J.D.Salinger - Il giovane Holden - Einaudi, Torino, 1997, pp. 248.
traduzione di Adriana Motti.

Ritorna in libreria, in un'ennesima ristampa, questo classico, manifesto di una generazione-contro (andata al potere nel frattempo). Vi si narra del giovane Holden Caulfield, che, espulso dal prestigioso college Pencey, prima di rientrare a casa con la ferale notizia, girovaga per New York, incontra amici, fidanzate, prostitute, professori. Si ubriaca, esce sotto la pioggia, si bagna fradicio e si becca una polmonite. Tutta qui la "trama". Ma è il ron-ron interiore ad essere di scena. Holden è un young angry man, un giovane arrabbiato, antisistema, e pervaso da umori anti-istituzionali. Odia il denaro, la borghesia, la stupidità dei coetanei. Ma perché è arrabbiato Holden? È forse un comunista? Un homme révolté? Nel romanzo non è detto. La rabbia, la rivolta, non è l'oggetto esplicito della narrazione, ma un suo pre-testo, qualcosa che anche dal punto di vista della scrittura è accaduta prima. Forse la rottura col mondo è decisa da una ragione privata:  la morte di un fratello amato. Ragione sufficiente per staccarsi dalla vita, ma non necessaria per la generazione del '68 che non prevedeva le motivazioni esistenziali nel dichiarare guerra al mondo, e che lesse perciò questo romanzo pescandovi secondo le proprie urgenze interiori. Quella generazione leggeva nel libro il rifiuto etico, e quindi "politico", del processo di socializzazione canonico, quello che procede per cerchi concentrici: l'io, la famiglia, il college, la classe di appartenenza, l'America, il mondo. Di questa serie scartava tutto, fuorché l'io e le sue ragioni in contrapposizione a tutto il resto.
Lo stile del libro è volutamente trasandato, senza che la disadorna quanto sapiente negligenza del tratto non suggerisca comunque il pericolo di un manierismo incombente. La voce narrante sembra poi quella di Lee Marvin: spiccia, senza fronzoli. Se  Holden deve fare un tema, è un "maledetto" tema; naturalmente il giovane si sdraia su un "dannatissimo" letto, e se parla della "vecchia" Phoebe, non equivochiamo, non è che la sorellina di Holden.

Sicuramente nel '51, quando uscì, il romanzo era davvero nuovo ed eversivo. Ed anche la sciattezza stilistica era una forma di rifiuto del perbenismo borghese e letterario. Oggi la carica di novità e di eversione è stata assorbita dai numerosissimi epigoni e dalla pletora di arrabbiati automatici e anche un po' di lusso (rockers, beats, hippies etc) che seguirono. Tuttavia  a differenza di tanti giovani dei '60 (e di oggi) che considerano il giovanilismo una meta e una forma immobile dell'essere, Holden-Salinger la pensa ancora come il "vecchio" Shakespeare secondo cui "Ripeness is all" (la maturità è tutto), e la giovinezza dunque un tratto biologico della vita umana, non già una condizione permanente dello spirito. Dice infatti il professor Antolini in finale di romanzo al confuso Holden in cerca dopotutto di dialogo con gli adulti intelligenti ( e i due dialoghi con i professori, all'inizio e alla fine, sono tra le cose più pregevoli del romanzo): « Ciò che distingue l'uomo immaturo è che vuole morire nobilmente per una causa, mentre ciò che distingue l'uomo maturo è che vuole umilmente vivere per essa».

Non c'è dato sapere quanto e come i giovani di oggi leggano questo romanzo. Ma  a meno che non facciano l'inevitabile errore di considerare il mondo nato con loro, scopriranno, leggendolo, quanto sia stato problematico per ogni generazione l'incontro col paradosso del vivere. Scriveva  Paul Nizan  qualche generazione prima in un libro (Aden Arabie) che sembra anticipare le atmosfere salingeriane: « Avevo vent'anni: non consentirò a nessuno di dire che è l'età più bella della vita. Tutto minaccia di rovina un giovane: l'amore, le idee, la perdita della propria famiglia, l'ingresso fra gli adulti. È duro apprendere la propria parte nel mondo».

Alfio Squillaci

P.S. Com'è noto il titolo originale del romanzo The Catcher in the Rye  tratto da una poesia di Robert Burns (1759 -1796) è  evidentemente intraducibile (lett: "Colui che afferra tra la segale"). Al suo significato si fa riferimento in due capitoli del libro, il XVI e il XXII (e non il XVII, come ad ogni ristampa ripropone erroneamente  nella sua "nota al titolo" l'editore italiano - vedi box  a fianco).








<<<Torna all'Indice Recensioni
Search this site or the web powered by FreeFind

Site search Web search
dal 22 maggio 2001
Esempio 1
Descrizione    
 
 
Pochi mesi prima di morire, Romano Giachetti, corrispondente da New York per "La Repubblica" e scrittore egli stesso, consegnò alla casa editrice questo saggio sull'autore de "Il giovane Holden" che conduce il lettore in un percorso all'interno del mondo inquieto degli adolescenti americani. 

