È mia abitudine ogni mattina, e specie se il tempo è bello, fare una passeggiata dal Palazzo Doria, dove abito, fino al Pantheon. Lì prendo il caffè, compro il giornale, poi torno a casa passando da Piazza della Minerva, quella con l' elefantino al centro con l' obelisco in groppa. Proprio di fronte all' elefantino c' è l' Albergo della Minerva, e ogni volta io mi fermo a leggere la targa di marmo sotto una finestra dell' ammezzato: In questo edificio già Palazzo Conti STENDHAL che Les Promenades dans Rome rendono degno del nome di romano abitò tra il 1834 e il 1836 qui riandò alla lontana infanzia nella Vita di Henry Brulard e portò uno sguardo acuto sulla società del suo tempo in Lucien Leuwen Ogni volta che leggo questa targa mi commuovo, e guardo se la finestra sopra la targa è aperta e si vede il soffitto curvo e decorato di una stanza. Sarà quella la stanza dove Stendhal scriveva? Penso che Stendhal si sarà affacciato da quella finestra e avrà guardato l' elefantino, che io mi trovo sulla traiettoria di quello sguardo, lo intercetto e mi sembra di averlo vicino. La sua presenza mi riporta all' amore che ho sempre avuto per i suoi libri, e mi sento uno di quei lettori che lui diceva lo avrebbero letto negli anni futuri: je cours la chance d' être lu en 1900 par les âmes qui j' aime. Lì in quella stanza mi sembra di vederlo seduto alla scrivania mentre la sua mano leggera corre sul foglio: «La sua penna volava, egli non vedeva più niente di ciò che lo circondava...». Altrettanto veloce era il suo stile, la sua prosa. Con quello stile che poteva apparire casuale lui entrava nella profondità del cuore dei suoi personaggi e li rendeva vivi e intensi nelle passioni, quasi facendosi condurre da essi e non dominandoli lui come autore. Così nella Chartreuse è lui, francese innamorato dell' Italia, che ci presenta e ci fa conoscere fin nelle più intime pieghe dell' anima quelli che a me appaiono come gli unici veri grandi personaggi italiani della letteratura, Fabrizio Del Dongo, la Sanseverina, il Conte Mosca, e il piccolo dispotico autocrate Ranuccio, quattro magnifici esemplari del carattere italiano nelle sue molteplici sfaccettature, personaggi che nessuno scrittore italiano aveva inventato prima di lui. Questi quattro personaggi della Chartreuse sono talmente naturali che sembrano vivere di vita propria. E questo riesce a Stendhal perché la sua mano che corre sul foglio tanto da non sapere dove lo condurrà, si serve inconsapevolmente di quello stile che, come diceva Montesquieu, «è tanto difficile da apprendere perché si trova precisamente tra il nobile e il volgare (cioè quello della lingua comune) ed è così vicino al volgare che rischia sempre di cadervi». Non solo nei romanzi ma nelle «Oeuvres intimes», Vita di Henry Brulard, il Journal e i Ricordi di egotismo, questo stile si rivela nella maniera più nuda, ed è tale la sua forza da innalzare il livello letterario anche delle annotazioni più banali, che riguardano date e circostanze della sua vita vissuta, persone incontrate di sfuggita, liste di nomi delle sue amanti e così via. Stendhal io l' ho sempre amato non solo come lo scrittore dei romanzi, ma come l' uomo che si mostra negli scritti intimi. Ho amato la sua «teoria del cuore umano», quel misto di romanticismo e di analisi critica che si rivela in De l' amour, la passionalità estrema dei suoi personaggi (Matilde con la testa di Julien decapitato tra le mani), l' originalità del suo realismo (Fabrizio sul campo di battaglia di Waterloo). E ho amato l' uomo che parla di se stesso e teme che la frequenza del suo je e del suo moi possa dar fastidio al lettore. Ma cosa importa se je e moi gli consentono di abbandonarsi al piacere di scrivere? E poi lui li usa, il je e il moi, per una forma di conoscenza e per condurre un continuo esame di coscienza. «Scrivo senza mentire spero e senza farmi illusioni ma col piacere di chi scrive una lettera a un amico». Quel suo domandarsi: Ho speso bene la mia vita finora? Sono un uomo di spirito? Ma io ho talento? (lui che aveva scritto Le rouge et le noir, lui che in 52 giorni scriverà La Chartreuse!) A che pro affidarsi ai je e ai moi se non si ha il coraggio di dire la verità ed essere «vrai et simplement vrai». Ma quale occhio può vedere se stesso? si chiede. E quante precauzioni si devono prendere per non mentire a se stessi! E certo Stendhal nei suoi Ricordi di egotismo e nei suoi scritti intimi non mente: «Quasi certamente piacerei agli sciocchi se mi dessi la pena di aggiustare qualche brano di queste mie chiacchiere. Ma forse scrivendole come una lettera a mia insaputa do l' idea del somigliante. Ebbene io voglio soprattutto essere veridico». E certo non si nasconde e si mostra appassionato e volubile qual è, racconta con candore i suoi «fiaschi» amorosi, e con malcelata soddisfazione si appropria della parola italiana «fiasco» per rendere meno avvilente la cosa che la parola nasconde! La descrizione del suo «fiasco» con la giovane prostituta Alexandrine che fa torcere dal ridere gli amici quando vedono lo stupore negli occhi della ragazza e gli vale una nomea che fu cancellata solo quando la signora Azur testimonia «dei suoi fatti e delle sue gesta», è un esempio della sincerità con cui racconta anche le cose più umilianti senza nulla «aggiustare», come lui dice. Ciò nonostante appena vede una donna se ne innamora, e non solo la corteggia ma la chiede in matrimonio, e quante volte gli accade di essere piantato dall' amata «senza neanche averla avuta». Le sofferenze amorose lo accompagnano per tutta la vita, i suoi anni sono scanditi dai nomi delle donne amate, «con tutte mi sono comportato sempre come un bambino e ho avuto poche volte successo». Ma questo bambino che sapeva tutto dell' amore e aveva scritto De l' amour, e romanzi d' amore indimenticabili, aveva in sé un misto di innocenza e di grandezza, di immaturità e di saggezza, che ne fanno una figura unica. Quando da ragazzo lesse il Don Chisciotte, disse che quel libro lo aveva fatto morire dal ridere «me fit mourir de rire». Ma quando elenca i suoi numerosi insuccessi in campo amoroso sembra anche lui un don Chisciotte, sempre illuso, sempre idealista, sempre impavido di fronte alla malasorte, ma sempre innamorato. I Ricordi di egotismo furono scritti in quattordici giorni, tra il 20 giugno e il 4 luglio del 1832 a Civitavecchia, dove Stendhal con suo gran disappunto era stato destinato come console. Aveva 49 anni e si considerava quasi alla conclusione della vita. Questi ricordi dovevano coprire un periodo di dieci anni, dal 1821 al 1832, anni che aveva trascorso a Parigi pensando continuamente a Milano e a Matilde «che adoravo, che mi amava e che non mi si è mai concessa», e in uno stato prossimo al suicidio. L' aria di Restaurazione che si respirava a Parigi nei salotti che frequentava non migliorava certo il suo stato d' animo. I Ricordi invece si riferiscono a un solo anno, il 1821-1822 e presto si interrompono, come avverte in una nota finale «perché il caldo mi toglie le idee». Ma non era solo il caldo, era anche l' essere confinato in una cittadina come Civitavecchia, senza stimoli di vita mondana e intellettuale, dalla quale fugge ogni volta che può, chiedendo continui permessi che irritano i suoi superiori. Quanto al modo di raccontare questi suoi Ricordi, Stendhal ha dichiarato spesso il suo disprezzo del serioso e del sublime, dell' intellettualismo e del bello stile alla Chateaubriand, e la sua preferenza per la precisione elementare e per la sincerità del Rousseau delle Confessioni. Non si sente un letterato, dunque, perché la vita è più vera e disordinata della letteratura. «Chi legge sarà sorpreso dal disordine con cui i fatti sono presi e lasciati», scrive Giovanni Macchia. Quel disordine è comunicativo, è come assistere allo scorrere della vita vera, non quella inventata in un romanzo. Se non è sconveniente e anacronistico il paragone, a me, lettore di oggi, quel disordine fa pensare a una conversazione al telefono in cui si parla di questo e di quello, di gente che si conosce e si critica con qualche prevedibile malevolenza, ma senza dar troppa importanza alla cosa. La stessa nonchalance, mi sembra, si trovi in questi Ricordi, ed è inutile cercare di metter ordine e creare collegamenti tra un anno e l' altro, tra un nome e un altro, è meglio abbandonarsi al piacere della lettura, di incontrare osservazioni di strepitosa e profondamente lieve intelligenza, caratteri e persone presentate con sorprendente e ironico acume psicologico, o ritratti come quelli di Lafayette dipinti con la bravura di un ritrattista olandese. «Devo supplicare il lettore di perdonarmi digressioni davvero tremende», scrive Stendhal. Ma in quelle digressioni e in quel disordine si sente, come scrive Macchia, «il ritmo misterioso della vita». 
Raffaele La Capria 

