Cesare Pavese  - La luna e i falò  - Einaudi, 1998 

Da giovane ho amato molto Cesare Pavese. Unitamente ad Hemingway è stato lo scrittore che più ho letto, praticamente da cima a fondo, dai quindici  ai vent'anni. Poi me ne sono distaccato, e ad un certo un punto - sotto la suggestione di qualche giudizio tranchant di Moravia che stimo molto anche come critico - l'ho ritenuto uno scrittore illeggibile, sicuramente lontano dalla mia nuova sensibilità di adulto. Talvolta mi accadeva di prendere dalla mia  libreria  qualche vecchio oscar mondadori  (edizioni in cui è raccolto tutto il mio Pavese di studente povero) ormai dalla carta quasi abbrustolita e ne ritentavo la lettura. Niente da fare, non trovavo il ritmo, mi disturbava quella prosa reticente, quel lirismo smozzicato, quel ricorso all' asindeto,  quell'assenza di respiro di grande narratore cui mi avevano abituato nel frattempo i grandi dell'800, i russi e i francesi, che avevo letto alla disperata negli anni successivi. Eppure ricordavo che almeno La luna e i falò mi era piaciuto più di ogni altro suo  libro. 
Quest'estate (2001), tornato nella vecchia casa di mia madre, ho ritrovato  questo libro di Pavese, l'ho sfogliato, l'occhio mi è caduto sulla data di acquisto e di lettura, 1976, venticinque anni fa... ho avuto quasi uno squasso al cuore, l' ho cominciato a leggere una sera sul balcone davanti al mare buio e zincato della mia Sicilia e non ho più smesso se non dopo averlo finito, a notte inoltrata. Sono andato a letto coi brividi e per tutto il sonno il libro non mi ha abbandonato: è un libro bellissimo.  

Un libro ispirato, intenso, una visione spietata della campagna italiana,  del suo viverci e morire, delle sue miserie (dove anche i cani sono tanto affamati da abbaiare alla luna scambiandola per polenta). Il rapporto tra uomo e natura è colto nei suoi termini essenziali, aspri e verghiani (Pavese ci dà qui la sua "Vita dei campi"). (vedi il parallelo  fattone da Montale  col Verga nel box a  fianco) Se c'è poesia - e mi sembra che ce ne sia tanta - viene su dall'opera, spontaneamente, come la nebbia dai campi e non per un effetto imposto, un'intenzionale sovrapposizione della scrittura. La mitologia dei luoghi, frutto di una ossessione toponomastica, si genera dal semplice evocarli: Canelli (da dove comincia il mondo), Calamandrana, Calosso...C'è negli occhi di Anguilla piccolo (il personaggio schermo di Pavese, un trovatello  fuggito in America,  qui arricchitosi e di ritorno al paese natio dopo molti anni), negli altri personaggi,  in quelli di Nuto, di Cinto, lo stupore del primo schiudersi dello sguardo sul mondo, l'incredulità di vedere le cose al loro primo apparire, l'assoluta verginità delle sensazioni. E tutto ciò emerge dalla pagina per effetto di una prosa pointiliste, essenziale, fatta di piccoli tocchi, di minute osservazioni, di enumerazioni lievi. Una prosa che procede per ellissi, reticenze, soppressioni, che ci dà l'aura delle cose semplicemente indicandole. (Se Flaubert diceva che per capirle le cose il suffit de les régarder, qui è sufficiente nominarle).
Realismo naturalistico (neorealismo) o impressionismo? Solo schemi scolastici. A un grande scrittore stanno strette entrambe le gabbie stilistiche. Ormai sappiamo, dai tempi  di Verga e Pirandello, che l' impressionismo e l'espressionismo nascono da una piena del  naturalismo, da una sua esondazione. 
Ma nonostante gli spasmi lirici che sembrano condurre il tutto ad un puro  franare di sensazioni e rammemorazioni, la strategia narrativa c'è ed è sapiente, salda e struggente in questo libro. Essa è a doppio livello. Il primo quello dell' "adesso" narrativo  è la storia della fattoria Gaminella  che si chiude nel drammatico falò appiccato dal folle e disperato Velino. Il secondo segue sul filo del ricordo le vicende della Mora (fattoria dove Anguilla fu servitore in fanciullezza), con le storie del sor Matteo e delle sue infelici figlie Irene, Silvia, Santa. Anche questa storia si chiude con un falò, quello appiccato al cadavere di Santa fucilata dai partigiani, spia doppogiochista della guerra civile.
Si sbaglia dunque chi  vede ( o cerca) in questo racconto solo l'idillio o il dramma campestre. C'è dell'altro, e c'è di più: l'urto delle classi sociali, la spietatezza dei rapporti di interesse (per la disputa su un modesto raccolto di fagioli e patate esplode la follia del Velino che uccide a calci la moglie e incendia la Gaminella e poi si impicca), il dramma della lotta partigiana e la conseguente e senza ritorno scelta di campo ("o di qua o di là", o  coi repubblichini o coi partigiani). 
La doppia  tragedia che chiude il racconto (e in cui si saldano i due livelli cui si accennava sopra) nasce da questi contrasti reali, e il doppio bagliore dei falò - non più, o non solo, rito ancestrale ctonio - sembra accogliere in unica vampa tutto il dolore esistenziale e sociale che brucia in questo struggente racconto.
Alfio Squillaci 


