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Philip Roth - Pastorale americana - Einaudi, Torino 2002 - trad. di V.Mantovani

Pastorale americana di Philip Roth è un remake, un modo di creazione artistica molto antico, oggi purtroppo quasi interamente soppiantato dal feticcio dell'originalità a tutti i costi. Letteralmente il remake consiste nel rifare un'opera d'arte. Fare di nuovo, fare una seconda volta qualcosa che già c'era. Copiare, insomma. Philip Roth copia a mani basse e, per via del feticcio di cui sopra, è bene dire subito che in letteratura non c'è nulla di disdicevole nel copiare, a patto che la copia sia fatta alla luce del sole e che tradisca profondamente l'originale, pur mantenendone intatte le grandi linee. Philip Roth mostra apertamente l'originale: "La vita di Ivan Il'ic, scrive Tolstoj, (...)  era stata molto semplice e molto comune, e perciò terribile . Forse. Forse nella Russia del 1886. Ma a Old Rimrock, New Jersey, nel 1995, quando tutti gli Ivan Il'ic vanno a frotte a mangiare al club dopo le buche del golf mattutino e, esultanti, si mettono a cantare: «Non potrebbe andar meglio di così», forse sono assai più vicini alla verità di quanto lo sia mai stato Lev Tolstoj.  La vita di Levov lo Svedese, per quanto ne sapevo io, era stata molto semplice e molto comune, e perciò bellissima, perfettamente in linea con i valori dell'America ." [ pag. 33].

Roth dichiara il suo modello e subito lo rinnega, attribuendo ironicamente a Tolstoj l'incapacità di cogliere la verità. La vita di Ivan Il'ic, forse, non era stata così insensata come l'ha dipinta l'autore. E anche la vita di Seymour Levov, l'erede americano di Ivan, ha un senso agli occhi dello scrittore che si appresta a raccontarla. Abile e ricco industriale, un passato di gloria sportiva nei tre capisaldi dello sport americano - football, baseball e basketball-, alto, biondo, bello e sposato a miss New Jersey 1949, Seymour Levov, detto lo Svedese, è l'incarnazione del desiderio degli ebrei americani di essere finalmente, totalmente parte del grande show dell'America vincente, lustra, ricca e moralmente ineccepibile. Interamente americano e felice di esserlo, questo è il Seymour Levov che appare ad un primo sguardo superficiale. E interamente russo e felice di esserlo doveva apparire Ivan Il'ic allo stesso sguardo.

Vite integre, di successo, prive di scandali: semplici e molto comuni, e perciò bellissime. Fino a quando la malattia di Ivan e la tragedia familiare di Seymour - una figlia rivoluzionaria e bombarola che si perde nei meandri della contestazione del sessantotto - si incaricano di rivelare l'inganno, provocando un risveglio amaro e denso di domande alle quali è impossibile rispondere, tanto per Seymour Levov: " Mai, in tutta la sua vita, aveva avuto occasione di chiedersi: «Perché le cose sono come sono?» Perché avrebbe dovuto farlo se per lui erano sempre state perfette? Perché le cose sono come sono? Una domanda senza risposta, e fino a quel momento era stato così fortunato da ignorare addirittura che esistesse la domanda." [ pag 89] quanto per Ivan Il'ic: "Ma come mai? Perché? Non era possibile. Non poteva essere che la vita fosse così assurda, ripugnante. E se invece era davvero così disgustosa e insensata, perché morire e con tali sofferenze? (...) Ma per quanto pensasse non trovava risposta. E quando gli tornava in mente, cosa che accadeva spesso, il sospetto che tutto succedeva perché non aveva vissuto come doveva, subito rammentava l'irreprensibilità, la correttezza della sua vita e scacciava quello strano pensiero." [L.Tolstoj, La morte di Ivan Il'ic, BUR 1999, trad. di Erica Kein, pag 141] Gli stessi temi, la stessa angoscia, perfino gli stessi artifici narrativi, come quello di iniziare il racconto dopo aver annunciato la morte del protagonista. Le somiglianze fra Pastorale americana e La morte di Ivan Il'ic sono talmente tante da rendere quasi obbligatorio il confronto. È come se Roth invitasse esplicitamente il lettore a leggere la caduta dello Svedese tenendo bene a mente quella di Ivan. Ma perché? si domanda l'incredulo lettore. Perché Roth si sarebbe preso la briga di riscrivere un classico della letteratura? Mania di grandezza? Desiderio di competere ai massimi livelli? Epigonismo di maniera? Il remake, dicevo all'inizio, ha senso solo se l'originale, pur restando riconoscibile, viene profondamente tradito, e Roth tradisce Tolstoj in un punto fondamentale: manca in Pastorale americana il moto di pietà che consente a Ivan Il'ic di comprendere solo in punto di morte che tutta la sua vita è stata un lungo gigantesco inganno. Ivan Il'ic può gioire almeno di questa consapevolezza estrema. Seymour Levov no. Dopo aver scoperchiato l'abisso di insensatezza e di menzogna che segna la sua vita e quella della tanto amata America, Seymour rimette il coperchio e vive per altri vent'anni tenendolo ben calcato sulla verità. Nella Russia del 1886 poteva ancora esserci spazio per una redenzione in extremis. Negli USA del 1995 gli Ivan Il'ic sono condannati a cantare «Non potrebbe andar meglio di così» anche quando sanno di essere già morti da tempo.