Corriere della Sera
(9 febbraio 2009) - Corriere della Sera
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È un dato di fatto – mi dicevo, mentre a lettura ultimata mi rigiravo fra le mani questo delizioso repêchage di Stendhal – che la Brianza è tuttora uno dei luoghi più belli d’Italia. Un pezzo di Toscana in terra di Lombardia. Ho vivi ricordi della Toscana dove ho vissuto gli anni dell’adolescenza e  ho la ventura di attraversare tutti i giorni e in tutte le stagioni dell’anno per ragioni di lavoro (servicio de correos del Maradagàl) la Brianza più riposta e più periferica e dunque più intima, ossia quella lecchese, ancora in buono stato. Non so restare freddo davanti a scorci paesaggistici come quelli di Montevecchia, Perego,  Annone ... Dall’altura della  Bevera ( Imbever, ricorda un cartello messo lì da una mano pubblica  guidata da un sentimento, non ancora risentimento, identitario)  mi soffermo ogni giorno ad ammirare il paesaggio di questa Brianza dalle colline dai profili seghettati, da cui si staglia sempre, anche tra le brume come ancor più nelle terse giornate primaverili,  un delizioso campanile, e da dove gettando lo sguardo si coglie in un’unica veduta mozzafiato tutta la chiostra delle cime lecchesi, e più oltre, le rocce imbiancate delle Alpi. 

