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Alexis de Tocqueville -
L’  Antico Regime  e la Rivoluzione
Sinossi e commento

La tesi dell'autore

Dal 1854 al 1856, Tocqueville, “ il Montesquieu del XIX secolo” (J.J Chevalier), intraprende la redazione di un lavoro di riflessione storica dedicato alla Rivoluzione Francese. I molti titoli provvisori abbozzati da Tocqueville ne illuminano l'intenzione  : “lo spirito della Rivoluzione Francese”, “democrazia e libertà in Francia”, “delle cause della Rivoluzione”… Con questo lavoro, peraltro incompiuto, egli intende dimostrare che «la Rivoluzione è il frutto di un'evoluzione, che è una scaturigine di ciò che la precede». Dopo un breve libro I destinato a definire i termini del problema, Tocqueville sviluppa la sua tesi in 20 capitoli che si divideranno in seguito in due libri: il lungo termine, il breve termine. L’Antico Regime, che tanto ha contato nella storiografia della Rivoluzione, ha la particolarità «di chiudere il libro di storia»  nel 1789, quando si verifica l'evento.

Tocqueville destina il libro I a definire la problematica che sottenderà la sua riflessione. Enuncia le grandi caratteristiche della nuova storia  che egli istituisce: una storia concettuale, ordinata alla soluzione di una questione e procedente per raffronti. L'ambizione di Tocqueville è di sottolineare l'identità propria della Rivoluzione Francese distinguendo ciò che ha di universale e di singolare, di democratico e di propriamente rivoluzionario, insomma di spiegare il carattere specifico della Rivoluzione.

Nel libro II, l'autore si preoccupa di dimostrare che la Rivoluzione ha avuto luogo prima della Rivoluzione, che un processo  di sovversione è già all'opera sotto la facciata  tradizionale dell’ Antico Regime, contraddicendo così la tesi di Burke.

A partire da questi «fatti antichi e generali» che hanno preparato la Rivoluzione Francese, il libro III ha  per oggetto il tratteggio delle circostanze più specifiche della crisi, di spiegare perché l’eversione della feudalità condotta nell'ombra si radicalizza improvvisamente dopo il 1750

Il libro I   apre molte prospettive; la Rivoluzione,   il cui carattere straordinario sfugge allora a molti, non ha per oggetto  il cambiamento di un governo ma l’abolizione del vecchio tipo di società; deve di conseguenza mirare  a tutti i poteri costituiti, da qui l'impressione d'anarchia. È per questo che, ad esempio, attacca la religione cattolica, non per irreligiosità (contrariamente a ciò che pensa J. de Maistre  per il quale la Rivoluzione ha un carattere satanico) ma perché è un'istituzione potente. La Rivoluzione oltrepassa le frontiere e acquisisce pertanto un carattere messianico, universale. La Rivoluzione richiamandosi sempre a ciò che gli è meno specifico  (come la dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino) ha potuto rendersi comprensibile ed imitabile. Inoltre, grazie al metodo comparativo, Tocqueville conclude che le istituzioni politiche della Francia, della Germania e della Gran Bretagna presentano un'importante similarità; «la vecchia costituzione dell'Europa   è ovunque indebolita e frantumata».

In questo caso, qual  è dunque l'oggetto vero della Rivoluzione, il suo carattere proprio? La Rivoluzione Francese non deve apparire come un  inveramento permanente  dell'anarchia ma come l'abolizione delle istituzioni feudali e la loro sostituzione con un ordine sociale e politico più uniforme e più semplice avente l'uguaglianza delle condizioni per base. Questa Rivoluzione ha fondato una potenza nuova, un potere centrale immenso. Senza la Rivoluzione Francese, «il vecchio edificio sociale»   sarebbe comunque crollato.

