"La Certosa di Parma" 
Esempio 1
Romanzo di Stendhal (1839).

L'ultimo romanzo di Stendhal fu scritto, o piuttosto dettato, tra il 4 novembre ed il 26 dicembre 1838. In 52 giorni. Uno degli exploits più memorabili della letteratura francese. Dopo i romanzi ambientati nella Francia   contemporanea (Armance,  Il rosso e il nero), l'autore ritorna all'Italia, terra dell’altrove e della felicità, ultima utopia poetica.
 
Un giovane sensibile e bello, Fabrizio del Dongo, compie il tragitto stendhaliano della felicità, che si adempie sia  oggettivamente attraverso  l'impegno nella storia sia  soggettivamente  attraverso il compimento pieno delle  passioni della vita privata. Pubblico e privato, Waterloo e Napoleone, s’intrecciano alla passione per la Sanseverina, e nel romanzo premono con la stessa cogenza.
Figlio del tenente Robert, arruolato nella Grande Armée napoleonica che aveva varcato le Alpi il 15 maggio 1796, destando l’Italia dai secoli bui in cui era caduta dalla Controriforma,  Fabrizio è figlio illegittimo del militare francese e della marchesa del Dongo.

Tutto preso dagli ideali rivoluzionari e napoleonici, che nel suo mondo morale e intellettuale  fanno tutt’uno, Fabrizio, non esiterà dunque a raggiungere Napoleone, nel 1815, ed assisterà alla rovina di Waterloo. La scena di Fabrizio nelle prime battute del romanzo  che si aggira tra vivandiere ed ussari  per Waterloo senza capire cosa esattamente stia succedendo attorno a sé  resterà proverbiale ad indicare lo smarrimento dell’individuo al cospetto dei grandi avvenimenti storici, ma anche, singolarmente, l’impossibilità di connettere gli avvenimenti reali se scorti da un totale punto di vista soggettivo. 
Protetto dalla zia Gina (donna deliziosa di trent'anni, modello d'impertinenza e di seduzione, votata alla felicità ed irriducibilmente  libera e diventata duchessa Sanseverina in seguito ad un matrimonio d’interesse combinato dal conte Mosca, primo ministro della minuscola corte di Parma , e suo spasimante), Fabrizio inizierà una carriera brillante ecclesiastica che lo porterà fino all’arcivescovato di Parma.
 La Sanseverina è il personaggio centrale del romanzo da Italo Calvino indicata paradossalmente come «il più grande personaggio femminile della ... letteratura italiana». Il suo amore per il nipote Fabrizio è la riproposizione dell’amore ipergamico (ossia forte differenza di età tra gli amanti, e, ricordiamo, che una “donna di trent’anni” nell’800 era una donna “matura”) di chiara origine russoiana (M.me de Warens) che già Stendhal ci aveva proposto ne Il rosso e il nero (M.me de Rênal – Julien Sorel)

Perseguitato dal potere oscurantista e dispotico che regna a Parma 
(i maneggi “politici” tra il Principe, il conte Mosca e la Sanseverina sono tra gli aspetti più godibili del romanzo), imprigionato e condannato a morte, Fabrizio incontra l’amore proprio  in  prigione nella figura di  Clelia Conti, la figlia del governatore della fortezza. Liberato da qui  dalla Sanseverina, con una fuga romanzesca,  dopo molte tribolazioni  e sofferenze, finirà per trovare il suo unico amore, Clelia, da cui avrà un figlio, Sandrino. Ma la morte del bambino determina quella, di crepacuore, della madre, come anche il ritiro di Fabrizio alla Certosa  di Parma, dove non tarderà  a seguire nella tomba le persone amate.
 Questo romanzo dove si incrociano tutte le costanti stendhaliane – nascita illegittima, due donne e due amori di età differenti, la ricerca difficile della felicità nell’individuazione della sua intima essenza - è il vero testamento del romanziere poiché vi si trova accolta in forma “romanzesca” tutta la mitologia stendhaliana. Il principale protagonista del romanzo  è invero  l’Italia, o piuttosto ciò che Michel Crouzet chiama la "Stendhalie", (1) ossia il personale  “mito romantico” di Stendhal, un  Paese idoleggiato, impastato di sole e del profumo degli aranci, terra della passione bollente, dove l’intrigo machiavellico, l’amore libero e disinibito si legano al brio, all’energia, al delitto. Intrigo politico, con estremisti sempre in agguato (qui la figura di Ferrante Palla), passioni, pugnali e veleni: l'Italia di sempre?