Ma la Brianza non è solo un luogo ameno; al di là dei triti luoghi comuni sui brianzoli - quelli che li vedono abbrutiti coo bass sulla “diuturna incombenza del giorno” e ossessionati dalla silente e caparbia religione del lavurà esplodente  talora nell’imprecazione (che tuttavia perora  un destino maledicendo gli effetti di una vocazione) contro i danè  che fan danà - la Brianza dicevo è anche un luogo della mente e dell’anima. La sub-regione lombarda infatti vanta sicuramente uno dei più alti tassi di densità letteraria d'Italia: Parini,  Stendhal, Manzoni, Cesare Cantù (Massime e motti di Carlambrogio di Montevecchia ) Emilio De Marchi (Arabella e Giacomo l'idealista),  Gadda (la strepitosa  Cognizione del dolore) e aggiungerei anche il libro di Carlo Linati Sulle orme di Renzo, tanto lodato da Montale ne Il secondo mestiere.. Infine, venendo ai giorni nostri, c’è anche quel verso di Mogol  “Per fuggire via da te Brianza velenosa”  della canzone Una giornata uggiosa di  Lucio Battisti, vissuto lungamente e morto a due passi dalla Bevera, a Molteno...

Adesso riavvolgiamo il film dell’impetuoso  sviluppo economico che ha deturpato non poco i  bei luoghi con guasti irreparabili come quelli dell’infognamento del fiume Lambro (perisca l’inquinatore che  per lucro ebbe a vile/la salute civile, poiché come ammoniva Parini sol di sé pensiero/ha l’inerzia privata), e chiudiamo anche gli occhi sulla Brianza che si scorge dalla e si svolge lungo la statale della Valassina, quella specie di  Las Vegas di arredo-bagno, salotti e camerette, dove peraltro torno immancabilmente ad acquistare i mobili, ché Ikea non mi avrà mai. Ritorniamo alla Brianza vista con gli occhi di Stendhal nel 1818. Doveva essere una specie di Eden primigenio. Laghi cristallini, limpidi rivi e colli ameni, verzure a perdita d’occhio e l’etere vivace della salubrità dell’aria: era ancora la Brianza settecentesca di Parini, morto vent’anni prima. Cosa vi cercava Stendhal in questa Brianza raggiungibile da Milano con un servizio bisettimanale di diligenza? Io direi ciò che è intimamente stendhaliano: estetico ed estatico turismo dello spirito, oltre beninteso ai baldanzosi fianchi/de le ardite villane, ossia turismo sessuale, che in queste pagine trova il suo sincero e secco resoconto.

Lascio alla penna di Michel Crouzet una sintesi molto circostanziata della gita brianzola dell’autore della Certosa di Parma  e dell’amico Peppino Vismara (il miscredente che orina nell’acquasantiera della chiesa di Giussano). Subito dopo mi lascerò andare a divagazioni sul rapporto di Stendhal con la scrittura e con l’Italia.

«Stendhal non è fatto per il tempo: nel viaggio si cura solo del presente; il viaggio rappresenta la polverizzazione dei frammenti dell’esistenza colti al volo, un’infinita capacità di stupirsi. E così l’Io non ha più Io, è in qualche modo l’«allegro nulla» che il Romantico sogna di diventare, può «fregarsene di tutto», altro ideale stendhaliano, perché, etereo, allegro, libero da qualsiasi progetto, è finalmente libero da se stesso, e libero di provare interesse per tutto.