Nel libro II, si svolge gradualmente una sociologia dell’Antico Regime . Comparando le situazioni tedesche e francesi alla fine del XVIII secolo, emerge che la Rivoluzione, il cui proprio oggetto era di abolire il resto delle istituzioni feudali,  scoppia  là dove il loro giogo sembrava più sopportabile. La scomparsa del sistema politico della feudalità a quest'epoca in Francia era un fatto reale. I contadini, emancipati dal servaggio, erano spesso proprietari della terra; ma per questo odiavano ancor  più i diritti feudali residui. La feudalità suscitava molto odio poiché era rimasta la più grande delle istituzioni civili pur cessando di essere un'istituzione politica: era inutile a causa dell'assolutismo ma i privilegi rimanevano.
Nei capitoli dal 2 al 7, la centralizzazione amministrativa è considerata come un dato fondamentale della storia di Francia: l'assolutismo che produce questa centralizzazione amministrativa può essere una delle cause della singolarità Francese. L'assolutismo diventa un agente di sovversione che favorisce il rafforzamento dello Stato e la decomposizione della vecchia società. Così il Consiglio del Re, “corpo amministrativo centrale del Regno” è   onnipotente; la sua tutela amministrativa è presente a tutti i livelli ed impedisce ogni iniziativa. Il governo dell’  Antico Regime ha in questo modo lasciato ai vecchi poteri, cioè la nobiltà, i loro onori ma li ha privati della loro autorità. L'amministrazione opprime meno ma gestisce di più; tuttavia le riforme più necessarie non sono intraprese per mancanza di perseveranza. La legge è screditata poiché l’ Antico Regime si definisce con norme rigide ma con  prassi morbide. La centralizzazione amministrativa e l’ onnipotenza di Parigi, la sua ipertrofia, sono da mettere fra le cause principali della caduta della monarchia.

Ma i due capitoli centrali dell’Antico Regime e la Rivoluzione sono probabilmente i capitoli 8 e 9 del libro II nei quali sono analizzati la natura del nuovo stato sociale sorto con, o piuttosto dalla monarchia amministrativa. Nel corso del XVIII  secolo, i nobili ed i borghesi si somigliano sempre più e la diminuzione dell'autonomia delle province ha contribuito a rendere l'unità della nazione effettiva mentre la legislazione prosegue la sua opera uniformatrice. Ma il borghese ed il nobile, più simili ormai, si erano nello stesso tempo distanziati l’uno dall'altro. Nel XIV  secolo più che nel XVIII , la borghesia occupa nella società politica un posto importante. Nel corso del XVIII  secolo, la barriera che separava la nobiltà dalle altre classi era abbastanza facilmente oltrepassabile ma questa barriera rimaneva estremamente visibile, dunque fonte di conflitti. Inoltre, la moltiplicazione delle varie corporazioni  condusse « ad un individualismo collettivo» dove la nozione di bene comune si affievolisce. Tocqueville ritiene  che «la divisione delle classi»  fu il crimine dell’ Antico Regime; la disuguaglianza dinanzi alla tassazione, ad esempio, separa le classi e gli individui, il Regime assolutista che non esita ad utilizzare il sistema della venalità degli uffici  aumenta la divisione della società e l'inefficienza dell'amministrazione.

Tuttavia, il mantenimento di una libertà singolare sotto l’ Antico Regime è innegabile nonostante un potere reale ampio e robusto. Quindi la Chiesa e la nobiltà possono apparire come due contrappesi di fronte a questo potere. Una libertà fertile sopravviveva dunque sotto la monarchia assoluta anche se questa libertà era spesso legata a un’idea d'eccezione e di privilegio.

Ma il XVIII  rimane un secolo d'impoverimento per la campagna. I contadini in quest'epoca sono meno oppressi che nel XIV  secolo ma ricevono anche meno soccorsi; i contadini del XVIII  secolo sono liberi e proprietari ma ignoranti e spesso più miseri dei servi dei tempi feudali; in effetti, la prosperità è un effetto indotto della libertà e della solidarietà degli uomini, ciò che l'assolutismo non garantisce. Inoltre il signore non è più l'interfaccia privilegiato tra il contadino ed il potere centrale. «La separazione delle classi»  porta ad una situazione pericolosa: l’azione del  governo è inarrestabile ma anche senza appoggi, gira a vuoto. Prevedibile allora il crollo.


Il libro III raccoglie i fatti particolari e più recenti che hanno  determinato il posto della Rivoluzione Francese nella storia, la sua nascita ed il suo carattere. Così, il periodo che  va dal 1750 al 1785 si distingue per una congiuntura ideologica nuova,un riequilibrio globale della relazione tra il potere ed il sapere,  mentre si diffonde ovunque il sentimento rivoluzionario; questo sentimento rivoluzionario, questo radicalismo, è tanto più presente fra i singoli letterati ed i francesi che nel corpo sociale nel suo complesso privato di qualsiasi iniziativa; i filosofi illuministi richiedono la sostituzione delle abitudini complesse e della tradizione con norme semplici e razionali, cosa che è legittima.
Ma essendo i filosofi estranei a qualsiasi iniziativa o a qualsiasi partecipazione diretta al governo, le loro teorie e le loro critiche si radicalizzano e non corrispondono più al reale e  al possibile. Parallelamente alla società reale si sviluppa «una società immaginaria delle idee pure». Se i francesi fossero stati più implicati nel governo del loro paese, «la teoria pura» avrebbe avuto meno effetti nocivi e non sarebbe forse giunta alla tabula rasa  rivoluzionaria.

