Antonio Gramsci fu critico teatrale dell'Avanti! per quattro anni, dal 1916 al 1920. Ripubblichiamo di seguito una sua recensione teatrale del Macbeth di Shakespeare intepretato dal  "mostro sacro" dell'epoca Ruggero Ruggeri. Possiamo constatare qui solamente il nitido italiano di Gramsci. Non abbiamo i mezzi per "rivedere" Ruggeri.


In un saggio recentissimo su Shakespeare, Romain  Rolland ha incidentalmente espresso  un giudizio che è il riconoscimento critico migliore della tragicità dell’autore inglese: «Shakespeare nel creare i suoi personaggi procede senza sforzi; si cala nel cuore di ciascuno e di esso riveste il suo pensiero, la sua forma, il suo piccolo universo; ma, egli muove dal di fuori ». Cadono così tutte le interpretazioni che del Macbeth la critica giornalistica ha recentemente cucinato per il grande pubblico. Non tragedia dell’orrore, né della paura, né dell’ambizione, come è stata volta a volta chiamata; ma tragedia solo di Macbeth, di un uomo, di un carattere, ben definito nello spazio e nel tempo. Egli solo riempie tutto il dramma, e ne è l’eroe. È una volontà, così senz’altro; volontà che riceve stimoli all’azione dal mondo esterno, ma che questi fonde nella sua personalità e fa propri, senza perdere un atomo della libertà spirituale che è caratteristica di tutti gli nomini, e senza la quale non può esservi tragedia. Shakespeare lo ha posto in un ambiente storico, in un tempo e in luogo nei quali anche il soprannaturale era elemento della realtà, era parte viva delle coscienze, e appunto perciò questo soprannaturale non è meccanico, non è astrazione fredda, non e ripiego comodo per trarre dai fatti elementi di successo; è certo esigenza, integrazione necessaria dei dramma.
Vediamo svolgersi questo dramma con una logica interiore inflessibile. La predizione delle streghe del primo atto è l’inizio di esso. Macbeth è incerto in principio, titubante; la grandezza del destino che lo attende lo scrolla fin nell’intimo della sua umanità, fa traballare, ma non distrugge d’un tratto nella sua coscienza le leggi morali che ne sono la base granitica.

                                                        Quando
             mi voglia re la sorte coronarmi,
  essa pure dovrà senza il mio sprone.

Ma la realtà lo attanaglia; sua moglie è lo sprone della sua volontà incerta e vacillante. Lady Macbeth, creatura meno complessa, più elementare, che appunto perciò il destino stronca così, semplicemente, senza trovare resistenza, è di quelle che tra il pensiero e l’azione non pongono intermezzo. Solo nel quarto atto, dopo che la causa scagliata da lui nel mondo ha prodotto effetti che egli non poteva prevedere, anche Macbeth si riduce a questa semplicità di concezione:

                                            D’ora in avanti
    i primi impulsi del mio cuor saranno
     gl’impulsi di mia mano.

Macbeth ha a questo punto ritrovato se stesso: ma attraverso quali sanguinose esperienze! L’assassinio del re e dei suoi custodi ha fatto cadere il primo involucro della sua umanità. L’abisso ha chiamato l’abisso secondo la sua tragica necessità. La pazzia sembra afferrarlo per un istante con la tortura dell’ombra di Banco. Ma egli, nella sua forte volontà, vince questi richiami morbosi della coscienza. La moglie è ormai un’ombra, preda di allucinazioni sanguinose; il guerriero scozzese non tenta più, non esita più. Tutto gli diventa avverso, ma egli è sicuro della sua fortuna.
La seconda predizione delle streghe ha prodotto in lui questa sicurezza: nessuna sanzione terrena potrà colpire isuoi delitti. E Macbeth taglia tutti i fili che legano la vita di ogni uomo a quella degli altri suoi simili. Nulla lo fa trasalire. La morte di Lady Macbeth, della tanto amata, non trae un lamento dalle sue labbra; il suo cuore è impietrito; non vive che la volontà atroce.
Lady Macbeth soccombe alla visione dei fantasmi che essa stessa ha suscitato. È una debole, in fondo, che solo l’esasperazione fa diventare furia perveRsa. Come nel suo romanzo grottesco Chamisso impersona nell’ombra che è fuggita, la coscienza di Pietro Schlemil, Shakespeare, rappresenta plasticamente nella morte del sonno il rimorso della donna. E il sonno uccide quel giù vibrante fascio di nervi, nei quali la lampada della vita non dà che qualche incerto guizzo.