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La Certosa di Parma esprime il distacco più completo di Stendhal dal mondo contemporaneo e il suo trionfo più completo su di esso; il romanzo è l’espressione più completa della sua alienazione rispetto alla sua epoca e del suo rifiuto di lasciarsi bloccare da quella alienazione. La Parma di Stendhal non appartiene né al XIX° secolo né, come hanno sostenuto alcuni critici, all’epoca di Machiavelli; è indipendente dal tempo e dallo spazio, un modello in formato ridotto di governo autocratico; qui la politica, per un paradosso che è la molla segreta della grandezza di Stendhal, si presenta ai nostri occhi con l’evidenza rappresentativa di una parabola e con la stilizzata illogicità di un’opera lirica. La maggior parte dei romanzieri che volgono la loro attenzione alla politica - penso soprattutto a Conrad - tendono a considerarla un ostacolo che il mondo interpone sulla strada che porta alla felicità. Anche Stendhal vede la politica sotto questa luce, ma il suo modo di considerarla e di accostarsi ad essa è molto più complesso. La politica impedisce al conte Mosca e alla duchessa Sanseverina di godersi quella felicità che sarebbe alla loro portata, impedisce a Fabrice di fuggire con la sua cara, piccola Clelia; la politica è quella forza dei mondo esterno che impedisce agli uomini di seguire i loro più sani istinti ma è anche qualcos’altro e di ciò si tendono conto pienamente solo Stendhal e Dostoevkij tra i romanzieri dell’Ottocento: è un modo di sfogare quelle stesse passioni che essa soffoca; essa non è solo un ostacolo per la volontà ma anche uno stimolo e una sfida; essa non è semplicemente un invito alla pusillanimità ma, a volte, un invito all’eroismo.
Le possibilità di azione politica sono assai limitate nella Parma stendhaliana: non ci sono partiti veri e propri, si diffida delle idee, la gente è stupida e il monarca, pur non essendo un sovrano assoluto, ha abbastanza forza da influenzare a suo piacimento la vita quotidiana dei suoi ministri e della sua corte. La delusione crescente per il mondo della politica da parte di Stendhal (La Certosa occupa nella sua carriera letteraria un posto analogo a quello de La tempesta nell’opera di Shakespeare) fa sì che in tutto il romanzo egli studi il potere nel suo aspetto meno favorevole, come una vile assurdità da parte di coloro che lo esercitano, una continua minaccia per gli uomini intelligenti e una sicura fonte di corruzione per i deboli. Il potere è qualcosa che bisogna imparare a sfuggire o a blandire, o ci si sottrae ad esso o ci si viene ai patti. I protagonisti del romanzo si preoccupano ripetutamente del problema che avrebbe affascinato Stendhal nei suoi ultimi anni: come gabbare chi ci governa. L’atteggiamento di Stendhal nei confronti del potere non è quello di chi è in cima alla scala sociale o in fondo ad essa, ma piuttosto di chi vi si trova al margine.
Le tre figure centrali rappresentano tre atteggiamenti possibili nei riguardi del potere e tre diversi modi di distanziarsi da esso. Mosca lo domina e lo manovra, pur considerandolo, in privato, una farsa; la Sanseverina lo tollera ma è sempre pronta a contrastano con tutta la forza dei suoi appetiti; Fabrice si piega davanti ad esso con l’inchino del cortigiano e del chierico ma rimane fondamentalmente indifferente alle sue istanze. Stendhal partecipa di tutt’e tre questi atteggiamenti ma di nessuno dei tre esclusivamente.
Mosca è un uomo che crede nella stabilità, se non nella saggezza, del mondo sociale. In gioventù ha combattuto negli eserciti di Napoleone, ora « si traveste come l’attore che recita una farsa per conquistarsi un’elevata posizione sociale e qualche migliaio di franchi all’anno ». La parola chiave è « farsa », che Mosca usa ripetutamente nel parlare delle cose di Parma, ed è una chiave che
Stendhal offre ai suoi lettori i quali però di rado ne fanno l’uso dovuto. Mosca ha dovuto adattarsi all’ambiente ma non ne accetta l’ipocrisia. Egli sa che quando si occupa della ricerca notturna degli assassini sotto il letto di Ernesto IV, tanto lui quanto il monarca si rendono ridicoli. Egli mal sopporta il peso del potere; per lui è già un tormento atteggiare il viso all’espressione solenne richiesta dalle circostanze; ed egli sa che la prudenza continua impostagli dalla sua posizione politica finirà per indebolirlo sia come uomo pubblico che come privato. Egli è coraggioso ma non eroico, intelligente ma non produttivo. Non si illude affatto di coprirsi di gloria o di ammantarsi di bontà e come molti uomini che non sono troppo cinici ma si sentono obbligati ad accettare compiti estremamente sgradevoli, egli posa a cinico e cosi riesce a prevedere, accentuare e quindi disarmare le critiche che possono esser mosse contro di lui. Poiché egli conosce il viver del mondo: quando Fabrice suggerisce di esser inviato davanti a « dei magistrati che giudichino secondo coscienza », Mosca replica con disarmata dolcezza: « Lei mi farebbe cosa gratissima... se mi desse gli indirizzi di quei magistrati; scriverò loro stasera, prima di andare a letto».
Mosca ha un concetto altissimo dell’onore personale e sa che nel suo mestiere, come nel suo ambiente, esso non può non ricevere gravi colpi; ma la grande difficoltà - che per poco non lo manda in rovina - consiste nel fatto che, avendo perso lo slancio liberale della sua giovinezza, egli ora si preoccupa dei meccanismi più che degli scopi del governo. Egli non è ubriaco di potere, non desidera offendere né umiliare nessuno, si sforza d’impedire a Ernesto IV di far disonore al posto che occupa ma agisce più per impulsi disordinati che per una convinzione morale. Mosca è una brava persona, ma gli manca una fede. Egli non sa mai resistere alla tentazione - quella del professionista - di indicare al monarca da lui disprezzato come meglio svolgere la sua spregevole politica; ad esempio, egli dice ad Ernesto IV che il problema dei Carbonari può esser risolto in due modi: facendo uccidere diecimila ribelli o facendo concessioni liberali al popolo. Il consiglio è intelligente; noi sappiamo con certezza quale di queste due alternative preferisca Mosca ed è probabile che egli abbia esagerato il numero delle vittime necessarie per indurre alla mitezza Ernesto IV; ma il guaio è che Mosca pensa in termini di pura « arte del governare », escludendo dal suo orizzonte quegli essenziali problemi di valore che gli imporrebbero di formulare anzitutto un vero e proprio giudizio sui Carbonari. [...]
Numerosi critici hanno detto che nella figura di Mosca Stendhal impersonava una sua visione machiavellica della politica; Arnold Hauser, uno dei migliori critici di tendenza sociologica della nostra epoca, afferma che i romanzi di Stendhal sono « corsi di lezioni di amoralismo politico » e cita sottoscrivendola l’osservazione di Balzac, secondo cui La Certosa è il romanzo che avrebbe scritto il Machiavelli se fosse vissuto nell’Italia del XIX secolo e ne fosse stato messo al bando. [...]

