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di Donatien-Alphonse-François, conte de Sade, detto il marchese de Sade. Autore francese (Parigi, 1740 - Charenton, 1814). 


 Justine o le disgrazie della virtù è un libro del marchese de Sade, pubblicato nel 1791. Sade, in introduzione a questo lavoro, manifesta la sua irritazione verso i romanzi “classici” dove il bene e la virtù trionfano sul male e sul vizio; e come, invece, a posto di questo schema classico, egli mette in scena “una sfortunata errante di disgrazia in disgrazia;  giocattolo di ogni  scelleratezza; bersaglio di tutti i vizi (...)”.
Ne vien fuori un romanzo fosco, filosofico, pornografico, a tratti umoristico, che illustra le disavventure di Justine virtuosa, che si imbatte in ogni specie di individui, per la maggior parte libertini, e che utilizzano a volte dei sofismi per tentare di convincerla dell’inutilità della virtù. Justine o le disgrazie della virtù riprende la struttura dei libri moralisti, rovesciandoli: i sermoni e gli esempi  raccomandano i vizi, qualsiasi buona azione è sanzionata, ogni vizio è ricompensato. La virtù di Justine non cede mai, fedele ai suoi principi, causa delle sue disgrazie che si accumulano in un crescendo senza fine. Una fine agghiacciante attende  la protagonista che non ha voluto piegarsi alla morale del mondo.
Così si conclude il preambolo filosofico:  «Questi sono i sentimenti che dirigeranno il mio lavoro, ed è in considerazioni di questi motivi che chiedo indulgenza al lettore  per i filosofemi erronei che sono messi in bocca a più di un personaggio, e per le situazioni talvolta un po’ forti che, per amore della verità, ho ritenuto di mettere sotto i suoi occhi ».

Sunto
Justine, 12 anni, e Juliette, 15 anni, sono due sorelle, figlie di un ricco banchiere di Parigi. Non mancavano di nulla  fino  al giorno in cui il padre fa fallimento, e muore di dispiacere, seguito dalla   madre un mese più tardi. Si trovano in uno solo colpo senza alcun bene, e devono sfangarsela da sole per sopravvivere.
La storia di Juliette, che sarà  oggetto di un romanzo successivo, è raccontata in alcune pagine all’inizio del romanzo. Juliette vuole riuscire, ed i mezzi le  importano poco:  non esita a prostituirsi e a  commettere molti crimini, anche infanticidi... Raggiunge il suo scopo con successo e diventa  la signora contessa di Lorsange.
Justine, l’eroina, è l’esatto pendant della sorella ed è  dotata in eguale misura di virtù quanto quella di vizio. È di un carattere malinconico, tenero, sensibile, ingenuo e candido. Tenterà dunque di uscire dalle   difficoltà con mezzi onesti per tutta la durata  del libro, ma il suo comportamento virtuoso la fa cadere sistematicamente nelle trappole più viziose dei libertini e dei sofisti.

Delusa dopo un incontro con il suo confessore, che tenta di sedurla, Justine è indirizzata al fine di migliorare la sua situazione verso un ricco finanziere, signor Dubourg. Questi non ha di meglio che farle un lungo discorso sul fatto che i bambini infelici, i bastardi, gli orfani o il “mal  conformati” dovrebbero essere messi a morte o essere condannati a morte fin dalla loro nascita.
Indignata, Justine   fugge, ma la sua affittacamere, signora Desroches, la costringe a tornare da Dubourg per soddisfarlo...  Justine (che ha soltanto dodici anni) non subisce nulla da parte di Dubourg,  che perde l’erezione  già nel preambolo (“i fuochi di Dubourg si estinsero nell’effervescenza delle sue imprese”). 

