Amleto eroe tragico moderno

Amleto é stato recentemente analizzato da Agostino Lombardo (vedi a lato) come figura chiave nella drammatica svolta epocale dal mondo classico ( a dalle supposte certezze di quello medioevale ) verso i dubbi e le angosce della modernità, o più precisamente di quella civiltà che i neostoricisti americani definiscono early modern.
Al centro del dramma si posizione un eroe tragico, un eroe problematico, diviso e lacerato da contrasti interiori, posto in situazioni di irrisolta tensione e conflittualità.
Quando Amleto scopre che la realtà non coincide affatto coi suoi ideali, rimane disgustato. E’ un giovane colto, puro, animato da grandi ambizioni spirituali.
Incapace di sopportare il peso del male, offeso dal suo trionfo, egli nella malinconia trova rifugio, ma non riposo. La sua coscienza é fonte di innumerevoli pensieri, speculazioni sulla vita e sulla morte, dubbi, rimproveri, propositi. Egli dovrebbe obbedire al padre e alle leggi dell’onore, ma lo slancio é impedito dal pensiero malinconico della vanità del tutto, e la volontà é frenata da mille considerazioni. Il carattere nobile entra in conflitto con l’umore cupo: ciò che il primo accende, il secondo spegne. Il moralismo e il senso del dovere non riescono a prevalere perché, a parte l’effetto avvilente della malinconia, esigono il compimento di un’azione pur sempre orribile, un omicidio, per di più di difficile attuazione. Nessuno conosce infatti la colpa di cui si é macchiato re Claudio nei confronti del padre di Amleto, e quindi non si spiegherebbe un atto così turpe da parte del giovane.
L’omicidio apparirebbe sospetto, interessato, dal momento che non troverebbe sostegno in una motivazione plausibile: l’onore del principe verrebbe infangato, e la vendetta, lungi dall’essere considerata come un doveroso atto di giustizia, assumerebbe l’aspetto di un volgare assassinio.
Amleto viene a conoscere dal fantasma del padre le circostanze della sua morte, mentre versa in uno stato di afflizione e di amarezza. Claudio, in un colpo solo, ha spodestato il vecchio sovrano e il legittimo erede al trono, ha distrutto una famiglia, attirando a sé una donna che il figlio non immaginava capace di tanta insensibilità.
Tutto ripugna ormai l’animo di Amleto, che, deluso e impotente, generalizza, rivestendo di pessimismo e di sospetto ogni persona ( escluso il suo amico Orazio ), lui che pure per natura sarebbe un fiducioso. La repulsione per il vizio e l’ipocrisia imperanti nel mondo si fa repulsione per la vita stessa. Ma il suicidio é punito dalla religione e il senso del dovere assume le sembianze dello spettro paterno, che prima gli fa intendere e poi gli ricorda la necessità di consumare la vendetta.
Amleto é un uomo che ama e che pensa, e che intanto però non agisce, e se agisce lo fa con ingegno ( la finzione della follia e la recita dei commedianti) o per impulso ( l’uccisione di Polonio e la lite con Laerte nella fossa).
Non c’è pertanto una vera e propria connessione tra pensiero e azione: é evidente il suo stato di crisi. Si sente chiamato ad un compito per cui non è tagliato, e tuttavia è dotato di un animo nobile che gli impedisce di negarsi all’impresa. Non è che Amleto non sia capace di azione in assoluto, come la critica romantica per lungo tempo ha sostenuto con ostinazione: non é capace di compiere “quella” azione in quella particolare “ circostanza”. Egli ha in sé un desiderio di purezza così alto che la prospettiva di un eventuale scontro con il vizio, sia pure al fine di eliminarlo, gli appare difficile da accettare. Eppure sa bene che così non dovrà essere; perciò non si sottrae, pur avendone la tentazione: ma intanto rimanda il momento risolutivo.
Se Amleto dopo quattro secoli continua ad attrarre e a commuovere é perché non é altro che la summa della vita. Forza e debolezza, impulsività e calcolo, sensibilità e riflessione: tutto é estremo in lui, che con la sua bontà d’animo e il suo idealismo si pone sulla scena a testimoniare, assieme a un dramma personale, i conflitti e le aspirazioni di ogni uomo che abbia una concezione alta dell’esistenza e intanto debba sperimentarne la corruttibilità.
Amleto é uomo moderno perchè dubita, facendo suo quel principio che valse a Cartesio la prerogativa di fondatore del Razionalismo.
Il genio di Shakespeare, lavorando sul racconto di Belleforest e sulla tragedia di Kyd, ne ha fatto una figura più tormentata, una figura della vita interiore ricca e sfumata: moderna quindi. L’autore é consapevole del profondo mistero della vita e della morte, e lo mette in scena. La sua arte sa essere impetuosa e delicata, e loquente e scarna, arguta e commuovente.
Non c’é corda che non tocchi, non c’é registro che non usi. Perchè la vita é complessa, appunto, e non riducibile ad una forma fissa.
Amleto, personaggio storico rivestito di tante leggende, é giunto fino a noi per chiederci di interpretarlo, per sfidarci ad un confronto. Con la sua debolezza, con i suoi dubbi, ci rispecchia. Morendo, come ogni eroe, ci induce a domandarci una volta in più che cosa sia mai la vita.

Tommaso Continisio
Esempio 1
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Un autografo di  Shakespeare
dal 22 marzo 2003
William Shakespeare


William Shakespeare - Amleto - Sinossi e commento

Atto I, scena 1
Al  castello di Elsinore in Danimarca, le sentinelle Bernardo e Marcello hanno invitato Orazio a  raggiungerli  per parlargli dello spettro che è loro apparso le notti precedenti. Per le due sentinelle  si tratta di un cattivo presagio che indica forse l'invasione imminente delle truppe di Fortebraccio, principe di Norvegia. Orazio rifiuta di credere loro  fino a quando vede apparire lo spettro che egli identifica come il re Amleto, recentemente deceduto. Lo spettro non dice nulla e scompare quasi immediatamente. Riappare poco dopo e sembra sul punto di parlare quando il canto del gallo, che annuncia l'alba, lo costringe a scomparire. Orazio decide allora di informare Amleto dell'accaduto.