Tutto il romanzo di Roth è percorso da un'intonazione alta, drammatica, punteggiata da dubbi e domande esistenziali. Gli stessi «Perché?», gli stessi «Dove ho sbagliato?» del racconto di Tolstoj. Ma mentre Tolstoj chiude l'angoscia di Ivan nello stesso istante in cui gli chiude gli occhi, Roth nega questo sollievo a Seymour Levov, lasciando aperte tutte le domande e tutte le piaghe. Non tocca a me dire se la copia superi l'originale, ma una cosa è certa: oggi, presso un qualche sperduto crocicchio del Connecticut, abita uno scrittore che è in grado di competere ad armi pari con niente po' po' di meno del grande Lev Nikolaevic Tolstoj.

Luca Tassinari

Nei suoi libri Philip Roth ha spesso descritto il bisogno negativo che l'uomo ha di distruggere, sfidare, contrastare, lacerare. In questo ultimo lavoro concentra la sua forza narrativa sull'energia contraria, sullo spasmodico desiderio di una vita normale: "Pastorale americana" è un libro sull'amore e sull'odio per l'America, sul desiderio di appartenere a un sogno di pace, prosperità e ordine, e sul rifiuto dell'ipocrisia e della falsità celate in quello stesso sogno.
All'inizio degli anni Settanta, nell'America rabbiosa del Vietnam e dello scandalo Watergate, la vita di Seymour Levov è apparentemente perfetta: campione sportivo, imprenditore di successo, marito fedele, padre esemplare. Ma cosa si nasconde dietro questa facciata di ordine e tranquillità? Quale tragedia è celata tra le pieghe dell'idillio che lo unisce all'amatissima figlia?
Merry, bambina delicata e intelligente, si è trasformata in un'adolescente intollerante e dogmatica. Ha un solo obiettivo, quello di "portare la guerra in casa", e lo farà con un gesto sanguinoso e disperato.

Scritto fra il 1884 e il 1886, questo racconto è considerato uno dei capolavori di Tolstoj e di tutta la grande scuola realistica dell'Ottocento. Il modesto e scialbo funzionario Ivan Il'ic, che per tutta la vita ha avuto il culto della "piacevolezza" e della "decenza", si trova d'un tratto a fronteggiare l'indecenza suprema: la malattia e la morte, davanti alla quale tutti gli altri, i sani, si ritraggono, lasciandolo completamente solo. Solo il giovane servo Gerasim, nella sua purezza di cuore, potrà dargli un po' di conforto in tanta angoscia. A mano a mano che la potente, spietata analisi di Tolstoj si addentra nello sfacelo del corpo, nei terrori dello spirito, Ivan Il'ic perde i suoi connotati borghesi e diventa semplicemente un uomo solo davanti al nulla. Si rivela qui in pieno, al di là di ogni sovrastruttura radical-cristiana, il nichilismo che Gor'kij aveva intuito in Tolstoj, "il più spaventoso e profondo che sia mai sgorgato dal terreno di una disperazione illimitata e irrimediabile".
Edizione con testo a fronte.

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