La signora Desroches propone a Justine un altro alloggio, presso un  usuraio famoso, Du Harpin,  in via Quincampoix, nei fatti un furfante matricolato, scroccone e ladro. Avaro della peggior specie giunge a risparmiare sull’illuminazione giovandosi di quella riverberata dalla via pubblica, raccoglie le molliche di pane durante la settimana per  mangiarle fritte la domenica, e per non consumare le scarpe mette delle suole di ferro…
Oltre che avaro è   invidioso e vuole impadronirsi di una scatola d’oro di un vicino; chiede perciò a Justine di effettuare il furto, ammollandole  una tirata sull’utilità del furto.  Justine, rifiuta, chiedendogli semplicemente cosa succederebbe se fosse stato lui a subirlo. L’argomentazione non va a genio a Du Harpin, che la fa accusare di furto di uno dei suoi diamanti (che invece ha nascosto nella sua camera), e la povera Justine è condannata .
Le avventure si susseguono di disgrazia in disgrazia. Tutte le volte che Justine manifesta fiducia verso il prossimo e ingenuità verso le situazioni  più pericolose per lei,  Sade, demiurgo delle sue sventure, sanziona con rovesci di fortuna la povera Justine.  Così con la Dubois,   Saint-Florent che lei ha aiutato e che per ricompensa la stupra. Il conte di Bressac, omosessuale criminale, non è da meno. Anche il medico Rodin e la sua cricca s’approfittano della povera giovane, e per lei non c’è pace neanche nel convento di  Sainte-Marie dove i monaci la sequestrano e la immettono in spaventose orge, unitamente ad altre giovani ivi recluse. 

Sade non fa sconti: denuncia la morale umana corrente: non è vero che i vizi vengono sanzionati e la virtù trionfi, è vero piuttosto il contrario come le disgrazie di Justine confermano: questo mondo è in mano ai forti viziosi contro cui nulla può il debole virtuoso, se non conformarsi alla morale trionfante: quella del vizio e della forza.  I tormenti (les supplices)  che fa subire a Justine conoscono una fine tanto brutale quanto agghiacciante:  Justine, del tutto innocente è condannata al patibolo ma viene salvata dalla sorella viziosa e trionfante. La ragazza sembra ormai al riparo da ogni pericolo proveniente  dagli uomini quando ci pensa la provvidenza a pareggiare i conti: Justine è colta da un ... (omettiamo il finale a beneficio dei futuri lettori).

 Libro “nero”,  Justine porta alle estreme conseguenze il punto di vista della “filosofia” di  Sade sul  problema teologico del male nel mondo.  Quel problema che è posto dalla domanda, "la" domanda di sempre: Si deus est unde malum? Se Dio esiste, da dove il male?
Gli uomini cosiddetti virtuosi  invero sono tali perché al riparo da ogni bisogno. Si può essere munifici se si ha del denaro da regalare, al riparo dai vizi se si ha i mezzi per soddisfarli in qualsiasi momento, ma chi si trova in fondo alla scala sociale provvisto solo della propria virtù è destinato a subire la morale corrente (quella dell’ingiustizia e della prevaricazione del più forte sul più debole) dove il male è costantemente remunerato e il bene sempre più vilipeso. Non manca qualche frecciata anche al teista Voltaire: se come sostiene l’angelo Jesrad di  Zadig che da ogni male ne viene un bene, allora fanno bene gli uomini, en avance,  a dedicarsi scientemente al male. Gli uomini sono assistiti sì dalla provvidenza, ma è una provvidenza del male. Se il Dio di Voltaire è un Dio munficatore e punitore - "mi ricompenserà se faccio bene e mi punirà se faccio male" dirà Dondinac nella voce "Dio" del Dictionaire -   (o un "Dio che atterra e suscita, che affanna e che consola"  come dirà l'ex allievo dei Lumi, Manzoni), il Dio di Sade invece interviene a sanzionare la povera Justine sfuggita all'ultima insidia dei  cattivi uomini .
 Non c’è possibilità di riscatto nel romanzo di Sade, alcuna speranza, alcuna  possibilità di un lieto fine; alla sorte di Justine   non è assicurata neanche la misericordia del cielo, tutt'altro. Solo un teologo morale d’ispirazione cristiana può intentare una confutazione della semplice e terribile verità sadiana, ma solo nei cieli della dottrina, perché stanno diversamente sulla terra  le cose del mondo. Noi, cui ogni momento della nostra esistenza conferma questo assunto - cui lo spettacolo che si dispiega davanti ai nostri occhi   non smentisce  il “filosofo” Sade -, non possiamo che restare accasciati dalla verità intima di questo racconto in veste di “dimostrazione narrativa” di una verità pre-assunta in sede  filosofica.
 Justine è un libro vero e “disperato”. Così andava il mondo ai tempi di Sade, così va ai giorni nostri. Non abbiamo speranza, siamo al mondo, sembra dirci ad ogni passo.

