Fontamara, uno dei pochi romanzi moderni che abbia un carattere autentico di racconto popolare, o meglio, di favola comica, narra la storia di un paese degli Abruzzi che resiste pateticamente e a suo modo ai soprusi del regime fascista. Ai contadini, il problema della politica si presenta anzitutto in questi termini: la città contro la campagna, la città contro il paese. E non hanno del tutto torto perché loro, i contadini, al fondo della scala sociale, sono schiacciati da tutto il peso della società italiana. Semplici ma non sempliciotti, incapaci di trarre conclusioni generali dalle loro sofferenze e tuttavia consapevoli del fatto che dovranno imparare, essi rivelano, attraverso i loro racconti complicati e le storielle furbe, di avere un acuto senso della natura della gerarchia sociale. Quando un piccolo tirapiedi governativo, il cavalier Pelino, viene a fare una raccolta di firme per una petizione, che, guarda caso, non è stata ancora scritta, uno dei contadini gli racconta una straordinaria favoletta:
In capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo... Poi viene il principe Torlonia, padrone della terra. Poi vengono le guardie del principe. Poi vengono i cani delle guardie del principe. Poi, nulla. Poi, ancora nulla. Poi, ancora nulla. Poi, vengono i cafoni. E si può dire ch’è finita.
« Ma le autorità dove le metti? » chiese ancor più irritato il forestiero.
« Le autorità », intervenne a spiegare Ponzio Pilato, « si dividono tra il terzo e il quarto posto. Secondo la paga. Il quarto posto (quello dei cani) è immenso ».
In base alle loro tristissime esperienze i contadini devono capire di aver bisogno della città ed un modo di leggere Fontamara può esser quello di considerare il romanzo una serie di esplorazioni o di incontri con la città, in cui i contadini cercano di scoprire i loro veri alleati — non il prete, tronfio e corrotto; non i vecchi proprietari terrieri, che sono spremuti dagli agenti di Mussolini, ma restano tradizionalmente nemici dei contadini; non l’avvocato liberale, don Circostanza che li tradisce con le sue chiacchiere a vuoto. Quando il più violento tra loro, un certo Berardo — è significativo che non possieda terre e sia pertanto immune dalle inclinazioni conservatrici di coloro che magari non hanno che una striscia di terreno roccioso o sabbioso — quando questi va a Roma, solo allora incontra il rappresentante del movimento rivoluzionario clandestino, dopo una serie di avventure tragicomiche. Alla fine del romanzo, si giunge ad un’unificazione — precaria, non completamente cosciente e presto interrotta — tra contadini ed operai. Il rivoluzionario porta ai contadini una piccola stampatrice, un prodotto della tecnica cittadina, e i contadini stampano un numero unico di un giornaletto la cui testata è Che fare? Come uno di loro spiega, rivelando un’intuizione veramente magistrale dei metodi di persuasione politica, la domanda deve essere ripetuta, ogni volta che essi espongono uno dei loro reclami: Ci han tolta l’acqua. Che fare? Il prete rifiuta di seppellire i nostri morti. Che fare? In nome della legge violano le nostre donne. Che fare? Don Circostanza è una carogna. Che fare?
La domanda riecheggia, e non a caso, il titolo del famoso opuscolo nel quale Lenin tracciò per la prima volta il suo schema di partito rivoluzionario retto da una ferrea disciplina; e neppure è un caso che l’opuscolo di Lenin e il giornale dei contadini di Silone siano compilati in un periodo di feroce reazione. Infatti, Fontamara è l’unica opera importante nella narrativa contemporanea che assimili la visione marxista del mondo sul piano del mito o della leggenda; una delle poche opere della narrativa moderna in cui le categorie marxiste sembrano organiche e « naturali », non nel senso che esse facciano parte dell’eredità contadina o affiorino spontaneamente nella fantasia dei contadini, ma nel senso che tutto il peso dell’esperienza contadina, almeno nella forma che esso prende in questo libro, esige l’accettazione di queste categorie. Ciò che rende Fontamara cosi sottile in quanto leggenda politica — sebbene in certi punti la lingua di Silone non uguagli in ricchezza le sue doti d’inventore di aneddoti — è il fatto che Silone è uno scrittore paziente, un autore con un senso acutissimo della differenza che intercorre tra realtà e desiderio. Silone ci mostra i contadini nella loro realtà apolitica e poi vediamo la realtà politica incombere su loro con la minaccia di farli morir di fame e annientarli; Silone non postula un auspicabile rapporto fra le due realtà, sebbene faccia vedere le possibilità di un movimento in quella direzione; il libro è concreto — straordinariamente concreto — per l’osservazione minuta della vita contadina, ed astratto — un brillante paradigma —per il fatto di inquadrare la vita contadina in un più ampio schema sociale. Le teorie politiche che sottendono il libro assomigliano alle linee della longitudine e latitudine in una carta geografica; esse non sono la realtà, non montagne, né pianure né oceani, ma sono indispensabili per determinare la nostra posizione rispetto alle montagne, alle pianure e agli oceani; esse sono ciò che dà significato e prospettiva alla geografia della società.
Irving Howe
A partire proprio dal frizzante apoftegma formulato da Stendhal secondo il quale la politica funzionerebbe in un romanzo "come un colpo di pistola in un concerto", Howe rintraccia invece le dinamiche feconde tra politica e narrativa ed anche le potenzialità drammatiche che l'apparente irrapresentabilità delle idee politiche ha invece suggerito a molti artisti, osservando: « Non v'è dubbio che quando le catafratte truppe dell'ideologia si schierano in massa, esse mettono in serio pericolo la vita e la vivacità di un romanzo, ma le idee, siano esse allo stato di libero isolamento oppure costrette in rigidi sistemi, sono indispensabili al romanzo serio. Infatti, nella società moderna le idee sprigionano enormi cariche emozionali, ci legano agli impegni più frenetici e ci inducono ai più atroci tradimenti. »