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"Il rosso e il nero"
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Locandina del film di Claude Autant-Lara "Il rosso e il nero" (1954) con Gérard Philipe (Sorel), Danielle Darrieux (M.me de Rénal) e Antonella Lualdi (Mathilde).

Irving Howe, autore della brillante analisi qui a fianco riportata, tratta dal libro Politics and the novel (1957) trad.it. 1962, Lerici Milano.

Nel volume citato di questo liberal americano ebreo-nuiorchese, è affrontato  il rapporto tra politica e romanzo in  alcuni capisaldi della narrativa occidentale, I demoni di Dostoevskij, Sotto gli occhi dell'occidente di Conrad, Padri e figli di Turgenev , 1984 di Orwell etc,  ed anche  Il rosso e il nero e La certosa di Parma di Stendhal. A partire proprio dal frizzante apoftegma formulato da Stendhal secondo il quale la politica funzionerebbe in un romanzo "come un colpo di pistola in un concerto", Howe rintraccia invece le dinamiche feconde  tra politica e narrativa ed anche le potenzialità drammatiche che l'apparente irrapresentabilità delle idee politiche  ha invece suggerito a  molti artisti, osservando: « Non v'è dubbio che quando le catafratte truppe dell'ideologia si schierano in massa, esse mettono in serio pericolo la vita e la vivacità di un romanzo, ma le idee, siano esse allo stato di libero isolamento oppure costrette in rigidi sistemi, sono indispensabili al romanzo serio. Infatti, nella società moderna le idee sprigionano enormi cariche emozionali, ci legano agli impegni più frenetici e ci inducono ai più atroci tradimenti. »
dal 31 ott. 2002
Vedi profilo di Stendhal
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Vedi anche su IBS le opere di Stendhal e su Stendhal .
Leonardo Sciascia:
L'adorabile Stendhal,
Adelphi, Milano 2003

Come appare evidente da questi scritti, qui per la prima volta radunati, Sciascia aveva per Stendhal un'ammirazione appassionata e intima, imparagonabile a quella che nutriva per altri autori amati. E questo lo ha naturalmente indotto a studiarlo in tutte le giustapposizioni, le efflorescenze e le cristallizzazioni della sua scrittura, nel tentativo di coglierne le strutture e gli scatti psicologici più celati. E, come osserva Colesanti nel saggio contenuto nel volume, Sciascia ha indagato, con gusto poliziesco, "i congegni, le 'finzioni', i trucchi anche, di cui quella scrittura è costruita".
Magherini Graziella:
La sindorme di Stendhal, Ponte alle Grazie, Firenze 2003
La psichiatra Graziella Magherini descrive in termini scientifici la sofferenza mentale che coglie i turisti in visita alle città d'arte, definendola con un'espressione entrata nel linguaggio comune "sindrome di Stendhal". Stendhal, nel resoconto del suo viaggio a Firenze, racconta che durante la visita a Santa Croce fu costretto a uscire dalla basilica per riprendersi da un violento malessere. La vista dei capolavori, l'estasi della bellezza, il senso dello scorrere del tempo evocato dalle pietre secolari: emozioni che lo avevano sopraffatto. Proprio a Firenze la Magherini ha assistito centinaia di turisti stranieri ricoverati d'urgenza, spesso in preda a un acuto scompenso psichico.
Michel Crouzet è il maggior studioso di Stendhal. Di questo critico sono stati pubblicati in Italia due lavori: Stendhal e il mito dell'Italia, Il Mulino, Bologna 1991,
e la monumentale biografia
Stendhal. Il signor Me Stesso, Editori Riuniti, Roma 1997

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Politics and the Novel, Irving Howe Ordina da iBS Italia

Irving Howe's classic investigation of the role of revolutionary ideas in fiction is here reprinted in a new paperback edition.

La sindrome di Stendhal, VHS Film di Dario Argento Ordina da iBS Italia

Critic's Notebook, Irving Howe Ordina da iBS Italia

Irving Howe was a major intellectual presence: winner of the National Book Award for his best-selling history, World of Our Fathers; editor of Dissent, an influential left-wing magazine of opinion; professor of English at Brandeis University, Stanford University, and the City University of New York. When he died in 1993, he left behind a collection of essays on fiction which he had been working on in the last of his life. Assembled by his son, Nicholas Howe, who also provides an introduction, these accessible, idiosyncratic essays, - which Irving Howe called his shtiklach (Yiddish for "little pieces" or "morsels") - explore such enduring literary concepts as character, style, tone, genre. Many address both literature and politics; but all originate from a passion, a moral striving, and an abiding faith in the common reader.

