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Paolo Repetti  - Lamento del giovane ipocondriaco- Mondadori, Milano, 2000, pp.139.


Nella sua  vecchia "Storia della letteratura francese" il buon  Albert Thibaudet illustrava lo svolgersi  di quella grande letteratura secondo il ciclo delle generazioni. C'era stata quella che aveva avuto René di Chateaubriand, quella dell'Educazione sentimentale di Flaubert, quella del Diavolo in corpo di Radiguet. L'idea del passaggio del testimone da una generazione all'altra, da un libro all'altro, mi ha sempre affascinato e l'ho ritenuta, nel mio intimo, l'unica forma di trasmissione dei sentimenti, delle emozioni,  da una mente all'altra, da una vita all'altra, come una successione apostolica senza fine, da qui all'eternità. E qual è  il libro della mia generazione?  Forse Porci con le ali ? con quel mix, felice,  di erotismo e militanza, mi chiedo non appena lo scorgo citato nel romanzo che ho tra le mani, scritto da  questo mio coetaneo e co-esistente Paolo Repetti... O  Altri libertini del coetaneo e non più esistente Tondelli, libro che non amai per l'istigazione generazionale ad una letteratura casual, rapsodica, rockettara e americaneggiante che non ho mai sentito mia, e che ritengo abbia  portato, come un pifferaio di Hamelin, ad annegare nel  fiume della prosa a perdere, tutta una schiera di scrittori della generazione successiva avvezzi ad una scrittura automatica e priva della grande mediazione e "tenuta" del genere-romanzo di tipo ottocentesco, di cui nessuno di loro si sente erede?
Sono un vecchio maniaco sentimentale e un lettore ingenuo e altrettanto sentimentale: mi aspetto sempre, non appena dispiego un volume di un coetaneo di essere travolto dall'emozione di un  romanzone ad ampie volute narrative e a trama proliferante che racconti il vivere dei nati a metà degli anni '50. E non ho che questo "romanzo" di appena 139 pagine (e la misura del genere, da me esemplata sui campioni dell'800, ne esce "sformata" dall'improntitudine di definire "romanzo" qualsiasi narrazione). Ma id est. Per Paolo Repetti - curatore insieme a Severino Cesari della collana "Stile libero" dell'Einaudi - verso il  cui catalogo mi è sfuggito qualche malumore - la letteratura è un mugolio generazionale di prose brevi e "leggibili", quanto alla forma, e dai  contenuti "liberi" come quell'incredibile Dei bambini non si sa niente di Simona Vinci.
Ma Repetti non è uno scrittore rapsodico e redazionalmente disattento. Tutt'altro. Sa orchestrare la sua partitura con infinite citazioni intertestuali e sottotestuali da scafato lettore. Ecco mettere in scena questo interno di famiglia con nevrosi (e uso un termine picoanaliticamente generico che chi sa quali ire susciterà in Repetti che esibisce invece, in tema, delle letture  ampie e puntigliose):  un giovane  "io" nato alla fine degli anni 60, senza nome,  affetto da ipocondria,  una madre prematuramente scomparsa, una sorella che ricorda la Phoebe del Giovane Holden, un padre evanescente alle prese con i numeri del lotto, uno psicoanalista ebreo-polacco dal nome Dov, l'incontro con la "donna", Martina prima, commessa di via Frattina, l'amore-non- amore per Guenda, la "visione" finale e un po' spuria, di Paola, una ragazza ridotta a clochard. Il tutto innervato da una prosa continuamente alludente (e orchestrata a leit-motiv  ) alle  infinite malattie immaginarie, di cui teme un malato, reale, di ipocondria. Sullo sfondo si intravede  una Roma suburbana, tratteggiata a grandi e suggestive  pennellate.
Riesce il Nostro con questo esiguo materiale a creare un'atmosfera unitaria? A tenere la nota? A scrivere un "romanzo" e non solo delle pagine? Credo di sì, anche se ci saremmo aspettati più veemenza narrativa.  Innanzi tutto il tono, che ho trovato ricco e ipertestuale, se mi si passa la parola, fortemente allusivo ai giovani delle generazioni passate, ai Törless, ai Werther, agli Holden, ai Portnoy (il cui Lamento con relative  fantasie sessuali è stato sussunto nel titolo). E non si tratta di semplici omaggi di un letterato marcio, ma della  reiterata denuncia, attraverso le allusioni sottotraccia a quei  romanzi-archetipici, della difficoltà dei giovani occidentali, dal Settecento in avanti, a contrastare  la violenza sempre più raffinata dei  processi di socializzazione.  Lo stile è ironico, colto ed elegante (e l'ironia, a dir la verità già vista dai tempi di Zeno Cosini, sembra il tratto distintivo di chi cerca di far interagire le proprie nevrosi con la scienza di Sigmund). Deliziose le allusioni alla "delegazione viennese", si immagina di medici freudiani - che nel testo diventa una specie di lettore implicito - e maliziose le astuzie letterarie nell'indicare il manoscritto del Lamento come un testo in fieri, talché questo che stiamo leggendo diventa un accattivante metatesto. Tracce di Woody Allen qua  e là, che nel testo brillante di un nevrotico in cura psicoanalitica  sono quasi d'obbligo.

Alfio Squillaci

P.S.
Ho scritto di un Repetti redazionalmente attento. Ma qualche anacronismo, che "scopre" l'autore nel protagonista,  lo si trova in quella pagina in cui il caro paparino del conflitto psicoanalitico è descritto a "spaccare il cranio in due parti rigorosamente uguali" con... la brillantina. Ora se l'io narrante è fatto nascere nel '69, significa che questo modo di pettinarsi dovrebbe aver luogo, seppur nella finzione romanzesca, intorno agli anni '77-'78  e oltre, epoca in cui la brillantina era invece da così tanto tempo scomparsa dai capelli che veniva già evocata e rimpianta in splendide pellicole quali Grease.

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Esempio 1
Una madre scomparsa che forse aveva avuto per amante un venditore di asole, un padre assente, e una sorella che vaga nello spazio immacolato delle sue incertezze. Un giovane ipocondriaco, che li osserva, scrutando se stesso, dal lettino di Dov, taciturno psicoanalista polacco. Sono i protagonisti di questo romanzo "antifamiliare", un omaggio alla potenza trasfiguratrice della fantasia, anche quando, come in questo caso, prende la forma del delirio ipocondriaco. Mettendo in scena fantasie persecutorie e deliri di onnipotenza, manie e visioni, esperienze sessuali improbabili e farneticazioni in puro gergo psicoanalitico, Paolo Repetti costruisce un racconto dagli irresistibili effetti comici.