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I suoi versi risuonano al nostro orecchio, quando ritorniamo alla città o quando ci pensiamo; e non sappiamo neppure più se siano bei versi, tanto fanno parte di noi, tanto riflettono per noi l'immagine della nostra giovinezza, dei giorni ormai lontanissimi in cui li ascoltammo dalla viva voce del nostro amico per la prima volta: e scoprimmo, con profondo stupore, che stride della nostra grigia, pesante e impoetica città si poteva fare poesia. 

Il nostro amico viveva nella città come un adolescente: e fino all'ultimo visse così. Le sue giornate erano, come quelle degli adolescenti, lunghissime, e piene di tempo: sapeva trovare spazio per studiare e per scrivere, per guadagnarsi la vita e per oziare sulle strade che amava: e noi che annaspavamo combattuti fra pigrizia e operosità, perdevamo le ore nell'incertezza di decidere se eravamo pigri o operosi. Non volle, per molti anni, sottomettersi a un orario d'ufficio, accettare una professione definita; ma quando acconsenti a sedere a un tavolo d'ufficio, divenne un impiegato meticoloso e un lavoratore infaticabile: pur serbandosi un ampio margine d'ozio; consumava i suoi pasti velocissimo, mangiava poco e non dormiva mai. 

Era, qualche volta, molto triste: ma noi pensammo, per lungo tempo, che sarebbe guarito di quella tristezza, quando si fosse deciso a diventare adulto: perché ci pareva, la sua, una tristezza come di ragazzo - la malinconia voluttuosa e svagata del ragazzo che ancora non ha toccato la terra e si muove nel mondo arido e solitario dei sogni. Qualche volta, la sera, ci veniva a trovare; sedeva pallido, con la sua sciarpetta al collo, e si attorcigliava i capelli o sgualciva un foglio di carta; non pronunciava, in tutta la sera, una sola parola; non rispondeva a nessuna delle nostre domande. Infine, di scatto, agguantava il cappotto e se ne andava. Umiliati, noi ci chiedevamo se la nostra compagnia l'aveva deluso, se aveva cercato accanto a noi di rasserenarsi e non c era riuscito; o se invece si era proposto, semplicemente, di passare una serata in silenzio sotto una lampada che non fosse la sua. 

Conversare con lui, d'altronde, non era mai facile, nemmeno quando si mostrava allegro: ma poteva essere, un incontro con lui anche composto di rare parole, tonico e stimolante come nessun altro. Diventavamo, in sua compagnia, molto più intelligenti; ci sentivamo spinti a portare nelle nostre parole quanto avevamo in noi di migliore e di più serio; buttavamo via i luoghi comuni, i pensieri imprecisi, le incoerenze. 