La Sanseverina, superba figura femminile per la quale i critici letterari hanno veramente perso la testa, s’intrufola anch’essa negli intrighi politici parmensi, ma né lei né nessun altro si chiede mai quale valore essa annetta alla politica. Essa si interessa alla politica non come un mezzo per indagare i conflitti sociali o per placare desideri sfrenati di potere, ma come ad una forma d’azione che dà il massimo rilievo al profilo del carattere umano. Essa giudica Ernesto IV più come uomo che come monarca (e non giova molto), essa sfrutta il timore reverenziale del plebeo Arcivescovo Landriani di fronte ai titoli nobiliari, essa è affascinata dal liberalismo da Robin Hood di Ferrante Palla, essa valuta con ammirevole esattezza quanto Fabrice sia distaccato dal mondo. In tutte le sue reazioni essa è sempre molto immediata e naturale: è una delle figure meno snob di tutta la letteratura mondiale. 
La Sanseverina è una romantica che incarna nei rapporti personali l’ideale napoleonico o, per lo meno, quel principio come viene inteso e sublimato da Stendhal. La grande passione della sua vita è il suo sentimento per Fabrice, che è più di un amore incestuoso, pur essendo certamente anche questo, in quanto implica il desiderio di trovare un sostegno spirituale in un’altra persona e in tal modo ricostruirsi un’esistenza. In virtù della forza di un altro essere essa vorrebbe tornare alla condizione della sua giovinezza, non per dominare Fabrice ma per entrare in comunità spirituale con lui. Essa ammira la generosità, l’impetuosità, la gaiezza, la passione - e una certa mancanza di scrupoli e di pietà nel conquistarsele. Alla fine del libro, essa accetta il suo destino che è quello di sposare Mosca e abbandonare Fabrice. Come si esprime mirabilmente Stendhal « la contessa, a farla breve, appariva esteriormente felice in tutti i sensi ».
Il predominio della Sanseverina su Mosca rappresenta la vittoria dell’espagnolisme sull’astuzia calcolata, la forza con cui il desiderio si fa beffa dei freni della cautela. Nel disegnare il personaggio con un’affettuosità di cui è difficile trovare l’uguale in letteratura, Stendhal ci lascia capire che dovunque la passione sia piena e vitale, la moralità ne soffre un po’. La Sanseverina sembra oltrepassare spesso i confini della morale; ma abbiamo l’impressione che nel suo caso si tratti più di una impenetrabilità alle esigenze morali, come se fosse una qualche maestosa forza di natura, che d’un nietzschiano mutamento di segni di valore.
Fabrice si tiene lontano, e parecchio, dal mondo della politica. Non che manchi di opinioni politiche: Stendhal si preoccupa che ne sia debitamente fornito. Ma Fabrice non si interessa seriamente di politica; il mondo gli impone le sue esigenze molto meno che a Julien Sorel. A differenza di Julien egli è in genere una figura passiva, e lo è nonostante la sua partecipazione a Waterloo e la sua fuga dalla torre. Egli comincia a far uso della sua volontà solo quando si tratta di conquistare Clelia - cioè, di abbandonare il mondo di Mosca e della Sanseverina, il mondo della politica e della cosa pubblica. Come Il rosso e il nero, La Certosa di Parma termina con una strana cerimonia sacrilega nella quale vi è nondimeno una vena notevole, anche se soffocata, di sentimento religioso. I sermoni di Fabrice sono violentemente falsi, sono sermoni neri, poiché egli non è un uomo religioso; ma essi esprimono una genuina esigenza sentimentale, un autentico bisogno di purezza e di esaltazione, un desiderio di predicare, sebbene in realtà egli non abbia alcun messaggio, né per sé né per i suoi ascoltatori, esclusa l’espressione pura e semplice di quel desiderio.