Atto I, scena 2
In una delle sale del castello, Claudio re di Danimarca fratello del re defunto e dunque zio di Amleto, parla della sua ascesa al trono, in seguito alla morte del padre di Amleto, del suo matrimonio con Gertrude, la regina vedova, ed annuncia di avere scritto al vecchio re di  Norvegia per chiedergli  di porre fine alle ambizioni di  suo nipote Fortebraccio che vuole riconquistare le terre perse da suo padre. Si rivolge in seguito a Laerte, figlio del suo consigliere Polonio, e gli dà il permesso di tornare a Parigi. Si gira allora verso Amleto e lo interroga sulle ragioni della sua malinconia. Gli consiglia di porre fine alla sua tristezza, che giudica irragionevole, e gli chiede di  non riprendere gli studi all'università di Wittenberg. La regina unisce le sue preghiere a quelle del re ed Amleto promette  di fare tutto il possibile  per obbedirle.
Dopo la partenza del re e della sua corte, Amleto, lasciato solo, esterna tutta la sua tristezza e la sua    indignazione per il  nuovo matrimonio della madre, che ha avuto luogo appena un mese dopo la morte di suo padre. Arrivano Orazio, Marcello e Bernardo. Orazio rivela a Amleto la comparsa dello spettro ed il principe decide di montare la guardia con loro la sera stessa e parlare allo spettro. Per la prima volta   Amleto si interroga sulle circostanze reali della morte del  padre e sospetta il tradimento e l’inganno.

Atto I, scena 3
Laerte si prepara a partire per la Francia. Mette in guardia  sua sorella Ofelia contro le dichiarazioni d'amore di Amleto. Anche se   i sentimenti di Amleto possono essere autentici, quest'ultimo resta  un principe e dunque non libero di sposare chi vuole. Arriva Polonio, che si prodiga in  consigli a Laerte, quindi  chiede a Ofelia di evitare Amleto. Ofelia   promette di obbedirgli.

Atto I, scena 4
Amleto, Orazio e Marcello attendono, sugli spalti del castello, la comparsa dello spettro. Sentendo   gli echi dei festeggiamenti dati dal nuovo re al castello di Elsinore, Amleto commenta la reputazione di ubriaconi acquisita dai Danesi: un'inclinazione naturale in un popolo o in un individuo può spesso «guastare la sostanza più nobile». Lo spettro appare ed Amleto lo scongiura di parlare. Lo spettro gli fa segno di seguirlo ed Amleto accetta, disattendendo  i consigli dei suoi compagni.

Atto I, scena 5
Lo spettro dichiara di essere lo spirito di suo padre ritornato sulla terra per ingiungergli di vendicarlo. Confessa  ad Amleto di essere stato assassinato da suo zio Claudio, che,  approfittando del sonno, gli ha versato un veleno mortale negli orecchi. Dopo avere compiuto il suo misfatto, Claudio ha fatto credere a tutti che il vecchio re  fosse stato punto da un serpente. Amleto padre,  ucciso così senza potersi  pentire  dei propri peccati, ormai è condannato ad errare nei  gironi  del Purgatorio. Chiede pertanto  ad Amleto   di punire il fratello assassino ed incestuoso ma di non fare male alla   madre che sarà, sempre e comunque, in preda ai rimorsi della   coscienza. Lo spettro scompare.
Arrivano Orazio e Marcello. Amleto finge   indifferenza e  per tre volte  fa loro giurare di nulla   rivelare dell’apparizione  di questa notte. Ad ogni volta, lo spettro, ormai invisibile, grida «Giurate!»
Giurano infine   di nulla rivelare  e di non   lasciare nulla intendere anche se la condotta di Amleto sembra loro strana e singolare.

Atto II, scena 1
Polonio sospetta che il  figlio Laerte   conduca una vita poco virtuosa e invia  a Parigi un emissario, Reynaldo, per spiarlo. Sopraggiunge  Ofelia che appare sconvolta per la condotta di Amleto. Quest'ultimo, che gli è apparso male in arnese, pallido e tremante, si è accontentato di tenerla a lungo in punta di mano e di osservarla lungamente, senza nulla dire. Polonio pensa che il comportamento di Amleto sia dovuto alla freddezza mostrata, su suo ordine, da Ofelia e decide di parlarne al re.

Atto II, scena 2
Claudio chiede a Rosencrantz e Guildenstern, amici d'infanzia di Amleto, di sondare il principe per conoscere le cause della sua singolare "trasformazione". Entra Polonio che annuncia al re l'arrivo degli ambasciatori di ritorno della Norvegia. Il re della Norvegia ha convinto Fortebraccio di invadere la Polonia piuttosto che la Danimarca. Dichiara allora di avere scoperto la causa della
pazzia di Amleto: il suo amore impossibile per Ofelia che ha respinto le sue avances. Per il re e la regina, queste spiegazioni non sono affatto convincenti. La regina pensa che sia stato il proprio affrettato matrimonio  ad aver  fatto perdere la ragione a suo  figlio.
Arriva Amleto, che finge la pazzia, cosa che gli permette di prendersi gioco delle osservazioni e delle  insinuazioni di Polonio. Polonio esce, dopo avere accolto Rosencrantz e Guildenstern. Amleto scopre presto che sono stati inviati dal re per interrogarlo e volge  la conversazione sull'arrivo di una compagnia  di attori, sul teatro e sui principali ruoli che   sono sempre più spesso affidati a bambini ed adolescenti. Amleto accoglie gli attori, introdotti da Polonio. Essi gli recitano qualche verso sulla morte del re Priamo di Troia e del lutto portato dalla moglie  Ecuba. Polonio porta via gli attori, eccetto l'attore principale al quale  Amleto chiede di rappresentare “L'omicidio Gonzaga” davanti alla corte e di inserire qualche verso scritto di suo pugno. Lasciato solo, Amleto si meraviglia del  potere di evocazione del teatro e si tormenta sulla propria inerzia. Ha deciso di fare rappresentare l'assassinio di suo padre davanti allo zio e di osservarne le   reazioni, al fine di smascherarlo e vendicare il  padre.

Atto III, scena 1
Per comprendere la ragione della triste follia di Amleto, il re e la regina decidono di metterlo a confronto con  Ofelia. Polonio invita Ofelia a fare finta di essere sola mentre il re ed egli stesso aspettano, nascosti dietro una tenda. Entra Amleto, che pronuncia il monologo famoso «Essere o non essere»  fino al momento in cui scorge Ofelia. Amleto nega il suo amore per lei  e le consiglia di non sposarsi ma di entrare in  convento. Claudio che è ora convinto che la pazzia del nipote non sia dovuta ad un dispiacere d'amore, inizia a vedere in Amleto un pericolo per la corona. Decide di sbarazzarsi  di lui   e lo invia in Inghilterra. Polonio suggerisce di tentare un'ultima volta di scoprire le ragioni della condotta di Amleto mettendolo a confronto con la madre, Gertrude.