Prima paginaFili di fumoEnferRecensioniRivistaProfili di autori
ContattaciAtlante Letterario Bacheca pubblicaCompiti

XXIV.

Il professore e la signora Antolini stavano in quell'appartamento molto chic sulla Sutton Place, con una stanza di soggiorno che per andarci si scendono due scalini e il bar e tutto quanto. C'ero stato parecchie volte perché, dopo che avevo lasciato Elkton Hills, il professor Antolini era venuto spesso a pranzo da noi per sapere come me la cavavo. Allora non era sposato. Poi, quando si era sposato, ero andato spesso a giocare a tennis con lui e con la signora giú al circolo di tennis del West Side, a Forest Hills a Long Island. La signora Antolini era socia. Era stracarica dí quattríni. Aveva una sessantina d'anni piú del professor Antolini, ma sembrava che andassero molto d'accordo. Tanto per cominciare, erano tutt'e due molto intellettuali, specie il professor Antolini, solo che a starci insieme era piú brillante che intellettuale, un po' come D.B. La signora Antolini era un tipo serissimo. Aveva un'asma tremenda. Avevano letto tutti i racconti di D. B. sia lui che lei - anche la signora - e quando D. B. andò a Hollywood il professor Antolini gli telefonò per dirgli di non andarci. Lui c'era andato lo stesso, con tutto che il professor Antolini gli aveva detto che quando uno sa scrivere come D. B. non ha niente da spartire con Hollywood. Proprio quello che dicevo io, stringi stringi. 
Sarei voluto andare a piedi fino a casa loro, perché se non ci ero tirato per i capelli non mi andava di spendere neanche un centesimo dei soldi di Natale di Phoebe, ma quando uscii mi sentii strano. Come un po' stordito. Allora presi un tassí. Non mi andava, ma lo presi. E mi ci volle un sacco di tempo solo per trovarlo. 
Fu il vecchio professor Antolini ad aprirmi la porta quando sonai - dopo che il ragazzo dell'ascensore si era finalmente deciso a portarmi su, quel bastardo. Era in vestaglia e pantofole, e aveva un cocktail in mano. Era un tipo molto sofisticato, e un bevitore tutt'altro che disprezzabile. - Holden, ragazzo mio! - disse. - Dio santo, questo è cresciuto ancora mezzo metro. Mi fa piacere vederti. 
- Come sta, professore? Come sta la signora? 
- Stiamo come pascià tutti e due. Dammi quel soprabito -. Mi tolse il soprabito e lo appese. - Mi aspettavo di vederti con un neonato tra le braccia. Senza sapere dove sbattere la testa. Con fiocchi di neve sulle ciglia -. Era proprio un gran burlone, certe volte. Si girò e gridò verso la cucina. - Lillian! Arriva questo caffè? - La signora Antolini si chiamava Lillian. 
- È pronto! - gridò lei di rimando. - C'è Holden? Salve, Holden! 

[…]

Holden e il Professor Antolini parlano della scuola, dei compagni. Divagano un po'. La signora Antolini porta un caffè. Quindi il  Professore entra nel vivo della conversazione.

