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Ermanno Rea - Mistero napoletano - Einaudi, Torino 2002

La Napoli di "Morte di un matematico napoletano" è una Napoli  desueta : una città  geometrica, verticale, screziata da  tagli  di luce crepuscolare,  che chiaroscura luoghi ed ambienti antitetici e dissonanti, nella loro politezza armonica, rispetto alla teoria  logora e trita di bassi-vichi- sangennaro-putipù, cornice obbligata di quella che La Capria chiamava "la napoletaneria".In quel bellissimo film, si evoca, attraverso squarci  folgoranti ed
ellissi morbide, ma repentine, l'ultima settimana di vita di Renato Cacciopoli, rinomato ed estroso professore di analisi  matematica all'università di Napoli, comunista libertario (Bakunin era suo nonno materno d'altronde...)"anticonformista fino allo struggimento. Anzi fino allo scandalo", che scelse la 'libera morte'  con un colpo di pistola, nel maggio del 1959. La  bizzarra camminata  del matematico, talvolta dritta ed fiondante come un coltello, talaltra sghemba, caracollante per il troppo alcool
bevuto, il vorticoso sventolìo del suo impermeabile liso e logoro, quasi catafratto, che il matematico non dismetteva mai(e non solo nella fiction cinematografica, o lo sguardo, modulato su due  varianti fondamentali: l' accigliato e/o il beffardo, il ballo semicircolare in facoltà davanti agli studenti sbalorditi, la bellezza struggente del  palazzo in piena, soddisfatta decadenza dove Caccioppoli abitava, con le   bottiglie di scotch nascoste nei luoghi più impensati, il tentativo, vano, di  sviare, senza riuscirvi, quella irrequietezza esistenziale, quel mal di  vivere  che l'opprimeva fino all'angoscia : "i pensieri gli attossiccavano l'animo, come spazzatura irrancidita" avrebbe detto Gadda, a proposito di un animo siffatto. A Martone,  il cui universo narrativo  spesso coincide con Napoli e dintorni (chi ha visto i suoi 'i dieci comandamenti' di Viviani a teatro o 'Teatro di guerra' al cinema sa a  cosa alludo),il merito di aver dato vita ad un'opera che schiva, elegantemente, il  rischio formale di calzare sull'incombente  maledettismo del personaggio, a cui Cecchi fornisce sensibilità e spessore.

Alcuni libri, relativamente recenti,  che hanno la città di Napoli come sfondo, sia pur privo da ogni appeal seduttivo turistico e/o  da ogni connotazione folcloristica-pittoresca, recano dei titoli assolutamente  'riusciti', emblematici e, in qualche misura, programmatici: si va dal picaresco "Nel corpo di Napoli" di Montesano, all'avvincente, mirabile per resa stilistica e contenutistica, "Il resto di niente",  di Striano, riscoperto postmortem,  al melanconico e compatto" L'armonia perduta" di La Capria, anch'esso incentrato,anche se non esclusivamente, sui fatti del '99, fino a "L'intruso" di Franchini, un'indagine su di un delitto amorristico che diventa spunto per una  paziente  e 'autoterapeutica' investigazione autobiografica, come spesso accade con quest'autore. Ma il titolo,  il più bello e il più misterioso di tutti, di una fascinosa 'insostenibilità'  razionale ,è, "Il mare non bagna napoli" di Anna Maria Ortese. Nella  introduzione al libro di Rea , S. Perrella  svela  quale sia il nodo, emblematico e visionario, sotteso a questa metafora apparentemente incongrua, spiegando ciò che accadde durante il governo di Achille Lauro, quando il porto di Napoli venne praticamente " sequestrato" dai militari americani, per diventare l'avamposto privilegiato della Nato. Lauro, sindaco di Napoli dal 1951 al 1958, il più importante e ricco armatore italiano,  fascista -  ante e post, preclaro exemplum di uno che riusciva a governare sommando  una volgare demagogia populistica alla più spettacolare difesa del proprio 'particulare', preferiva attrezzare le sue navi  nei cantieri di Genova e Marsiglia, piuttosto che sfruttare il bacino napoletano,  sulla base di un pactum sceleris stipulato con gli Usa. Il mare sottratto quindi ai napoletani manu militari, quel mare che, da allora,non bagna più  Napoli.