Atto III, scena 2
Dopo avere dato le sue istruzioni agli attori, Amleto incarica Orazio di spiare le reazioni del re durante la rappresentazione. Il re, la regina e la loro corte vengono ad assistere alla  rappresentazione. Amleto, la testa sulle ginocchia di Ofelia, si prepara a commentarle la pièce che è preceduta di un riassunto mimato dell'azione, seguito da alcune parole indirizzate al pubblico da un personaggio chiamato "Prologo". La pièce propriamente detta comincia. Mette l'accento sui temi del  tradimento, dell'omicidio e dell’ incesto. Nel momento in cui Luciano versa del veleno nell'orecchio del re, Claudio si alza e lascia la sala, benché Amleto gli abbia garantito che si trattava di una pièce incentrata sull'omicidio del duca  Gonzaga a Vienna. Ma Amleto in realtà è sicuro  di avere ottenuto così la conferma dell'omicidio del padre. Il re invia Rosencrantz e Guildenstern, quindi Polonio, a comunicare  ad Amleto il desiderio della  madre di avere un incontro con lui. Amleto dichiara la sua intenzione di vendicarsi della morte del padre ma decide di procedere verso la   madre  solo con atti verbali.

Atto III, scena 3
Claudio incarica Rosencrantz e Guildenstern di accompagnare Amleto in  Inghilterra. Polonio s’appresta a spiare  Amleto durante il colloquio con la regina. Rimasto solo, il re prova rimorsi. Si inginocchia per pregare ed ottenere il perdono dei suoi peccati. Entra Amleto. Potrebbe facilmente uccidere il re ma decide di risparmiarlo perché uccidere lo zio in preghiera avrebbe per risultato di fargli guadagnare il paradiso.

Atto III, scena 4
Polonio, nascosto dietro una tenda, assiste all’incontro di Amleto con la   madre. Il comportamento brutale di Amleto spaventa la regina che chiama   aiuto. Polonio si muove e denuncia la sua presenza. Amleto lo uccide, credendo che sia il re. Rimprovera alla   madre la sua condotta indegna e la sua mancanza di virtù. Lo spettro del re defunto appare allora e chiede ad Amleto di vendicarsi di Claudio ma di non aggiungere alle tante sofferenze anche quelle della madre. Amleto chiede alla madre di   non andare più a  letto con Claudio. Quindi, cambia parere e le consiglia di accogliere il re e di raccontargli quanto appena successo. Abbandona la scena  trascinandosi dietro il cadavere di Polonio

Atto IV, scena 1
Gertrude ha ormai la certezza che    suo  figlio è in preda alla  pazzia. Mette il re a   corrente della morte di Polonio. Claudio si rende conto che era lui stesso il  vero obiettivo di Amleto e incarica Rosencrantz e Guildenstern di partire immediatamente per l'Inghilterra.

Atto IV, scena 2
Rosencrantz e Guildenstern tentano di scoprire il luogo in cui Amleto ha nascosto il cadavere di Polonio. Amleto li canzona  e rifiuta di rispondere loro. Accetta tuttavia di incontrare il re.

Atto IV, scena 3
Amleto rifiuta di rispondere alle domande del re ma sembra contento di partire in esilio. Lasciato solo, Claudio rivela che ha ordinato che Amleto sia assassinato subito dopo il suo arrivo in Inghilterra.

Atto IV, scena 4
Prima di partire per l'Inghilterra, Amleto incontra Fortebraccio che attraversa la Danimarca per andare a conquistare alcune sterili terre in Polonia. Pensando alla semplicità  della posta in gioco - vendicare la morte di suo padre e l'onore di sua madre -, Amleto si rimprovera della propria inerzia.

Atto IV, scena 5
Ofelia appare, resa folle dal dolore per la morte del padre e il rifiuto  di Amleto. La regina tenta di condurla alla ragione ma Ofelia non risponde e si limita a  cantare delle tristi canzoni d’amore.    Arriva Laerte,  di ritorno dalla  Francia,  ed esige che gli dicano la verità sulla morte del    padre come anche le ragioni per le quali non gli   abbiano tributato i  funerali di stato. Al momento in cui il re si prepara ad offrirgli spiegazioni, Ofelia entra in scena. Rendendosi conto di ciò che è successo alla   sorella, Laerte si promette di punire i responsabili della morte di suo padre.

Atto IV, scena 6
Orazio riceve una lettera di Amleto. Amleto vi scrive  che la sua nave è stata attaccata dai pirati e che questi lo hanno risparmiato dopo avere ottenuto l’impegno di farli ricevere  dal re della Danimarca. Amleto informa Orazio che Rosencrantz e Guildenstern sono sempre in viaggio per l'Inghilterra.

Atto IV, scena 7
Claudio imputa ad Amleto la responsabilità della morte di Polonio e della pazzia di Ofelia. Confida a Laerte le ragioni che lo hanno spinto a risparmiare il  nipote: oltre all'affetto che gli porta   sua madre  Amleto ha infatti il sostegno di tutto il popolo. Un messaggero entra ed annuncia loro il ritorno di Amleto. Il re pensa ad un inganno e suggerisce  a Laerte di indurre il nipote in duello. Laerte accetta la proposta del re e gli comunica il proposito di cospargere la punta della propria spada di un veleno mortale. Anche il re pensa di  offrire una coppa avvelenata ad Amleto durante il duello. Entra la regina ed annuncia la morte di Ofelia, che si è suicidata annegandosi.

Atto V, scena 1
Amleto ed Orazio incontrano due becchini in procinto di scavare la tomba di Ofelia. Amleto parla loro e si interroga sul senso della vita e della morte. Esaminando i crani dissotterrati dai becchini, si commuove di trovare quello di Yorick, il buffone che lo ha tanto divertito da piccolo. Arriva il  corteo funebre. Laerte maledice colui che considera l'assassino della sorella e salta nella fossa. Amleto lo raggiunge e iniziano a  battersi. Li separano. Prima di partire, Amleto grida il suo amore per Ofelia.