Ci sentivamo spesso, accanto a lui, umiliati: perché non sapevamo essere, come lui, sobri, né come lui modesti, né come lui generosi e disinteressati. Ci trattava, noi suoi amici, con maniere ruvide, e non ci perdonava nessuno dei nostri difetti; ma se eravamo sofferenti o malati, si mostrava ad un tratto sollecito come una madre. Per principio, si rifiutava di conoscere gente nuova; ma poteva succedere che a un tratto, con una persona impensata e mai vista prima, una persona magari veramente spregevole, lui si mostrasse espansivo e affettuoso, prodigo d'appuntamenti e progetti. facevamo osservare che quella persona era, per molti aspetti, antipatica o spregevole, lui diceva che lo sapeva benissimo, perché gli piaceva saper sempre tutto, non ci accordava mai la soddisfazione di raccontargli qualcosa di nuovo; ma per qual motivo si comportasse con quella persona così confidenzialmente, e negasse invece la sua cordialità ad altra gente più meritevole, non lo spiegava, e non l'abbiamo saputo mai. 

dal 1 settembre 2001
Un ricordo-ritratto di Cesare Pavese,  da "Le piccole virtù" di Natalia Ginzburg
Di lui apprezzo un racconto: La casa in collina. E' un bel libro, con il suo ritmo narrativo. Tratta lo stesso problema dello Straniero di Camus e degli Indifferenti: il rapporto di un intellettuale con la vita. (...) Degli altri suoi libri non mi sembra di poter dire altrettannto bene. Paesi tuoi è una specie di pastiche di romanzi americani. Il diario - Il mestiere di vivere - è interessante ma anche pieno di cose insopportabili, e ne emerge un'immaturità etica e psicologica da sbalordire. C'è in queste opere di Pavese un decadentismo malgré lui. O meglio, un estetismo che gli impediva di arrivare al nocciolo delle questioni. E non è colpa del romanzo americano, dal quale Pavese trasse i suoi modelli. Prendiamo ade esempio Moby Dick di Melville: è la storia di un baleniere che insegue una balena per tutto il libro Ora, il fatto che la balena diventi un mito, un simbolo del male, e che la vicenda del libro si trasformi nella lotta fra il Bene ed il Male, l'Uomo e la Natura, la Ragione e l'Irrazionale, è implicito nella psicologia dell'autore. Come tutti i grandi poeti, Melville crea il mito senza averne l'intenzione. E il mito è tutto nell'uomo Melville: nel suo protestantesimo, nella sua visione manichea del mondo.
In Pavese, invece, c'è lo sforzo di chi vuole crearsi un mito dall'esterno, per motivi letterari, culturali, tutto da solo: il mito delle Langhe, delle colline, dell'America. Pavese aveva della propria opera un'opinione altissima, come si può vedere nel diario. Ma è proprio questa idea esagerata di se stesso che in parte ne ha provocato la morte. Dopo aver scritto La luna e i falò decise ad un tratto che aveva ottenuto, in senso sociale e creativo, il massimo successo possibile e che di conseguenza non aveva più alcun motivo di vivere. (...) La verità è invece diversa. Pavese non è riuscito a creare il mito nella pagina; e il suo suicidio va interpretato come un tentativo di crearlo nella vita.

Alberto Moravia - Intervista sullo scrittore scomodo - a cura di Nello Ajello, Laterza, Bari, 1978.

