), intraprende la redazione di un lavoro di riflessione storica dedicato alla Rivoluzione Francese. I molti titoli provvisori abbozzati da Tocqueville ne illuminano l'intenzione : “lo spirito della Rivoluzione Francese”, “democrazia e libertà in Francia”, “delle cause della Rivoluzione”… Con questo lavoro, peraltro incompiuto, egli intende dimostrare che «la Rivoluzione è il frutto di un'evoluzione, che è una scaturigine di ciò che la precede». Dopo un breve libro I destinato a definire i termini del problema, Tocqueville sviluppa la sua tesi in 20 capitoli che si divideranno in seguito in due libri: il lungo termine, il breve termine. L’Antico Regime, che tanto ha contato nella storiografia della Rivoluzione, ha la particolarità «di chiudere il libro di storia» nel 1789, quando si verifica l'evento.
Tocqueville destina il libro I a definire la problematica che sottenderà la sua riflessione. Enuncia le grandi caratteristiche della nuova storia che egli istituisce: una storia concettuale, ordinata alla soluzione di una questione e procedente per raffronti. L'ambizione di Tocqueville è di sottolineare l'identità propria della Rivoluzione Francese distinguendo ciò che ha di universale e di singolare, di democratico e di propriamente rivoluzionario, insomma di spiegare il carattere specifico della Rivoluzione.
Nel libro II, l'autore si preoccupa di dimostrare che la Rivoluzione ha avuto luogo prima della Rivoluzione, che un processo di sovversione è già all'opera sotto la facciata tradizionale dell’ Antico Regime, contraddicendo così la tesi di Burke.
A partire da questi «fatti antichi e generali» che hanno preparato la Rivoluzione Francese, il libro III ha per oggetto il tratteggio delle circostanze più specifiche della crisi, di spiegare perché l’eversione della feudalità condotta nell'ombra si radicalizza improvvisamente dopo il 1750
Il libro I apre molte prospettive; la Rivoluzione, il cui carattere straordinario sfugge allora a molti, non ha per oggetto il cambiamento di un governo ma l’abolizione del vecchio tipo di società; deve di conseguenza mirare a tutti i poteri costituiti, da qui l'impressione d'anarchia. È per questo che, ad esempio, attacca la religione cattolica, non per irreligiosità (contrariamente a ciò che pensa J. de Maistre per il quale la Rivoluzione ha un carattere satanico) ma perché è un'istituzione potente. La Rivoluzione oltrepassa le frontiere e acquisisce pertanto un carattere messianico, universale. La Rivoluzione richiamandosi sempre a ciò che gli è meno specifico (come la dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino) ha potuto rendersi comprensibile ed imitabile. Inoltre, grazie al metodo comparativo, Tocqueville conclude che le istituzioni politiche della Francia, della Germania e della Gran Bretagna presentano un'importante similarità; «la vecchia costituzione dell'Europa è ovunque indebolita e frantumata».
In questo caso, qual è dunque l'oggetto vero della Rivoluzione, il suo carattere proprio? La Rivoluzione Francese non deve apparire come un inveramento permanente dell'anarchia ma come l'abolizione delle istituzioni feudali e la loro sostituzione con un ordine sociale e politico più uniforme e più semplice avente l'uguaglianza delle condizioni per base. Questa Rivoluzione ha fondato una potenza nuova, un potere centrale immenso. Senza la Rivoluzione Francese, «il vecchio edificio sociale» sarebbe comunque crollato.
Nel libro II, si svolge gradualmente una sociologia dell’Antico Regime . Comparando le situazioni tedesche e francesi alla fine del XVIII secolo, emerge che la Rivoluzione, il cui proprio oggetto era di abolire il resto delle istituzioni feudali, scoppia là dove il loro giogo sembrava più sopportabile. La scomparsa del sistema politico della feudalità a quest'epoca in Francia era un fatto reale. I contadini, emancipati dal servaggio, erano spesso proprietari della terra; ma per questo odiavano ancor più i diritti feudali residui. La feudalità suscitava molto odio poiché era rimasta la più grande delle istituzioni civili pur cessando di essere un'istituzione politica: era inutile a causa dell'assolutismo ma i privilegi rimanevano.