Atto V, scena 2
Amleto racconta  ad Orazio come ha fatto a sostituire la lettera del re che chiedeva alle autorità inglesi la sua esecuzione con quella in cui si chiedeva invece di giustiziare  Rosencrantz e Guildenstern, i latori del messaggio. In seguito, tenta di riconciliarsi con Laerte e gli porge le sue scuse per il dolore arrecatogli. Arriva Osric, un cortigiano, per assicurarsi della  partecipazione di Amleto al duello. Amleto accetta   la sfida. Laerte sembrerebbe   accettare l'amicizia di Amleto tuttavia insiste per battersi in duello. Il duello comincia. Dopo i  primi scambi, il re offre la coppa avvelenata ad Amleto, che la mette da parte. Amleto vince  il primo assalto e la regina beve alla sua salute, bevendo dalla coppa  avvelenata. Nella confusione che se ne segue, Amleto e Laerte si scambiano le armi e fatalmente   ne restano entrambi avvelenati. La regina muore e Laerte rivela il suo  stratagemma e quello del re. Amleto si getta allora sul re e lo trafigge con la punta della spada avvelenata quindi lo costringe a bere dalla coppa avvelenata. Laerte muore dopo essersi riconciliato con Amleto. Orazio vorrebbe   anch’egli bere dalla coppa avvelenata ma Amleto lo dissuade e lo incarica di tramandare  la sua tragedia.
In quel mentre entra  Fortebraccio di  ritorno dalla  Polonia ed Amleto esprime pubblicamente  il desiderio che il principe della Norvegia regni sulla Danimarca. Amleto muore a sua volta. Gli ambasciatori entrano ed annunciano l'esecuzione di Rosencrantz e Guildenstern. Fortebraccio ordina che le onoranze funebri siano rese ad Amleto.


I Temi

      Si può fare di Amleto una lettura  superficiale  e giudicarla come  una semplice   tragedia della vendetta. Il padre di Amleto, re di Danimarca, è stato ucciso da  suo fratello, Claudio. Quest'ultimo, conculca  i  diritti di  successione di Amleto figlio, appropriandosi  a sua volta della corona e della moglie  di Amleto padre. Lo spettro di Amleto padre rivela tutta la macchinazione al figlio; tutti gli elementi della tragedia della vendetta sono dunque presenti.  Amleto ha un obbligo: vendicare l'omicidio, l’usurpazione  e l'adulterio. Ciò che fa uccidendo Claudio alla fine della tragedia.
Ma è chiaro che il tema della vendetta è soltanto un pretesto che Shakespeare utilizza per mescolare tutta una serie di temi universali, dei quali si può dare questo quadro sintetico:
- le relazioni padre-figlio, madre-figlio;
- le relazioni amorose nei suoi aspetti poetici ed angelicati (Amleto-Ofelia) e in quelli adulti e carnali (Claudio-Gertrude);
- le relazioni di forza al  vertice  di uno stato;
- la pazzia reale, la pazzia finta, la dissimulazione;
- la giovinezza e la vecchiaia;
- l'azione e l'inerzia;
- il potere è  corrotto o il potere corrompe?
- le grandi questioni esistenziali "To be or not to be"; l'esistenza di un dio;  
- il senso e il significato del teatro e la sua relazione paradigmatica con la vita: c'è tanta vita nel teatro quanto teatro nella vita.

Amleto eroe umano e teatrale
Tutti questi temi, ed   altri ancora, si trovano in Amleto. Ma è importante ricordarsi che Amleto è al centro di ogni tema  e che anzi è egli stesso che li  affronta e li  mette a fuoco. Non c’è nella storia della letteratura mondiale un personaggio così centrale, così ricco di sfumature, così complesso e sfuggente.
Le letture dell’ Amleto sono innumerevoli e dipendono dalla personalità del lettore della tragedia, e - trattandosi appunto di un’opera destinata alla rappresentazione-, dalla personalità del regista e soprattutto dell'attore chiamato a dargli vita.
Amleto è allo stesso tempo un personaggio che si impone a noi con la sua complessità ed il suo carattere misterioso, al limite dell’indecifrabile, e sul quale la nostra personalità può venire a modellarsi. È uno dei personaggi rari del teatro, forse il solo, che permetta uno scambio costante. Ciascuno di noi, indipendentemente dalla sua età, può riconoscersi in Amleto e può lavorare al mito di Amleto,  alla sua immagine.
Laurence Olivier ha detto che potrebbe recitare Amleto per cento anni e trovargli un nuovo senso ad ogni rappresentazione; il personaggio è ambiguo, quasi inafferrabile, in effetti, come lo è la lingua della pièce. Ma quest'ambiguità rafforza la ricchezza tematica e polisensa dell’opera più di quanto la  impoverisca; ed è precisamente questo mistero e questa ricchezza tematica che permette ad ogni lettore, ed ad ogni attore, di consegnarsi ad una lettura personale ed intima del personaggio, di fare propria la sua complessità, come avviene per ogni grande opera. 

Quali sono dunque le grandi caratteristiche di questo personaggio così affascinante e indimenticabile? Le interpretazioni sono millanta. Citeremo qui soltanto le principali.

Il dilemma e l'indecisione
      Gli eroi delle grandi tragedie classiche sono tutti posti davanti  a scelte  e  obbligati a prendere una o l’altra direzione. Ma  una volta che la   decisione è presa, il resto necessariamente segue, accompagnato da atti di nobiltà grandiosi o, per altro verso, di abiezione estremi. Nell’ Amleto, nulla è semplice, tutto è problematico. Il dilemma nel quale si inciampa è non di sapere  quale scelta egli deve fare, ma all'opposto se la farà. Secondo alcune interpretazioni, Amleto non giunge ad alcuna decisione e diffonde così l'immagine dell'individuo indeciso, inattivo, passivo, l’inetto romantico incapace di agire: al limite, il chiacchierone senza costrutto che si compiace delle parole. Jean-Louis Barrault lo ha definito "l'eroe dell'esitazione superiore."   È senza dubbio per questo che T. S.  Eliot vedeva nell’ Amleto una tragedia mancata poiché, diceva, essa presenta un personaggio " dominato da un pathos      incomprensibile   in quanto eccede i fatti così come appaiono."  Perché tanta emozione e così poca azione?  È la sua natura, diranno alcuni: ossia l'opposto esatto  di un Macbeth . Altri lo vedranno bloccato da un complesso di Edipo che fa di lui un adolescente attardato, un po' pazzo, calcinato in sterili  ruminazioni esistenzialiste (nessuno osa immaginare Amleto re!) ; altri ancora lo vedono sofferente   per un'overdose di castità. Dunque sospettano un dramma sessuale più che un dramma della volontà. E avanzano ipotesi di puritanesimo spinto se non di omosessualità.  Ma forse l’interpretazione che rende più giustizia ad un tale personaggio è affermare che   questo dramma  shakespeariano  tende in effetti  allo stesso tempo all'individualità estrema ed all'universalità   e  spinge a interpretare l’opera  come una rappresentazione simbolica della lotta tra l'uomo ed il suo destino, le sue tentazioni e le sue contraddizioni.