Ecco, il titolo di questo romanzo-saggio di Ermanno Rea "Mistero napoletano" sotto tanti punti di vista,  appare poco felice, rispetto agli altri che ho sopra riportato: leggendo il titolo, si ha la sensazione, quasi, di imbattersi in una sorta di feuilleton di stampo poliziesco, quando invece l'opera è incentrata sulla figura di Francesca Spada, giornalista dell'"Unità" e  militante comunista, suicidatasi appena  2 anni dopo Caccioppoli, di cui era amica e confidente.
La vicenda di  Spada è ripercorsa in modo quasi diaristico, una quête  a metà tra il giornalistico ed il saggistico che si dipana , allargandosi per cerchi concentrici, investigando il fatum di  tanti personaggi, recuperando non solo le dolorose radici del  passato, ma anche le ragioni e le ubbie, i dolori e le incertezze  di una città, di un partito, di una generazione.

Assai riuscito anche l'accorgimento della  sfasatura temporale: Rea ricostruisce, a distanza di 40 anni, la vicenda di Francesca Spada e del suo terzo marito, Renzo Lappicerella, entrambi militani comunisti,  incupiti e traditi dal monolitismo burocratico e annichilente di un Pci allora piegato alla terribile logica inquisitoriale dello stalinismo, incapace di costruire una
seria e necessaria autocritica, proteso, nella sua parte peggiore, quella verticistica, a seguire prono i dettami della criminogena autocrazia staliniana.
Presente e passato si mescolano, si confondono :  sullo sfondo gli echi e gli spettri agitati dalla campagna elettorale Bassolino- Mussolini ( sigh!). Tra tanti episodi,  quello che meglio dà il senso di un " passato che non passa", l'incontro con Gerardo Marotta , presidente dell'istituto di studi filosofici, che
tiene una riuscitissima lectio brevis sulla rivoluzione napoletana del '99, quella in cui la plebe si lasciò convincere dal fanatismo del cardinal Ruffo e dei suoi seguaci (su questo episodio germinale e  non solo di Napoli, ma dell'intero meridione, a parer  mio, imperdibile la lettura dello straordinario "Il resto di niente").

Questo libro è anche l'amaro rendiconto di  un'occasione storica ed umana persa e mai più proponibile, una cronaca in cui le vite offese, straziate dalla impossibilità di coniugare  il proprio insaziato vitalismo con la logica iperistituzionale e totalizzante della  struttura-partito: ma la vita offesa è anche quella  dell' io-narrante, un  io-indagatore che vede la propria città odiosamata in balia di un abbruttimento irredimibile, senza scampo che contamina cose e persone: è un luogo dal quale si desidera fuggire e, dal quale, si viene irresistibilmente attratti,  perchè solo esso possiede il senso e le fondamenta - dolorose, ma necessarie - della propria  sconnessa identità.

Linnio Accorroni









































Esempio 1
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" Qui siamo in guerra. Ci sono residui della piccola e media borghesia onesta che cercano di resistere in isolate trincee e c'è la vecchia plebe,
guidata dalla camorra, che vuole impadronirsi in maniera definitiva e totale della città"
Ermanno Rea conduce un'indagine in forma di diario sulla scomparsa, avvenuta in una Napoli ferita dalla guerra fredda, di Francesca, giornalista de "l'Unità". A spronarlo nell'inchiesta è stata la volontà ossessiva di ricostruire un periodo cruciale della sua esistenza. Il suo è un dolente tentativo di ristabilire la verità sulla morte di una donna che aveva il fascino romantico e fragile di chi vuol essere libero e sogna la redenzione del mondo. Rea ritrova le facce di un tempo, interroga i testimoni e recupera documenti sepolti da quasi mezzo secolo. Davanti a lui, e ai nostri occhi di lettori, sfilano giornalisti e politici, burocrati e colleghi di Francesca, che dipingono il quadro di una Napoli spaccata fra gli americani padroni assoluti del porto e un Pci arroccato su posizioni staliniste. Da storia privata l'indagine si fa a poco a poco storia collettiva di un'intera classe politica, di una generazione, delle sue speranze e dei suoi valori.