Psicologicamente Fabrice soffre di una auto-alienazione acutissima: egli sembra spesso disimpegnato rispetto a ciò che fa, come se stesse assumendo una serie di ruoli dai quali il suo io interiore è nettamente staccato. Dal punto di vista sociale egli è un reietto ancor più di Julien Sorel, poiché mentre Julien è afflitto dall’incapacità di conquistarsi un posto nel mondo, Fabrice dubita che valga la pena di occuparne uno. Fabrice è un giovane in cui si cela, sopito, un germe di aspirazione morale che un’epoca diversa potrebbe far crescere e fruttificare; egli si fa prete, trasformando la sua vita in una parodia della fede, e non a caso, poiché ha la vocazione religiosa, sia pure in una forma distorta. Sebbene non sia un sognatore, Fabrice è dedito ai sogni - ha l’abitudine di sprofondarsi dentro se stesso fino a raggiungere il bozzolo della fanciullezza e dell’innocenza. Forse la scena in cui più la sua figura si impone, (certo una delle più belle del romanzo) è quella in cui egli torna all’albero di noce sotto il quale giocava da bambino ed ora compie un rito per riacquistare le forze vitali, esprimendo cosf il suo bisogno non solo di affermare la propria virilità della quale, come del resto lo stesso Stendhal, egli non è mai certissimo, ma anche il profondo senso religioso che prova nei confronti della sua fanciullezza e di quel poco che gliene resta.
Mosca, la Sanseverina e Fabrice, incarnano tutti e tre un notevole gioco reciproco di valori: mondanità, passione personale e una specie di folle innocenza. Sono tre persone disperse in un mondo ostile, persone consapevoli del fatto che è rimasto loro poco in cui credere eccettuato un desiderio di afferrare a volo qualche frammento di felicità per se stessi e per gli altri. Come osserva con finezza Martin Turnell, essi costituiscono «una élite estremamente civile e aristocratica e puntano tutto su una sola carta... la felicità attraverso i rapporti personali... Sono figure tragiche proprio perché non credono a nulla. Infatti, non possiamo dire che credono” nei rapporti personali; vi sono appassionatamente attaccati, ma sono anche profondamente consapevoli dell’assenza di una mistica e della precarietà del loro tipo di vita qualora si scontri  col dispotismo ».
[...]
A me sembra che Stendhal fosse assolutamente consapevole della dimensione politica nella sua opera. Solo un uomo della più alta intelligenza politica avrebbe potuto concepire l’idea di far diventare governatore della Cittadella il capo ufficiale del Partito Liberale e fargli riferire settimanalmente a Ernesto IV le misure prese per tener chiusi i liberali nelle loro gabbie. Nessuna denunzia di quella viltà morale che ha caratterizzato cosi spesso il liberalismo moderno ha mai avuto l’efficacia definitiva dell’immagine inventata da Stendhal, per così dire, en passant: il generale Fabio Conti, capo dell’opposizione, lacché del re, guardiano della sua prigione.
Ancor più brillante è l’impostazione del personaggio di Ferrante Palla, figura che merita tutte le lodi prodigate da Balzac. Fare dell’unico liberale efficiente di Parma un poeta un po’ folle ed un brigante da strada maestra, un Robin Hood completamente tagliato fuori dal popolo e tuttavia difensore fermissimo dei suoi diritti - questo è un tratto di finissimo umorismo politico. Quando tutti i liberali tradizionali falliscono e si vendono, l’artista pazzo resta all’opposizione. Sfrenato, impetuoso, prodigo, egli fa qualsiasi pazzia per l’amore (amore e liberalismo sono la stessa cosa ai suoi occhi), scrive grandi sonetti e nel mondo di Parma è solo ad essere veramente felice (forse perché è un po’ pazzo, insinua furbescamente Stendhal). 
Egli è, in parte, ciò che avrebbe voluto essere Stendhal (l’uomo che resta all’opposizione per principio, senza preoccuparsi dell’assurdità della sua figura) se non ci fossero state a distrarlo la realtà di una bocca da sfamare e le tentazioni del teatro d’opera e del salotto. Per quanto comico possa sembrare Palla è anche una figura esaltante, un incitamento alla resistenza; egli è l’unico uomo la cui temerarietà fa il paio con quella della Sanseverina, ed è sintomatico di Stendhal il fatto che sia il primo ministro e non il fuorilegge a conquistare la Duchessa. Per mantenere la sua intransigenza liberale, Palla deve diventare una figura ridicola, perfino farsesca, tuttavia è proprio la sua prontezza nell’indossare il costume della farsa a dargli una dignità tale da redimerlo. Nel mondo di Parma, l’eroismo si presenta con la maschera della parodia di se stesso.