Vorrei prendere come esempio la gita dal 25 al 31 agosto1818 in Brianza, ovvero nel triangolo, che oggi è la periferia milanese, situato tra Monza, Lecco, e Como. Viaggio importante perché irrilevante: il viaggio stendhaliano evita sempre le grandi descrizioni, i passaggi obbligati del turista, gli spettacoli e i luoghi prevedibili; marginale, accessorio, al pari dello stile di Stendhal, imprevedibile e paradossale, parla sì della realtà, ma a condizione di ricrearla e di venirne ricreato; i racconti di viaggio sono belle finzioni più vere della stessa realtà, ma a condizione di ricrearla e di venirne ricreato; i racconti di viaggio sono belle finzioni più vere della stessa realtà, possono essere smodatamente finti, puramente fittizi quanto ai fatti, essere falsi diari di viaggio,  e rimanere però un’esperienza morale e letteraria, la conquista del caso, e quindi del miracolo.
E questo vale qualsiasi sia la realtà descritta. Nella nostra Brianza la realtà non esiste quasi: niente di notevole. C’è l’eroismo dell’avventura microscopica, della distrazione minima. Nel paesaggio di laghi, torrenti, di magnifiche ville, di colline, tutto è interessante senza essere degno di nota. È la Lombardia del quotidiano; ma una mancanza di questo tipo rinnova tutto. Ecco dunque Vismara e Bayle, i nostri, in viaggio, mentre ascoltano il racconto di un vetturino sui delitti locali; mentre danno la scalata ai campanili delle chiese di campagna e commentano il panorama; mentre visitano le ville e, da irriducibili paesaggisti, discutono sui miglioramenti da apportare ai parchi e edifici. A casa Crivelli percorrono un bel viale di carpini e si divertono a liberare un uccello preso in trappola. La strada offre continuamente occasioni di scoperte, discussioni, ricordi intrecciati su cose viste da entrmbi; quel castagno che somiglia “ a un albero genealogico” costituisce un evento. In ogni locanda i due compari incontrano belle brune prosperose che immaginano poco schive; eccoli eccitati alla ricerca di un buon alloggio, interrogano un giovane ruffiano, si attaccano a una battelliera “pescatrice” e “peccatrice” che d’altra parte riceve i loro omaggi ripetendo rabbiosa il “minc, minc” del dialetto lombardo, e che significa “no, niente”. Di locanda in locanda, le belle locandiere si moltiplicano. Maddalenina che fila la seta, Luigia che non è affatto il genere greco di bellezza! E che pare uscita da un quadro della scuola veneta. A Oggiono, a Stendhal capita il felice incontro con un caffè, con l’ammirevole veduta di una collinetta, con una partita di pesca con il veleno per esca, con un temporale e con la pioggia al calare della notte. La sera, che traffico per vedere “gli occhi belli”, le due locandiere: quante sensazioni vive! “Che varietà e che vivacità nelle nostre occupazioni e sensazioni! Questo è viaggiare!” Gli si fa cuocere i loro pesci mentre chiedono se, sì o no, hanno bussato alla porta giusta e se hanno ben interpretato le salaci proposte dell’ostessa. Serio problema: il giorno prima, a Asso si chiedono se per caso hanno trascurato “l’invito di una porta aperta”, “alla nostra età con uno spirito che dominava il mondo e coglieva in fallo i re, siamo stati dei fessi”. L’indomani Henri degusta un eccellente ristoro, visita e critica la città del “grande” generale Pino, scopre un immenso panorama e contempla gli stupendi occhi di Teresina! “Niente crisi di nervi… Non presto attenzione a nulla e faccio sei miglia al giorno”. Buona salute e buon umore sono le caratteristiche del viaggiatore. Tornando a Milano i due complici fanno i conti: non dimenticano quanto hanno dato alla pescatrice e al giovane lenone. Se l’era guadagnate quelle quattro lire? Non è certo l’Italia di Posillipo, della Sistina, né della costa amalfitana; è soltanto a Oggiono, a Pusiano, a Asso, a Annone, all’orizzonte di questo errare tra laghi, fiori acquatici, barche da pesca, castagni, campanili di campagna, locandiere dallo sgaurdo accogliente, che troviamo La Chartreuse de Parme.» Michel Crouzet, Stendhal Il signor Me stesso, Editori Riuniti, Roma 1992 pp. 358- 360).



1. Stendhal e la scrittura intima 
«Vismara trova stravagante e ridicolo il tenere un diario simile. Gli rispondo con la curva (Stendhal disegna una spezzata di quattro segmenti con agli angoli le date 1818, 1819, 1825, 1830). Un segmento di questa curva può aiutare a prevedere il resto. Rileggendo nel 1818  il diario di viaggio a Le Havre nel 1811, i piccoli dettagli annotati mi riportano alla mente e rendono presenti tutte le sensazioni di allora. Un diario simile è fatto soltanto per chi lo scrive». La scrittura come fatto privato, intimo. E cos’altro potrebbe essere un diario? Ma sappiamo quanto per un autore come Stendhal la scrittura privata (la collana La Pléiade accoglie due volumi di migliaia di  pagine di Œuvres intimes) sia fonte e sostegno della scrittura pubblica(ta) e come ci sia uno stretto andirivieni tra le due forme di scrittura. Stiamo parlando dopotutto dello scrittore che  del termine egotismo  ha fatto forma e sostanza della sua comunicazione letteraria.
Diversi indizi ci portano verso un soggetto che si scrive mentre scrive e che scrive mentre si scrive. C’è romanzo nella sua scrittura privata e ad un tempo scrittura di sé nei suoi romanzi. Stendhal  non ha mai usato il termine autobiografia, per  la semplice ragione che non esisteva alla sua epoca;  esso entrerà nell’uso corrente a partire dal 1850. La sua è auto-fiction in diretta quando redige le note del diario, e indiretta quando butta giù in pochissimi giorni i suoi capolavori romanzeschi.
Chi sono pertanto, a quale intima identità rispondono Julien Sorel, Fabrizio del Dongo, Lucien Leuwen, Octave de Malivert? Sono o non sono Stendhal? Facile rispondere: sono e non sono Stendhal: sono autobiografie contraffatte, ossia autentiche, le uniche possibili in letteratura.

Il tema è capitale in ogni letteratura, ed è intricatissimo. Di chi possiamo parlare se non di noi stessi quando ci accingiamo a scrivere? Parliamo tanto di me, intitolava spudoratamente un suo libro Cesare Zavattini. È la domanda che si pone chiunque abbordi la fiction, dall’ammiraglio in pensione a Luigi Pirandello: debbo o non debbo raccontarmi mentre racconto? E come?  Deponendomi, esponendomi, interponendomi, trasponendomi, nel racconto  della storia d’altri? O viceversa, parlando d’altri mentre parlo di me, ossia allargando l’orizzonte sul mondo a partire dal mio angolo visuale? 

