Gaetano Savatteri - I siciliani - Laterza, Bari 2005
Ho acquistato e letto questo libro dopo averlo sfogliato in libreria ed essere stato catturato da questa frase sul Gattopardo: «Non sarà facile capire quanto male abbia fatto quel romanzo memorabile che è Il Gattopardo: non sarà facile stabilire in che misura quelle pagine “larghe e nude nelle quali tutta una vita è riassunta con l’abbagliante chiarezza e la velocità di una folgore” (come scriveva Eugenio Montale sul Corriere della sera del 12 dicembre 1958) abbiano offerto ai siciliani, e non solo a loro, un malinteso alibi per spiegare ritardi storici, mali endemici, tare criminali. Ma soprattutto, dopo il romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, diventa quasi impossibile capire se i siciliani non credono, e non abbiano mai creduto, nelle idee o se ci credono in un loro modo tutto particolare».
Il Gattopardo è senz’altro un capolavoro, uno di quei libri che dopo averlo finito viene voglia di tornare dal libraio e dirgli: «Me ne dia altri trenta come questo, se ce li ha». Poiché assento del tutto con Savatteri non voglio entrare nella polemica ideologico-letteraria che vide quel libro bersaglio sbagliato della neo-avanguardia agli inizi degli anni ’60. Roba vecchia che è inutile rivangare, anche perché Il Gattopardo nel frattempo s’è conquistato uno spazio sempre più sicuro tra i classici della nostra letteratura del '900, mentre di molti avanguardisti non sono rimaste che le dichiarazioni di poetica, ossia non l’Amazzonia ma solo la mappa dell’Amazzonia.
Tuttavia, da tempo rimugino la convinzione, ritrovata bella e scritta nel libro di Savatteri, che il danno del Gattopardo fatto alla Sicilia è stato grande. Ha offerto molti alibi alla ideologia sicilianista - l’autocoscienza delle attuali classi dirigenti-, ossia la convinzione che siccome i siciliani si credono degli dei, sono autorizzati a non cambiare mai, alimentando una certa mutria isolana dura a morire, e nei fatti rivoltando in termini asseverativi una frase del Gattopardo, proferita negli spazi metaforici del romanzo, ossia nei termini sommamente ambigui delle opere d’arte. In più, il libro di Tomasi procede ad una indulgenza plenaria nei confronti del ceto nobiliare isolano addebitando l’arretratezza socio-economica dell’isola non al fallimento del ceto egemone dirigente, ma al clima, alle invasioni dei popoli, al passato che non passa, alla storia. Basterà - per convincersi che non deve essere andata proprio così - compiere un giro per i palazzi nobiliari fatiscenti del centro di Palermo. Forte viene il sospetto, aggirandosi per corso Vittorio Emanuele, per piazza Bologni, che il crollo della élite dirigente siciliana ebbe un che di drammatico e per certi aspetti unico, tanto fu repentino e spettacolare, paragonabile solo al declino dell’aristocrazia veneziana, che ebbe però dalla sua il conforto di un lento sfinimento con accompagnamento di oboi languorosi sulla laguna. E che fu causa sui, perché altrove, in Piemonte, in Lombardia, le aristocrazie si adattarono ai tempi nuovi, borghesi e capitalistici, reagendo alle sollecitazioni della modernità, e in Sicilia invece si consumò appresso alle ballerine più che dietro gli astri del cielo. Fu il default di un ceto incapace e inerte di cui la migliore rappresentazione che mi sia capitata vedere è quella di Leopoldo Trieste in Divorzio all'italiana di Germi, dove il baruneddu di turno è così spiantato che non ha neanche i soldi per rimettersi i denti incisivi a posto e non gli riesce neanche di impiccarsi nel salone del palazzo avito perché cede la trave dove ha avvoltolato la corda.