Stendhal: Ricordi di egotismo
 

I Ricordi di egotismo, qui proposti nella traduzione ‘d’autore’ di Massimo Bontempelli, furono iniziati da Stendhal nell’ozio di Civitavecchia allo scopo di fissare in momenti di felicità che lo scrittore francese era riuscito a cogliere nel decennio della sua vita parigina tra il 1821 e il 1830, successivo al felice periodo milanese e all’infelice amore per Matilde Dembowski. Ma l’intento autobiografico di Stendhal si frantuma, molto piacevolmente, in tutta una serie di descrizioni della vita e della società parigine, e soprattutto di incursioni nelle tre grandi passioni dello scrittore francese, l’amore, la musica e la pitture; tutto ciò in modo molto ‘stendhaliano’, con quella suprema facilità di scrittura ed attensione al dettato che gli fa dire nel Lucien Leuwen: «Plus de détails, plus de détails… il n’y a d’originalité et de verité que dans les détails».

Pagine correlate:
<<< L'eterno femminino
<<< Stendhal. Profilo biografico
<<< Stendhal: la Certosa di Parma

Romanzo di Stendhal (1830)

La storia narrata nel romanzo fu  ispirata a Stendhal da un fatto di cronaca la cui conclusione ebbe per cornice il Tribunale di Corte d'Assise  dell' Isère, il suo Dipartimento d'origine. Nel 1827, un giovane seminarista, Berthet, fu giudicato e condannato a morte per aver tentato di assassinare in una chiesa la sua ex amante. Il  Rosso e il  Nero riprende, sviluppa e arricchisce questo aneddoto nel quale l'autore vede la manifestazione di una  energia popolare che la società conservatrice della Restaurazione  rintuzza  e  reprime (l'opera fu  pubblicata col sottotitolo Cronaca del  1830).

Il romanzo   ritrae  l'ascesa  sociale  di Julien Sorel, giovane di  origine modesta ma che, sotto lo stimolo di una intelligenza precoce, ambisce ardentemente ad  una migliore collocazione sociale. Affascinato dal prestigio delle guerre napoleoniche, è inizialmente allettato dalla vita militare, ma i suggerimenti  del curato del suo villaggio natale  lo inducono  ad entrare in  seminario. (I colori del titolo dovrebbero sinteticamente richiamare le due divise, il nero della tonaca talare e il rosso della divisa militare). È infatti questa la via più praticabile per una  scalata  sociale nell'epoca della Restaurazione,   in una società stagnante e  in cui la nascita plebea è ridiventata un handicap dopo la grande mescolanza egualitaria operata dalla Rivoluzione e dall'Impero napoleonico.
Il primo gradino  si presenta a Julien sotto le vesti di  precettore presso la casa di M. de Rénal, della cui moglie ben presto egli  diventa l'amante. Ambizioso, concentrato a vivere sotto lo sforzo di una volontà tesa a conseguire indefettibilmente il proprio obiettivo, ma anche preoccupato di nasconderlo sotto una coltre di dissimulazione "tartufesca" (dal personaggio di Molière),  Julien Sorel dedica ogni   sforzo "per diventare qualcuno". Ma il carattere scandaloso della sua relazione con M.me de Rénal  lo costringe a lasciare la piccola città di Verrières, nel Jura, per il seminario arcivescovile di Besançon. Questo distacco non  intaccherà  affatto l'amore profondo che egli nutre per  la signora de Rénal, e che resterà al centro della sua esperienza emotiva.
A Besançon,  città  della Franca Contea, il marchese de la Mole, lo prende al suo servizio. Quest'ultimo ha una figlia, Mathilde, con la quale il giovane Sorel intesse ben presto una relazione contrastata, passionale,  ma forte. All'amore ipergamico (di origine roussoiana, M.me de Warens), borghese, caldo, sensuale e materno, succede l'amore con la coetanea - una Julien in gonnella - e sarà un amore aristocratico, "freddo", di testa, geometrico, ma altrettanto incandescente.
L'ascesa di Julien continua grazie alla protezione del marchese ed alla sua personalità brillante e fiera al tempo stesso. Potrebbe accontentarsene, ma una lunga missione all'estero ed un incontro fortuito con  uno dei suoi vecchi compagni  di seminario eccitano  in lui il demone dell'intrigo. Tenta allora di irretire  intenzionalmente una grande aristocratica (si vede in controluce il magistero di Laclos, che Stendhal conobbe e apprezzò), ma tale decisione, nei fatti, determinerà la sua rovina. Ben presto Julien è visto  come un vile arrivista. D'altra parte, Mathilde è incinta di lui. Il marchese decide di procurarsi  informazioni sul suo conto, e scrive alla signora de Rénal che , ormai preda di scrupoli religiosi,  risponde  con una lettera dettata dal suo confessore e dove Julien è messo in cattivissima luce. Allarmato, il marchese de la Mole ingiunge alla figlia di abbandonare Julien. Reso furioso dal tradimento  di M.me de Rénal, Julien perde la testa e, in un impulso  omicida, si reca a Verrières dove tenta di uccidere con un colpo di  pistola la sua vecchia amante. Imprigionato, è indotto a misurare nel gelo della sconfitta sociale  l'abnorme vanità egotistica (l'egotismo è neologismo stendhaliano)  e l'inanità degli sforzi compiuti per migliorare la propria condizione. Giudicato, è condannato alla pena capitale, nonostante i  molteplici e congiunti interventi in  suo favore delle sue due amanti. La sua  morte precede di qualche  giorno quella di M.me de  Rénal a suggello di uno struggente amour- passion  (altro termine stendhaliano)  che ha pochi riscontri nelle storie amorose dei romanzi di ogni epoca.
Profonda  e penetrante analisi di  un'epoca e di personaggi complessi, Il rosso e il nero intreccia con uno stile secco -  in cui la parola è tutta tesa a dare la cosa  - la vivisezione  psicologica e amorosa della narrativa francese iniziata con M.me de Lafayette con la disamina appassionata dell'ambiente sociale ed economico, che sarà preoccupazione del "romanzo sociale" di qualche decennio dopo. È un classico della  letteratura francese e uno dei vertici della narrativa mondiale.