- Un paio di settimane fa ho pranzato con tuo padre,- disse tutt'a un tratto. - Lo sapevi? 
- No, non lo sapevo. 
- Naturalmente lo capisci che è molto preoccupato per te. 
- Lo so. Questo lo so, - dissi. 
- A quanto pare, prima di telefonarmi aveva ricevuto dal tuo ultimo preside una lunga lettera piuttosto penosa, nella quale lo si informava che tu non ti impegnavi affatto. Saltavi i corsi. Ti presentavi regolarmente impreparato. Insomma, eri del tutto... 
- Non saltavo nessun corso. Mica lo permettono. Ce n'erano un paio che una volta al secolo mi risparmiavo di andarci, per esempio quell'Esposizione Orale che le ho detto prima, ma non ho mai saltato i corsi. 
Non avevo la minima voglia di parlarne. Il caffè mi faceva sentire un po' meglio con lo stomaco, ma avevo ancora quel tremendo mal di capo. 
Il professor Antolini si accese un'altra sigaretta. Fumava come un turco. Poi disse: - Francamente, non so che diavolo dirti, Holden. 
- Lo so. Parlare con me è un problema difficile. Me ne rendo conto. 
- Ho l'impressione che tu ti stia deliberatamente preparando a un capitombolo, un terribile capitombolo. Ma, onestamente, non so di che genere... Mi senti? 
- Sí. 
Era chiaro che stava cercando di concentrarsi eccetera eccetera. 
- Può essere di quel genere per cui a trent'anni te ne stai seduto in un bar odiando tutti quelli che entrano se appena appena hanno l'aria d'aver giocato a rugby in un'università, oppure, puoi racimolare quel tanto di istruzione che basta per odiare la gente che dice “Tolto io, c'erano tutti”. O forse finirai in qualche ufficio, a scaraventare cancelleria sulla testa della stenografa piú vicina. Non lo so, francamente. Ma tu sai dove voglio arrivare, almeno? 
- Sí. Certo, - dissi. E lo sapevo, infatti. - Però tutta quella storia dell'odio è sbagliata. Voglio dire, odiare quelli che giocano a rugby e compagnia bella. Sbagliatissima. Non odio mica tanta gente, io. Posso odiarli per un poco, magari, questo sí, come Stradlater, un tale che c'era a Pencey, e quell'altro, Robert Ackley. Ogni tanto li odiavo proprio, questo è vero, ma non durava mai molto, ecco. quello che voglio dire. Dopo un po', se non li vedevo, se non venivano in camera, o se non li vedevo in sala da pranzo per due volte di seguito, sentivo perfino la loro mancanza. Dico davvero, sentivo perfino la loro 
mancanza. 
Per un poco il professor Antolini non disse niente. Si alzò, prese un altro cubetto di ghiaccio, lo mise nel suo cocktail, poi tornò a sedersi. Era chiaro che stava pensando. Io però avrei voluto con tutta l'anima che continuasse quel discorso la mattina dopo, anziché in quel momento, ma lui era partito in quarta. La gente ha sempre la smania di discutere quando tu non ce l'hai. 
- Benissimo. Ora stammi a sentire un momento... può darsi che non esprima tutto questo in modo memorabile come vorrei, ma tra un giorno o due ti scriverò una lettera. Allora ti riuscirà tutto chiaro. Ma adesso sta' a sentire, ad ogni modo -. 
Ricominciò a concentrarsi. Poi disse: - Il capitombolo che secondo me ti stai preparando a fare... è un tipo speciale di capitombolo, orribile. A chi precipita non è permesso di accorgersi né di sentirsi quando tocca il fondo. Continua soltanto a precipitare giú. Questa bella combinazione è destinata agli uomini che, in un momento o nell'altro della loro vita, hanno cercato qualcosa che il loro ambiente non poteva dargli. O che loro pensavano che il loro ambiente non potesse dargli. Sicché hanno smesso di cercare. Hanno smesso prima ancora di avere veramente cominciato. Mi segui? 
- Sí, professore. 
- Sicuro? 
- Sí. 
Si alzò e andò a versarsi un altro cicchetto. Poi si sedette di nuovo. Per un pezzo non disse niente. 
- Non voglio spaventarti, - disse poi. - Ma non stento affatto a vederti morire nobilmente, in un modo o nell'altro per una causa indicibilmente ignobile -. Mi diede una strana occhiata. - Se ti scrivo una cosa, la leggi con attenzione? E la conservi? 
- Sí. Ma certo, - dissi. E l'ho fatto, anche. Ho ancora il foglietto che mi ha dato. 
Si avvicinò a quella scrivania dall'altra parte della stanza e senza nemmeno sedersi scrisse qualcosa su un pezzo di carta, poi tornò e si sedette con quel foglio in mano. - Per quanto sembri strano, questo non l'ha scritto un poeta di mestiere, l'ha scritto uno psicanalista che si chiamava Wilhelm Stekel, ecco quello che... mi segui ancora? 
- Ma sí, certo. 
- Ecco quello che ha detto: “Ciò che distingue l'uomo immaturo è che vuole morire nobilmente per una causa, mentre ciò che distingue l'uomo maturo è che vuole umilmente vivere per essa”. 
Si chinò in avanti e me lo porse. Io lo lessi subito appena lui me lo diede, e poi lo ringraziai eccetera eccetera e me lo misi in tasca. Era stato gentile a prendersi tutto quel disturbo, sul serio. Ma il fatto era che non mi sentivo di concentrarmi, ragazzi, tutt'a un tratto mi sentivo cosí maledettamente stanco. 