Nei capitoli dal 2 al 7, la centralizzazione amministrativa è considerata come un dato fondamentale della storia di Francia: l'assolutismo che produce questa centralizzazione amministrativa può essere una delle cause della singolarità Francese. L'assolutismo diventa un agente di sovversione che favorisce il rafforzamento dello Stato e la decomposizione della vecchia società. Così il Consiglio del Re, “corpo amministrativo centrale del Regno” è onnipotente; la sua tutela amministrativa è presente a tutti i livelli ed impedisce ogni iniziativa. Il governo dell’ Antico Regime ha in questo modo lasciato ai vecchi poteri, cioè la nobiltà, i loro onori ma li ha privati della loro autorità. L'amministrazione opprime meno ma gestisce di più; tuttavia le riforme più necessarie non sono intraprese per mancanza di perseveranza. La legge è screditata poiché l’ Antico Regime si definisce con norme rigide ma con prassi morbide. La centralizzazione amministrativa e l’ onnipotenza di Parigi, la sua ipertrofia, sono da mettere fra le cause principali della caduta della monarchia.
Ma i due capitoli centrali dell’Antico Regime e la Rivoluzione sono probabilmente i capitoli 8 e 9 del libro II nei quali sono analizzati la natura del nuovo stato sociale sorto con, o piuttosto dalla monarchia amministrativa. Nel corso del XVIII secolo, i nobili ed i borghesi si somigliano sempre più e la diminuzione dell'autonomia delle province ha contribuito a rendere l'unità della nazione effettiva mentre la legislazione prosegue la sua opera uniformatrice. Ma il borghese ed il nobile, più simili ormai, si erano nello stesso tempo distanziati l’uno dall'altro. Nel XIV secolo più che nel XVIII , la borghesia occupa nella società politica un posto importante. Nel corso del XVIII secolo, la barriera che separava la nobiltà dalle altre classi era abbastanza facilmente oltrepassabile ma questa barriera rimaneva estremamente visibile, dunque fonte di conflitti. Inoltre, la moltiplicazione delle varie corporazioni condusse « ad un individualismo collettivo» dove la nozione di bene comune si affievolisce. Tocqueville ritiene che «la divisione delle classi» fu il crimine dell’ Antico Regime; la disuguaglianza dinanzi alla tassazione, ad esempio, separa le classi e gli individui, il Regime assolutista che non esita ad utilizzare il sistema della venalità degli uffici aumenta la divisione della società e l'inefficienza dell'amministrazione.
Tuttavia, il mantenimento di una libertà singolare sotto l’ Antico Regime è innegabile nonostante un potere reale ampio e robusto. Quindi la Chiesa e la nobiltà possono apparire come due contrappesi di fronte a questo potere. Una libertà fertile sopravviveva dunque sotto la monarchia assoluta anche se questa libertà era spesso legata a un’idea d'eccezione e di privilegio.
Ma il XVIII rimane un secolo d'impoverimento per la campagna. I contadini in quest'epoca sono meno oppressi che nel XIV secolo ma ricevono anche meno soccorsi; i contadini del XVIII secolo sono liberi e proprietari ma ignoranti e spesso più miseri dei servi dei tempi feudali; in effetti, la prosperità è un effetto indotto della libertà e della solidarietà degli uomini, ciò che l'assolutismo non garantisce. Inoltre il signore non è più l'interfaccia privilegiato tra il contadino ed il potere centrale. «La separazione delle classi» porta ad una situazione pericolosa: l’azione del governo è inarrestabile ma anche senza appoggi, gira a vuoto. Prevedibile allora il crollo.
Il libro III raccoglie i fatti particolari e più recenti che hanno determinato il posto della Rivoluzione Francese nella storia, la sua nascita ed il suo carattere. Così, il periodo che va dal 1750 al 1785 si distingue per una congiuntura ideologica nuova,un riequilibrio globale della relazione tra il potere ed il sapere, mentre si diffonde ovunque il sentimento rivoluzionario; questo sentimento rivoluzionario, questo radicalismo, è tanto più presente fra i singoli letterati ed i francesi che nel corpo sociale nel suo complesso privato di qualsiasi iniziativa; i filosofi illuministi richiedono la sostituzione delle abitudini complesse e della tradizione con norme semplici e razionali, cosa che è legittima.