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Il  rosso e il nero è un romanzo politico la cui azione si svolge in un periodo storico che rende impossibile ogni attività politica. Sebbene la si avverta in tutto il libro come una forza orientatrice, la politica è di rado in primo piano, se si eccettua il capitolo in cui i nobili complottano per cauterizzare il loro paese e invocano l'aiuto degli inglesi. La società di Il rosso e il nero non è totalitaria, essa impone il conformismo attraverso una serie di occulte pressioni e non attraverso il terrore. In una società in cui domina la sazietà e non la paura, anche se il suo timore del recente passato, di quel libero gioco della politica che essa si è fatta obbligo di reprimere, è esasperato. Mancando la libertà, l'istinto politico assume la forma dell'ambizione, dell'odio o del brigantaggio: tutti e tre questi impulsi animano Julien Sorel.  Il libro lascia intravedere, tra l'altro, quale prezzo si debba pagare quando la politica viene eliminata dalla superficie della vita sociale e quindi potrebbe esser letto con profitto, se pur in ritardo, da quei letterati che pensano di essere superiori al «sudiciume » della politica.
Stendhal ci fa vedere la politica che si incarna in un comportamento apolitico, la lotta delle classi in un momento in cui esse erano addormentate, schiacciate e istupidite in una falsa conciliazione. Niente può manifestarsi direttamente nel mondo di questo romanzo, niente può esser detto apertamente: la politica è costretta a esplodere alla superficie sotto forma di appetiti, costumi, sesso. Julien Sorel è un uomo che muove una sua guerra segreta alla società e questa guerra lo turba tanto, non avendo egli una solida base di principi, da costringerlo a passare metà del suo tempo a combatterla contro le sue amanti e contro se stesso; egli rappresenta la fase militante della politica stendhaliana dell'astuzia, ma è un attivismo che ha perduto il suo senso con la sconfitta dei giacobini. Egli è, come dice Stendhal, « un uomo infelice, in guerra contro tutta la società » ma non riesce a fare le debite distinzioni fra i vari elementi della società. Egli dice a se stesso: « Io non seguo la via di mezzo della vita borghese, ricerco piuttosto una certa esaltazione
"rivoluzionaria" », ma proprio questa esaltazione, frutto di un'epoca di rinunce nel campo sociale, lo induce al delitto. (Stendhal avrebbe sottoscritto l'osservazione di Oscar Wilde secondo cui nell'Ottocento solo le classi inferiori hanno abbastanza energia per commettere delitti). Julien è uno straniero in un mondo ostile ma uno straniero che non sa più quello che vuole, a cui manca, come dice Stendhal, «il coraggio di essere sincero ». Egli, a volte, è preso da sentimenti libertari, ha momenti di autentica compassione, ma la sua principale protesta contro la società è che essa lo coarta: egli è amareggiato, soprattutto, perché essa non gli vuoi permettere di abbandonare, e forse tradire, la propria classe sociale.
Il mondo, come si presenta a Julien Sorel è un campo di battaglia: la battaglia è stata combattuta e persa. Tuttavia, l'immagine dei combattimento è d'importanza essenziale, poiché in nessun altro romanzo dell'Ottocento vi è una consapevolezza così esplicita del fatto che la società si è frantumata in tante classi in lotta fra loro. Ogni personaggio del libro si identifica con un interesse particolare. «Tra la libertà di stampa e la nostra vita di gentiluomini », dice M. de la Mole, portavoce della nobiltà, « c'è una lotta ai coltello ». M. Rénal, il borghese in ascesa, non può sopportare l'idea che il suo rivale ha comprato due cavalli e non è soddisfatto finché non ha preso in casa un precettore. Ecco l'aritmetica dei borghesi: due cavalli sono uguali ad un precettore. E lo stesso Julien, la cui mentalità è uno strano misto di Byron e di Marx, comincia il suo ultimo discorso alla giuria - e a me sembra una chiave del romanzo - come se fosse un prigioniero politico: «Signori, non ho l'onore di appartenere alla vostra classe... ». Se Julien potesse esser trasferito nella Russia di un mezzo secolo dopo, sarebbe un terrorista; data la necessità di vivere nella Francia della Restaurazione, che egli non può né accettare né respingere, Julien è un eroe, un folle, un pagliaccio. Alla fine, accetta la morte che gli è destinata nella consapevolezza di esser già diventato un simbolo e anche in ciò è simile ad un martire politico.