Ma si vedeva lontano un miglio che lui non era stanco per niente. Tanto per cominciare, era brillo forte. - Io credo, - disse, - che uno di questi giorni ti toccherà di scoprire dove vuoi andare. E allora devi metterti subito in marcia. Ma immediatamente. Non puoi permetterti di perdere un minuto. Tu no. 
Feci di sí con la testa perché lui mi guardava in faccia e via discorrendo, ma non ero troppo sicuro di capire che diavolo avesse in mente. Ero quasi sicuro di saperlo, ma in quel momento non ci avrei giurato. Ero troppo stanco, accidenti. 
- E mi dispiace dirtelo, - continuò, - ma credo che non appena comincerai a vedere chiaramente dove vuoi andare, il tuo primo impulso sarà di applicarti allo studio. Per forza. Sei uno studioso, che ti piaccia o no. Smanii di sapere. E io credo che non appena ti sarai lasciato dietro tutti i professori Vines e i loro temi ora... 
- I professori Vinson, - dissi io. Voleva dire tutti i professori Vinson, non tutti i professori Vines. Però non avrei dovuto interromperlo. 
- D'accordo, i professori Vinson. Non appena ti sarai lasciato dietro tutti i professori Vinson, allora comincerai ad andare sempre piú vicino, se sai volerlo e se sai cercarlo e aspettarlo, a quel genere di conoscenza che sarà cara, molto cara al tuo cuore. Tra l'altro, scoprirai di non essere il primo che il comportamento degli uomini abbia sconcertato, impaurito e perfino nauseato. Non sei affatto solo a questo traguardo, e saperlo ti servirà d'incitamento e di stimolante. Molti, moltissimi uomini si sono sentiti moralmente e spiritualmente turbati come te adesso. Per fortuna, alcuni hanno messo nero su bianco quei loro turbamenti. Imparerai da loro... se vuoi. Proprio come un giorno, se tu avrai qualcosa da dare, altri impareranno da te. È una bella intesa di reciprocità. E non è istruzione. È storia. È poesia -. Si interruppe e mandò giú un bel sorso di cocktail. Poi ricominciò. Ragazzi, era proprio partito in quarta. Meno male che non avevo cercato di fermarlo né niente. - Non sto cercando di dirti, - prosegui, - che soltanto gli uomini colti e preparati sono in grado di dare al mondo un contributo prezioso. Non è vero. Ma sostengo che gli uomini colti e preparati, se sono intelligenti e creativi, tanto per cominciare, e questo purtroppo succede di rado, tendono a lasciare, del proprio passaggio, segni di gran lunga piú preziosi che non gli uomini esclusivamente intelligenti e creativi. Tendono ad esprimersi con piú chiarezza, e di solito hanno la passione di seguire i propri pensieri sino in fondo. E, cosa importatissima, nove volte su dieci sono piú modesti dei pensatori non preparati. Mi segui, di'. - Sí, professore. 
Ancora una volta non disse niente per un pezzo. Non so se vi sia mai capitato, ma è un po' faticoso starsene là seduto aspettando che uno dica qualcosa mentre pensa eccetera eccetera, sul serio. Mi sforzavo di non sbadigliare. Non è che mi annoiassi, per niente, ma tutt'a un tratto mi era venuto un sonno del diavolo. 
- Gli studi accademici ti renderanno un altro servigio, se li prosegui per parecchio tempo, cominceranno a farti capire che taglia di mente hai. Che cosa le va bene e, forse, che cosa non le va bene. Dopo un poco, comincerai a capire a che specie di pensieri dovrebbe attenersi la tua particolare taglia di mente. Per dirne una, questo può farti risparmiare tutto il tempo che perderesti a provarti idee che non ti si addicono, che non sono adatte a te. Comincerai a conoscere le tue vere misure e a vestire la tua mente attenendoti a quelle. 
Allora, tutt'a un tratto, sbadigliai. Razza di bastardo maleducato, ma chi ce la faceva piú. Però il professor Antolini si mise a ridere. - Andiamo, - disse, e si alzò. - Prepariamo il tuo divano. 
Lo seguii, e lui andò a quell'armadio e cercò di prendere dall'ultimo ripiano lenzuola, coperte e vattelappesca, ma con quel bicchiere di cocktail in mano non ci riusciva. Allora se lo scolò tutto, posò il bicchiere per terra e poi tiro giú la roba. Io lo aiutai a portarla sul divano. Facemmo il letto insieme. Non è che lui fosse un fenomeno. Non rimboccava niente come si deve. Ma chi se ne infischiava. Roba che potevo dormire in piedi, tanto ero stanco. 
- Come stanno tutte le tue donne? 
- Magnificamente -. La mia eloquenza si sprecava, ma non mi sentivo in vena. 
- Come sta Sally? - Conosceva la vecchia Sally Hayes. Una volta gliel'avevo presentata. 
- Benissimo. L'ho vista oggi pomeriggio -. Ragazzi, pareva che fossero passati vent'anni! - Non abbiamo piú molto in comune. 
- Carina da morire. E quell'altra ragazza? Quell'altra di cui mi hai parlato, quella del Maine. 
- Oh, Jane Gallagher. Sta bene. Domani probabilmente le telefono. 
Avevamo finito di fare il letto. - È tutto tuo, - disse il professor Antolini. - Ma non so che diavolo farai delle gambe, però. 
- Oh, va benissimo. Sono abituato ai letti corti, - dissi. 
- Grazie mille, professore. Stanotte mi avete proprio salvato la vita, lei e la signora. 
- Il bagno sai dov'è. Se hai bisogno di qualcosa lancia un urlo. Io per un po' resto in cucina; ti dà fastidio la luce? 
- No, macché, no davvero. Grazie mille. 
- Bene. Buonanotte, bello. 
- Buonanotte. Grazie mille. 