Ma essendo i filosofi estranei a qualsiasi iniziativa o a qualsiasi partecipazione diretta al governo, le loro teorie e le loro critiche si radicalizzano e non corrispondono più al reale e al possibile. Parallelamente alla società reale si sviluppa «una società immaginaria delle idee pure». Se i francesi fossero stati più implicati nel governo del loro paese, «la teoria pura» avrebbe avuto meno effetti nocivi e non sarebbe forse giunta alla tabula rasa rivoluzionaria.
La rottura dell'opinione pubblica con il cattolicesimo è una delle caratteristiche profonde della Rivoluzione Francese: in Francia, l’irreligione è diventata «una passione» generale, ardente, intollerante ed oppressiva. Così i filosofi dei Lumi attaccheranno la Chiesa come potere politico ma anche perché si regge sulla tradizione, e perché la Chiesa riconosce un'autorità superiore alla ragione individuale e si fonda su una gerarchia. La particolarità della Rivoluzione Francese è di avere rovesciato le leggi religiose e le leggi civili allo stesso tempo. Ma la libertà politica in Francia è stata distrutta dall’ Antico Regime. I fisiocrati, ad esempio, richiedono l'uguaglianza e sono favorevoli al "laisser- faire", laisser-passer ma essi non prevedono la libertà politica che la dovrebbe precedere, fatto logico poiché questa è da tempo scomparsa in Francia: la Nazione ne ha perso il gusto e fin’anche l’idea perdendone uso. Nel 1789, quando i francesi sono nuovamente a chiedere la libertà politica, le loro nozioni in materia di governo sono incompatibili con le istituzioni libere. I tentativi di mescolare centralizzazione amministrativa e corpo legislativo si concludono con ripetuti fallimenti.
Durante il regno di Luigi XVI è percettibile una reviviscenza della Nazione: la legge è meglio applicata, l'economia è prospera, le classi superiori sono più intraprendenti, il governo è più potente ma anche più dispotico, cosa che genera una certa contestazione delle istituzioni. Le regioni più ricche e più moderne sono luoghi di viva contestazione mentre la Bretagna o la Vandea, regioni povere, si opporranno alla Rivoluzione dopo il 1790 e si mostreranno più legate all’ Antico Regime. In definitiva, i francesi sembrano avere trovato alla fine del XVIII secolo la loro posizione tanto più insopportabile in quanto diventava migliore. D'altra parte, più il 1789 s’avvicina e più viva è la compassione per le miserie del popolo e ciò sia attraverso dichiarazioni del re, sia dell'amministrazione o dei Parlamenti; le classi superiori illuminate non esitano a biasimare pubblicamente le ingiustizie di cui soffre il terzo Stato. L'entusiasmo dei primi ha certamente contribuito ad attizzare le rivendicazioni del secondo fino allo scoppio della crisi nel 1789.
In un'ottica di breve durata, la riforma amministrativa del 1787 può essere considerata come un fattore d’'indebolimento del potere reale nel momento in cui esso è già fortemente contestato. In effetti, due anni prima dello scoppio della Rivoluzione, l'amministrazione pubblica, questo pezzo di governo più vicino al cittadino, rinnova i suoi addetti e cambia le sue strutture; l'impressione di confusione domina allora e fa apparire tutta la fragilità del quadro amministrativo tanto più che la riforma, benché istituisse assemblee comunali, ratifica la separazione assoluta dei tre ordini, perpetrandone la separazione e inibendo ad essi ogni comune amministrazione degli affari pubblici.