Alfio Squillaci



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Justine o le disgrazie della virtù
Sade: prigione e scrittura 
Il saggista francese Maurice Blanchot coglie il legame profondo che unisce due figure, Sade e Lautréamont, apparentemente molto diverse fra loro e apparentate dalla condanna di "follia e maledizione". Blanchot non si limita a cercare i punti di contatto nella scrittura dei due, ma cerca la ragione autenticamente umana che li unisce e li rende "fratelli nello spirito". 
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Maurice Blanchot Lautréamont et Sade
Minuit (1949) -

Qu'il soit question de Sade ou de Lautréamont, ce à quoi vise ce livre, c'est à élucider quels rapports entretiennent le mouvement d'écrire et le travail d'une plus grande raison, soi que celle-ci se prépare, soit qu'elle se prépare en se ruinant. Dans le cas de Sade, nous voyons, au moment ou Hegel sort à peine du " Stift " de 
Tübingen où il se lia à Höderlin et à Schelling, s'affirmer l'exigence d'une dialectique au sens moderne, la prétention de fonder la souveraineté raisonnable de l'homme sur un pouvoir transcendant de négation, lequel exprime et, tour à tour, annule, par une expérience circulaire, les notions d'homme, de Dieu, de nature pour affirmer finalement l'homme intégral, " l'homme unique dans son genre ". 

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Vedi anche nelle biblioteche specializzate il saggio di 
Joan DeJean - Literary Fortifications: RousseauLaclos, Sade. Princeton University Press, 1984 
Barthes prosegue un antico suo progetto che mira a individuare se l'intervento sociale di un testo non consista nell'impeto della scrittura piuttosto che nell'impegno del contenuto, che in fin dei conti ne rappresenta soltanto la 'caduta storica'. A sostenerlo è l'idea che la vera forza di un testo si misuri in quell'"eccesso" che gli consente di oltrepassare le leggi di una società, di una filosofia, di un'ideologia. Il volume presenta, inoltre, la lezione inaugurale tenuta da Barthes nel '77, quando fu accolto nel College de France: un discorso originale ed eccentrico dove l'autore s'interroga sul problema stesso del linguaggio, del parlare e sul rischio d'impoverire la conoscenza qualora ci si limiti alla sola teoria. 

Mentre infuria la Rivoluzione francese, il marchese De Sade viene rinchiuso in una prigione per nobili ricchi. Anche qui egli non rinuncia ad esercitare la propria arte seduttiva con una giovane.

Among the numerous works on the Marquis de Sade, Ronald Hayman's revealing biography is one of the few that presents the reader with an idea of the real de Sade--the man rather than the monster. Hayman has immersed himself in the true character of this widely misunderstood man, excelling where few others have in dealing with de Sade with sympathy. This work is a much needed antidote to the general misconceptions surrounding de Sade and his life.


“Ma quel che aborro ancor più di loro, se fosse possibile, sono i loro cortigiani e i loro adulatori, tutti scellerati che cercano soltanto di far confluire su di sé i favori del principe e le sue ricchezze. Così il povero ha lavorato solo per ingrassare questa canaglia; è del suo sangue, delle sue lacrime e dei suoi sudori che è impregnato il lusso insolente di quelle sanguisughe. E si vorrebbe che noi rispettassimo i disgustosi idoli che hanno partorito così crudeli abusi! No, no, li consacro tutti all’odio e alla pubblica vendetta, questi pretesi padroni del mondo, capaci solo di trovare, nel potere che li inebria, strumenti di scelleratezze o di crimini.”

Donatien Alphonse François de Sade, La nuova  Justine


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Sade è più per iposteri che per i contemporanei lo scrittore di ogni paradosso. All’indomani della sua morte, l’aristocratico diviene l’incarnazionede del Terrore, ritenuto ispiratore delle crudeltà di   Robespierre e  di Saint-Just. Molto tempo dopo si accosterà all’orrore dei campi nazisti colui il quale   René Char, da partigiano, diceva di avvertire la  « presenza fraterna ». Nel frattempo irriga ­– sotterraneamente    – una larga parte della letteratura del XIX  secolo, che non smette di condannarlo però alla luce del sole. Caso patologico per i medici, « ultima parola del cattolicesimo   » per  Flaubert, cantore dell’amore folle per i surrealisti,   « mistico paradossale » per Bataille e Klossowski, « pensatore e scrittore dell’impossibile » per Paulhan e Blanchot, liquidatore del classicismo per  Foucault, inventore del linguaggio per  Barthes, Sade sembra inafferrabile perché in perpetua metamorfosi. Nuovamente il destino trasformista del marchese si riveste di sembianze quasi alchemiche (d’opera la nero): « Un tempo considerato come il semplice testimone di un caso clinico, l’opera di  Sade diventa la letteratura stessa nella sua ultima interrogazione », allo stesso tempo in cui il  «campo d’analisi privilegiato della modernità   […] quello che aiuta a oltrepassare le categorie della ragione e della follia, del pensato e dell’impensato, della legge e del desiderio, del linguaggio e del silenzio » 