All' interpretazione di Amleto eroe inattivo se ne  oppone un'altra. Occorre osservare inizialmente che Amleto, per quanto loquace è in effetti  molto attivo. Se è vero che il filo dell'azione, in generale, gli è imposto da altri personaggi o dagli eventi, egli nei fatti agisce. Ascolta lo spettro (ciò che i suoi amici rifiutano di fare), assume un atteggiamento al limite del disprezzo riguardo al re, rinvia violentemente Ofelia, sventa uno dopo l'altro gli intrighi che mirano a scoprire il suo gioco, e  architetta  uno spettacolo teatrale che è soltanto una trappola nella quale spera di fare cadere il re;  aggredisce la   madre in una scena dalla violenza inaudita;  arriva alle mani con Laerte. Infine, e forse soprattutto per ciò che riguarda la  violenza fisica, che non è poco per un uomo tacciato di inazione - uccide Polonio,  invia i suoi amici Rosencrantz e Guildenstern alla morte, uccide il re ed è indirettamente responsabile della morte di Laerte.

Non è impossibile che Shakespeare abbia così voluto rovesciare le convenzioni della tragedia classica, troppo carica  di stereotipi e di parti assegnate una volta per tutte. Anche il suo Macbeth, il suo Otello o il  suo Bruto, e il suo re Lear, fin dal primo atto, sono  così bene imprigionati in atteggiamenti convenuti e dinamiche preordinate che ne risultano  perfettamente prevedibili; l'intrigo progredisce dalla causa all'effetto, con una  conclusione che ha dell’ inesorabile.
Nulla di tutto ciò in Amleto; Shakespeare ci sorprende ad ogni snodo d’azione;   l'imprevedibile   domina ad ogni atto ed anche la scena della mattanza  finale ha soltanto una relazione molto labile  con gli elementi iniziali del teorema  fornitici nel primo atto. Certamente, Amleto uccide il re ma lo uccide perché quest'ultimo, per sbaglio, ha appena ucciso Gertrude; ed è senz’altro curioso che in questo frangente non proferisca motto sull'assassinio del padre, che dovrebbe essere il movente e la conclusione logica della sua azione; com’ è altrettanto  curioso che  nessuno alla corte di  Danimarca   sembra commuoversi per questa  enorme carneficina  dove, in alcuni secondi, scompaiono tutti i personaggi principali del regno. Nessuno fuorché  Shakespeare, il quale  pur fingendo di mettere in scena i grandi temi della tragedia classica (la vendetta, la pazzia, la lotta per il potere, ecc.), forse ha  voluto scuotere le certezze che procurano ogni volta questi temi e   abbia  scelto, in ultima analisi, di presentare il solo tema che per lui ha un senso: il dubbio, l'incertezza. In ciò, sarebbe stato un precursore del teatro del ventesimo secolo: il teatro dell'assurdo nel 1601!
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Vietato il deep link. Copia registrata in "corso particolare". Autorizzato l'uso solo per scopi didattici o di studio personali. Pagina a cura di Alfio Squillaci

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I celebri monologhi

1.La densità di pensiero di Amleto è straordinaria. Non una parola è proferita indarno: ogni sillaba, ogni suono esprime la profondità della sua meditazione e l'intensità della sua emozione. Lo spettatore può restarne soltanto ipnotizzato.
2. La lingua è ammirevolmente bella. Shakespeare era innamorato delle
parole. E spesso delle sue opere - dimenticata la trama - resta l'eco di un fraseggio elegante ed ardito, dove spesso tra la coltre bella  delle parole s'apre il varco di una verità fulminante e insopprimibile sulla nostra condizione umana.
Questi monologhi sono pezzi di poesia pura, scritti in versi liberi, sostenuti da      una melodia a volte morbida, a volte scabrosa, sostenuta da un ritmo talora lento e tal'altra rapido, che  offre in ogni caso delle sorprese ad ogni verso.
3. Essi sono in realtà l'ordito mentale nascosto della tragedia poiché, se confrontati l'un  l'altro, ci si accorge attraverso essi che il personaggio di Amleto subisce un'evoluzione che è, in  fondo, forse, una sintesi e un'anticipazione  del pensiero umano dal  Rinascimento all'esistenzialismo del XX secolo.

  ATTO I, SCENA II
AMLETO : Ah se questa carne troppo troppo sordida si potesse sciogliere e risolvere in rugiada, ah se l'Eterno non avesse decretato  la  a condanna del suicidio! O Dio! Dio! Come mi sembrano languidi,  vieti e insipidi gli usi del mondo! Che nausea, ah che nausea. È un giardino abbandonato che va in seme: vi regna solo una natura fetida e volgare. Che si dovesse venire a questo! Morto appena da due mesi - anzi, non da tanto, non da due - un re così eccellente, che era di fronte a questo come un Iperione di fronte a un Satiro, così innamorato di mia madre che non avrebbe permesso ai venti del cielo di toccarle il volto troppo rudemente. Cielo e terra, debbo ricordarlo? Ebbene ella pendeva da lui come se il desiderio si fosse accresciutodi ciò che lo saziava; eppure, nel giro d'un mese - non devo pensarci - fragilità, il tuo nome è donna - appena un mese o prima che invecchiassero le scarpe con cui seguiva il corpo del mio povero padre tutta in lacrime come Niobe - lei, lei stessa - o Dio, una bestia priva di raziocinio avrebbe pianto  più a lungo - sposata a mio zio, fratello di mio padre ma simile a mio padre come io a Ercole. Nel giro d'un mese prima ancora che il sale di lacrime disoneste avesse smesso di bruciarle gli occhi trovò marito. Ah fretta ignobile, correre con tanta impazienza a lenzuola incestuose! Non è bene e non può venirne bene. Ma il cuore mi si spezzi, devo frenare la lingua.