Ciò che rimane il fatto più sorprendente nel fenomeno rivoluzionario è il contrasto tra la generosità delle teorie e la brutalità della loro trascrizione nei fatti (la dichiarazione dei diritti dell’uomo e l’incessante lavoro della ghigliottina ndr). Nel 1789 s’afferma una volontà vivace di impiantare durevoli e libere istituzioni democratiche. Ma «lo straripamento della Rivoluzione Francese» ha condotto ad un ritorno alla centralizzazione ed al potere assoluto. Dopo la Rivoluzione, «la passione della libertà è intermittente» in Francia secondo Tocqueville. Ma forse questa così singolare Rivoluzione Francese deve anche la sua esistenza «ad uno spirito Francese» che Tocqueville enuncia in ultima analisi.
Commento critico
Il metodo seguito da Tocqueville è lo stesso sia nella Democrazia in America, che studia una società viva, sia nell' Antico Regime e la Rivoluzione, che evoca la storia della società francese; Tocqueville non si preoccupa né di descrivere, né di raccontare, né di essere esaustivo. Respinge il metodo storico positivista e tenta piuttosto di stabilire una sociologia dell' Antico Regime; gli eventi storici sono dunque assenti. L'analisi di Tocqueville non è affatto oggettiva ma è percorsa da intuizioni forti: «Si appartiene innanzi tutto alla propria classe prima che alle proprie opinioni» e «mi si possono opporre certamente gli individui, ma io parlo delle classi; sole esse occupano la storia». Ma Tocqueville perde in pertinenza descrittiva ciò che guadagna in forza concettuale ed in potere esplicativo. In quest’ambito utilizza molto la nozione di classe; ma cosa comprende questa esattamente? La classe non è né un gruppo economico, né un ordine. È piuttosto una funzione sociale determinata dal gioco delle istituzioni. Non ci può dunque essere tipologia esatta di questi gruppi funzionali. La storia sociale dell'Antico Regime che Tocqueville pretende di dipingere non è dunque concettualizzata. Alcuni punti precisi sono del resto discutibili.
Così Tocqueville oppone all'assolutismo del XVIII secolo le istituzioni del medioevo; queste avevano organizzato la solidarietà degli uomini in «una catena verticale di dipendenze» in mancanza di un'autorità centrale, cosa che lasciava libero corso ad una libertà “democratica” secondo Tocqueville. Quando sostiene che la situazione dei contadini era migliore nel XIV secolo che nel XVIII , Tocqueville idealizza un po' quest'epoca medioevale, dura per il contadino, consegnato all'arbitrio il privato del signore, ed ignara del principio dell'autorità pubblica.
Inoltre i capitoli dal 2 al 7 del libro II che Tocqueville dedica allo sviluppo della centralizzazione amministrativa non dicono nulla sulle ragioni che la possono spiegare: le guerre continue tra gli Asburgo e i Borboni non sono evocate, come anche il tema ormai classico dopo Guizot dell'equilibrio delle classi come fattore del potere assoluto dei re. Tocqueville ha forse il difetto di volere esplorare maggiormente le conseguenze di un grande fatto storico che le sue origini. Nell’Antico Regime e la Rivoluzione, quest 'ultimo prende la centralizzazione amministrativa come un dato fondamentale della storia della Francia, ma ne misura soltanto l'impatto sulla società, senza considerarne le basi.
Una delle critiche che si possono indirizzare a Tocqueville è che conta solo per lui ciò che la Rivoluzione rivela della società che l’ha preceduta. Così, nell’Antico Regime lo interessa soltanto ciò che è rivoluzionario. «L’Antico Regime e la Rivoluzione è una storia del “già”, alla ricerca di configurazioni analogiche». (F.Melonio)
Tocqueville non ha dunque sempre il rigore concettuale di un sociologo contemporaneo ma ci ha insegnato a pensare le innovazioni storiche della sua epoca. È a proposito dell'individualismo che si rivela nel modo più sorprendente la sociologia della conoscenza di Tocqueville: egli mostra come l'illusione di indipendenza dell'individuo si forma allorché scompaiono i legami tradizionali più visibili, proprio quando aumentano e si differenziano le interdipendenze o, per dirla con Durkheim, le forme della solidarietà organica.
Nell’Antico Regime e la Rivoluzione, Tocqueville rivela la sua ambizione primaria: spiegare il carattere della Rivoluzione più che la sua essenza di fondo. «Si interessa più al come che al perché, essendo la storia ai suoi occhi la conoscenza delle modalità di un evento, la ricostruzione delle molteplici vie intraprese per verificarsi» (F.Furet).