La rottura dell'opinione pubblica con il cattolicesimo è una delle caratteristiche profonde della Rivoluzione Francese: in Francia, l’irreligione  è diventata «una passione» generale, ardente, intollerante ed oppressiva. Così i filosofi dei Lumi attaccheranno la Chiesa come potere politico ma anche perché si regge sulla tradizione, e perché la Chiesa riconosce un'autorità superiore alla ragione individuale e si fonda su una gerarchia. La particolarità della Rivoluzione Francese è di avere rovesciato le leggi religiose e le leggi civili allo stesso tempo. Ma la libertà politica in Francia è stata distrutta dall’ Antico Regime. I fisiocrati, ad esempio, richiedono l'uguaglianza e sono favorevoli al "laisser- faire", laisser-passer ma essi non prevedono la libertà politica che la dovrebbe precedere, fatto logico poiché questa è da tempo scomparsa in Francia: la Nazione ne ha perso il gusto e fin’anche l’idea perdendone uso. Nel 1789, quando i francesi sono nuovamente a chiedere la libertà politica, le loro nozioni in materia di governo  sono incompatibili con le istituzioni libere. I tentativi di mescolare centralizzazione amministrativa e corpo legislativo  si concludono con ripetuti fallimenti.

Durante il  regno di Luigi XVI è percettibile una reviviscenza della Nazione: la legge è meglio applicata, l'economia è prospera, le classi superiori sono più intraprendenti, il governo è più potente ma anche più dispotico, cosa che genera una certa contestazione delle istituzioni. Le regioni più ricche e più moderne sono luoghi di viva contestazione mentre la Bretagna o la Vandea, regioni povere, si opporranno alla Rivoluzione dopo il 1790 e si mostreranno più legate  all’ Antico Regime. In definitiva, i francesi sembrano avere trovato alla fine del XVIII  secolo la loro posizione tanto più insopportabile in quanto diventava migliore. D'altra parte, più il  1789 s’avvicina e più viva è la compassione per le miserie del popolo e ciò  sia attraverso  dichiarazioni del re, sia dell'amministrazione o dei Parlamenti;  le classi superiori illuminate  non esitano a biasimare  pubblicamente le ingiustizie di cui soffre il terzo Stato. L'entusiasmo dei primi ha certamente contribuito ad attizzare le rivendicazioni del secondo fino allo scoppio della crisi nel 1789.
In un'ottica di breve durata, la riforma amministrativa del 1787 può essere considerata come un fattore d’'indebolimento del potere reale nel momento in cui esso è già fortemente contestato. In effetti, due anni prima dello scoppio della Rivoluzione, l'amministrazione pubblica, questo pezzo di governo più vicino al cittadino, rinnova  i suoi addetti e cambia  le sue strutture; l'impressione di confusione domina allora e fa apparire tutta la fragilità del quadro amministrativo tanto più che la riforma, benché istituisse  assemblee comunali, ratifica la separazione assoluta dei tre ordini, perpetrandone la separazione e  inibendo ad essi  ogni comune amministrazione  degli affari pubblici.

Ciò che rimane il  fatto più sorprendente nel fenomeno rivoluzionario è il contrasto tra la generosità delle teorie e la brutalità della loro trascrizione nei fatti (la dichiarazione dei diritti dell’uomo e l’incessante lavoro della ghigliottina ndr). Nel 1789 s’afferma  una volontà vivace di impiantare durevoli e libere istituzioni democratiche. Ma «lo straripamento della Rivoluzione Francese» ha condotto ad un ritorno alla centralizzazione ed al potere assoluto. Dopo la Rivoluzione, «la passione della libertà è intermittente» in Francia secondo Tocqueville. Ma forse questa così singolare Rivoluzione Francese deve anche la sua esistenza «ad uno spirito Francese» che Tocqueville enuncia in ultima analisi.