 […]

Riportiamo di seguito il brano della seconda conversazione, nel sottofinale del romanzo, tra il Professor Antolini e il giovane Holden. 
“Ciò che distingue l'uomo immaturo è che vuole morire nobilmente per una causa, mentre ciò che distingue l'uomo maturo è che vuole umilmente vivere per essa”. 

Wilhelm Stekel (1868-1940)

Frase citata dal Professor Antolini in questo  dialogo denso di intonazioni pedagogiche col giovane Holden.

Wilhelm Stekel fu uno psicoanalista con forti interessi per la  sfera sessuale e le sue patologie.

Abbiamo rintracciato in rete due suoi studi:

1. Auto-erotism,a psychiatric study of onanism and neurosis (1950);

2.Sexual Aberrations: The Phenomena of Fetishism in Relation to Sex, Disorders of the Instincts and Emotions the Parapathiac Disorders (1930)


Wilhelm Stekel
Nota al titolo.

Il titolo di questo romanzo, The Catcher in the Rye, è intraducibile. Al suo significato si fa riferimento di sfuggita in due punti del libro (capp. XVI e XVII). La famosa canzone scozzese di Robert Burns cui si allude ha una strofa che dice: 

Gin a body meet a body 
Coming through the rye; 
Gin a body kiss a body, 
Need a body cry? 

Cioè, traducendo letteralmente dal vernacolo scozzese: Se una persona incontra una persona che viene attraverso la segale; se una persona bacia una persona, deve una persona piangere? 
Il protagonista del romanzo, il giovane Holden Caulfield, sente cantare questa vecchia canzone da un bambino per la strada; crede di ricordarsi quel primo verso ma se lo ricorda storpiato: “If a body catch a body coming through the rye” (Se una persona afferra una persona che viene attraverso la segale). L'immagine che questo verso storpiato gli chiama alla mente è quella di una frotta di bambini che giocano in un campo di segale, sull'orlo di un dirupo; quando un bambino sta per cascare nel dirupo c'è qualcuno che lo acchiappa al volo: the catcher in the rye, che potremmo tradurre: l'acchiappatore nella segale, il coglitore nella segale, il pescatore nella segale. 
Ma un titolo come The Catcher in the Rye non evoca solo idilliche immagini agresti all'orecchio dei lettori americani, per i quali sia la parola catcher che la parola rye sono molto familiari con un significato del tutto moderno. Catcher è chiamato uno dei giocatori della squadra di baseball, il “prenditore”, cioè colui che, munito di guantone, corazza e maschera, sta dietro il batsman (battitore) per cercar di afferrare la palla lanciata dal pichter (lanciatore) se il battitore non la respinge con la sua mazza. Col nome di rye si designa comunemente il whisky-rye, il popolare tipo di whisky ottenuto dalla fermentazione della segale o di una mescolanza di segale e malto. Il titolo The Catcher in the Rye, letto come puro accostamento di parole, suona come potrebbe suonare da noi Il terzino nella grappa. 
Vista impossibile la traduzione, non ci siamo sentiti autorizzati a sostituire a un titolo cosí elusivo un altro che fosse scelto di nostro arbitrio. Ci siamo quindi limitati a chiamare il romanzo col nome del protagonista. Holden Caulfield è un personaggio ormai famoso e proverbiale negli Stati Uniti, l'eroe eponimo di tutta una generazione. 
[N. d. E.]

Dalla Edizione Einaudi più volte ristampata.


 LO SCRITTORE CHE VIVEVA NELL'OMBRA...

(a cura di Marzia Amico per 'Il Foglio' del lunedì 1/2/2010)

 Terrorizzato dalle donne, ossessionato dal sesso, chiuso in casa da più di cinquant'anni: la morte di Salinger, papà del sempre giovane Holden


Jerome David Salinger «Mi chiamo Salinger, mi occupo di narrativa, non saprei come meglio definire il mio lavoro. Seguo i miei personaggi nella loro naturale evoluzione» (così nel 1986 al giudice del tribunale cui si era rivolto per impedire la pubblicazione della sua biografia non autorizzata scritta dal critico Ian Hamilton). [1]

Jerome David Salinger, "the Garbo of letters" [2], è morto giovedì scorso a 91 anni nella sua casa di Cornish, nel New Hampishire. L'annuncio della scomparsa è stato dato dal figlio Matt, la conferma è arrivata dal suo agente. Il decesso è avvenuto per cause naturali. Non ha sofferto [8].

Da cinquant'anni Salinger viveva isolato nella sua tenuta, realizzando in qualche modo il desiderio del suo personaggio più celebre, quel giovane Holden che sognava di costruirsi «una piccola capanna da qualche parte nel mondo e trascorrere lì il resto dei suoi giorni». Giovanna Mancini: «Raramente si muoveva dal New Hampshire, se non per qualche breve vacanza in Florida o per incontrare William Shawn, l'editore del New Yorker che anni prima lo aveva accolto tra gli scrittori della rivista.

In compenso, schiere di giornalisti e di giovani ammiratori hanno tentato in tutti questi anni di avvicinarlo e di farsi rilasciare interviste. Invano» [3]. Durante quell'esilio volontario solo due volte si era lasciato intervistare: la prima, nel 1953, da due studentesse di liceo (a chi gli chiese il perché, rispose: «Sono state gentili») [4], la seconda nel 1974 dal New York Times.