C’è la scelta della dissimulazione onesta. Chateuabriand in Mémoires d’ outretombe, ha enunciato mirabilmente il principio: « On ne peint bien que son propre cœur, en l’attribuant à un autre». Sì, funziona così: si proietta in un personaggio ciò che noi siamo, ma anche, attenzione, ciò che  non siamo e che vorremmo essere: funzione ottativa quest’ultima del personaggio e della letteratura da tenere sempre in evidenza. Io sono goffo, bruttino e indeciso a tutto? La mia vita è un inferno? Eccomi proiettato in un giovane splendente, amante  appassionato, ricco di charme e di una vita spericolata. Stendhal sta a Julien Sorel quanto Alfred Hitchkock a Cary Grant. Il personaggio così creato avrà un po’ di sé, di autonoma e fantastica vita propria, ma anche un po’ di me. Io sono dentro di lui e lo agisco come un burattino. Essendone il suo dio creatore egli agirà secondo le mie intenzioni soggettiveche farò sì, con l’intreccio, che divengano le sue, oggettive per così dire, tali ossia dal punto di vista della logica compositiva e della coerenza interna del racconto (c’è un terzo in commeda infatti: il lettore, che verifica e giudica, che se la beve o non se la beve). 
Ogni uomo, ogni donna soffre nell’avere una sola vita, una identità, un paese, una lingua, un sesso, una carriera. Il romanzo (il racconto cinematografico) è l’arte che permette a ciascuno, autore o lettore, di sfuggire alla propria vita, ai limiti della propria esistenza. L’autore gode della libertà di inventarsi le vite immaginarie che intimamente desidera. Il lettore, per parte sua, identificandosi nell’eroe, compie lo stesso lavoro di sdoppiamento… di identificazione attraverso la proiezione.

Sia Madame Bovary che Julien Sorel che Gonzalo Pirobutirro c’est moi. Datemi una maschera e vi mostrerò il mio volto. Vero volto? 

Ma di chi in verità parliamo quando parliamo di noi, quando diciamo io? «L’io, io! Il più lurido di tutti i pronomi!…», i pronomi sono pidocchi del pensiero, sbottava Gadda nella Cognizione. L'Io tradisce. E il fatto che la voce narrante venga dal suo interno non è garanzia di verità. Cosa sappiamo del nostro Io?  Leibniz, il filosofo amato dal cognitivo Ingegnere brianzolo, precisava nella Monadologia e Discorso di Metafisica che solo Dio ha un «concetto completo» dei singoli «io», di Paolo o Giovanni che siano. Paolo o Giovanni non sono riassumibili come la voce “Alessandro Magno” in un lemma di enciclopedia. Sotto la voce “Alessandro Magno” infatti non troverò un registro completo di tutto ciò che ha fatto Alessandro, ma soltanto informazioni che il redattore della voce avrà considerato essenziali per distinguere Alessandro Magno da altri personaggi storici. Immaginiamo però che sia Dio stesso a redigerne la voce. Solo lui potrebbe darci tutto Alessandro, la serie completa di tutti i suoi atti e fatti, darcene la sua ecceitas, il suo possibile contingente e il suo necessario assoluto, il suo noumeno e fenomeno, la sua essenza e la sua storia, il suo io sincronico e diacronico.

Ma noi, che pure diciamo “Io”, non abbiamo un concetto completo di noi stessi. E in più, essendo venuti dopo Freud e Pirandello, abbiamo piuttosto certezza della rifrazione del nostro Io, della presenza nascosta del nostro sotto-Io (l'Es),  dell’incombenza del  Super-Io, della sfaccettatura dei nostri piani di coscienza, del nostro essere e apparire per noi e per gli altri, della prismaticità dell'Io. Sappiamo col brianzolo Ingegnere, che l’Io è come un Club o Accademia, dove vecchi soci si dimettono e nuovi si iscrivono. E perciò,  come i redattori dell’enciclopedia di noi stessi, procediamo alla “selezione epica”, spigoliamo tra i fatti della nostra vita, fra i nostri tanti Io. Ci consoliamo con l’aglietto di piccoli fatti che tentiamo di illuminare col significato della nostra storia romanzata, con  lo sguardo lungo e ricognitivo su noi stessi; che è l’unico modo, però,  di dare forma, coerenza e significato alla nostra intera esistenza. 
C’è chi,  tuttavia, temendo l’inganno del riassunto  e della selezione epica si adatta a ripercorrere ogni giorno i fatti della propria vita, come fa  qui Stendhal, o come farà nelle oltre 17 mila pagine del suo Journal Amiel. Fatica sprecata, ché seppur  larga, dettagliata, minuziosa, di estrema sintesi dopotutto si tratta.

Solo il romanzo insomma potrà dare il concetto completo e il senso di una vita: che si tratti de Il rosso e il nero o della Cognizione del dolore. Non redigendo un diario, ma scrivendo un romanzo possiamo dire chi siamo: nella sua menzogna c’è la nostra verità.