Commento critico

Il metodo seguito da Tocqueville è lo stesso sia nella Democrazia in America, che studia una società viva, sia nell' Antico Regime e la Rivoluzione, che evoca la storia della società francese; Tocqueville non si preoccupa né di descrivere, né di raccontare, né di essere esaustivo. Respinge il metodo storico positivista e tenta piuttosto di stabilire una sociologia dell' Antico Regime; gli eventi storici sono dunque assenti. L'analisi di Tocqueville non è affatto oggettiva ma è percorsa da intuizioni forti: «Si appartiene innanzi tutto alla propria classe prima che alle  proprie opinioni» e  «mi si possono opporre certamente gli individui, ma io parlo delle classi; sole esse occupano la storia». Ma Tocqueville perde in pertinenza descrittiva ciò che guadagna in forza concettuale ed in potere esplicativo. In quest’ambito utilizza molto la nozione di classe; ma cosa comprende questa esattamente? La classe non è né un gruppo economico, né un ordine. È piuttosto una funzione sociale determinata dal gioco delle istituzioni. Non ci può dunque essere tipologia esatta di questi gruppi funzionali. La storia sociale dell'Antico Regime che Tocqueville pretende di dipingere non è dunque concettualizzata. Alcuni punti precisi sono del resto discutibili.

Così Tocqueville oppone all'assolutismo del XVIII  secolo le istituzioni del medioevo; queste avevano organizzato la solidarietà degli uomini in «una catena verticale di dipendenze» in mancanza di un'autorità centrale, cosa che lasciava libero corso ad una libertà “democratica” secondo Tocqueville. Quando sostiene che la situazione dei contadini era migliore nel XIV  secolo che nel XVIII , Tocqueville idealizza un po' quest'epoca medioevale, dura per il contadino, consegnato  all'arbitrio il privato del signore, ed ignara del principio dell'autorità pubblica.

Inoltre i capitoli dal 2 al 7 del libro II che Tocqueville dedica allo sviluppo della centralizzazione amministrativa non dicono nulla sulle ragioni che la possono spiegare: le guerre continue tra gli Asburgo e i Borboni non sono evocate, come anche  il tema ormai classico dopo Guizot dell'equilibrio delle classi come fattore del potere assoluto dei re. Tocqueville ha forse il difetto di volere esplorare maggiormente le conseguenze di un grande fatto storico che le sue origini. Nell’Antico Regime e la Rivoluzione, quest 'ultimo prende la centralizzazione amministrativa come un dato fondamentale della storia della Francia, ma ne  misura  soltanto l'impatto sulla società, senza considerarne le basi.

Una delle critiche che si possono indirizzare a Tocqueville è che conta solo per lui ciò che la Rivoluzione rivela della società che l’ha preceduta. Così, nell’Antico Regime lo interessa soltanto ciò che è rivoluzionario. «L’Antico Regime e la Rivoluzione è una storia del “già”,  alla  ricerca di configurazioni analogiche». (F.Melonio)

Tocqueville non ha dunque sempre il rigore concettuale di un sociologo contemporaneo ma ci ha insegnato a pensare le innovazioni storiche della sua epoca. È a proposito dell'individualismo che si rivela nel modo più sorprendente la sociologia della conoscenza di Tocqueville: egli mostra come l'illusione di indipendenza dell'individuo si forma allorché scompaiono i legami tradizionali più visibili, proprio quando aumentano e si differenziano le interdipendenze o, per   dirla con Durkheim, le forme della solidarietà organica.
Nell’Antico Regime e la Rivoluzione, Tocqueville rivela la sua ambizione primaria: spiegare il carattere della Rivoluzione più che la sua essenza di fondo. «Si interessa più al come che al perché, essendo la storia ai suoi occhi la conoscenza delle modalità di un evento, la ricostruzione delle molteplici vie intraprese per verificarsi» (F.Furet).

Per Tocqueville, la Rivoluzione ha avuto luogo prima della Rivoluzione; un lavoro di sovversione operato dallo Stato monarchico all’interno della vecchia società era all'opera da tempo. Tocqueville caratterizza   fin dall’inizio l’Antico Regime  come uno stato sociale bastardo, non più realmente aristocratico e non ancora democratico. Lo sviluppo dello Stato assolutista è inseparabile dalla concentrazione del potere politico in un solo luogo: l'aristocrazia è la prima vittima ma non la sola poiché è tutta l’organizzazione sociale che viene sconvolta. Così Tocqueville è il solo autore che fa dell'assolutismo  un fenomeno sociologico ed  uno strumento di sovversione della trama  delle relazioni sociali; si preoccupa dunque di contare lo straripamento successivo dello Stato nella società.

