Francesco Piccolo - E se c'ero, dormivo - Feltrinelli, Milano,1998, pp.169.
Seconda fatica di un giovane narratore. Il testo si compone di due prose di memoria: cronache della prima giovinezza la prima, storie di mamma e papà la seconda. Siamo sempre nell'ambito di una scrittura pre o post-puberale, generazionale comunque (rivolta a coetanei complici). L'affabulazione trova il proprio motorino nella solita occupazione (ed è già tanto che non venga scritto con le due k), nei primi petting, in storie di Collettivo. L'autore sposa un'idea di letteratura che è metà diario pubblico, metà sfogo privato, mai comunque mediazione, meditazione, metafora. E ciò accade quando uno scrittore non è una "coscienza" ma un registratore di piccoli fatti. Ne viene fuori una letteratura "giovane", manierata nella sua spontaneità intragenerazionale e autoreferenziale: da liceale (scrittore) a liceale (lettore), come un disco, una chitarra, uno spinello passati di mano in mano. I giovani scrittori dell'800 quando volevano parlare di sé si limitavano a scrivere "Viaggi attorno alla mia camera", qui si capisce che il viaggio non va oltre il proprio ombelico.