Mordecai Richler -  La versione di Barney - Adelphi, Milano 2001

Barney Panofsky è un producer della Totally Unnecessary Production, un produttore di pattume televisivo che se lavorasse nella calda e flessibile  Italia anziché nel freddo e rigoroso Canada, potrebbe aspirare anche ad  un destino politico. (Giuliano Ferrara, ai tempi di Rai 3 fuoriusciva proprio - nella sigla di chiusura di un suo programma -  da un bidone di spazzatura, tra torsoli e lische di pesce, e ...vedete dove è arrivato). Barney invece sembra non darsi  pace: più soldi tira su con la sua polta televisiva, più sente crescere in sé il dramma di una vita intellettuale gettata alle ortiche. È un ebreo canadese, cresciuto nei quartieri poveri di Montreal che, come tutti quegli ebrei intelligenti fuggiti dagli shtetlekh (ghetti dell'Europa Orientale) e approdati in America e che non si sono dedicati alla finanza, vive dei frutti della propria testa, impiegato  nell'industria culturale ma in preda, come si diceva, a dolenti rimorsi per la  dilapidazione di un capitale intellettuale  che utilmente investito - sopratutto in gioventù, quando si è tanto puri e poveri da aspirare con pieno diritto ad essere 'i legislatori del mondo' - potrebbe fornire  alla vita mentale l'adeguato ossigeno per respirare tra i miasmi delle porcherie della vita adulta. 
Tutta la prima parte del libro (che è ripartito in tre lasse narrative dedicate ciascuna ad una delle sue tre mogli)  è un felice resoconto della bohème francese della comunità di intellettuali ebrei americani cui fa parte Barney: pittori, sceneggiatori, scrittori tutti squattrinati, geniali  e destinati al successo, come prevedibile. Tra questi episodi  - "tagliati" redazionalmente nella maniera più fantasiosa e stilisticamente felice (brani di diario, lettere, telefonate, flashback e flashforward  che spostano avanti e indietro, a piacimento e con agilità, l'«adesso» narrativo) -,  ricordiamo quello di Clara, la prima moglie di Barney. Clara vista da Barney è sostanzialmente una pazza, una donna anorgasmica e nevrotica che imbratta tele e scribacchia versi. Per altri, e soprattutto per i posteri (Clara si suicida in una mansarda parigina come un'eroina di Murger), è una sorta di Virginia Woolf o Sylvia Plath. Si nega sessualmente a Barney mentre è generosissima con tutta la bohème parigina (pratica fellatio a tutti) e resta incinta del negro Cedric. Spira su tutto l'episodio un intento acremente sarcastico, con qualche punta misogina, verso certe immeritate  fortune letterarie che  fa di questa sezione del libro una felice pagina, seppur contraffatta e  parodica,  di critica letteraria.

 Sebbene percorse da brio e da raggiante   inventiva, alcune  scene  recano ciò nondimeno sottotraccia una vaga sensazione di déjà vu (nelle atmosfere se non nello stile), come delle pagine di Hemingway o di Henry Miller parigini riviste con lo humour ebraico di Woody Allen e la lascivia di Philip Roth
Il libro seguita infine per la propria  traccia  negli episodi dedicati alle altre due mogli  secondo l'intonazione iniziale.
La prosa di  Richler, come certi vispi cani randagi, annusa scodinzolante ogni buona occasione narrativa - divagazioni, ecfrasi, "discorsi al caminetto" etc - ma talora sembra proprio menare il can per l'aia: segnalo a tal proposito tutti gli accenni  agli aerei spegnincendio Canadian o quelle sul tifo ai Canadians. Capisco che agiscono nel testo come una specie di tormentone con funzione ornamentale, ma talora sono quello che sono: zeppe superflue e spurie.  Così pure la "trovata" della smemoratezza di Barney (chiarita nel finale come frutto di una malattia senile invalidante) che porterebbe il buon Barney alla lepidezza di non ricordare la cittadina dove è stato sconfitto Napoleone e che induce però un secondo finto redattore, nelle vesti del figlio, a riempire, a pie' di pagina, tutti i buchi della memoria del vecchio con annotazioni  non sempre spassose. Aggiungo anche che il  fil rouge dell'assassinio dell'amico Boogie che dovrebbe tenere assieme tutta la dissipazione  narrativa di Barney fallisce  il compito  dal punto di vista strutturale in quanto non raccoglie tutte le linee direttrici del racconto e insomma non riesce a fare la "punta" a tutta la piramide romanzesca.
Certamente il libro è godibile: in una scala di comicità americano-ebraica che va da Chaplin a Walter Matthau (passando per i fratelli Marx, Jerry Lewis e Woody Allen) è proprio a Matthau che si pensa (alla sua flemma, alla sua sventatezza, ma anche alla sua goffa  irruenza) quando si vuole dare un corpo a Barney (per via anche del vistoso shnoz - grosso naso - in comune), mentre il Barney sempre attaccato alla bottiglia e al sigaro ci ricorda  Andy Cap
Ognuno di noi ha la propria versione sui fatti della propria vita: il bello di Barney è  che li sa  mettere   in sequenza  al ritmo di una prosa erratica, svanita e sventata  - tirandone fuori un libro tutto sommato attraente alla distanza, proprio per la sua verbosità, per la sua schiettezza e per la sua logorroicità.