La società dell’Antico Regime  è una società «tendenzialmente democratica e patologicamente aristocratica» (F.Furet); è questo secondo versante dell'analisi tocquevilliana che è più ammirevolmente indagato benché troppo spesso trascurato dalla critica. Secondo Tocqueville, l’ Antico Regime è una corruzione del principio aristocratico: si assiste ad una organizzazione per caste della società, proprio quando questa evolve in gran parte verso l'uguaglianza degli individui. Un'espressione di Mirabeau riassume ammirevolmente questo Antico Regime poiché lo qualifica come una «cascata di disprezzo». La vecchia forma di governo analizzata da Tocqueville è dunque un sistema al cui interno agisce una dinamica paradossale: lo Stato centralizzato non cessa di distruggere  ciò che ricostruisce incessantemente in termini di illusione, poiché nel momento in cui priva la nobiltà dei suoi poteri politici non cessa di  creare ogni giorno nuovi nobili. Lo Stato centralizzato svuota del suo contenuto la vecchia società aristocratica pur mantenendone la facciata. La monarchia ricrea così incessantemente l'uguaglianza e la disuguaglianza. L’Antico Regime di Tocqueville si caratterizza in un certo modo come  «una patologia della disuguaglianza ed un fallimento dell'uguaglianza» (F.Furet). Inoltre, la monarchia assolutista ha degradato l'aristocrazia senza aprire il minimo  spazio sociale  alla democrazia. Così si spiega ciò che Burke non ha compreso: che la vecchia monarchia non ha nulla da dare in lascito alla Rivoluzione, fatto che rende comprensibile la tabula rasa del 1789.

A partire dall'analisi dell’Antico Regime  di Tocqueville, quale senso si può dare alla Rivoluzione? È   una rottura o una prosecuzione, un ultimo atto insomma? Per Tocqueville, la Rivoluzione è già fatta nel 1789. Una volta prodottasi la rottura, da quel momento essa diventa più difficile da comprendere  : «come esiste in Tocqueville un mistero filosofico della libertà, vi è anche nella sua visione della storia di  Francia, l'enigma storico del suo apparire  provvisorio» (F.Furet). Tuttavia, per Tocqueville, è innegabile che una dissoluzione della libertà verso l'uguaglianza si opera dopo il 1789; nel 1789, la democrazia è il frutto della nazione raccolta tutta intera contro il dispotismo poiché la libertà aristocratica e democratica si combinano per dar luogo unite all'esplosione rivoluzionaria. Ma la Rivoluzione nutrendosi dell'uguaglianza in contrapposizione alla libertà va a ricongiungersi alla tradizione dell "Antico Regime   dividendo i francesi nuovamente in classi. Tuttavia,  Tocqueville apprezza  l'idealismo rivoluzionario che sboccia nel 1789: «L’89 è un anno di inesperienza certo, ma di generosità, d'entusiasmo, di virilità e di grandezza». È anche un tempo di libertà, benché transitorio.

Come garantire allora questa «libertà moderata, regolare, arginata dalle credenze, i costumi e le leggi» così cara a Tocqueville? Contrariamente a Montesquieu, quest'ultimo non crede ai corpi intermedi sotto la loro forma tradizionale. Sul piano puramente istituzionale, Tocqueville è favorevole ad un sistema bicamerale, ostile al sistema presidenziale, ma ha soltanto una fiducia limitata nelle istituzioni politiche per garantire la libertà. Contro l'individualismo, «ruggine delle società» Tocqueville raccomanda tre rimedi:

- il decentramento amministrativo, le libertà locali e provinciali

- il radicarsi delle associazioni di qualsiasi natura, politiche, industriali, commerciali, scientifiche o letterarie, che aiutano a formare un succedaneo dell’aristocrazia

- infine, e soprattutto, le qualità morali, il senso delle responsabilità, la passione del bene pubblico, come per Montesquieu. Tocqueville crede al primato della morale sulla politica.
Alexis de Tocqueville, scrivendo L’Antico Regime e la Rivoluzione, si inserisce in realtà in una prospettiva molto generale; non cerca soltanto di circoscrivere il carattere specifico della democrazia Francese così come si cristallizza nella Rivoluzione. Grazie allo studio dell'Antico Regime e della sua conseguenza “quasi” logica, la Rivoluzione, Tocqueville mette in guardia sui rischi che minacciano in modo permanente ogni società che vuole essere democratica ed evoca implicitamente la marcia i del mondo moderno verso l'uguaglianza delle condizioni.