2 Stendhal e l'Italia. Proiezione e mito.

Il rapporto tra Stendhal e l’Italia è stato magistralmente indagato da Michel Crouzet (Stendhal et l’italianité- Essai de Mythologie romantique – Librairie José Corti, Paris 1982, da cui leggo e traduco). Il termine centrale della questione è di conio psicoanalitico: proiezione. Si tratta di una serie di investimenti libidinali della psiche, di «prestiti e controprestiti, di tipo individuale e collettivo», da Stendhal verso l’Italia e gli italiani e viceversa, che «erigono l’immagine dell’altro come una strana complessità alla frontiera  tra il reale e l’immaginario». Ma anche un mito, «un insieme di desideri di cui l’Italia è lo specchio e il supporto».

La proiezione richiama alla mente la vicenda strettamente autobiografica di Stendhal, rimasto orfano a sette anni della mamma (che era italianisante, gli cantava le canzoni in italiano). L’incontro con l’Italia, le donne italiane, che gli ispirano una « idea di femminilità “altra”, libera e imprevista», avviene sotto il segno,  direi il dominio del fantasma materno, del dramma della sua morte e delle prevedibili risonanze interiori prodotte nella coscienza del bambino prima e del maschio adulto Stendahl poi, nella sua Cognizione del dolore, per restare nei termini della nostra metafora ossessiva brianzola. Cognizione dove il rapporto, drammatico, feroce, lirico e tragico tra un figlio e una madre è di scena. Fa bene Sara Pozzi, nella nota che accompagna il testo, a richiamare perciò il concetto di «matrie» = Italia contrapposta a «patrie»= Francia*
Ma è sulla nozione di mito che vorrei insistere. C’è ne Il forestiere in Italia, l’unico atto di un dramma giocoso per musica rimasto incompiuto, scritto da Mario Malvolio (pseudonimo di S.) allegato intelligentemente al Viaggio una battuta che il lettore non informato faticherebbe a intendere. Nella scena IX scena si legge: Ah quanta ragione ha Corinna! Non c’è nessun personaggio in scena con quel nome: si tratta ovviamente di Corinne ou l’Italie, il “romanzo” della de Staël uscito nel 1807, «il momento capitale de l’italianisme»  e che era il libro di riferimento, il baedeker di Stendhal sull’Italia (e sarà il libro che stimolerà Leopardi a scrivere il suo Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani). A sua volta M.me de Staël era tributaria dello sguardo shakespeariano sull’Italia, l’Italia dei Machiavelli e dei Borgia, dei «pugnali e dei veleni», dell’eleganza e della ferocia. I viaggiatori colti sono tributari di una visione mediata dalla letture, visione dunque, se mai ce ne fosse una,  non immediata, in “presa diretta sul reale”.
Stendhal non sfugge a questo paradigma.
Ma quali sono, in sintesi, le linee direttive dell’italianisme di Stendhal? Essenzialmente due, strettamente interconnesse (che a loro volta si sviluppano in molti corollari). L’italiano è percepito innanzi tutto come “uomo naturale”, pre-civile,  non soffocato dalla civiltà, dunque al riparo dagli oneri e divieti dei processi coattivi della civilizzazione culturale, quella che Freud sinteticamente chiamerà Il disagio della civiltà. Questa percezione dell’italiano dotato di un equivoco “prestigio regressivo”, homo naturalis contrapposto all’homo fictus (come è soprattutto l’inglese e in genere l’uomo del Nord, nella visione di Stendhal e della de Staël, oppresso dal senso del dovere e dai limiti vincolanti delle biénseances-  obblighi morali di chi rispetta le norme  di una società stringente), ha un forte potere di attrazione su Stendhal.  L’Italia e gli italiani gli appaiono come il luogo e il popolo in cui non vigono o non si rispettano divieti, al di qua di ogni censura «dove tutte le forme di laisser-faire hanno diritto di cittadinanza, dove si può dir tutto e fare tutto, come se non ci fosse un super-io, e forse, dove si può essere tutto, come se non si avesse un io». 
Stendhal si interessa molto ai delitti italiani. Anche le pagine delle sue opere romanzesche maggiori girano attorno a delitti. In questo Viaggio è avido di informazioni di uno avvenuto a Triuggio.  Il delitto, l’omicidio, il fatto di sangue, gli sembrano la manifestazione ultima di una passionalità non rattenuta, un atto di suprema libertà, di vitalismo, di affermazione di sé, di inoppugnabile captatio vitae, seppure, o proprio nel momento in cui, la vita viene tolta ad altri. 

In seconda istanza, ma in strettissima connessione con la prima,  c’è la percezione dell’italiano come individuo passionale e libero sì, ma tale soprattutto perché non imbrigliato dalla società, dalle regole e dalle leggi. L’individuo trionfa perché la società è assente ed è per questo che come dirà Corinna «chacun fait ce qu’il veut» (Corinne, VI, 2). In questa Italia di Stendhal (e nella nostra di oggi?) lo slancio dell’individuo avviene nella nullité della società, contro le sue regole e contro le sue leggi. Questa Italia è il paese del  déchirement, dove i desideri dell’individuo, del singolo, si compiono senza il freno della legge, della ragione, e delle ragioni della vita in comune.