Quanto all'inspiegabile (anche per lo stesso Richler che in questi termini si è espresso) clamoroso successo avuto in Italia da questo libro  - dopotutto non tanto bello da far saltare dalla sedia né tanto brutto da indurci ad allontanarlo da noi con un gesto di stizza - è possibile avanzare qualche spiegazione. Il suo tono è stato adottato in Italia da una genia di intellettuali, per lo più transfughi della sinistra,  che ha trovato in alcuni corrosivi  tratti  del libro verso il politically correct (non altro che l'umanesimo antropologico elaborato dal pensiero progressista)  una sorta di  viatico al proprio cinismo e alla propria miseria intellettuale, completando così anche sotto il profilo estetico la loro trasmutazione intellettuale già condotta a termine,  sotto quello  etico-polico, nel subordinare con machiavellismo d'occasione la morale alla politica. In verità hanno scelto Barney  e lo hanno trascinato nel nostro agone politico  persuasi che il buon e intelligente ebreo - se non più ingenuamente progressista certamente non ancora cinicamente reazionario  -, possa compiere in loro compagnia l'operazione cui  essi ogni giorno indulgono: sputare sulla tomba in cui hanno sepolto  se stessi e i loro ideali di gioventù. Che poi insieme ai vari Ferrara o Cocuzza anche giornalisti tra i pChe poi insieme ai vari Ferrara o Cocuzza anche giornalisti tra i più corrivi dell’orbe terracqueo quali Giuliano Zincone abbiano sentito il bisogno panofskiano di intitolare una propria rubrica (sul magazine del  "Corriere")
"Politicamente scorretto", è un dato consueto della nostra fauna intellettuale, che non stupisce però più di tanto i lettori di Gramsci, il quale, già negli anni Trenta aveva segnalato il «mandarinismo» degli intellettuali italiani, il loro endemico tartufismo, la loro sostanziale e sempiterna
«scorrettezza politica».
Alfio Squillaci 
pubblicato il 10.03.2003


<<<Torna all'Indice Recensioni
Cerca in questo Sito o nel web Servizio fornito da FreeFind

La Frusta! Cerca nel Web
* La verità è che lesbiche e omosessuali mi mettono a disagio, anche solo a parlarci.

* - Ma tu lo sai perché gli scozzesi portano il gonnellino, Barney?
- No e non mi interessa.
- Perché sennò le pecore sentono la lampo che cala e scappano.

* Sono sempre stato, e rimango, una spaventosa testa di cazzo, un uomo cattivo, che gode nel vedere quelli migliori di lui trascinati nella polvere.

* Ma sì, ci godo a scoprire che Martin Luther King era solo un plagiario, ma aveva un'autentica fissa per  le donne bianche.

* Se dei personaggi ci viene mostrato solo il lato migliore, restiamo sconfortati, perché riteniamo impossibile imitarli in alcunché. I grandi scrittori descrivono anche le azioni più basse degli uomini, non solo quelle virtuose. E questo 
sortisce un effetto benefico, perché risparmia all'umanità la disperazione.