Il ritiro in solitudine a Cornish non è una scelta nuova nella tradizione letteraria americana. Giordano Tedoldi: «Ne parlava già lo scrittore e filosofo Henry David Thoreau in Walden, ovvero la vita nei boschi, testo che nella cultura americana è la fondazione della disobbedienza civile, dell'anarchia intellettuale, della solitudine come unica possibile felicità». [5]

Negli ultimi tempi le condizioni di salute di Salinger erano peggiorate. Flavio Pompetti:
 «Lo scorso maggio era caduto in casa e si era rotto un'anca. Camminava con l'aiuto di un carrellino, sempre in compagnia della moglie dalla folta chioma bionda, quarant'anni più giovane di lui, che era stata infermiera prima di conoscerlo. Il suo udito era così precario che i camerieri dei pochi locali in cui faceva capolino dovevano comunicare con lui per mezzo di una lavagna». [6]

L'ultima uscita pubblica di Salinger risale all'estate scorsa, quando aveva incaricato i 
suoi legali di fermare la pubblicazione di 60 Years Later: Coming Through The Rye dello svedese Fredric Colting, seguito mai autorizzato delle avventure di Holden. La corte di New York, presieduta dal giudice Guido Calabresi, considerò il sequel come "un danno irreparabile" al copyright di Salinger tanto da fermare l'uscita del libro negli Stati Uniti, non nel resto del mondo. [7]

J. D. Salinger era nato a Manhattan il primo gennaio 1919 da Sol Salinger, commerciante di carni ebreo di origini polacche, e Marie Jillich, metà scozzese e metà irlandese. Dopo il matrimonio la madre di Salinger aveva cambiato il proprio nome in Miriam e aveva aderito all'ebraismo. J. D. ne venne a conoscenza soltanto nel giorno del suo bar mitzvah. [8]

La madre aveva per lui un affetto morboso tanto da accompagnarlo a scuola fino all'età di 24 anni. [9]

Dopo le scuole superiori s'iscrive alla New York University. Lascia gli studi nella primavera del 1937 per imbarcarsi su una nave da crociera, poi si mette a lavorare per il padre 
nella filiale della sua ditta a Vienna. Scappa un mese prima dell'annessione da parte della Germania nazista e s'iscrive al corso di scrittura della Columbia University. Nel 1940 pubblica il primo racconto. L'anno dopo inizia un'appassionata relazione con Oona O'Neill, figlia di Eugene O'Neill, ma lei lo molla per Charlie Chaplin.

Nel 1942 partecipa allo sbarco a Utah Beach nel D-Day e alla battaglia delle Ardenne. È uno dei primi a entrare nei lager tedeschi. «È impossibile non sentire più l'odore dei corpi bruciati, non importa quanto a lungo tu viva», ricorderà sua figlia Margaret di avergli sentito dire. [8]  Antonio Monda: «Poche cose ne segnarono la psiche come l'esperienza in guerra, che si rifletté in alcuni dei racconti più memorabili, quali "Per Esmè, con amore e squallore".

Il primo a comprendere lo straordinario talento narrativo fu il suo insegnante alla Columbia, Whit Burnett che ne pubblicò il racconto "The Young Folk"s nella rivista Story Magazine. Sembrava l'inizio di una carriera folgorante, ma Salinger visse dieci anni di umilianti rifiuti prima che il New Yorker si decidesse di pubblicare un suo racconto. La rivista riuscì a trasformarlo in un'icona letteraria nel giro di poche pubblicazioni, ma continuò a rifiutare alcuni dei racconti migliori». [4] "Il giovane Holden" esce nel 1951. Dopo la pubblicazione di "Nove Racconti", nel 1953, si ritira a vita privata e le notizie su di lui si fanno contraddittorie. [8]

«Il guaio, con le ragazze, è che se gli piace un ragazzo può essere il più gran bastardo dell'universo, ma loro dicono che ha il complesso d'inferiorità, e se non gli piace, può essere simpaticissimo e avere il più grande complesso d'inferiorità del mondo, loro dicono che è presuntuoso» (Il giovane Holden, Einaudi, capitolo XVIII).

Sposa tre donne: la tedesca Shula, giovane funzionaria del partito nazista, da cui divorzia nel 1945 dopo otto mesi di matrimonio. Salinger passò il resto della vita nel tentativo di dimenticarla, storpiando il suo nome, per dispetto, in Saliva. Quando conobbe la seconda moglie, Claire Douglas, era già uno scrittore affermato, frequentava un mistico indiano e si asteneva dai rapporti carnali «per non inciampare lungo la via dell'illuminazione».

