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Esempio 1
Esempio 1
 Gian  Enrico Rusconi  - Clausewitz, il prussiano. La politica della guerra nell'equilibrio europeo -  Einaudi, Torino 1999

Bel libro, scritto ottimamente, che traccia una biografia fisica e
intellettuale di Carl von Clausewitz, uno degli autori di "cose di guerra" (polemologia) più citati e meno capiti.
Come Machiavelli è stato ridotto alla frase "il fine giustifica i mezzi", così Clausewitz è stato ridotto a "la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi".

Quello che contraddistingue Clausewitz rispetto a predecessori,
contemporanei ed anche dai suoi "allievi" è il rifuggire da ogni schema a da ogni metodo; secondo Clausewitz la guerra è arte perché come la pittura o la letteratura (il paragone è mio, Clausewitz si accontenta dell'ebanisteria) l'interprete, o meglio il genio, non segue una regola fissa ma interpreta il passato secondo il suo tatto e la sua sensibilità; per questo c'è differenza
tra un Salieri ed un Mozart come tra Carlo d'Asburgo e Napoleone Bonaparte.
Rusconi nel suo libro mette bene in evidenza la nascita e lo sviluppo del pensiero clausewitziano, soprattutto mette in guardia sul fatto che non è un pensiero finito, nel senso che la morte troncò il processo di revisione del "Vom Kriege" che venne stampato dopo la sua morte a cura della moglie Marie
von Bruhl (che da sola meriterebbe un saggio, vista la sua costante e fondamentale assistenza nel lavoro del marito, tanto da essere un cardine della corrispondenza a tre tra lei, Clausewitz e Gneisenau).

Dentro il Vom Kriege ci sono numerose contraddizioni, soprattutto nella classificazione della guerra, tanto che l'unico tipo completamente spiegato è la guerra di annientamento, mentre alla guerra limitata non è nemmeno dato un nome (ci penserà più tardi Hans Delbruck); punto fondamentale del
pensiero di Clausewitz non è comunque la classificazione o l'anatomia della guerra ma è il primato della politica sull'arte militare, la politica è pensiero, la guerra è grammatica.
Questo rimane l'insegnamento fondamentale, sia che Clausewitz pensasse alla politica come assolutismo monarchico (e sognasse ancora il principe machiavellico) sia che noi si pensi alla politica come processo democratico.
La ragione della cattiva fama di Clausewitz deriva dal suo più fulgido allievo: Helmut von Moltke, vincitore di Sadowa e Sedan e, insieme a Bismarck, fondatore dell'Impero. 
Costui di Clausewitz prese innanzitutto la nozione della guerra di
annientamento, destinata a mettere in ginocchio l'avversario per dettare la pace.
Pur riconoscendo il primato della politica prima e dopo la guerra, non voleva interferenze nella gestione della stessa, finché ebbe come contraltare Bismarck non riuscì a rendersi indipendente ma i successori, forti dei suoi successi, si resero loro stessi decisori della politica fino a portare allo scoppio della Grande Guerra, che non ha più niente di clausewitziano.

"Risuonò lo scalpitio di tre cavalli e, dando un'occhiata in quella
direzione, il principe Andrea riconobbe Wolzogen e Clausewitz, accompagnati da un cosacco."
Così , Clausewitz, fa la sua breve apparizione in Guerra e Pace.Tolstoj mette in bocca a Clausewitz la frase "...dal momento che lo scopo è solo quello di indebolire il nemico non si può certo tenere in considerazione la perdita di singole persone..." Il principe Andrea chiosa "...Ecco ciò che ti dicevo: questi signori tedeschi domani non vinceranno la battaglia ma faranno soltanto danno... perché nella loro testa tedesca non hanno che teorie che non valgono un guscio d'uovo e nel cuore non hanno ciò che solo
serve per noi domani: ciò che vive in Timochin..."
Questo brano appare nel II volume, prima della battaglia di Borodino. Ma Tolstoj non conosce Clausewitz, conosce quello che di Clausewitz hanno estrapolato gli allievi come Moltke: cercare ad ogni costo la battaglia di annientamento.
Particolare l'accostamento a Ludwig von Wolzogen. Clausewitz lo descrive come un militare intelligente ma troppo portato agli schematismi, inoltre, vista la sua scarsa padronanza del russo, i suoi metodi insinuanti vennero ritenuti dai Russi i metodi di un intrigante e arrivarono a considerarlo un portatore di disgrazie.
Quello che salta fuori, ancora una volta, dalla pagine di Tolstoj è il suo rifiuto della componente europea a favore della vera anima russa (asiatica); come se il principe Andrea (o il Gengis Khan evocato) avessero più considerazione per la vita dei miseri fantaccini.

Concludendo, un bel libro che aiuta a capire come la paura prussiana dei potenti vicini, che Clausewitz vedeva imbrigliati da un balance of power, sia poi diventata paranoia tedesca con la conseguente volontà egemonica su tutta europa.

Henry Newbolt

Il Clausewitz di Rusconi è un teorico più ambiguo di quanto molte ricostruzioni classiche abbiano saputo o voluto far apparire; è un riformatore deluso, il cui pessimismo dell'intelligenza finisce per rabbuiare ogni diagnosi; è un nazionalista frustrato e quindi niente affatto alieno alle radicalizzazioni; ed è un uomo che amaramente si congeda dal suo tempo in una lettera alla moglie del 29 luglio 1831, quando già infuria l'epidemia che nell'autunno, preceduto dal suo maestro Gneisenau e da Hegel, lo avrebbe portato alla tomba: "La stupidità prende piede dovunque, nessuno può fermarla, tanto poco quanto il colera. Almeno è una sofferenza più breve morire di questo anziché di quella. Non ti so dire con quanta bassa stima dell'umano giudizio me ne vado dal mondo"

P.P.Portinaro  L'Indice del 2000, n. 02.
dal 28 dic. 2002
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