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pagina a cura di Alfio Squillaci


Alexis de Tocqueville su InternetBookShop

dal 23 sgosto 2003
Esempio 1
Alexis de Tocqueville: Della democrazia in America (Saggio
di sociologia politica di Alexis de Tocqueville (Iª parte 1835; IIª parte 1840).

La democrazia è l’uguaglianza delle condizioni congiunta alla sovranità del popolo. La libertà dell’uomo ricco non è lo scopo della politica. Perché la democrazia non determina l’uguaglianza, ma cambia le relazioni tra il  ricco e il povero: il ricco non ha più diritti del povero, contrariamente a ciò che si riscontra in una società aristocratica. Inoltre, in democrazia, la libertà è uguale per tutti.
Ciò che fa l’uomo democratico, è l’individualismo, ossia la ricerca del proprio benessere. In questa ricerca, l’uomo democratico ha soltanto concorrenti, che sono suoi uguali. Così, l’idea democratica corrisponde all’idea giusta di libertà: mentre la società aristocratica isola ogni individuo in uno spazio gerarchico, la società democratica lo colloca in un quadro naturale e senza ostacoli fuorché quelli della legge.
Numerose istituzioni favoriscono l’autoregolazione della società americana: il comune, la giuria popolare, il libero associazionismo. Di conseguenza, l’interesse dei soggetti li accomuna nella difesa della democrazia, ed è in ciò che gli Stati Uniti costituiscono un ideale politico: è l’opinione pubblica che regna, nel senso che «ogni individuo condivide in parti uguali la sovranità e partecipa anche al governo dello Stato».
Infine, quest’”opinione pubblica” si fonda sulla religione, che si manifesta al tempo di Tocqueville come un’opinione condivisa più che una religione rivelata. La religione ha dunque una funzione essenziale nel mantenimento della coesione sociale. Il cristianesimo è così la prima delle istituzioni americane: da questa forma di utopia realizzata ne discende che  nessuna rivoluzione utopistica qui è da temere, come in Europa...
Dopo alcune considerazioni sulla geografia fisica, Tocqueville analizza le ragioni dei primi emigranti, degli uomini di fede, innamorati dell’uguaglianza ma anche individualisti, che fuggivano i regimi repressivi dell’Europa. Dà prova di uno bello ottimismo - o di un certo accecamento intellettuale: in realtà, solo i proprietari erano ammessi nelle assemblee!
Ma, d’altra parte, descrive con precisione il decentramento amministrativo, parallelo alla centralizzazione governativa. È sensibile all’assenza della inamovibilità dei funzionari: costoro possono essere sospesi a seguito di un arbitrato, e gli arbitrati sono possibili a tutti i livelli. Descrive le istituzioni, il loro funzionamento ed il modo di designazione dei loro membri: il suffragio universale è diretto per la camera di rappresentanti ed il senato, indiretto per il presidente della repubblica. Il sistema prevede arbitrati a tutti i livelli.






Su IBS:
Titolo: Tocqueville
Autore: Bedeschi Giuseppe
Dati 198 p. 
Anno 1996 
Editore Laterza
Collana I pensatori politici
 
 
 



Descrizione   


Straordinaria tempra di teorico e di analista politico, Tocqueville è celebre per i due grandi libri su La democrazia in America e su l'Antico Regime e la Rivoluzione. Discendente da famiglia nobile, ma conscio dell'ineluttabilità della diffusione della democrazia, si impegnò caparbiamente nello studio della transizione dall'aristocrazia alla democrazia. Riconobbe i vantaggi portati da questa evoluzione, ma individuò anche i pericoli in essa insiti, suggerendo i rimedi.