 
Era il 1950, lui aveva 31 anni, lei 16. Si sposarono prima che Claire prendesse la maturità. La casa di Cornish era una prigione: lui le impediva di frequentare amici e parenti, pretendeva cibi elaborati e lenzuola pulite due volte a settimana. In casa il silenzio era un obbligo, lo scrittore andava in bestia al minimo rumore che gli interrompesse l'ispirazione. Facevano sesso talmente di rado che Salinger rimase sbalordito quando scoprì che Claire era incinta. Non mancò di farle notare il suo disgusto per le forme ogni giorno più rotonde. Dopo avergli dato due figli, Margaret e Matt, e
 aver tentato il suicidio, Claire divorziò e diventò psicanalista junghiana. [10]

 La vita coniugale era ridotta al minimo. Antonio Monda: «Qualunque fosse la compagna, si ritirava nello studio anche per sedici ore di fila. Nessuno era autorizzato a entrare e - ancora una stranezza - utilizzava come poltrona il sedile di un'automobile. Quando tornava a casa guardava la tv oppure il film di Hitchcock I 39 scalini, amato in modo ossessivo». [4]

 Talmente forte era la volontà di Salinger di vivere come un eremita che neppure un invito alla Casa Bianca lo smosse. «Margaret racconta della volta che squillò il telefono 
di casa ed era Jaqueline Kennedy che chiamava. "Parlò con mia madre e le disse di un ricevimento alla Casa Bianca. Mamma rispose con enorme imbarazzo che J. D. non ne voleva sapere. La First Lady chiede di parlare lei direttamente con lo scrittore". Neppure le pressioni di Jackie lo smossero». [11]

Nella biografia Dream Catcher: A Memoir, uscita nel 2000 (edita in Italia da Bompiani 
con il titolo L'acchiappasogni, ndr) la figlia Margaret dice che il padre beveva urine per raggiungere la purezza, digiunava fino ad assumere un orrendo colorito di pelle, parlava lingue strane. Sempre più terrorizzato dalle donne, ossessionato dal sesso, intratteneva relazioni epistolari con ninfette sedicenni. Quando scoprì che era incinta, le suggerì di abortire perché «non aveva alcun diritto di portare alla luce un figlio in questo mondo schifoso». [10] L'impietoso memoriale fu smentito dall'altro figlio dello scrittore, Matt. [12]

Nel 1988 fu un evento la pubblicazione sul New York Post dello scatto che ritraeva Salinger in compagnia della terza moglie, Collen O'Neill, sposata poco prima. L'unica immagine autorizzata è rimasta sempre quella ufficiale che campeggia sulla quarta di copertina dell'edizione americana del Giovane Holden. [1]

«Quelli che mi lasciano senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l'autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira. Non succede spesso, però» (capitolo III).

In Italia Il Giovane Holden fu pubblicato per la prima volta nel 1952 dal romano Gherardo Casini con il titolo Vita di un uomo. Quando nove anni dopo uscì la versione di Adriana Motti nei Supercoralli Einaudi, Salinger non gradì la copertina col disegno di Ben Shann. Per questo motivo, nell'edizione einaudiana degli Struzzi del 1971 il bimbo col gelato fu sostituito da un quadrato azzurro. Neppure questa volta lo scrittore fu soddisfatto. Nell'edizione del 2002 la copertina è diventata come lui la voleva: tutta bianca. [13]

The Catcher in the Rye, il titolo originale, spiegò Italo Calvino nella quarta di copertina scritta in forma anonima, è un gioco di parole che fa riferimento a una strofa del poeta scozzese Robert Burns storpiato da Holden. Alla sorella che gli chiede che cosa volesse fare da grande Holden risponde di voler essere «colui che salva i bambini, afferrandoli un attimo prima che cadano nel burrone, mentre giocano in un campo di segale». Catcher nel baseball è il ricevitore, rye significa segale ma indica anche il whisky ottenuto dalla fermentazione della segale. Volendosi attenere al senso letterale, si sarebbe dovuto rendere con Il terzino nella grappa. [13]

 Il Giovane Holden è la storia di un diciassettenne che si attarda a New York dopo l'espulsione dalla scuola e trascorre nella città tre giorni e tre notti. «La New York di Salinger resta nella memoria, grazie soprattutto a una prosa immaginifica, malinconica e ironica allo stesso tempo. I luoghi di Holden, l'Hotel Edmont dove incontra una prostituta e litiga con la sua protettrice, lo Zoo, il Museo, l'appartamento dei genitori, prima che fisici sono tappe di una Odissea spirituale.

Una Odissea che non va da nessuna parte, che non porta a nessuna conclusione o decisione». [14] Holden «va in giro, con la solita aria insolente, da fancazzista, come chi sta su questa terra quasi per fare un favore a voi, ma non ha nessuna voglia di sporcarsi le mani. È annoiato. Non sa che farsene della vita - tutto quello che lo circonda fa più o meno schifo: il mondo, il lavoro, i soldi, i manichini con le cravatte, gli altri, nessuno escluso». [18]

 Salinger negò che nell'opera ci fossero elementi autobiografici. Alcuni riferimenti, però, sono evidenti: Holden è a capo della squadra di scherma del college come accadde allo scrittore negli anni di maggiore ribellione. [4] «Il protagonista è, com'era stato lui, un adolescente newyorkese di buona famiglia che vaga senza meta dopo essere stato espulso da una scuola esclusiva per futuri membri della classe dirigente. Le aspirazioni ribelli di questo ragazzo, che si racconta in prima persona, anticiparono l'atteggiamento di tutta una generazione "bruciata", le cui icone sarebbero diventate Marlon Brando e James Dean, e poi, nel decennio successivo, i Beatles, i Rolling Stones e i sessantottini». [15]