Il sangue cola a ruscelli in questa tragedia: si ha l’incubo del rosso nel riviverla integralmente. Re Duncano, le due sue guardie del corpo, Banco, lady Macduff, e tutta la sua famiglia muoiono e tutte queste morti sono necessarie nell’azione, fatali, date le premesse. Una orribile gorgona ha abbacinato Macbeth; Banco lo aveva subito capito, fin dalla prima previsione delle streghe:

                                     Spesso a render certo
                Il nostro danno gli stromenti delle 
                 tenebre il vero dicono e con lievi 
             cose ci attraggono per gettarci poi 
                                       nei più oscuri raggiri.

Ma bisogna che Macbeth veda tutto il baratro, nel quale egli è precipitato per persuadersi di ciò. Bisogna che veda muoversi la selva, e che un uomo nato pei ferri del chirurgo lo turbi dimostrandogli vana la sua sicurezza. Solo allora il tiranno del male sente che tutto è crollato intorno a sé e ritorna debole, pauroso, uomo insomma. E la giustizia lo colpisce.
 Ruggeri darà stasera il gigantesco lavoro di Shakespeare. È  un avvenimento artistico, al quale non possono essere estranei anche i nostri lettori, i quali anzi, perché meno intellettualmente corrotti, sono i più degni d’avvicinare e di risentire i brividi di passione del tragico inglese. Potranno Ruggeri e i suoi collaboratori ridare integralmente questi brividi, questa vita intensa, anelante alla distruzione, alla strage infeconda? Vedremo.
(23 maggio 1916).


Vedere proiettata sulla scena, incarnata in persone operanti e parlanti, rinchiusa in un determinato orizzonte, un’opera che per noi è solo vissuta della vita delle parole, delle immagini che la fantasia ricrea, dei segni materiali della carta stampata, produce sempre un urto che non si riesce subito a superare. Qualche cosa si interpone tra voi e l’opera, una personalità estranea che diventa invadente, ingombrante talvolta, e alla quale bisogna abituarsi. Come tutte le opere di poesia, la tragedia di Shakespeare vive autonoma nella cechia delle parole. La suggestione di vita non ha bisogno della concretizzazione scenica per trarci nel suo cerchio fatale. Anzi. Ogni urto brutale con tutto ciò che è convenzione, mezzo, costrizione violenta, adattamento alle esigenze dell’ora e delle possibilità interpretative, produce squarci dolorosi, mortificazioni umilianti. L’arbitrio direttoriale che toglie e riduce non può non essere sacrilego. L’opera deve rimanere tal quale è sgorgata, vibrante e palpitante di vita, dalla fantasia dell’autore. Ogni parola ha una ragione, ogni atteggiamento fisico e spirituale deriva necessariamente da una personalità che è stata concepita in quel dato modo e in nessun altro. Tutto il corpo diventa lingua che esprime un mondo interiore ben definito e tagliato fra gli infiniti possibili che la libertà crea. Bisogna abituarsi a pensare al Macbeth, di Ruggeri e dimenticare alquanto quello di Shakespeare. E l’uno è infinitamente inferiore all’altro e l’adattamento non può avvenire con facilità, senza mortificazioni.
Ruggeri ha cercato per quanto, gli è stato possibile, di ridurre la tragedia alla sua persona. L’ha modernizzata, in un certo senso, poiché le opere che egli è solito dare con più successo, si conchiudono in un solo eroe, che come il tenore dei melodrammi diventa centro dell’universo. E Shakespeare invece è polifono: le azioni dell’eroe trovano risonanze in tutto l’ambiente in cui egli opera, non rimangono affermazioni di fatti, ma diventano atti, plasticamente rappresentati. Il taglio di molti particolari nuoce, cosi, enormemente, alla rappresentazione dell’eroe stesso, lo rende meno vivo. Vedere davanti a noi la prova di volontà di re Duncano vale più che il sentirla ricordare dall’assassino Vedere come Banco sia. fraudolentemente sgozzato, accresce l’orrore della rievocazione dello spettro. Vedere come fossero vivi lady Macduff, e i suoi figlioli, e come i sicari tronchino nelle loro gole la parola ingenua, il rimbrotto femminile, è necessario per l’effetto d’insieme sinfonico di questa ridda fantasmagorica di sangue e d’orrore. Il tiranno è tale per i soprusi inumani che compie, non per le parole che escono dalle sue labbra. L’opera così scarnificata diventa un moncherino, grottesco talvolta. L’espressione di Macduff che rassomiglia la moglie e i figli a una chioccia ghermita coi pulcini da un avvoltoio, non avrebbe fatto ridere la platea se questa avesse avuto dinanzi agli occhi il quadro della strage compiuta freddamente.
Piccole osservazioni che si potrebbero moltiplicare  se ciò non fosse inutile, e se noi non sentissimo per Ruggeri una grande gratitudine anche per il poco che ci ha dato, e che serve da stimolo per accostarci con più amore all’opera. Come non servirà a nulla osservare che Ruggeri è così infetto di lebbra dannunziana vacua e declamatoria, che troppo spesso la sua declamazione critica ne viene sorpassata e annegata in una sentimentalità melodrammatica che stona terribilmente colla creatura di Shakespeare, né decadente, né ammalata di modernità floreale e liberty.
E il pubblico, anch’esso compenetrato dello sforzo che il Ruggeri, la Vergani, e gli  altri hanno fatto, ha applaudito, e talvolta con vera convinzione.
(25 maggio 1916)
Antonio Gramsci