Ma in questo libro di Savatteri il tema intellettualmente onesto, ossia quello acremente antisicilianista (“occorre amarsi di meno” ammoniva Brancati) che è l’unico modo di dichiarare il proprio amore alla terra natia, è smorzato talora da indulgenze e complicità antropologiche dure a morire, seppur protette da una scrittura sorvegliata, fredda, antimitica. Ma gli è che la mia rabbia di siciliano diasporato mi porta a chiedere a tutti coloro che scrivono sulla Sicilia un’addizionale e concreto furore, un tono adirato e senza requie, i termini di una requisitoria incalzante che non lasci spazio a nessun trallalà autolatra. Da tempo ho fatto un baratto: tutta la Conca d’Oro, la fascia pedemontana dell’Etna, la baia di Taormina in cambio… di un asilo nido o di una biblioteca rionale ben funzionante avvolti dalle soffici nebbie lombarde. Riconosco pertanto di non essere il lettore giusto di questo libro, e credo di essere stato, nel tirare le somme, eccessivamente ingeneroso con l'autore. Il quale ha poche pretese: porgere una galleria di ritratti di siciliani con l’idea sotterranea di darci la Sicilia, questo rompicapo antropologico come lo chiamò Sciascia nell’ultima intervista concessa a Le Monde. Savatteri ci parla dei frati al fine di suggerire l’idea del convento, con una scrittura nitida, non calligrafica, puntando tuttavia al colore più che al disegno, alle immagini più che alle idee, e dunque scevra da uncinazioni forti verso il lettore esigente. Ha il merito ad esempio di attingere ad un minimo di letteratura accademica seria (Romeo, Hobsbawm, Spinazzola) tenendo a bada tanta letteratura sicilianista drogata di pirandellismo d’accatto (anche se “le corde pazze” e “i siciliani di scoglio e di mare” e la frase sul frontone del manicomio di Agrigento “non tutti ci sono, non tutti lo sono”, suggeriscono una maniera ormai incombente che occorrerebbe evitare come la peste). Tuttavia la scelta di fondo di redigere medaglioni di siciliani solo se rigorosamente defunti (i siciliani devono essere come gli indiani: sono buoni solo quelli morti), ci toglie il piacere di vedere improvvisamente soddisfatto un nostro desiderio, che si forma man mano che leggiamo, urgente, insopprimibile, esplosivo, ossia che da un momento all’altro possa spuntare tra le righe, voltando una pagina, il faccione rionale di u zu Totò vasa vasa, Totò Cuffaro, l’i n c r e d i b i l e Presidente della Regione siciliana attuale. Non darebbe questo ritratto, che qui manca però, la risoluzione di quel cassepipe antropologico di cui si discorreva prima? Uno vedrebbe quella faccia da Giufà che i siciliani hanno voluto loro presidente e chiuderebbe il libro avendo capito tutto, svelato ogni mistero doloroso o gaudioso sulla Sicilia di ieri, di oggi, di domani. E invece no: le intenzioni dell'autore hanno escluso ogni contatto con l'oggi, preferendo una Sicilia archiviata ma ahimè anche un po' imbalsamata.
Ma, si sa, le intenzioni né si processano né si discutono. Ed ecco il caro vecchio frac del baruneddu Raimondo Lanza di Trabia (il ritratto di un nobile sottoposto al registro stilistico dello "scettico blu" piuttosto che a quello del "grottesco triste" di Leopoldo Trieste); ecco il ritratto (il più convincente e meglio scritto) di Vitaliano Brancati; quello commovente di Libero Grassi, di cui ricordo la faccia ossuta e severa, la più antisiciliana che abbia avuto la Sicilia; quello del navigante Di Bartolo, della popolana antiborbonica, dell’inventore Sciascia, lo sfigato cui sfilano addirittura il Nobel, ed altri ancora oramai molto raccontati, Ettore Majorana, Joe Petrosino. Ci sono anche i frati, quelli veri e mafiosi di Mazzarino. Ma del convento, della Sicilia, non s’è capito molto di più.
«In Sicilia più che altrove è arduo discriminare moti di umanità autentica e motivi di disumanità mascherata. Nello stato di crisi perenne in cui versano tutti i rapporti dell'io con gli altri e con se stesso, unica legge di comportamento universale è la doppiezza: mai confidare, neanche alla propria coscienza, ciò che si pensa, si fa e si vuole davvero. Così, le apparenze più grandiose celano le realtà più meschine; le proclamazioni di idealità più pure hanno un rovescio di filisteismo spregevole. La finzione è non solo necessità ma istinto e assieme arte di vita».
Vittorio Spinazzola, Il romanzo antistorico, Editori Riuniti, Roma 1990, pag. 18