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Un giudizio di Montale
Un giudizio di Moravia
Pavese non puntò sulla distruzione ma sulla riduzione dei personaggi : e cercò il suo ambiente e i suoi personaggi con la fedeltà di un naturalista d'altri tempi. Il suo gusto dell'asindeto, la sua frase calcata sul dialetto fanno pensare al Verga. Parte da zero, ma non si muove a casaccio, bensì va dove il suo stile (il suo limite interno) lo porta; e in ciò è ancora parente di Verga. Borghese, si trova soprattutto a suo agio quando esprime la vita dei contadini e degli operai: altra somiglianza. Non dimentichiamo, però, che fra Verga e Pavese c'è di mezzo il romanzo americano, con quel tanto di buono e di cattivo che esso ci ha portato. Pavese non accorcia solo la statura dei personaggi (e la mole del racconto), ma riduce anche quella leggera enfasi umanitaria, che Verga non sempre sa nascondere. La contiene in misura minima, senza tuttavia riuscire a dissimularla. Tendeva all'arte pura, il rigorista che men di ogni altro era portato ad accontentarsene?

Eugenio Montale,  Il secondo mestiere, Mondadori, 1996
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Questa valle bisogna averla nelle ossa come il vino e la polenta , allora la conosci senza bisogno di parlarne, e tutto quello che ti sei portato dentro senza saperlo si sveglia adesso al tintinnio di una martinicca, al colpo di coda di un bue, al gusto di una minestra, a una voce che senti sulla piazza di notte.

Fa un sole su questi bricchi, un riverbero di grillaia e di tufi che mi ero dimenticato.
Qui il caldo più che scendere dal cielo esce da sotto - dalla terra, dal fondo tra le viti che sembra si sia mangiato ogni verde per andare tutto in tralcio.

E' un caldo che mi piace, sa un odore: ci sono dentro tante vendemmie e fienagioni e sfogliature, tanti sapori e tante voglie che non sapevo più di avere addosso.

Allora partimmo, e lui si mise avanti per i sentieri delle vigne. Riconoscevo la terra bianca, secca; l'erba schiacciata, scivolosa dei sentieri; e quell'odore rasposo di collina e di vigna, che sa già di vendemmia sotto il sole.

Vedevo Gaminella in faccia, che a quell'altezza sembrava più grossa ancora, una collina come un pianeta, e di qui si distinguevano pianori, alberetti, stradine che non avevo mai visto. Un giorno pensai, bisogna che saliamo lassù.
Anche questo fa parte del mondo

Era in quelle sere che una luce, un falò, visti sulle colline lontane, mi facevano gridare e rotolarmi in terra perch'ero povero, perch'ero ragazzo, perch'ero niente.

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.

Cesare Pavese su InternetBookShop

Esempio 1
Vedi anche i testi di Montale, Moravia e Natalia Ginsburg  in fondo pagina e nei box a lato
Vedi anche su Cesare Pavese, lo studio di Elio Gioanola: La realtà, l'altrove, il silenzio, Jaca Book, MILANO 2003
Limpido e lucido come il Moravia narratore, il Moravia saggista raccoglie in questo libro il meglio della sua produzione artistica. Macchiavelli, Boccaccio, Pavese, Maupassant, tutta una serie di incontri rapidi e distesi, di riletture o di esperienze nuove, sino al celebre saggio su Manzoni e l'ipotesi di un realismo cattolico che impose a suo tempo una nuova angolatura nella lettura de "I promessi sposi". Moravia ha presentato questo libro come una difesa dall'umanesimo in un momento in cui l'antiumanesimo era in voga. Ma nulla è più lontano da questi saggi di una comoda celebrazione della retorica dei valori letterari tradizionali. Ogni lettura o rilettura è un fascio di luce che illumina le pieghe di un testo o di un problema, facendone risaltare con puntigliosa e cartesiana chiarezza nuovi aspetti, volti inediti, mentre la curiosità moraviana spazia dalle enunciazioni di poetica alle questioni sull'erotismo in letteratura, il comunismo e i problemi dall'arte, il decadentismo in letteratura e la memoria, il moralismo e il realismo. 