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William Shakespeare - Macbeth

ATTO II, SCENA II

La stessa.

Entra LADY MACBETH.

LADY MACBETH Quel che li ha resi ebbri, m'ha dato coraggio. Quel che li ha spenti, m'ha acceso. Sta' a sentire! Zitto! Era la civetta che ha messo il suo strido, il sinistro campanaro nunzio di morte, che porge la più crudele "buona notte!". In questo momento, egli sta compiendo l'opera. Le porte sono aperte; e i servi, satolli di cibo, si burlano della loro consegna russando. Ho mescolato alle loro bevande alcune droghe così forti che la Morte e la Natura disputano attorno ad essi, per decidere se sian vivi o sian per morire.
MACBETH [Di dentro]. Chi va là? Che cosa? oh!
LADY MACBETH Ohimè! ho paura che si sian svegliati, e che nulla sia stato ancor fatto. È il tentativo, e non l'atto una volta compiuto, che può perderci. Che ascolto?... Ho messo lì vicino i loro pugnali sguainati; non ha potuto fare a meno di vederli. Se non avesse rassomigliato mio padre mentre dormiva, l'avrei fatto io stessa. Io marito!

Entra MACBETH.

MACBETH L'atto è compiuto. Non hai sentito qualche rumore?
LADY MACBETH Ho sentito gridare la civetta, e cantare i grilli. E tu, non hai detto qualcosa?
MACBETH Quando?
LADY MACBETH Ora.
MACBETH Mentre scendevo?
LADY MACBETH Sì.
MACBETH Senti! Chi dorme nell'altra camera?
LADY MACBETH Donalbain.
MACBETH È uno spettacolo pietoso.
LADY MACBETH È sciocco dire: spettacolo pietoso.
MACBETH Uno s'è messo a ridere, nel sonno, e un altro ha gridato: "Assassinio!", e a voce così alta che si son svegliati tutt'e due, reciprocamente. Io ero immobile e li sentivo. Ma hanno appena borbottato una prece, e si sono riaddormentati.
LADY MACBETH Eh, già; son due a dormire in quella stanza.
MACBETH Uno ha detto ad alta voce: "Iddio ci benedica!" e l'altro ha detto: "Amen!", proprio come se avessero visto me con queste mie mani di carnefice. Ho prestato attento orecchio alle loro paure; ma quando ha detto: "Iddio ci benedica!", non fui più buono a dire: "Amen!"
LADY MACBETH Non starci ad almanaccare troppo.
MACBETH Ma perché non fui buono a pronunziare quell'"Amen"? Avevo tanto bisogno di benedizioni; ma "Amen" m'è rimasto in gola.
LADY MACBETH Fatti come questi non vanno considerati in questo modo. Se continuiamo così, impazziremo.
MACBETH M'è sembrato di udire una voce che gridava: "Non dormirai più! Macbeth uccide il sonno"... il sonno innocente... il sonno che pèttina e ravvia il filaticcio di seta arruffato delle cure di quaggiù, morte della vita d'ogni giorno, bagno ristoratore del faticoso affanno, balsamo alla dolente anima stanca, piatto forte alla mensa della grande Natura, nutrimento principale nel banchetto della vita.
LADY MACBETH Che vuoi dire?
MACBETH E continuava a gridare: "Non dormirai più!" a tutta la casa: "Glamis ha ucciso il sonno, e quindi Cawdor non dormirà mai più; Macbeth non dormirà più!".
LADY MACBETH Ma chi gridava così? Orsù, valoroso signore, tu vieni sfibrando la tua nobile forza se persisti a pensare a tutto questo in modo tanto dissennato. Va', prendi un po' d'acqua, e lava questo sudicio testimone dalla tua mano. Perché hai tolto questi pugnali dal luogo dov'erano? Debbono restar lì. Va', riportali dove li hai trovati, e imbratta i servi addormentati con il sangue.
MACBETH Non ci vado più. Ho paura anche soltanto di pensare a quel che ho fatto. Non ho il coraggio di rivedere quello spettacolo.
LADY MACBETH Volontà fiacca e ammalata! Dammi i pugnali! Chi dorme e chi è morto non è che un'immagine. È l'occhio dei bambini che ha paura del diavolo dipinto. Se sanguina, tingerò di pòrpora con il suo sangue le facce dei servi, e dovrà sembrar che i colpevoli sian logo.
[Exit.