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La Frusta! Cerca nel Web
Irving Howe, autore della brillante analisi qui a fianco riportata, tratta dal libro Politics and the novel (1957) trad.it. 1962, Lerici Milano.
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Nel volume sopra citato di questo liberal americano ebreo-nuiorchese, è affrontato  il rapporto tra politica e romanzo in un alcuni capisaldi della narrativa occidentale, I demoni di Dostoevskij, Sotto gli occhi dell'occidente di Conrad, Padri e figli di Turgenev , 1984 di Orwell etc,  ed anche  Il rosso e il nero e La certosa di Parma di Stendhal. A partire proprio dal frizzante apoftegma formulato da Stendhal secondo il quale la politica funzionerebbe in un romanzo "come un colpo di pistola in un concerto", Howe rintraccia invece le dinamiche feconde  tra politica e narrativa ed anche le potenzialità drammatiche che l'apparente irrapresentabilità delle idee politiche  ha invece suggerito a  molti artisti, osservando: « Non v'è dubbio che quando le catafratte truppe dell'ideologia si schierano in massa, esse mettono in serio pericolo la vita e la vivacità di un romanzo, ma le idee, siano esse allo stato di libero isolamento oppure costrette in rigidi sistemi, sono indispensabili al romanzo serio. Infatti, nella società moderna le idee sprigionano enormi cariche emozionali, ci legano agli impegni più frenetici e ci inducono ai più atroci tradimenti. »
"Il sig. Beyle ha scritto un libro dove il sublime scoppia di capitolo in capitolo. Ha prodotto, nell’età in cui  gli uomini trovano di rado argomenti grandiosi, e dopo avere scritto una ventina di volumi estremamente spiritosi, un'opera che forse sarà apprezzata soltanto dai cuori delle persone realmente superiori. Infine ha scritto il Principe moderno, il romanzo che Machiavelli avrebbe scritto, se fosse vissuto nell'Italia del XIX secolo e ne fosse stato messo al bando."
 Honoré de Balzac
dal 1 gen. 2003
Vedi profilo di Stendhal
QUI
Leonardo Sciascia:
L'adorabile Stendhal,
Adelphi, Milano 2003