Quell' Impolitico di Cesare Pavese 
di Pierluligi Battista
Corriere della sera3 settembre 2006
 
      
La politica era per Cesare Pavese un' asfissiante camicia di forza, non una passione autentica. Un imperativo categorico, non un interesse sincero. Un linguaggio cui adeguarsi con fatica e tormento, non una seconda natura che aderisce senza attriti alla pelle. La biografia che Lorenzo Mondo dedica a Pavese (Quell' antico ragazzo, Rizzoli, pagine 252, 17,50) è il ritratto di uno scrittore che si era cimentato con impegno e dolore nel complicato «mestiere di vivere», ma al quale il destino volle infliggere, lungo strade tortuose ma convergenti, la costrizione dell' ideologia. Per questo la vicenda umana di Pavese, costretta ad intrecciarsi con la storia politica italiana, assomiglia, secondo il profilo tracciato da Mondo, ad una ininterrotta sequenza di sconfitte e atti mancati. Nel 1935 Pavese, scrive Mondo, «incappa nella nuova retata che porta al fermo di circa duecento aderenti e simpatizzanti». «Incappa» è il termine più giusto e più preciso per definire l' estraneità esistenziale di Pavese alla cospirazione antifascista. Pavese viene sì spedito dal regime al confino, ma non si sottrae all' umiliazione della supplica inviata a Mussolini e per il resto della sua vita lo scrittore si domanderà se la causa dell' arresto non fosse stato il carteggio con Tina Pizzardo, antifascista, una delle tante donne che tormenteranno la sua vita, fino alla morte. Pavese «incappa» nell' antifascismo. «Incappa» nella Resistenza, cui peraltro non partecipa. «Incappa» nell' atmosfera ideologica della casa editrice Einaudi. «Incappa» nel rigore di ferro di una cultura così refrattaria a tutto ciò che da Pavese era prediletto: il mito, «la vita primitiva e barbarica» del Melville di Moby Dick, la fascinazione per l' irrazionale. Pavese sente sul collo, per usare un' espressione di Lorenzo Mondo, «il fiato della politica». Quando, nel 1948, si butta a capofitto nella progettazione dell' einaudiana «collana viola», pensata per pubblicare testi di etnologia, antropologia, studi religiosi, viene frenato dall' etnologo Ernesto De Martino, uno studioso che «risente della disciplina di partito» e vorrebbe sterilizzare quei testi sulfurei e pericolosi con la profilassi di «predicozzi» politicamente corretti. E intanto i libri di Pavese vengono accolti con freddezza dalla stampa di partito per la loro «insufficiente condanna morale e/o storica del mondo borghese». Per questo Mondo sottolinea «la posizione di assoluta centralità» di un libro come La casa in collina, in cui il rimorso della Resistenza non fatta viene sublimato in un ritratto dolente e dai marcati tratti autobiografici della fuga come tentazione e come destino. Pavese, più che fare i conti con la storia, fa i conti con se stesso, incapace di vivere passioni e sentimenti all' unisono con i tempi e le necessità della storia. Un libro che mette involontariamente in rilievo la penombra che ispira tutta l' opera di Pavese, così intrecciata ai suoi drammi privati, così estranea alle logiche e ai ritmi dei movimenti collettivi. Una penombra romantica che poi è la principale fonte dell' identificazione adolescenziale che molti giovani lettori ancora oggi sentono al contatto con i libri di Pavese. Ma che, da un altro punto di vista, ha impedito per anni di decifrare le ambiguità politiche che l' impolitico Pavese non riuscì mai a dissimulare del tutto. Non si può non ricordare, a questo proposito, che fu proprio Mondo, sulla Stampa, a pubblicare per la prima volta il «taccuino segreto» di Pavese, che tanto scandalo suscitò al momento della sua emersione. Mondo, che dedica un capitolo del suo libro a questo argomento, ben sapeva quante polemiche sarebbero scaturite da quel bloc-notes, che nascondeva frasi diaristiche come «stupido come un antif.» e dove espressioni d' ammirazione per il motto «Boden und Blut» si alternavano a compiaciuti sarcasmi su «tutte queste storie di atrocità naz. che spaventano i borghesi...Se anche fossero vere, la storia non va coi guanti». Ci furono reazioni furibonde, ripulse, disconoscimenti postumi, come se davvero fosse necessario conservare il santino di un Pavese senza fratture, contraddizioni, zone d' ombra. Come se l' adesione conclamata alla sinistra sorgesse dalle profondità più autentiche dello stile intellettuale di Pavese e non fosse una zona di compromesso, di mediazione tra la propria autenticità e il linguaggio di un ambiente percepito come diverso se non estraneo. Pavese era nei suoi romanzi, nei suoi taccuini e nelle sue disperazioni d' amore. Quell' «antico ragazzo» descritto da Mondo era proprio fatto così.  
      
