P. Cornelio Tacito -  La Germania -  Sellerio, Palermo, 1993

Riappare in libreria un bel saggio sulla Germania dal titolo:Germania. Si tratta della traduzione di un libretto di appena 50 pagine che duemila anni fa (la prima edizione è del 96) è stato un vero e proprio best-seller. Il titolo originale è: De origine et situ germanorum. L’autore, Tacito, è noto soprattutto per i suoi volumi di storia romana e per la biografia del suocero Agricola, esemplare figura di console. 

Chi sono dunque questi Germani di cui a Roma tutti parlano? 

Truces et caerulei oculi, rutilae comae, magna corpora... «Hanno occhi azzurri e fieri, i capelli fulvi e sono di grande corporatura». La robustezza dei guerrieri germanici, la loro statura imponente, lo sguardo truce, avevano già colpito i centurioni di Cesare i quali ne erano rimasti atterriti. In un’epoca in cui si combatteva corpo a corpo, l’esito della battaglia si rifletteva sullo sguardo del guerriero: «Nei combattimenti - scrive Tacito - sono gli occhi i primi ad essere vinti.»
 La cucina dei Germani è semplice e genuina: frutta selvatica, cacciagione fresca e latte rappreso (il nostro yogurt). Si mettono a tavola appena svegli, dopo essersi lavati con acqua calda. A differenza dei Romani, che preferiscono il vino, i Germani bevono un liquido ricavato dall’orzo e dal frumento fermentati: la birra. Da noi chi si ubriaca è visto con disprezzo; non in Germania: «Consumare il giorno e la notte bevendo non è considerato da nessuno un’azione della quale vergognarsi». Non meraviglia se spesso la festa degeneri in un scazzottata: «Come accade tra ubriachi, le risse sono frequenti». I Germani non abitano in città come le nostre, dove una casa è addossata all’altra: vivono isolati e sparpagliati (colunt discreti ac diversi), lasciando tra una casa e l’altra ampi spazi verdi. Chi osservi dall'alto una città tedesca, noterà che ancora oggi è così. 




Esempio 1
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Tacito non nasconde la propria simpatia per questo popolo sano, non ancora corrotto dalla civiltà. «Le donne vivono in una gelosa pudicitia e non si lasciano corrompere dalle attrazioni degli spettacoli né dalle lusinghe dei banchetti». I Germani non sono gente astuta né furba (gens non astuta nec callida), perciò hanno un animo schietto e genuino (ergo detecta et nuda omnium mens). Ma, soprattutto, i Germani non sanno mentire, non sanno, come noi latini, fingere (fingere nesciunt). La loro economia ignora l’usuras e il fenus (il tasso d’interesse); lo stesso denaro, la fonte di tutti i mali, pare siano stati i Romani a farglielo conoscere: «Siamo stati noi ad insegnargli ad accettare il denaro». In Germania nessuno ride dei vizi: Nemo illic vitia ridet. I Germani di Tacito sono tutto quello che i Romani erano un tempo. Sono un exemplum, un modello, che lo storico dei fasti e nefasti di Tiberio, Claudio e Nerone addita ai suoi contemporanei. 
Rileggendo Germania non ci si stupisce di quante cose siano cambiate, sibbene di quante cose siano rimaste uguali. I Germani, pardon: i Tedeschi, continuano a trincare birra e a consumare yogurt, a fare la Frühstück, a costruire le loro casette con giardino e a passeggiare nei boschi dove una volta sacrificavano alle loro divinità. I Germani hanno imparato a bere vino, a prestare denaro e a speculare sui tassi d’interesse; hanno, ahimè!, imparato anche a mentire e a fingere, e sulla pudicitia delle loro donne non c’è da scommetterci. I Germani sono diventati come noi; non sono più quel popolo schietto, simile soltanto a se stesso (sinceram et tantum sui similem gentem), non contaminato da altri popoli, che Tacito conobbe e ammirò. Persino il loro indomabile spirito di indipendenza, la famosa Germanorum libertas, che fino a ieri ci ha dato tanto filo da torcere (tam diu Germania vincitur), non esiste più, piegato anch’esso dall'impeto di questa massificazione planetaria.

Matteo Neri
La Germania ai tempi di Tacito
dal 23 gennaio 2003
L'Incipit

Germania omnis a Gallis Raetisque et Pannoniis Rheno et Danuvio fluminibus, a Sarmatis Dacisque mutuo metu aut montibus separatur: cetera Oceanus ambit, latos sinus et insularum inmensa spatia complectens, nuper cognitis quibusdam gentibus ac regibus, quos bellum aperuit. Rhenus, Raeticarum Alpium inaccesso ac praecipiti vertice ortus, modico flexu in occidentem versus septentrionali Oceano miscetur. Danuvius molli et clementer edito montis Abnobae iugo effusus pluris populos adit, donec in Ponticum mare sex meatibus erumpat: septimum os paludibus hauritur.

[2] Ipsos Germanos indigenas crediderim minimeque aliarum gentium adventibus et hospitiis mixtos, quia nec terra olim, sed classibus advehebantur qui mutare sedes quaerebant, et inmensus ultra utque sic dixerim adversus Oceanus raris ab orbe nostro navibus aditur. Quis porro, praeter periculum horridi et ignoti maris, Asia aut Africa aut Italia relicta Germaniam peteret, informem terris, asperam caelo, tristem cultu adspectuque, nisi si patria sit?
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