Come appare evidente da questi scritti, qui per la prima volta radunati, Sciascia aveva per Stendhal un'ammirazione appassionata e intima, imparagonabile a quella che nutriva per altri autori amati. E questo lo ha naturalmente indotto a studiarlo in tutte le giustapposizioni, le efflorescenze e le cristallizzazioni della sua scrittura, nel tentativo di coglierne le strutture e gli scatti psicologici più celati. E, come osserva Colesanti nel saggio contenuto nel volume, Sciascia ha indagato, con gusto poliziesco, "i congegni, le 'finzioni', i trucchi anche, di cui quella scrittura è costruita". 

Magherini Graziella:
La sindrome di Stendhal, Ponte alle Grazie, Firenze 2003
La psichiatra Graziella Magherini descrive in termini scientifici la sofferenza mentale che coglie i turisti in visita alle città d'arte, definendola con un'espressione entrata nel linguaggio comune "sindrome di Stendhal". Stendhal, nel resoconto del suo viaggio a Firenze, racconta che durante la visita a Santa Croce fu costretto a uscire dalla basilica per riprendersi da un violento malessere. La vista dei capolavori, l'estasi della bellezza, il senso dello scorrere del tempo evocato dalle pietre secolari: emozioni che lo avevano sopraffatto. Proprio a Firenze la Magherini ha assistito centinaia di turisti stranieri ricoverati d'urgenza, spesso in preda a un acuto scompenso psichico. 

Michel Crouzet è il maggior studioso di Stendhal. Di questo critico sono stati pubblicati in Italia due lavori: Stendhal e il mito dell'Italia, Il Mulino, Bologna 1991,
e la monumentale biografia
Stendhal. Il signor Me Stesso, Editori Riuniti, Roma 1997
La Certosa di Parma, oggi
Mentre scrivevo  la Certosa , per prendere il tono, leggevo ogni mattina due o tre pagine del codice civile, allo scopo di essere sempre naturale; non voglio con mezzi artificiali, catturare il lettore.

Lettera di  Stendhal a Honoré de Balzac del 30 ottobre 1840

Ambientate in un'Italia ottocentesca in parte fantastica, in parte reale, le avventure di Fabrizio del Dongo si snodano in una serie di incontri e peripezie al termine dei quali si trova il luogo del silenzio, lo spazio simbolico dell'isolamento e della rinuncia: la Certosa di Parma. E' un romanzo modernissimo, profondamente 'realista'. Stendhal vi riassume a un tempo lo spaesamento che la nascente società borghese determina nell'individuo e la perdita tutta individuale delle illusioni.  
La curiosità
Nel libro Modena 1831 (1962) il modenese Antonio Delfini  intende dimostrare che Modena e non Parma è la città dove Stendhal aveva ambientato la sua Chartreuse.
"Il giorno delll'arresto Fabrizio fu condotto dapprima al Palazzo del Governatore.E' questo un piccolo grazioso edificio costruito nel secolo scorso su disegni del Vanvitelli, sul ripiano dell'immensa torre rotonda e quindi a centottanta piedi di altezza. Dalle finestre di questa palazzina,che in cima all'enorme torre  faceva l'effetto della gobba sul dorso del dromedario Fabrizio godeva la vista della campagna e laggiù in fondo dellelontanissime Alpi; mentre abbassando losguardo ai piedi della cittadella poteva seguire il corso del Parma, tottentello che, volgendo a destra a quattro leghe della città, va a buttarsi nel Po."
Stendhal, La Certosa di Parma.