In Il rosso e il nero l'attività politica soffocata esplode come odio di classe; e sebbene Lucien Leuwen non sia un libro altrettanto crudele, anche in esso la lotta delle classi una contro l'altra è un
terna dominante. «Nelle province », scrive Stendhal in quel suo romanzo incompiuto, « non vi è più la minima comunicazione fra le classi ostili ». Ma il tema dei rapporti fra le classi non ha in Lucien Leuwen uno sviluppo così armonioso come nei due grandi romanzi. Il primo volume di Lucien Leuwen tende un po' troppo al romanzesco tipico di Stendhal, il secondo è sovraccarico di particolari politici e la fusione di questi due elementi, che in realtà sono i due aspetti dell'attività creativa di Stendhal, non è mai raggiunta.
Il romanzo ritorna, sia pure con intensità assai minore, a questo tema di Stendhal: « il conflitto che tormenta l'Ottocento [è] il risentimento del rango contro l'ingegno ». Ma la disintegrazione sociale rappresentata in Il rosso e il nero si è spinta qui molto più avanti: sotto la monarchia borghese di Luigi Filippo non sono felici né monarchici né repubblicani, il governo è passato nelle mani dei finanzieri, i reazionari sono diventati grotteschi e i radicali impotenti. Il denaro regna; la passione muore. Il disprezzo di Stendhal per questa epoca è notevolmente simile a quello manifestato da Marx nel suo opuscolo La lotta di classe in Francia, però Marx scrive in tono sarcastico e Stendhal in un tono da opera comica. La società è diventata una farsa; niente merita di esser preso sul serio dagli uomini intelligenti. Stendhal si distacca sempre più dalla società del suo tempo, malgrado la sua consumata bravura nel rispecchiarne la superficie; e più grande è la distanza, più egli si affida alla commedia.
Quelle scene nel secondo volume in cui si descrive particolareggiatamente la corruzione politica della monarchia borghese, pur essendo in se stesse assai vivaci, sono come avulse dal resto del romanzo e non ne traggono la loro linfa, come dovrebbero. Il senso stendhaliano dei rapporti fra le classi è efficiente principalmente alla superficie del mondo politico, mentre un romanzo come Lucien Leuwen, che si avventura ad esplorare gli ordini sociali, necessita di una gamma di materiali che si può avere solo tuffandosi al di sotto della superficie del mondo politico fino a raggiungere gli angolini nascosti della città. Per un'impresa del genere Stendhal, ammesso che ne avesse la capacità, mancava di pazienza; il romanzo sociale, nel senso che la parola ha per Balzac, non è il
suo forte; egli preferisce scorrazzare alla superficie della società piuttosto che sfondarla e penetrare al di sotto di essa. Stendhal diffida istintivamente della strategia compositiva di Balzac, come avrebbe diffidato della sociologia di Marx, se ne avesse avuto notizia; poiché tanto Balzac quanto Marx, legati all'Ottocento quanto non lo è Stendhal, applicano il metodo della penetrazione in profondità, mentre egli non può farlo. Ma Lucien Leuwen, in virtù della sua struttura, richiede precisamente questo genere di penetrazione in profondità. Comunque, Stendhal non ripeterà questo errore.

Irving Howe, Politics and novel, 1957 (tra. it. di Giulio de Angelis , Politica e romanzo Lerici, Milano 1962 ) Questo libro è da  tempo non più ristampato in italiano. E' stata invece  pubblicata in America una recente (2002) edizione (vedi la copertina supra).
Di questo interessante critico si possono leggere anche i graffianti taccuini di critica letteraria redatti negli ultimi anni prima della morte (1993).
La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line