Insomma, questa Italia appariva a Stendhal come il Brasile o certi paesi esotici appaiono a noi italiani di oggi: una specie di “Scopacabana” e un regno di Bengodi. Ci amava Stendhal a condizione che rimanessimo primitivi (arretrati e inferiori). Avrebbe voluto essere italiano? Dubito. Nella Scena I de Il forestiere in Italia, si legge: «L’Italia è il giardino d’Europa, ma… (è abitata da imbecilli)…».

Alfio Squillaci













dal 2 giug 2010
Esempio 1
Stendhal – Diario del viaggio in Brianza – I libri di Brianze, 2009 - (Il libro contiene anche Il forestiere in Italia). A cura di Sara Pozzi.
* Vedi anche Jean-Pierre Richard, Stendhal et Flaubert, Seuil, Paris 1990, che ha indagato direttamente la questione. Sul fronte strettamente psichico dovrò   rimandare al libro fondamentale di John Bowlby,  Attaccamento e perdita vol.III La perdita della madre, Bollati Boringhieri, Torino 2000). (torna)
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REGNUM BRIANTEUM 
Non so tutto sulla Brianza. Magari! So quel tot che basta (e ignoro quel tot che basta) per amoreg-giarla e pettegolarne al di là del suo obiettivo esiste-re geografico e storico; spremendone - se ce la fa-rò - il suo Mito, già spremuto del resto da plurimi e ottimi brianzologi, seri o (come me) faceti, professionisti o (come me) dilettanti: inseguendo il suo Segreto quasi nei corridoi d'un labirinto, senza mai, quel Segreto, acciuffarlo, gridandogli "fermati", "fermatelo"...  Il Mito o il Segreto - o la Favola se preferite - di questo scaleno triangolo inscritto fra Lecco, Monza e Como, di questo « mirabile giardino naturale », come scrive Carlo Linati, dove « perfino la luce ha un suo accento tipico e inimitabile, come la luce su un eden ». E qui si aprirebbe la vexata quaestio dei confini della Brianza, su cui si sono scannati a colpi di erudizione e di vicendevole ironia non pochi geografi in ermellino: entro che sacco è chiusa quest'arcadietta lombarda? La tiriamo fino a Magreglio e ci ficchiamo anche un po' dell'ultima Valassina? Le chiediamo il passaporto a Canzo e al Seveso? E magari ci facciamo cascar dentro, a onore del Magno Alessandro, pure gli scenari lecchesi dei Promessi Sposi? Quanto a me, tutto sommato, preferisco anch'io adottare quel concetto più "frivolo" di cui parla Piero Gadda Conti, per il quale la vera Brianza avrebbe inizio « là dove il suolo comincia a muoversi e l'aria a ripulirsi »; e certe località come i Corni di Canzo, il Cornizzolo, il Palanzone e così via (sfondo di tutti i paesaggi brianzoli) son ben Brianza « per diritto di sguardo ». È mai sceso dal cielo nessun angelo a segnar questa terra con la spada di fuoco, dicendo: qui il Padre Eterno ha stabilito la briantina giurisdizione: non una spanna fuori! Questa regioncella in antico nominata come Martesana o terre della Martesana, poi detta Brianza (e adattiamoci a credere che sia dall'eroe troiano di turno Briono, il quale sul Colle di Brianza avrebbe fondato una città), oggi è tanto invadente (o concupita) che certuni ne tirano i confini alle porte di Milano. E Giovenale Santi seduttivamente ha scritto: «Pochi secoli fa si chiamava "Brianza" un fazzoletto di terra; in pochi secoli la superficie si è decuplicata. Di questo passo, in qualche altro secolo, può darsi che si indichi col nome di "Brianza" tutta la Lombardia, o tutta l'Italia, o tutta l'Europa ». 
La tendenza, col passar del tempo, è infatti lussuriosamente di allargare. Tutti vogliono essere brianzoli. "Civis brianteus sum ... ", come protestava anche quell'immigrato di Castrovillari cui volevano dare il foglio di via dopo uno dei recenti delitti: "brianzuolo songo!"; e in qualche modo aveva ragione, se si vuoI appellarsi al pur tanto contestato etimo "Brianza", il quale - oltre che dal celtico brig (collina, monte, altura) secondo l'azzeccata opinione del Salvioni; o come ricordavo, da Briono - vogliono provenga anche da "brigante". "Civis brianteus ... " E farò dunque del mio meglio per costituirmi, ripartorirmi brianzolo anch'io: per essere (e non solo percorrere o mirare e descrivere) la Brianza, nel senso in cui Roiter e Zanzotto hanno intitolato il loro libro lagunare Essere Venezia
Quel ch'è certo è che la Brianza è una nazione. 
Lo afferma anche Gianni Brera: « ... posso dire che esiste una nazione lombarda e persino una nazione brianzola nella nazione lombarda. Non sono affatto sicuro dell'esistenza d'una nazione italiana ». E io dirò meglio un "regno", nel senso un po' remoto e opalescente delle parabole (« il regno dei cieli è simile a ... »); e anche in quello feudalesco : se è vero che Teodolinda, come sostiene il mio amico Picch, vi è ancora regina e certe notti ambula di campanile in campanile, preceduta da barbari seminudi che cavalcano a pelo, con sotto le cosce le bistecche crude per farle frollire di calore e sudore animale; lei che vLlole restare - come già fu - regina invernale a Pa-via, ma estiva a Monza: la prima certo che fondò la moda di villeggiare in Brianza. 