Per Tocqueville, la Rivoluzione ha avuto luogo prima della Rivoluzione; un lavoro di sovversione operato dallo Stato monarchico all’interno della vecchia società era all'opera da tempo. Tocqueville caratterizza fin dall’inizio l’Antico Regime come uno stato sociale bastardo, non più realmente aristocratico e non ancora democratico. Lo sviluppo dello Stato assolutista è inseparabile dalla concentrazione del potere politico in un solo luogo: l'aristocrazia è la prima vittima ma non la sola poiché è tutta l’organizzazione sociale che viene sconvolta. Così Tocqueville è il solo autore che fa dell'assolutismo un fenomeno sociologico ed uno strumento di sovversione della trama delle relazioni sociali; si preoccupa dunque di contare lo straripamento successivo dello Stato nella società.
La società dell’Antico Regime è una società «tendenzialmente democratica e patologicamente aristocratica» (F.Furet); è questo secondo versante dell'analisi tocquevilliana che è più ammirevolmente indagato benché troppo spesso trascurato dalla critica. Secondo Tocqueville, l’ Antico Regime è una corruzione del principio aristocratico: si assiste ad una organizzazione per caste della società, proprio quando questa evolve in gran parte verso l'uguaglianza degli individui. Un'espressione di Mirabeau riassume ammirevolmente questo Antico Regime poiché lo qualifica come una «cascata di disprezzo». La vecchia forma di governo analizzata da Tocqueville è dunque un sistema al cui interno agisce una dinamica paradossale: lo Stato centralizzato non cessa di distruggere ciò che ricostruisce incessantemente in termini di illusione, poiché nel momento in cui priva la nobiltà dei suoi poteri politici non cessa di creare ogni giorno nuovi nobili. Lo Stato centralizzato svuota del suo contenuto la vecchia società aristocratica pur mantenendone la facciata. La monarchia ricrea così incessantemente l'uguaglianza e la disuguaglianza. L’Antico Regime di Tocqueville si caratterizza in un certo modo come «una patologia della disuguaglianza ed un fallimento dell'uguaglianza» (F.Furet). Inoltre, la monarchia assolutista ha degradato l'aristocrazia senza aprire il minimo spazio sociale alla democrazia. Così si spiega ciò che Burke non ha compreso: che la vecchia monarchia non ha nulla da dare in lascito alla Rivoluzione, fatto che rende comprensibile la tabula rasa del 1789.
A partire dall'analisi dell’Antico Regime di Tocqueville, quale senso si può dare alla Rivoluzione? È una rottura o una prosecuzione, un ultimo atto insomma? Per Tocqueville, la Rivoluzione è già fatta nel 1789. Una volta prodottasi la rottura, da quel momento essa diventa più difficile da comprendere : «come esiste in Tocqueville un mistero filosofico della libertà, vi è anche nella sua visione della storia di Francia, l'enigma storico del suo apparire provvisorio» (F.Furet). Tuttavia, per Tocqueville, è innegabile che una dissoluzione della libertà verso l'uguaglianza si opera dopo il 1789; nel 1789, la democrazia è il frutto della nazione raccolta tutta intera contro il dispotismo poiché la libertà aristocratica e democratica si combinano per dar luogo unite all'esplosione rivoluzionaria. Ma la Rivoluzione nutrendosi dell'uguaglianza in contrapposizione alla libertà va a ricongiungersi alla tradizione dell "Antico Regime dividendo i francesi nuovamente in classi. Tuttavia, Tocqueville apprezza l'idealismo rivoluzionario che sboccia nel 1789: «L’89 è un anno di inesperienza certo, ma di generosità, d'entusiasmo, di virilità e di grandezza». È anche un tempo di libertà, benché transitorio.
