Helga Schneider - Lasciami andare madre - Milano, Adelphi 2001
Helga Schneider è nata in Polonia nel 1937, poi ha vissuto in Germania e in Austria. Dal 1963 vive a Milano. Già il titolo di Lasciami andare, madre (2001, Adelphi) suggerisce molto: “Il sentimento dell’odio mi è sempre stato estraneo”, a dirlo fu Rudolf Hoss, comandante del campo di sterminio di Aushwitz. E’ un romanzo autobiografico incentrato sull’incontro d’una figlia (l’autrice) di mezza età e la madre ormai molto anziana che vive in un ospizio a Vienna. Quella madre che nel 1941 aveva abbandonato marito e i due figli per fare la custode in un campo di sterminio nazista. Tutt’ora irriducibile fanatica e convinta della necessità di cancellare dalla faccia della terra ebrei, ammalati, avversari politici ecc. per realizzare un “alto ideale”. Un piccolo sospetto: la madre è ancora così crudele (in lei non c’è traccia di pentimento) o fa di tutto per sembrarlo così d’assicurarsi l’odio (e quindi il distacco) della figlia? Dal dialogo tra le due donne escono fuori tanti particolari sulla vita quotidiana durante il nazismo e sul feroce clima dell’epoca (tanto diverso dal nostro?). Per esempio la madre fa riemerge dalla memoria della figlia il ricordo di lei bambina che tira con violenza capelli a un’ebrea, imitando gli altri bambini.
Così ha inizio questa storia dura: “Vienna, martedì 6 ottobre 1998. In albergo. Dopo ventisette anni oggi ti rivedo, madre, e mi domando se nel frattempo tu abbia capito quanto male hai fatto ai tuoi figli”.
“Lasciami andare, madre” è un buon libro, anche se lascia tanto amaro in bocca, come tutti i libri di Helga Schneider che ha scelto di scrivere in italiano.Ricordo per esempio “L’usignolo dei Linke”, sempre a sfondo autobiografico e collegato al dramma del nazismo e della guerra e poi “L’albero di Goethe”, storia del quattordicenne Willi internato a Buchenwald, lì dove una volta c’era un bosco dove Goethe amava passeggiare.
Alessio Brandolini
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"Dopo ventisette anni oggi ti rivedo, madre, e mi domando se nel frattempo tu abbia capito quanto male hai fatto ai tuoi figli". In una stanza d'albergo di Vienna, alle sei di un piovoso mattino, Helga Schneider ricorda quella madre che nel 1943 ha abbandonato due bambini per seguire la sua vocazione e adempiere quella che considerava la sua missione: essere a tempo pieno una SS e lavorare nei campi di concentramento del Führer.
L'autrice continua con questo romanzo a scavare nella memoria personale e collettiva del Novecento. Questa volta trasmette il racconto affidatole ancora bambina da un piccolo profugo prussiano nell'estate del 1949. Attraverso le parole di Kurt rivivremo così la tragedia delle migliaia di tedeschi orientali che nell'inverno 1944-45, fuggendo davanti all'Armata Rossa che avanzava da est, cercavano di raggiungere il Baltico e da qui la Germania Occidentale. Dopo aver assistito alla morte del nonno ed essersi trovato a stringere tra le braccia il corpo del fratellino neonato che credeva di aver portato in salvo, Kurt sprofonda in un "lutto patologico", ma la simpatia che Helga si ostina a dimostrargli segnerà l'uscita dall'orrore e l'inizio della guarigione.