 Da Jules Janin a Gabrielle Wittkop, da Krafft-Ebing e Sigmund Freud fino a  Gilles Deleuze, dei sorprendenti dibattiti che alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, gettavano Sade nell’uno o nell’altro campo, fino agli   happenings degli anni  1960, Michel Delon ci fa attraversare due secoli di ricezione sadiana dove si rincorrono  i nomi di   Dumas, Balzac, Lamartine, Borel, Barbey d’Aurevilly, Baudelaire, Huysmans, Lorrain, Mirbeau, Breton, Bataille,  Praz, Klossowski, Paulhan, Blanchot, Barthes, Le Brun, Foucault, Beauvoir, Lacan, Sollers, Onfray, e altri ancora.

(Michel Delon  Les vies de Sade, 2007, ).
Justine oggi
Nella Professione della Signora Warren, George B. Show aggiorna nel  linguaggio dei propri tempi  (come aveva fatto ai propri  e avant la lettre, De Foe con Moll Flanders) la tematica della Justine di Sade. Alla brava ragazza Vivie, educata nei migliori collegi che contesta la  depravazione della madre, costei cinicamente ricorda che se avesse professato la virtù e l'onestà, lei, la madre,  sarebbe rimasta in una lercia fabbrica o agli angoli delle vie a vendere fiammiferi, mentre il vizio (la signora Warren era proprietaria di una catena di bordelli) le aveva assicurato il benessere e ... gli  otttimi college a lei,  la figlia, Vivie.

Ancora qualche anno fa una mia amica adorata finita sul lastrico a seguito del fallimento del matrimomio mi soffiava in un orecchio: "Sai i quattrini che avrei fatto se solo l'avessi mollata a chi di dovere e non a chi di piacere"... Quante donne oggi si sottraggono alle malìe di una vita facile facile solo se allentassero i freni inibitori e imboccassero le  scorciatoie  intraprese da Justine? Tante, e mettono in scena un copione drammatico, lacerante per i tempi nostri malvagi:  strafighe e oneste!
Viceversa sono altrettante quelle  che senza scrupoli mettono a frutto i propri capitali custoditi in quella banca che si ritrovano fra le gambe.
 Juliette o Justine? Alle donne la difficile scelta.

La sconosciuta di Giuseppe Tornatore  è la Justine del XXI secolo, con lieto fine.

A. S.


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 “Le 120 giornate di Sodoma” - Riassunto breve.

 “Le 120 giornate di Sodoma”  è in realtà un catalogo in forma di narrazione romanzesca di 600 perversioni più rappresentative delle teorie del marchese di Sade che svilupperà in Justine o le disgrazie della virtù: odia la virtù, il vizio solo, secondo lui può fare provare all'uomo “questa vibrazione morale e fisica, fonte dei piaceri più delicati”.  Sade nella sua introduzione, ci informa: “È ora, amico lettore, che occorre disporre il tuo cuore ed il tuo spirito al racconto  più impuro che sia stato mai fatto da quando il mondo esiste;     libri come questo non si riscontrano, né tra gli antichi, né tra i moderni. [...]”