Come garantire allora questa «libertà moderata, regolare, arginata dalle credenze, i costumi e le leggi» così cara a Tocqueville? Contrariamente a Montesquieu, quest'ultimo non crede ai corpi intermedi sotto la loro forma tradizionale. Sul piano puramente istituzionale, Tocqueville è favorevole ad un sistema bicamerale, ostile al sistema presidenziale, ma ha soltanto una fiducia limitata nelle istituzioni politiche per garantire la libertà. Contro l'individualismo, «ruggine delle società» Tocqueville raccomanda tre rimedi:
- il decentramento amministrativo, le libertà locali e provinciali
- il radicarsi delle associazioni di qualsiasi natura, politiche, industriali, commerciali, scientifiche o letterarie, che aiutano a formare un succedaneo dell’aristocrazia
- infine, e soprattutto, le qualità morali, il senso delle responsabilità, la passione del bene pubblico, come per Montesquieu. Tocqueville crede al primato della morale sulla politica.
Alexis de Tocqueville, scrivendo L’Antico Regime e la Rivoluzione, si inserisce in realtà in una prospettiva molto generale; non cerca soltanto di circoscrivere il carattere specifico della democrazia Francese così come si cristallizza nella Rivoluzione. Grazie allo studio dell'Antico Regime e della sua conseguenza “quasi” logica, la Rivoluzione, Tocqueville mette in guardia sui rischi che minacciano in modo permanente ogni società che vuole essere democratica ed evoca implicitamente la marcia i del mondo moderno verso l'uguaglianza delle condizioni.
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Alexis de Tocqueville: Della democrazia in America (Saggio
di sociologia politica di Alexis de Tocqueville (Iª parte 1835; IIª parte 1840).
La democrazia è l’uguaglianza delle condizioni congiunta alla sovranità del popolo. La libertà dell’uomo ricco non è lo scopo della politica. Perché la democrazia non determina l’uguaglianza, ma cambia le relazioni tra il ricco e il povero: il ricco non ha più diritti del povero, contrariamente a ciò che si riscontra in una società aristocratica. Inoltre, in democrazia, la libertà è uguale per tutti.
Ciò che fa l’uomo democratico, è l’individualismo, ossia la ricerca del proprio benessere. In questa ricerca, l’uomo democratico ha soltanto concorrenti, che sono suoi uguali. Così, l’idea democratica corrisponde all’idea giusta di libertà: mentre la società aristocratica isola ogni individuo in uno spazio gerarchico, la società democratica lo colloca in un quadro naturale e senza ostacoli fuorché quelli della legge.
Numerose istituzioni favoriscono l’autoregolazione della società americana: il comune, la giuria popolare, il libero associazionismo. Di conseguenza, l’interesse dei soggetti li accomuna nella difesa della democrazia, ed è in ciò che gli Stati Uniti costituiscono un ideale politico: è l’opinione pubblica che regna, nel senso che «ogni individuo condivide in parti uguali la sovranità e partecipa anche al governo dello Stato».
Infine, quest’”opinione pubblica” si fonda sulla religione, che si manifesta al tempo di Tocqueville come un’opinione condivisa più che una religione rivelata. La religione ha dunque una funzione essenziale nel mantenimento della coesione sociale. Il cristianesimo è così la prima delle istituzioni americane: da questa forma di utopia realizzata ne discende che nessuna rivoluzione utopistica qui è da temere, come in Europa...
Dopo alcune considerazioni sulla geografia fisica, Tocqueville analizza le ragioni dei primi emigranti, degli uomini di fede, innamorati dell’uguaglianza ma anche individualisti, che fuggivano i regimi repressivi dell’Europa. Dà prova di uno bello ottimismo - o di un certo accecamento intellettuale: in realtà, solo i proprietari erano ammessi nelle assemblee!
Ma, d’altra parte, descrive con precisione il decentramento amministrativo, parallelo alla centralizzazione governativa. È sensibile all’assenza della inamovibilità dei funzionari: costoro possono essere sospesi a seguito di un arbitrato, e gli arbitrati sono possibili a tutti i livelli. Descrive le istituzioni, il loro funzionamento ed il modo di designazione dei loro membri: il suffragio universale è diretto per la camera di rappresentanti ed il senato, indiretto per il presidente della repubblica. Il sistema prevede arbitrati a tutti i livelli.