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86 • Giudizio su Napoleone
La democrazia o il dispotismo sono le prime forme di governo che si presentano agli uomini, allorché escono dallo
stato selvaggio; costituiscono il primo stadio della civiltà. L'aristocrazia, sotto uno o più capi, - e il regno di Francia prima del  1789 non era altro che un'aristocrazia religiosa e militare, di toga e spada, - l'aristocrazia, dunque, qualsiasi nome le si dia, ha dappertutto sostituito queste forme di governo primitive. È questo il secondo stadio della civiltà. Il governo rappresentativo
sotto uno o più capi è un'invenzione molto recente e novissima, che forma e nello stesso tempo testimonia un terzo stadio di civiltà. Questa invenzione, prodotto tardivo ma necessario dell'invenzione della stampa, è posteriore a Montesquieu.
Napoleone fu ciò che di meglio ha mai prodotto il secondo stadio della civiltà. Di conseguenza, è ben ridicolo che i re,
i quali pretendono di fermarsi al secondo stadio, facciano attaccare dai loro vili scrittori questo grande uomo. Egli non
comprese mai il terzo stadio. Dove avrebbe potuto studiarlo? Certamente non a Brienne; i libri di filosofia e quelli tradotti
dall'inglese non penetravano certo nei collegi reali, e dopo il collegio non ebbe il tempo di leggerli; ebbe solo tempo per
studiare gli uomini.
Napoleone è dunque un tiranno del XIX secolo. Chi dice tiranno, dice spirito superiore, e non è possibile che un
genio superiore non respiri, anche senza accorgersene, il buon senso che è diffuso nell'aria. Bisogna leggere la vita di
Castruccio Castracani, signore di Lucca nel XIV secolo, e si capirà bene questo punto di vista. La rassomiglianza fra questi due uomini è stupefacente. Era curioso seguire nell'animo di Napoleone la lotta fra il genio della tirannide e la ragione profonda che ne aveva fatto un grand'uomo. Bisognava vedere la sua naturale inclinazione verso i nobili, combattuta dalle vampate di disprezzo che lo accecarono dal momento in cui li vide troppo da vicino. Si aveva la netta sensazione che tutto ciò che egli faceva contro di loro fosse l'effetto della collera di un padre. Alla brava gente che avesse ancora dei dubbi, vorremmo ricordare la sua collera contro tutto ciò che era veramente liberale. Questo odio sarebbe arrivato fino al furore, se egli non
avesse avuto la coscienza della sua forza. Bisognava vedere come quei volponi della Corte avevano saputo ben cogliere questa piega del carattere del loro signore. I rapporti dei ministri sono curiosamente sintomatici, sotto questo punto di vista. In frasi incidentali o, per meglio dire, in aggettivi e in avverbi è condensato tutto lo spirito che guidava il comportamento della più minuziosa e della più vile delle tirannidi. Non si aveva ancora il coraggio di azzardarsi a rivelarlo nel senso diretto della frase.
Un epiteto insolente avrebbe mostrato al padrone il cuore del suo ministro. Ancora qualche anno, e i suoi cari uditori gli
avrebbero dato una generazione di ministri che, non avendo avuto l'esperienza dei grandi affari di Stato sotto la Repubblica, avrebbero arrossito soltanto per non essere abbastanza cortigiani. Quando si considerino le conseguenze di tutto ciò, ci si deve
rallegrare della caduta di Napoleone.
Questa lotta fra il genio del grand'uomo contro l'animo del tiranno, si può registrare con maggiore evidenza nel suo
regno dei Cento giorni. Manda a chiamare Benjamin Constant e Sismondi; li ascolta in apparenza con piacere, ma subito dopo
ritorna con passione ai vili consigli di Regnault-de-Saint-Jean-d'Angély e del duca di Bassano. Uomini di questa risma fanno vedere quanto il dispotismo lo avesse ormai corrotto. Ai tempi di Marengo li avrebbe allontanati da sé con disprezzo.
Sono stati questi due uomini che, più di Waterloo, hanno causato la sua rovina. Non si venga a dire che i consigli gli
sono mancati. Ho visto a Lione uno dei suoi ufficiali consigliargli per iscritto di abolire d'un sol colpo la nuova e la vecchia nobiltà. Credo sia stato Regnault a consigliargli di intitolare la nuova costituzione Atto addizionale. In una sola mattina si alienò il cuore di dieci milioni di francesi, e di quei dieci milioni che sono i soli a battersi e a pensare. Da allora, coloro che lo circondavano considerarono inevitabile la sua caduta. Come vincere quel milione e duecentomila soldati che stavano marciando contro la Francia? Gli era necessario qualche trucco politico con la casa d'Austria, e man mano che allontanava da sé le persone di talento, gli alleati le chiamavano al loro servizio. Le sue giustificazioni, che ci vengono oggi da Sant'Elena, cercano di scusarlo per l'estrema mediocrità delle persone che componevano la sua cerchia familiare. Le persone di talento non mancano mai e vengono in folla, quando ne siano richieste. Innanzitutto egli allontanò da sé Luciano; non seppe valorizzare abbastanza Soult, Lezay Marnezia, Levoyer d'Argenson, Thibaudeau, il conte di Lapparent, Jean de Bry e mille
altri che sarebbero accorsi. Chi poteva indovinare, ai tempi dell'imperatore, le capacità del conte Decazes? la sua famiglia è dunque una povera scusa: non ebbe con sé le persone di talento, perché non volle. La sola presenza di un Regnault era sufficiente a scoraggiare ogni uomo di valore.
È motivo di gioia per quella gente avere avuto siffatti successori.