 
 



Tocqueville , Giuseppe Bedeschi Ordina da iBS Italia

"Una diffusa immagine di Tocqueville, forse scaturita da una non attenta lettura delle sue opere maggiori, persiste a raffigurarlo come un pensatore politico che affida le sue scoperte piuttosto alla logica deduttiva che non all'osservazione della concreta vita sociale. Ma basta avvicinarsi appena al suo metodo di lavoro per accorgersi come invece i due approcci si intreccino indissolubilmente nella sua ricerca, che anzi trae gran parte del suo incomparabile vigore dimostrativo proprio dalla continua analisi comparata delle società politiche del suo tempo. La passione dei viaggi si manifesta quindi nel giovane aristocratico come una vera e propria necessità conoscitiva, si integra alla sua specifica formazione culturale in quanto connaturata, per così dire, alla sua precoce scoperta del destino egualitario del monfo moderno. Ed è precisamente intorno all'esigenza di verificare e documentare tale scoperta che ruotano i tanti 'cahiers' di notizie, appunti, osservazioni e conversazioni che Tocqueville ha redatto, più o meno sistematicamente, nel corso delle sue peregrinazioni in Europa e in America". (Dall'introduzione di Umberto Coldagelli)

Indice:
Introduzione: sulle tracce dell'uomo democratico
Viaggi
Viaggio in Sicilia
Viaggio in America
Viaggio in Inghilterra del 1833
Viaggio in Inghilterra e Irlanda del 1835
Viaggio in Svizzera (1836)
Appunti del viaggio in Algeria del 1841
Viaggio in Algeria (novembre-dicembre 1846)
Cartine
Indici dei nomi e dei luoghi

Un libro per capire l'America oggi

L'America e i suoi critici , Sergio Fabbrini Ordina da iBS Italia

Fabbrini affronta un problema di straordinaria importanza politica in Europa e in Italia - l' antiamericanismo e il filoamericanismo pregiudiziali e ideologici di ampi segmenti delle nostre opinioni pubbliche […] Si parte dall' Europa, e in particolare dall' Italia: il primo capitolo è dedicato a una rapida rassegna dei motivi che spiegano l' antiamericanismo pregiudiziale (e, in minor misura, il più recente e meno diffuso fenomeno del filoamericanismo pregiudiziale) che attraversano le culture politiche dominanti nel nostro Paese: quella cattolica, quella di destra e quella di sinistra, nonché la piccola enclave liberale. Rassegna rapida, dicevo, e convincente. Non nuova però, perché antiamericani e filoamericani per partito preso hanno già provveduto a denunciare gli aspetti ideologici presenti nelle critiche degli avversari. Ciò che è nuovo e molto utile, in un clima di diffusa ignoranza e di amori e odi fondati su di essa, e dunque infondati, è il modo pacato e convincente in cui Fabbrini, grande conoscitore della società e del sistema politico americani, riesce a ridurre la nostra ignoranza, a farci entrare in un mondo profondamente diverso dal nostro. L' autore è uno scienziato politico, ma la prima e più importante lezione che ci offre è di metodo storico: che tutti i pezzi del sistema americano sono strettamente collegati e hanno radici culturali profonde, e sono queste che ne consentono un funzionamento accettabile. Quando penso alla beata incoscienza con la quale, anche in sede di proposte alla Bicamerale, si pensava di trasferire di peso alcuni tratti del «governo diviso» (tra Presidenza e Congresso) che è tipico dell' America al sistema costituzionale italiano, senza riflettere sulle condizioni storiche e culturali che consentono di tenere insieme e far funzionare in modo accettabile un meccanismo di governo a prima vista così paradossale, foriero di effetti imprevedibili e perversi al di fuori del contesto in cui si è formato e di notevoli tensioni anche nel suo contesto di origine, mi viene da rabbrividire. Il modo in cui in cui Fabbrini organizza la materia, e attraverso il quale ci impartisce la lezione di cui dicevo, è poi molto semplice: nei quattro capitoli centrali del libro, egli sottopone a un' analisi serrata i quattro principali pregiudizi antiamericani che circolano in Europa e in Italia, i primi due attinenti al funzionamento delle istituzioni, i secondi a quello della società, della politica e dell' economia. L' America è una democrazia del plebiscito? È una democrazia senza popolo? È una democrazia per ricchi? È una democrazia imperiale? I punti interrogativi ce li mette Fabbrini, naturalmente, perché la sua analisi è rivolta proprio a eliminare l' ignoranza che sta alla base del pregiudizio. Eliminata la quale non sono affatto eliminati i motivi di critica, ma, da una parte, essi sono attenuati, perché vengono messi in rilievo gli antidoti che il sistema politico e la società civile hanno creato contro i tratti plebiscitari delle elezioni presidenziali, contro la bassa partecipazione elettorale, contro le tendenze a favorire i ceti più abbienti, contro l' egemonismo internazionale degli Stati Uniti. Dall' altra parte, e soprattutto, essi sono spiegati nella loro origine storica, mostrando tendenze e cicli in tutti i fenomeni osservati, la natura instabile e precaria degli equilibri che provvisoriamente si stabiliscono e che tendiamo a considerare immutabili. Fabbrini è al suo meglio, come studioso delle istituzioni, quando deve spiegare fenomeni strettamente attinenti al sistema politico. […] Ma l' autore è molto efficace anche quando deve descrivere fenomeni politico-sociali più ampi delle dinamiche istituzionali: la sua analisi della «democrazia imperiale», delle difficoltà di Clinton a tenere insieme multilateralismo ed espansione mondiale della democrazia e degli interessi americani, dell' abbandono del multilateralismo da parte di George W. Bush e dei neocon, è una delle più efficaci che abbia letto negli ultimi tempi. […]