Si sente bussare alla porta.

MACBETH Donde vengono questi colpi? e che mi accade, dal momento che ogni rumore m'incute spavento? Che mani son queste! Ah! mi strappano gli occhi! L'immenso oceano del grande Nettuno potrà mai lavare e cancellare interamente questo sangue dalla mia mano? No, piuttosto questa mia mano tingerà del suo rosso incarnato la moltitudine dei mari, e muterà il verde in un solo scarlatto!

Rientra LADY MACBETH.

LADY MACBETH Le mie mani hanno lo stesso colore delle tue. Ma io ho vergogna d'avere un cuore, come il tuo, bianco. [Si sente bussare]. Sento bussare all'uscio meridiano. Ritiriamoci nelle nostre stanze. Un po' d'acqua basterà a mondarci di quest'azione. Non vedi com'è facile? La risolutezza ti ha abbandonato. [Si sente bussare]. Senti? bussano ancora. Corri a indossare la vestaglia, così che se ci dovremo far vedere, non si pensi che eravamo svegli. Non perderti tanto miserevolmente nei tuoi pensieri.
MACBETH Sapere quel che ho fatto! sarebbe meglio ch'io non sapessi nemmen chi sono! [Si sente bussare]. E svegliati, dunque, Duncan! non senti come bussano forte! Ah, come vorrei che lo potessi!
[Exeunt.


(W. Shakespeare, Macbeth, trad. di Gabriele Baldini, Milano, Rizzoli, 1992)

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Esempio 1
Esempio 1
Macbeth e Banquo, generali di Duncan, re di Scozia, incontrano tre streghe che salutano Macbeth come futuro signore di Cawdor e poi re, Banquo come progenitore di re. Lady Macbeth spinge il marito ad uccidere Duncan giunto nel loro castello, mentre i figli del re riescono a fuggire. Nominato re, Macbeth elimina Banquo, dalla cui ombra sarà però perseguitato. Interroga poi le streghe che gli profetizzano che non sarà mai vinto da "nato da donna" e che regnerà finché la foresta di Birnam non si muoverà. Malcolm e Macduff muovono contro Macbeth che fa ucccidere la moglie e i figli di Macduff. Lady Macbeth impazzisce e si uccide, il marito è ucciso da Macduff (tolto anzitempo dal ventre materno), mentre l'esercito avanza, coperto da rami e fronde. 


Ruggero Ruggeri
Antonio Gramsci
dal 23 settembre 2003
"Amleto", "Re Lear", "Misura per misura": le tre opere di Shakespeare sono presentate nella collana "I libri dello spirito cristiano" diretta da don Luigi Giussani perché il grande drammaturgo inglese ha un segreto. Questo segreto è come un abisso, che sta sotto la moltitudine di storie con cui ha tessuto la sua tela. Queste tre opere sono aclune delle possibili vie per accostarsi a quel segreto. Vie godibili, piene di scorci di poesia e di pathos, di sorriso e di divertimento. E pur vie che conducono a una specie di abisso. A quello che può esser chiamato il "dramma della libertà". 

«Dietro al gioco dei bisticci linguistici, dietro al molto rumore, ci sono le contraddizioni di una realtà che vede gli uomini strettamente divisi da barriere formali: la diversità dei loro linguaggi troppo strettamente legati ai ranghi di ciascuno di loro è fonte di continui equivoci pericolosi; l'unico modo di superarli è il rendersi conto che tali divisioni non sono altre che nulla, vuoti ingannevoli artifici» (Giorgio Melchiori). 

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