Verso la fine del regno di Luigi  IV, quattro psicopatici tra i quarantacinque e i sessanta anni e la cui fortuna immensa è il prodotto dell'omicidio e dell'appropriazione indebita, il duca di Blangis, il vescovo   suo fratello, il presidente de Curval ed il finanziere Durcet, si chiudono per un'orgia senza fine in un castello sperduto della Foresta Nera, con quarantadue persone oggetti di lussuria sottoposti al loro potere assoluto (pertanto sono in tutto 46 i protagonisti della narrazione). Innanzi tutto  le loro mogli, molto giovani e meravigliosamente belle: Constance , figlia di Durcet e moglie di Blangis (sposato per la quarta volta e assassino delle precedenti mogli); Adelaide, figlia di Curval e moglie di Durcet; Julie, figlia di Blangis, nata dal suo primo letto, e moglie di Curval; Aline, figlia adulterina   del vescovo e della seconda moglie di Blangis; un serraglio di otto giovani ragazzi e di otto ragazze rapiti ai loro genitori e “le cui attrattive sono sopra qualsiasi espressione”; otto “fottitori” sodomiti, scelti per le loro dimensioni enormi; quattro sorveglianti sessantenni, storpie e corrose da ulcere, e scrigni di ogni  crimine; sei cuoche e serve; infine quattro mezzane “narratrici” incanutite nel mestiere: Duclos, Champville, Martaine e l’atroce Desgranges.

 Dal 1° novembre al 28 febbraio, queste ultime avvicendandosi di mese in mese, faranno, in ragione di cento cinquanta ciascuna, il racconto  di seicento perversioni, che i signori del castello, al sommo dell’abiezione, metteranno spesso in pratica al momento stesso. Nel corso delle orge multiple, che si prolungheranno venti giorni al di là del 28 febbraio in un crescendo di orrori, trenta vittime che appartengono a tutte le categorie che abbiamo appena enumerato, eccetto a quella delle narratrici, periranno in tormenti spaventosi. Dodici persone soltanto se ne torneranno a Parigi più  il duca ed i suoi tre complici. 
  
La storia del manoscritto delle 120 giornate di Sodoma  di Sade sembra  avvolta nella leggenda. È in occasione del suo imprigionamento alla Bastiglia che Sade redige questo testo solfureo, nel 1785, mettendo in bella appunti precedenti e attaccando le varie pagine del manoscritto per costituire un rullo, al fine di nasconderlo meglio   negli anfratti  del muro della sua cella.
L'antivigilia del giorno della presa della Bastiglia,   avendo partecipato ai primi scossoni insurrezionali che annunciavano il 14 luglio, è trasferito a Vincennes senza aver  potuto riprendere il manoscritto prezioso così abbandonato ai disordini che seguono la presa vittoriosa da parte della plebaglia  del sinistro edificio.
Un miracolo ha voluto che sfuggisse alla sorte della scomparsa   cui era così fortemente destinato. Passerà di mano in mano, tra quelle di speculatori e di bibliofili informati che garantiscono la sua sopravvivenza, fino alla pubblicazione del testo a cura dello specialista Maurice Heine (1931 -1935, ma la prima edizione assoluta avviene nel 1904 a Berlino e in traduzione tedesca) e la sua messa in orbita  quasi leggendaria per iniziativa dei  surrealisti.



Quattro personaggi, il duca di Blangis, un suo fratello vescovo, il giudice Curval e il finanziere Durcet si isolano in un inaccessibile castello insieme a quarantadue persone di ambo i sessi, destinate a essere utilizzate come strumenti di piacere. La vita della piccola "comunità" è meticolosamente ordinata per consentire ai quattro protagonisti di realizzare ogni sorta di libidine violenta, in un crescendo di orrori che provocano la morte di trenta vittime. Dopo quattro mesi di efferatezze, delle quali il libro è il dettagliato resoconto, i superstiti torneranno a casa. "Le 120 giornate di sodomia" fu scritto nel 1785, mentre Sade si trovava imprigionato alla Bastiglia. È la sua opera più celebre, una sorta di "enciclopedia" che descrive tutti quegli atti di crudeltà che, proprio dal nome dell'autore di questo libro, hanno preso il nome di "sadismo". Seguendo la moda delle "storie naturali" settecentesche, il romanzo di Sade si propone di analizzare e classificare l'universo delle passioni umane, non arretrando di fronte a quelle che comunemente vengono chiamate perversioni. In un crescendo ossessivo, che generò non pochi turbamenti nei lettori del suo tempo, Sade si addentra, grazie alle vicende dei suoi quattro personaggi principali, nell'intimo del desiderio umano, in territori inconfessati e segreti, scavando oltre le ipocrisie e le reticenze dell'educazione per rivelare un frammento di sconcertante verità sulla natura dell'uomo e delle sue più taciute pulsioni.
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