Michele Salvati


3 marzo 2005
Tocqueville e la tirannia della maggioranza


«Per me, quando sento la mano del potere appesantirsi sulla mia fronte, poco m' importa di sapere chi mi opprime, e non sono maggiormente disposto a infilare la testa sotto il giogo solo perché un milione di braccia me lo porge». È la posizione del liberale francese Alexis de Tocqueville, che nell' Ottocento studiò l' equilibrio fra la libertà individuale e il potere democratico nel saggio La democrazia in America, scritto fra il 1832 e il 1840, diventato uno dei testi alla base del pensiero politico occidentale. Per Tocqueville la democrazia è l' eguaglianza delle condizioni (che in America è rappresentata dalla condizione di «primigenia» parità tra i coloni arrivati dall' Europa nel Seicento). Ma l' altra faccia di un regime democratico, che promette una partecipazione di tutti alla vita pubblica, è il rischio costante della «tirannide della maggioranza», poiché quando si mette in pratica l' ideale egualitario si ottiene una sorta di livellamento che tende a sfociare nel dispotismo e dunque nella negazione della libertà. «Vedo chiaramente nell' eguaglianza due tendenze - spiega Tocqueville nel suo saggio -: una che porta la mente umana verso nuove conquiste e l' altra che la ridurrebbe volentieri a non pensare più. Se in luogo di tutte le varie potenze che impedirono o ritardarono lo slancio della ragione umana, i popoli democratici sostituissero il potere assoluto della maggioranza, il male non avrebbe fatto che cambiare carattere».


Nel 1831-32, sessant'anni dopo l'inizio della rivoluzione americana, Alexis de Tocqueville compì un viaggio di studio negli Stati Uniti, durante il quale esaminò da vicino il funzionamento delle istituzioni politiche, amministrative e giudiziarie del paese. Nel 1835 pubblicò la prima parte de "La democrazia in America", che contiene un'analisi sistematica delle istituzioni americane.
La seconda parte fu pubblicata nel 1840, ed è edita insieme alla prima nel presente volume. Oggi il libro di Tocqueville, generalmente giudicato un classico del pensiero politico dell'Ottocento, offre spunti molto interessanti di riflessione: "Del resto" scrive Giorgio Candeloro a conclusione della sua prefazione al libro "il problema da lui posto, quello di fondare una società di uomini che siano al tempo stesso eguali e liberi e di impedire l'instaurazione di tirannidi ben più complete e oppressive di quelle del passato, è ancora vivo e urgente nel nostro tempo".

TOCQUEVILLE IN RETE:
 
1. Alexis de Tocqueville - Encyclopédie de l'Agora - Quebec Canada - Raccoglie quasi tutti i testi (manca il Voyage en Sicile) di Tocqueville scaricabili in formato .doc di word  e in PDF.   Biografia sommaria, bibliografia, e come dicevamo: La democrazia in America, L'Antico Regime e la rivoluzione, Rapporto sull'Algeria, Due lettere sull'Algeria. E poi: saggi, link, tutto ciò che occorre per studiare dal proprio PC questo gigante del pensiero politico.

2. Alexis de Tocqueville - Biografia ed opere. In questo sito.

3. Alexis de Tocqueville
Bellissimo sito tematico francese. Da visitare assolutamente

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La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line