ATTOII, SCENA II
AMLETO :  Oh il furfante, il bifolco che sono! Non è mostruoso che quest'attore quì solo in una finzione, sognando la sua passione, possa forzare l'anima a un'immagine tanto da averne il viso tutto scolorato, le lacrime agli occhi, la pazzia nell'aspetto, la voce rotta, e ogni funzione tesa a dare forma a un'idea? E tutto ciò per niente! Per Ecuba! Ma chi è Ecuba per lui, o lui per Ecuba da piangere per lei? E che farebbe se avesse il motivo e lo sprone della sofferenza che ho io? Inonderebbe la scena di lacrime, spaccherebbe gli orecchi a tutti con parole tremende, farebbe impazzire i colpevoli, tremare gli innocenti, sbalordirebbe chi non sa niente, davvero, sconvolgerebbe le stesse funzioni degli occhi e degli orecchi. Ed io canaglia fatta di pietra e di fango sto qui a perdere tempo come un qualsiasi grullo trasognato e non penso alla mia causa, e non so dire niente, niente, nemmeno per un re che ebbe distrutti da un diavolo gli averi e la vita preziosa. Dunque sono un vile? Chi mi chiama furfante? Chi mi spacca il cranio? Chi mi strappa la barba e me la butta in faccia, chi mi tira il naso e mi sbugiarda, e mi caccia l'accusa in gola fino ai polmoni? Chi mi fa questo? Ah sangue di Dio! Dovrei incassare tutto, perché è vero, ho il fegato d'una colomba, senza il fiele che rende amara l'oppressione, o altrimenti da un pezzo avrei ingrassato con la carogna di quel cane tutti gli avvoltoi dell'aria. Farabutto sanguinario e osceno! Farabutto incallito, traditore, disumano, porco! Ah che somaro sono! Bel coraggio davvero per il figlio d'un caro padre assassinato spinto alla vendetta dalla terra e dal cielo sgravarsi il petto di parole come una baldracca, darsi a bestemmiare come una troia, come una sguattera! Ah che vergogna! Oh! Cervello mio, all'opera. Ho sentito che certi criminali che ascoltavano un dramma sono stati colpiti fin dentro all'anima dall'arte astuta della rappresentazione e subito hanno confessato i loro delitti. Perché l'assassinio parla, anche senza aver lingua, attraverso una bocca miracolosa. Ora io farò recitare a questi attori davanti a mio zio, qualcosa di simile al massacro di mio padre. E starò a guardarlo. Lo sonderò fin dentro l'anima. Se ha un sussulto, so cosa fare. Il fantasma che ho visto può anche essere un diavolo, e il diavolo può prendere un aspetto gradevole, sì, e forse, vista la mia debolezza la mia malinconia lui che è così potente su chi ne soffre, mi inganna per dannarmi. Mi serve una qualche base più consistente. Questo spettacolo è la trappola che acchiappa la coscienza del re.

ATTO III, SCENA I
AMLETO : Essere o non essere; questo é il problema: se sia più nobile nell'animo sopportare i sassi e i dardi dell' oltraggiosa Fortuna, o prender l' armi contro un mare di guai e contrastandoli por fine ad essi. Morire - dormire - nulla   più; e con un sonno dire che noi poniamo fine alla doglia del cuore e alle infinite miserie naturali che sono retaggio della carne! Questa é soluzione da accogliere ardentemente. Morire - dormire - sognare forse: ma qui é l' intoppo, quali sogni possano assalirci in quel sonno di morte quando ci siamo disfatti di questo tumulto della vita mortale, deve farci riflettere:  é la remora questa che di tanto prolunga la vita ai nostri tormenti. Chi vorrebbe, se no, sopportar le frustate e gli insulti del tempo, le angherie del tiranno, il disprezzo dell' uomo borioso, le angosce dell’amore respinto, gli indugi della legge, la prepotenza dei  grandi, i calci in faccia che il merito paziente riceve dai mediocri, quando di mano propria potrebbe saldare il suo conto con due dita di pugnale? Chi vorrebbe caricarsi di grossi fardelli imprecando e sudando sotto il peso di tutta una vita stracca, se non fosse il timore di qualche cosa, dopo la morte, la terra inesplorata donde mai non tornò alcun viaggiatore, a sgomentare la nostra volontà e a persuaderci di sopportare i nostri mali piuttosto che correre in cerca d' altri che non conosciamo? Così ci fa vigliacchi la coscienza; così l' incarnato naturale della determinazione si scolora al cospetto del pallido pensiero. E così imprese di grande importanza e rilievo sono distratte dal loro naturale corso: e dell' azione perdono anche il nome .

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Sogno di una notte d'estate
«Dietro al gioco dei bisticci linguistici, dietro al molto rumore, ci sono le contraddizioni di una realtà che vede gli uomini strettamente divisi da barriere formali: la diversità dei loro linguaggi troppo strettamente legati ai ranghi di ciascuno di loro è fonte di continui equivoci pericolosi; l'unico modo di superarli è il rendersi conto che tali divisioni non sono altre che nulla, vuoti ingannevoli artifici» (Giorgio Melchiori).

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Molto strepito per nulla

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Il dramma della libertà: Amleto-Re Lear-Misura per misura

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"Amleto", "Re Lear", "Misura per misura": le tre opere di Shakespeare sono presentate nella collana "I libri dello spirito cristiano" diretta da don Luigi Giussani perché il grande drammaturgo inglese ha un segreto. Questo segreto è come un abisso, che sta sotto la moltitudine di storie con cui ha tessuto la sua tela. Queste tre opere sono aclune delle possibili vie per accostarsi a quel segreto. Vie godibili, piene di scorci di poesia e di pathos, di sorriso e di divertimento. E pur vie che conducono a una specie di abisso. A quello che può esser chiamato il "dramma della libertà".

Johan Heinrich Füssli
(Zurigo, 1741 - Londra, 1825)
Gertrude, Amleto e il fantasma del padre di Amleto
olio su tela
165,5 x 134 cm
Mamiano di Traversetolo, Parma, Fondazione Magnani Rocca

The Age of Shakespeare, di Frank Kermode, Euro. 19,45 Ordina da iBS Italia

In The Age of Shakespeare, Frank Kermode uses the history and culture of the Elizabethan era to enlighten us about William Shakespeare and his poetry and plays. Opening with the big picture of the religious and dynastic events that defined England in the age of the Tudors, Kermode takes the reader on a tour of Shakespeare's England, vividly portraying London's society, its early capitalism, its court, its bursting population, and its epidemics, as well as its arts--including, of course, its theater. Then Kermode focuses on Shakespeare himself and his career, all in the context of the time in which he lived. Kermode reads each play against the backdrop of its probable year of composition, providing new historical insights into Shakspeare's characters, themes, and sources. The result is an important, lasting, and concise companion guide to the works of Shakespeare by one of our most eminent literary scholars.
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Kenneth Branagh e Kate Winslet in Amleto (1996)
La storia del piccolo Shakespeare trasformato in Amleto