* La verità è che il Canada è un paese dei balocchi, una terra fastidiosamente ricca governata da idioti i cui problemi, inventati di sana pianta, sono una specie di intermezzo comico rispetto alle piaghe che affliggono il mondo reale. 

* Allora lasci che le dica una cosa. Non sono mai andato d'accordo con sciamani, stregoni o psichiatri. Della condizione umana hanno capito molto di più ShakespeareTolstoj o perfino Dickens di chiunque di voi.

Alcuni brani 
* Proviamo a vederla così: l'amara verità è che molti di quei tipi di cui i radicali come me amavano prendersi gioco - colonnelli dell'esercito, studenti ricchi e mediocri golfisti della domenica, adepti della frase fatta, noiosissimi palloni gonfiati - nel 1939 erano andati in guerra salvando la civiltà occidentale, mentre con i barbari alle porte, Auden, l'emblema stesso dell'antifascismo militante, aveva pensato bene di squagliarsela qui in America.

* Con tutto questo, gli israeliani ormai sono gli ultimi antisemiti che ci rimangono. Ma sì, dài, loro odiano gli ebrei della diaspora.

* Vorrei sapere perché il vecchio re David aveva il diritto di portarsi a letto giovani donne nubili e io no.

* Non so raccontare una storia senza distorcerla. Per dirla tutta, sono un contaballe nato. Ma del resto cos'altro è uno scrittore, anche se alle prime armi come me?

* Adesso faccio io una domanda a lei: Franz Kafka scriveva forse per farsi una piscina?

 
 * Se il nostro fosse un Dio giusto, che non è, a quest'ora papà impazzirebbe nel più fantasmagorico bordello celeste, dotato di un reparto gastronomia, bancone da bar con corrimano d'ottone e sputacchiera, scorta di White Owl coronetta e TV sportiva via cavo. Ma il Dio toccato in sorte a noi ebrei è famoso per essere crudele e vendicativo. Secondo me Geova è stato anche il primo cabarettista giudeo, e Abramo la sua spalla. Vorrei ricordarvi cosa gli disse: "Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio, che ami tanto, Isacco, e portalo nella terra di Moriah; e lì immolalo su un rogo che erigerai in cima alla montagna che ti indicherò" E cosi Abe, primo di una lunga serie di lecca- piedi ebrei, alzò il culo e fece quanto gli era stato ordinato.

*Lei, piuttosto, se davvero non vuole che gli uomini per bene non fissino le sue graziosissime tette, perché non porta un reggiseno, così magari i capezzoli se ne stanno buoni?

* Ma sarà dura, lo so. La sclerosi multipla è andata, e anche il cancro, il Parkinson e l'Alzheimer. Per non parlar dei disturbi cardiaci ed epatici e dell'artride reuma- toide. Citami una magagna qualsiasi e vedrai che qualcuno ci ha già pensato. Per questo mi serve una malattia completamente ignota, e abbastanza arrapante perché io possa creare un ente e mettere a presie- derlo il governatore generale o qualche altro imbecille del genere.

* Per quanto mi riguarda tutti gli scrittori o i pittori che ho conosciuto , nessuno escluso, erano degli spudo- rati promotori di se stess, vigliacchi, pronti a mentire per un piatto di lenticchie, avari da far schifo e disposti a tutto per un po' di gloria.
Quello spaccone di Hemingway, che pure aveva un indubbio fiuto per le patacche, improvvisò le sue memorie della Grande Guerra a tavolino. Lewis Carroll, adorato da generazioni di bambini, non era precisamente il tipo cui avreste affidato volentieri per una sera la vostra figlia decenne. il compagno Picasso durante l'occupazione di Parigi leccò per benino il sedere ai nazisti. Se Simenon si è davvero scopato diecimila donne mi mangio la paglietta. (...) E benché non esistono prove a riguardo sono certo che Omero aveva dieci decimi di vista.


dal 28 settembre 2001
Esempio 1
Prima paginaFili di fumoEnferRecensioniRivistaProfili di autori
ContattaciAtlante Letterario Bacheca pubblicaCompiti

Ricerca personalizzata
Vedi anche in rete:  "La versione di un  successo. Barney: anatomia di un caso editoriale"
  Oblique Studio

La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line