Pierluigi Battista 

   

La luna e i falò, Cesare Pavese Ordina da iBS Italia

Il viaggio nel tempo di Anguilla, un trovatello cresciuto bracciante in una fattoria, che abbandona le Langhe per far fortuna in America e poi torna al suo paese, viene raccontato dallo scrittore piemotese nel suo ultimo romanzo, quello che la critica ha apprezzato maggiormente. Con una nuova introduzione di Gian Luigi Beccaria. 


Il volume contiene un racconto biografico dedicato alla vita e all'opera di Cesare Pavese; un dizionario organizzato per voci (opere, temi, problemi, luoghi, argomenti, curiosità, date, riferimenti critici); Una bibliografia ragionata per orientarsi nella ricerca e negli approfondimenti. Narratore essenziale, rapido, efficace, Cesare Pavese (1908-1950) rappresenta ancora oggi un mito letterario. Con lui ha inizio la narrativa italiana del secondo dopoguerra. Il volume di Gigliucci offre un'originale lettura del rapporto tra mito e sessualità, scrittura e vita. 

"In ogni pagina di questo libro c'è un modo di essere donna (di Natalia Ginzburg): un modo spesso dolente ma sempre pratico e quasi brusco,in mezzo ai dolori e alle gioie della vita... Tra i capitoli del volume si ricorda Ritratto d'un amico, certo la più bella cosa che sia stata scritta sull'uomo Cesare Pavese. E le pagine scritte subito dopo la guerra, che riportano con una forza più che mai struggente il senso dell'esperienza d'anni terribili (e sanno pur farlo, serbando, come Le scarpe rotte, un quasi miracoloso senso del comico). Poi, le prove (come Silenzio e Le piccole virtù) d'una Natalia Ginzburg moralista, dove una partecipazione acuta ai mali del secolo sembra nascere dalla matrice d'un calore famigliare. E soprattuttto, perfetto capitolo d'una autobiografia in chiave obiettiva e ironica, Lui e io, in cui la contrapposizione dei caratteri si trasforma, da spunto di commedia, nel più affettuoso poema della vita coniugale".

(Italo Calvino)
Il 27 agosto 1950 il corpo senza vita di Cesare Pavese venne ritrovato in una camera dell'Hotel Roma a Torino. Sullo scrittoio un biglietto; "Perdono a tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi". Fu la drammatica fine di un'esistenza costantemente minacciata da un senso di inadeguatezza alla vita, dall'ombra del fallimento, da un bisogno di affetti disperato e mai soddisfatto. Ripercorrendo le pagine dell'epistolario e del "Mestiere di vivere", il diario che Pavese tenne per quindici anni, Lorenzo Mondo ne inquadra tutta l'opera letteraria, dalle traduzioni, ai romanzi, alle poesie, all'interno delle vicende biografiche; un taccuino segreto, rinvenuto dallo stesso Mondo tra le carte lasciate da Pavese, offre l'opportunità di rimettere in discussione l'ambiguo rapporto che lo scrittore ebbe con il fascismo e, più generalmente, con il mondo della politica. Quello che emerge è un cammino esistenziale tormentato ma letterariamente fecondo, interrotto solo quando il dolore della vita ha sopraffatto il potere consolatorio e conoscitivo della poesia, il profondo desiderio di amare ed essere amato. 

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