«Il dolore colma la cameretta del mio bimbo assente / Giace nel suo lettino, cammina al mio fianco / Ne assume le tenere sembianze, ne ripete le parole / Mi ricorda le sue dolci membra / Riempie i suoi abiti vuoti con la forma di lui». Appartiene al Re Giovanni di Shakespeare, atto III scena 4, una delle più famose descrizioni del dolore d' un genitore per la perdita di un figlio piccolo. Parole per le quali Shakespeare, una volta tanto, non dovette fare nessuno sforzo d' immaginazione: pochi mesi prima di scrivere queste battute, il drammaturgo aveva sepolto il figlio undicenne, stroncato da una malattia improvvisa prima ancora che il padre, in viaggio con la sua compagnia teatrale, potesse tornare a Stratford Upon Avon. Ora una biografia appena uscita negli Stati Uniti e firmata da uno dei massimi studiosi shakespeariani, Stephen Greenblatt di Harvard, azzarda una tesi straordinariamente affascinante. E cioè che la morte del piccolo Shakespeare e le sue immediate conseguenze siano alla radice di Amleto. Indagare sugli aspetti autobiografici di un autore come Shakespeare che non ha lasciato lettere né diari e forse, non c' è accordo tra gli studiosi neppure su questo soltanto un manoscritto è da sempre un compito quasi impossibile da portare a termine. Troppo scarso il materiale biografico, troppe le tesi a volte azzardatissime («Shakespeare era gay», «Shakespeare non esiste e le sue opere furono scritte da Marlowe, o forse dalla regina Elisabetta I») a volte addirittura pittoresche («Shakespeare era una donna» oppure teoria resa famosa qualche anno fa da un colonnello Gheddafi in vena di boutade letterarie era «uno sceicco arabo»). Il professor Greenblatt affronta la questione-Amleto con prudenza nel suo massiccio libro Will in the World: How Shakespeare Became Shakespeare (Will nel mondo: come Shakespeare diventò Shakespeare, editore WW Norton, 384 pagine) dalla scrittura elegante e dalle note accuratissime. Ma il suo lavoro di detective si basa su un evento storicamente documentato e da quella che come minimo pare una straordinaria coincidenza. L' evento è la morte del figlio dello scrittore, provata da un certificato comunale di Stratford giunto fino ai nostri giorni. La coincidenza, o parte di essa, è data dal nome del bambino: Hamnet. Il padre, alla nascita dei suoi gemelli nell' inverno del 1585 (furono battezzati il 2 febbraio) aveva scelto di rendere omaggio ai suoi migliori amici: il fornaio Hamnet Sadler e sua moglie Judith. Il piccolo Hamnet morì (si ipotizza di peste, ma mancano prove definitive) nell' agosto 1596 e fu sepolto il giorno 11. La teoria di Greenblatt è che, dopo il funerale, il padre dello scrittore, John, guantaio cattolico o comunque di forti simpatie cattoliche, gli avesse chiesto di pregare per l' anima del piccolo Hamnet. Ma il concetto stesso di Purgatorio era stato reso illegale dai protestanti (che lo consideravano uno stratagemma della Chiesa cattolica per ottenere donazioni e vendere indulgenze). E dunque per Shakespeare si sarebbe presentato il per l' appunto dilemma: obbedire a suo padre e infrangere la legge, accendendo ceri per il piccolo e pregando per lui. Oppure ritenersi responsabile di una lunga permanenza di Hamnet in Purgatorio. Anche perché Shakespeare fu sommo poeta ma padre assente (e potenzialmente pieno di rimorsi a causa della lontananza): i figli vennero cresciuti dai nonni, lui (quando non era in tournée con la compagnia teatrale) lavorava principalmente a Londra, non a Stratford. Greenblatt analizza minuziosamente la realtà storica dell' Inghilterra del 1596, le tradizioni, la possibilità che davvero Shakespeare credesse nei fantasmi. La questione «amnetica» secondo lo studioso è di grande importanza per comprendere i misteriosi processi creativi del Bardo. Se, insomma, il dubbio del principe seguire gli ordini del fantasma di suo padre e vendicarsi di suo zio Claudio si fosse davvero basato su una vicenda così privata e dolorosa vissuta dallo scrittore, ciò rappresenterebbe una piccola rivoluzione negli studi shakespeariani. Il lavoro di indagine del detective Greenblatt tra i fantasmi della memoria di un uomo vissuto quattrocento anni fa è ora sottoposto al giudizio dei colleghi accademici. Ai lettori comunque, non resta che lasciarsi affascinare e anche commuovere dall' idea che quello straordinario commiato finale («Buonanotte, dolce principe, che voli di angeli ti conducano al tuo riposo»), uno dei più belli della storia della letteratura, non sia stato scritto per un reale di Danimarca. Ma sia segretamente dedicato a un bimbo morto in un giorno d' estate, senza che il suo papà potesse essere al suo fianco.
Matteo Persivale
Corriere della Sera 10 ott. 2004
 
L'articolo di Persivale ha prodotto un minidibattito sul Newsgroup ICL l'11 ott.2004

Leggo sul Corriere. Alla pagina della cultura si parla di una nuova biografia di Shakespeare appena uscita negli Stati Uniti. Nella biografia si ipotizza che alla base del personaggio di Amleto e della sua vicenda ci sia la morte del piccolo figlio maschio del bardo.
Shakespeare ebbe tre figli, prima una femmina, Susanna, nata nel 1583, poi due gemelli, Hamnet e Judith (chiamati così in onore di una coppia di amici, il panettiere Hamnet Sadler e sua moglie), nati alla fine di gennaio del 1585. Hamnet morì undicenne nell’agosto del 1596, presumibilmente di peste. La morte del bambino ispirò alcuni versi del terzo atto -scena 4- del “Re Giovanni”, scritto pochi mesi dopo (figura nel famoso elenco di tragedie di Francis Meres del 1598).
L’autore della biografia, Stephen Greenblatt, si spinge più in là.  L’ipotesi è che il padre cattolico di Shakespeare, John, avrebbe chiesto al figlio di pregare per l’anima del bambino. Il concetto cattolico di Purgatorio era stato reso illegale dai Protestanti. Quindi un bivio si pose davanti al poeta: obbedire al padre e infrangere la legge, oppure lasciar vagare l’anima di suo figlio Hamnet per il Purgatorio. Da questa questione il dubbio del principe di Danimarca: se seguire l’ordine del fantasma del padre e vendicarsi dello zio omicida che si era sposato la vedova/madre di Amleto.
A me sembra un’ipotesi campata in aria.
Piuttosto. L’autore dell’articolo, che si chiama Matteo Persivale, scrive che i figli di Shakespeare vennero cresciuti dai nonni poiché, come si sa, il poeta se ne andò a lavorare a Londra, la città dei teatri, e là restò, tornando periodicamente a Stratford on Avon soprattutto per questioni di affari, fino almeno al 1612/13, quando si ritirò dalle scene per tornare al suo paese in campagna. Ora, a me sembra che la madre dei bambini, Anne Hathaway sia rimasta a Stratford e non abbia seguito il marito a Londra, per cui mi pare strano affermare che i figli siano stati allevati dai nonni.
Inoltre, l’autore dell’articolo scrive che i bambini restarono con i nonni quando Shakespeare non era in tournée con la compagnia. Ma, mi chiedo, Shakespeare andava in tournée? A me risulta che le compagnie shakesperiane, prima quella del Lord Ammiraglio e poi quella del Lord Chamberlain (in seguito diventata compagnia del Re) operassero a Londra nei rispettivi teatri (in particolare per Shakespare il Globe e il teatro al chiuso di Blackfriars) e fuori di essi si limitassero a rappresentazioni in dimore reali o in ricche case private. Potrei anche sbagliarmi (anzi…), ma non mi risulta di tournée.
Magari qualcuno ne sa di più. Magari Henry New, [...], che ha letto Il mulino di Amleto :-)
Damiano Zerneri