87 • Conclusione
Abbiamo rappresentato Napoleone con le caratteristiche che ci sembrano risultare dai racconti più verosimili. Noi
stessi abbiamo abitato per parecchi anni alla sua Corte.
È un uomo dotato di un talento straordinario e di una pericolosa ambizione, l'essere più meraviglioso per le sue capacità che sia apparso dopo Cesare, che anzi supera, secondo noi. È fatto per sopportare le avversità con fermezza e maestà piuttosto che per sostenere la fortuna senza lasciarsene inebriare. Violento fino al punto di diventare furioso, quando si
contrastino le sue passioni, ma più aperto all'amicizia che a un odio durevole, intaccato da qualcuno dei vizi indispensabili ai conquistatori, ma non più prodigo di sangue né più indifferente verso l'umanità di Cesare, di Alessandro, di Federico, personaggi accanto ai quali lo si dovrà collocare, e la cui gloria va di giorno in giorno svanendo. Napoleone è stato impegnato in parecchie guerre che hanno fatto spargere fiumi di sangue, ma in nessuna di esse, se si eccettua la guerra di Spagna, fu l'aggressore. Egli è stato sul punto di fare del continente europeo una grande monarchia. Questo progetto, se è esistito, è la sua
unica scusa per non aver portato la rivoluzione negli Stati che conquistò, e per non averne fatti altrettanti sostegni della Francia, indirizzandoli sulla medesima strada morale. I posteri diranno che, soltanto respingendo gli attacchi dei suoi vicini, egli estese il suo impero. "Le circostanze, suscitandomi intorno delle guerre, mi hanno fornito i mezzi per ingrandire il mio impero ed io non me li sono lasciati sfuggire." La sua grandezza d'animo nella sventura e la sua rassegnazione sono state eguagliate da qualcuno, da nessuno superate. Warden rende spesso testimonianza di queste virtù, e possiamo aggiungere che
esse sono assolutamente prive di ostentazione. La sua maniera di comportarsi a Sant'Elena è piena di naturalezza. Nei tempi moderni, ciò è forse la cosa che ricorda più da vicino gli eroi di Plutarco. A uno di coloro che lo visitarono all'isola d'Elba, e che gli manifestava la propria sorpresa per la calma ammirevole con la quale sopportava il cambiamento della sua fortuna, egli replicò: "Il fatto è che tutti ne sono stati, io credo, più meravigliati di me. Non ho una buona opinione degli uomini e non mi sono mai fidato della fortuna; d'altronde, io ho goduto poco; i miei fratelli sono stati molto più re di me. Essi hanno avuto le gioie della regalità, io quasi non ne ho sopportato altro che le fatiche."

Stendhal - Vita di Napoleone (Ne abbiamo riportato gli ultimi due capitoli)
Pagine correlatee correlate:
<<< L'eterno femminino
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La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line