Luigi Santucci
Brianza e altri amori, Rusconi, Milano 1981

Di ville, di ville!; di villette otto locali doppi servissi; principesche ville locali quaranta ampio terrazzo sui laghi veduta panoramica del Serruchón - orto, frutteto, garage, portineria, tennis, acqua potabile, vasca pozzonero e settecento ettolitri: - esposte mezzogiorno, o ponente,  
o levante, o levante-mezzogiorno, o mezzogiorno-ponente, protette d'olmi o d'antique ombre dei faggi avverso il tramontano e il pampero, ma non dai monsoni delle ipoteche, che spirano a tutt'andare anche sull'anfiteatro morenico del Serruchòn e lungo le pioppaie del Prado; di ville! di villule!, di villoni ripieni, di villette isolare, di ville doppie, di case villerecce, di ville rustiche, di rustici delle ville, gli architetti pastrufaziani avevano ingioiellato  poco a poco un po' tutti, i vaghissimi e placidi colli delle pendici preandine, che, manco a dirlo, «digradano dolcemente »: alle miti bacinelle dei loro laghi. Quale per commissione d'un fabbricante di selle di motociclette arricchito, quale d'un bozzoliere fallito, e quale d'un qualche ridipinto conte o marchese sbiadito, che non erano riusciti né l'uno a farsi affusolare le dita, né l'altro, nonché ad arricchire, ma purtroppo nemmeno a fallire, tanto aveva potuto soccorrergli la sua nobiltà d'animo, nella terra dei bozzoli in alto mare e delle motociclette per aria. Della gran parte di quelle ville, quando venivan fuori più « civettuole » che mai dalle robinie, o dal ridondante fogliame del banzavóis come da un bananeto delle Canarie, si sarebbe proprio potuto affermare, in caso di bisogno, e ad essere uno scrittore in gamba, che « occhieggiavano di tra il verzicare dei colli ». Noi ci contenteremo, dato che le verze non sono il nostro forte, di segnalare come qualmente taluno de' più in vista fra quei politecnicali prodotti, col tetto tutto gronde, e le gronde tutte punte, a triangolacci settentrionali e glaciali, inalberasse pretese di chalet svizzero, pur seguitando a cuocere nella vastità del ferragosto americano: ma il legno dell'Oberland era però soltanto dipinto (sulla scialbatura serruchonese) e un po' troppo stinto, anche, dalle dacquate e dai monsoni. Altre villule, dov'è lo spigoluccio più in fuora, si dirizzavano su, belle belle, in una torricella pseudo-senese o pastrufazianamente normanna, con una lunga e nera stanga in coppa, per il parafulmine e la ban-diera. Altre ancora si insignivano di cupolette e pinnacoli vari, di tipo russo o quasi, un po' come dei rapanelli o cipolle capovolti, a copertura embricata e bene spesso policroma, e cioè squamme d'un carnevalesco rettile, metà gialle e metà celesti. Cosicché tenevano della pagoda e della filanda, ed erano una via di mezzo fra l'Alhambra e il Kremlmo. 
Poiché tutto, tutto! era passato pel capo degli architetti pastrufaziani, salvo forse i connotati del Buon Gusto. Era passato l'umberto e il guglielmo e il neo-classico e il neo-neoclassico e l'impero e il secondo impero; il lliberty, il floreale, il corinzio, il pompeiano, l'angioino, l'egizio-sommaruga e il coppedè-alessio; e i casinos di gesso caramellato di Biarritz e d'Ostenda, il Paris Lyon Méditerranée e Fagnano Olona, Montecarlo, Indianàpolis, il Medioevo, cioè un Filippo Maria di buona bocca a braccetto col Califfo: e anche la Regina Vittoria (d'Inghilterra), per quanto stravaccata su di un'ottomana turca: (sic). E ora vi stava lavorando il funzionale novecento, con le sue funzionalissime scale a rompi-gambà:-di marmo rosa: e occhi di bue da non dire, veri oblò del càssero, per la stireria e la cucina; col tinello detto office: (la quale parola esercitava un fascino inimmaginabile sui novelli Vignola di Terepàttola). Coi cessi da non poterci capire se non incastrati, tanto razionali erano, di cinquantacinque per quarantacinque; o, una volta dentro, da non arrivar nemmeno al sospetto del come potervisi abbandonare: cioè a manifestazione alcuna del proprio libero arbitrio. Ché, per quanto libere, sono però talvolta impellenti e dimandano, comunque, un certo volume di manovra. Con palestra per i ragazzi, se mai volessero cavarsi lo sfizio; non parendogli essere abbastanza flessuosi e snodati tra una bocciatura e l'altra, tra il luglio e l'ottobre. Con tetto a terrazzo per i bagni di sole della signora, e del signore, che aspiravano già da tanto tempo, per quanto invano, sia lei che lui, alla bronzatura permanente (delle meningi), oggi così di moda. Con le vetrate a ghigliottina uno e sessanta larghe nel telaio dei cementi , da chiamar dentro la montagna ed il lago, ossia nella hall, alla quale inoltre conferiscono una temperatura deliziosa: da ova sode.

Carlo Emilio Gadda - La cognizione del dolore

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