Io escluderei che le compagnie licenziate, come quelle in cui recitava  Shakespeare, effettuassero delle tournée. Primo perchè i soldi si facevano a Londra e c'erano spettacoli ogni giorno, tranne che nei giorni di preghiera collettiva o nei periodi di  pestilenza.
Secondo perchè con il "act for the punishments of vacabondes" del 1572  si mise un freno all'attività delle compagnie itineranti.
Dal 1574 in poi le compagnie di attori non potevano più girare liberamente per il paese ma dovevano mettersi sotto la protezione di un
nobile, ed avere un teatro stabile dove recitare.
Il "Mulino di Amleto" non menziona i figli di Shakespeare come ispirazione per il celebre monologo, menziona tante altre cose ma niente di terreno :-)

Henry Newbolt


Will in the World - How Shakespeare Became Shakespeare , Stephen Greenblatt Ordina da iBS Italia

Pur non essendo  un testo strettamente shakespiriano si veda anche Il Mulino d'Amleto  Saggio sul mito e sulla struttura del tempo di Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend , Adelphi 2003, un tipico "libro Adelphi" pieno di carisma e sintomatico mistero.
Il mulino di Amleto è uno di quei rari libri che mutano una volta per tutte il nostro sguardo su qualcosa: in questo caso sul mito e sull’intera compagine di ciò che si usa chiamare «il pensiero arcaico». Cresciuti nella convinzione che la civiltà abbia progredito «dal mythos al logos», «dal mondo del pressappoco all’universo della precisione», in breve dalle favole alla scienza, ci troviamo qui di fronte a uno spostamento della prospettiva tanto più sconcertante in quanto è condotto da uno dei più eminenti illustratori del «razionalismo scientifico»: Giorgio de Santillana. Proprio lui, che aveva dedicato studi memorabili a Galileo e alla storia della scienza greca e rinascimentale, si trovò un giorno a riflettere su ciò che il mito veramente raccontava – e capì di non aver capito, sino allora, un punto essenziale: che anche il mito è una «scienza esatta», dietro la quale si stende l’ombra maestosa di Ananke, la Necessità. Anche il mito opera misure, con precisione spietata: non sono però le misure di uno Spazio indefinito e omogeneo, bensì quelle di un Tempo ciclico e qualitativo, segnato da scansioni scritte nel cielo, fatali perché sono il Fato stesso. È questo Tempo che muove il «mulino di Amleto», che gli fa macinare, di èra in èra, prima «pace e abbondanza», poi «sale», infine «rocce e sabbia», mentre sotto di esso ribolle e vortica l’immane Maelstrom.
Di questo «mulino di Amleto» gli autori seguono le tracce in un percorso vertiginoso, da Shakespeare a Saxo Grammaticus, dall’Edda al Kalevala, dall’Odissea all’epopea di Gilgameš, dal Rg-Veda al Kumulipo, vagando dalla Mesopotamia all’Islanda, dalla Polinesia al Messico precolombiano. I disiecta membra del pensiero mitico, che ama «mascherarsi dietro a particolari apparentemente oggettivi e quotidiani, presi in prestito da circostanze risapute», cominciano qui a parlarci un’altra lingua: là dove si racconta di una tavola che si rovescia o di un albero che viene abbattuto o di un nodo che viene reciso non cerchiamo più il luogo di quegli eventi su un atlante, ma alziamo gli occhi verso la fascia dell’eclittica, la vera terra dove si svolgono gli avvenimenti mitici, il luogo dove si compiono i grandi peccati e le imprese eroiche, il luogo dove si è compiuto il dissesto originario, fonte di tutte le storie, che fu appunto lo stabilirsi dell’obliquità dell’eclittica. Da quell’evento consegue il fenomeno delle stagioni, archetipo della differenza e del ritorno dell’uguale. Così il «mulino di Amleto» si rivelerà alla fine essere la stessa «macchina cosmica».
«I veri attori sulla scena dell’universo sono pochissimi, moltissime invece le loro avventure»: Argonauti che solcano l’Oceano delle Storie, navighiamo qui sulla rotta di quelle avventure, che vengono ricomposte usando frammenti della più disparata provenienza, vocaboli dei molti «dialetti» di una lingua cifrata e perduta, «che non si curava delle credenze e dei culti locali e si concentrava invece su numeri, moti, misure, architetture generali e schemi, sulla struttura dei numeri, sulla geometria». Ma il mito si lascia spiegare soltanto in forma di mito: la struttura del mondo può essere soltanto raccontata. È questo il sottinteso dalla forma labirintica, di temeraria fuga musicale, che si dispiega nelle pagine del Mulino di Amleto. Qui la Biblioteca di Babele torna finalmente a essere invasa dai flutti del Maelstrom e, attraverso un velo equoreo, intravediamo la dimora del Sovrano spodestato, Kronos-Saturno, che un tempo stabilì le misure del mondo e del destino.
Frutto di un lungo lavoro in comune con Hertha von Dechend, Il mulino di Amleto apparve negli Stati Uniti nel 1969 e da Adelphi nel 1983. Questa nuova edizione ampliata tiene conto della revisione che Hertha von Dechend, dopo la morte di Santillana (1974), condusse in funzione dell’edizione tedesca del 1993.

Agostino Lombardo
L'eroe tragico moderno. Faust, Amleto, Otello
Donzelli 2005

Un nuovo scenario intellettuale presiede, nell'Inghilterra del Cinquecento, alla nascita del mondo moderno. Al centro di esso è ancora, come nella Grecia classica, la figura dell'eroe tragico; ma non si tratta di una ripetizione. Nel nuovo universo che si affaccia alla modernità, il percorso tragico non è determinato, come nella tragedia antica, da un fato esterno, ma dall'incapacità dell'uomo, ormai solo e senza dei, di decifrare la realtà che lo circonda. L'eroe shakespeariano cade perché non riesce a leggere il mondo e perciò a conoscerlo. Questo libro, pubblicato la prima volta nel 1996, e ora riproposto con una nuova introduzione di Nadia Fusini, rappresenta il compendio più puro del lavoro critico di Lombardo sulla letteratura inglese.

La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line