Tra i tanti che hanno amato la storia di Holden, due sono diventati tristemente celebri, Lee Oswald e Mark Chapman. «Ma se il primo poteva essere solo un lettore occasionale, il secondo ha sempre dichiarato di essersi ispirato al romanzo di Salinger. Lo aveva in tasca quando sparò a John Lennon, nei giorni precedenti si firmava Holden Caulfield nei registri di presenze e si mise a leggerlo sulle scale della casa newyorkese del musicista, dopo avergli sparato. Disse che Lennon era diventato un phony, un falso, un ipocrita,
 un bugiardo - la parola che definisce tutti quelli che Holden odia». [16]

All'epoca il libro fece scalpore per il suo linguaggio disinibito, alcuni Stati americani lo bandirono e alcuni padri di famiglia fecero il censimento delle espressioni proibite che conteneva: 237 goddam, 58 bastard e soltanto sei fuck. [15]

«È buffo. Basta che diciate qualcosa che nessuno capisce e fate fare agli altri tutto quello che volete» (capitolo XXI).

Il Giovane Holden è un romanzo generazionale, capace di appassionare più generazioni contemporaneamente. Paolo Di Stefano: «Mentre i giovani lo adoravano per la sua 
carica di rabbia, gli adulti l'hanno amato per il messaggio rassicurante della 
rassegnazione finale e del ritorno a casa». [17]

 Le prime reazioni della critica furono negative ma il libro riscosse lo stesso un immediato, enorme successo. Giordano Tedoldi: «Il successo per Salinger fu la sanzione più delittuosa, il più sanguigno degli insulti e verrebbe quasi da dire il contrappasso; quanto avrebbe desiderato vivere nell'ombra, concentrato a scrivere i suoi romanzi per una posterità lontana qualche manciata di secoli, godendo narcisisticamente della marginalità e dell'incomprensione del mondo ebete». Dal 1951 a oggi Il giovane Holden ha venduto sessanta milioni di copie. [5]

Dopo Il Giovane Holden Salinger pubblicò Nine Stories nel 1953, Franny e Zooey nel 1961, Alzate l'architrave, carpentieri e Seymour. Introduzione nel 1963 e infine, nel 1965, sul New Yorker, un racconto singolo, Hapworth 16, 1924, che invano nei decenni successivi gli proposero di ristampare in volume. [16]

Resta il mistero degli inediti. Joyce Maynard, amante che Salinger aveva avuto negli anni Sessanta, disse che scriveva regolarmente e aveva completato altri due romanzi. Pare mettesse un segno rosso sui manoscritti che potevano essere pubblicati, uno blu su quelli da revisionare. [8] Nel 1998 Maynard mise all'asta le lettere che aveva ricevuto dallo scrittore. [19] Se le aggiudicò per 156mila dollari un certo Peter Norton, che disse di volerle restituire a Salinger. [20] Si racconta anche che l'impiegata di una banca del New Hampshire ogni anno riceveva da J. D. Salinger una scatola con dentro un manoscritto, da depositare in una cassetta di sicurezza. [21]

«Spero con tutta l'anima che quando morirò qualcuno avrà tanto buonsenso da scaraventarmi nel fiume o qualcosa del genere. Qualunque cosa, piuttosto che ficcarmi in un dannato cimitero. La gente che la domenica viene a mettervi un mazzo di fiori sulla pancia e tutte quelle cretinate. Chi li vuole i fiori, quando sei morto? Nessuno» (capitolo XX).

Gli agenti di Salinger hanno fatto sapere che non ci sarà alcuna funzione. I funerali si svolgeranno in forma strettamente privata. [3]

^^^^^^^^^^^^^^^
Note: [1] Stefano Ciavatta, Il Riformista 29/1; [2] Charles McGrath, The New York Times 28/1; [3] Giovanna Mancini, Il Sole 24 Ore 29/1; [4] Antonio Monda, la Repubblica 29/1; [5] Giordano Tedoldi, Libero 29/1; [6] Flavio Pompetti, Il Messaggero 29/1; [7] il Giornale 29/1; [8] Alessandra Farkas, Corriere della Sera 29/1; [9] Antonio Mondi, Corriere della Sera 7/9/2000; [10] Bruno Ventavoli, La Stampa 9/2/2000; Antonio Mondi, Corriere della Sera 7/9/2000; [11] Andrea Visconti, L'espresso 21/9/2000; [12] la Repubblica 29/1; [13] M. As., La Stampa 29/1; [14] Enrico Beltramini, Il Riformista 29/1; [15] Masolino D'Amico, La Stampa 29/1; [16] Luca Mastrantonio, Il Riformista 29/1; [17] Paolo Di Stefano, Corriere della Sera 29/1; [18] Vittorio Macioce, il Giornale 29/1; [19] Ansa 5/8/1998; [20] repubblica.it 23/6/1999; [21] Alessandro Cassin, L'espresso 10/10/2002.

 


La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line