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La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line
 Orwell: la storia come incubo

Nei confronti di certi libri sentiamo che la nostra riluttanza a riaprirli è la vera misura della nostra ammirazione. È difficile supporre che molte persone tornino di loro spontanea volontà a leggere 1984, poiché il libro è indimenticabile. La tradizionale distinzione fra particolari dimenticati e forte impressione generale qui non ha senso perché il libro è scritto tutto d’un fiato, ogni parola è rigorosamente piegata ad esprimere tutto iizePositionLocked="false" x="784ridotto all’essenziale, alla spoglia nudità del terrore.
Anche il Processo di Kafka è un «tale of terror» ma esso è un paradigma e, entro certi limiti, un rompicapo, tanto che il lettore può perdersi a seguire il ritmo del paradigma o trastullarsi a risolvere il rompicapo. Il romanzo di Kafka ci persuade del fatto che la vita è inesorabilmente rischiosa e problematica ma l’« universalità »stessa di questa idea ne diminuisce la forza d’urto: appercepire il terribile sul piano della metafisica significa circonfonderlo di un’aura quasi rasserenante. Oltre a ciò il Processo affascina il lettore per il suo aspetto enigmatico che finisce col diventare predominante.

I.
Sebbene non sia un libro altrettanto grande, 1984  è, in un certo senso, ancor più terribile. Infatti esso non è un paradigma e non è certo un rompicapo; se in esso troviamo degli enigmi, essi riguardano non la fantasia dell’autore, ma la vita della nostra epoca. Egli non ci sottrae alla nostra ossessione per la realtà sociale immediata né ce la fa superare e, nel leggere il libro ci viene fatto di dire – l’insufficienza linguistica cela una profonda verità – che il mondo del 1984  è «più reale » del nostro. Il libro ci fa gelare il sangue perché il terrore che descrive lungi dall’essere inerente alla «condizione umana », è proprio solo del nostro secolo; quello che ci ossessiona è la tormentosa consapevolezza del fatto che in 1984  Orwell ha centrato quei caratteri della nostra vita politica che potevano essere diversi, solo che ci fosse stato un po’ più di coraggio e di intelligenza da parte nostra.
Il valore effettivo di un libro come 1984  si può scoprire solo ad una seconda lettura. Esso ci offre una testimonianza autentica, esso è un portavoce della nostra epoca. E, poiché esso deriva da una intuizione di come la nostra epoca potrà finire, il libro vibra tutto di una tale furia escatologica che finisce per provocare nei lettori, anche in quelli che credono sinceramente di ammirarlo, una resistenza delle più vigorose. Il fatto si è già verificato in modo clamoroso in Inghilterra, più cautamente in America; si è manifestata fra gli intellettuali l’esigenza di sminuirne la portata, spesso con il pretesto di celebrare la umanità e la «bontà » del suo autore. Essi si sentono imbarazzati di fronte alla disperazione apocalittica del libro, cominciano a chiedersi se per caso non vi sia un po’ d’esagerazione e di mancanza d’umorismo; essi perfino sospettano che sia colorito dell’isterismo di chi si trova sul letto di morte. E non si può negare che tutti noi ci sentiremmo più a nostro agio se si potesse respingere il libro totalmente. È, senza dubbio, un libro notevole.
Non mi pare abbia gran peso stabilire se sia un romanzo notevole o addirittura se sia un romanzo. Io ritengo che in effetti, non lo sia, o per lo meno che esso non soddisfi le esigenze che normalmente si hanno nei confronti del romanzo – esigenze che sono principalmente un’eredità del romanticismo ottocentesco, con l’importanza che esso annetteva alla coscienza individuale, all’analisi psicologica e allo studio dei rapporti intimi. Un critico americano di valore intitolò una sua recensione del libro «Forse verità. Non certo opera narrativa» come a sottolineare il rigore con cui egli osservava le distinzioni fra i generi letterari. In realtà, egli sottolineava una certa ristrettezza del gusto moderno, poiché una simile reazione di fronte a 1984  è possibile solo se non si fanno più discriminazioni tra opere di narrativa e romanzo, il quale è solo un certo tipo di narrativa anche se più accetto al lettore moderno.
Un lettore colto del Settecento non avrebbe mai detto di 1984  che poteva essere veridico ma non era opera di fantasia, poiché a quell’epoca era sottinteso che la narrativa, come la poesia, potesse assumere vari aspetti e forme, e fosse suscettibile di molte interferenze; il romanzo non aveva ancora consolidato la sua tirannia sulle masse. Ciò che più conta, lo stile di 1984 , che molti lettori ritengono sciatto o poco ispirato o faticoso sarebbe stato apprezzato da un Defoe, poiché egli avrebbe capito subito che le esigenze imperiose della materia scelta da Orwell, come nel caso suo, richiedevano una puntigliosa aderenza alla realtà. Lo stile di 1984  è quello di un uomo il cui impegno di rendere integralmente una visione spaventosa entra in conflitto con la nausea che quella visione gli dà. Questo conflitto è così  acuto che delicatezza di fraseggio o abbellimenti retorici finiscono per sembrar qualcosa di futile –egli non ha tempo, egli deve assolutamente registrare tutto con fedeltà. Coloro che non lo capiscono hanno ceduto, ne sono convinto, alla dolce tirannia dell’estetismo; essi si sono fatti accecare dalla loro predilezione per uno stile raffinato e sono rimasti insensibili alle imperiose istanze dell’espressione profetica. La bella letteratura era l’ultima cosa di cui Orwell  si preoccupasse e di cui si dovesse preoccupare nello scrivere 1984 .
Un’altra obiezione che si sente avanzare spesso è che nel libro mancherebbero personaggi credibili o «tridimensionali ». A parte il fatto che è piuttosto superficiale confondere la credibilità con una particolare impostazione del personaggio, questa obiezione significa non capire come in certi libri un eccesso di analisi psicologica o di azione drammatica, può essere deleterio. In 1984 , Orwell cerca di rappresentare un mondo in cui l’individualità è cosa d’altri tempi e la personalità è un delitto. Il concetto dell’io come qualcosa di prezioso e di inviolabile è un’idea culturale, e, nel senso in cui la intendiamo noi, un prodotto dell’epoca liberale; ma Orwell ha immaginato un mondo in cui l’io, qualsiasi esistenza sotterranea riesca a vivere, non è più un valore importante, e neppure un valore da violare.
Winston Smith e Julia risultano figure rudimentali perché stanno lentamente imparando, e con grave rischio personale, che cosa significa essere uomini. Il loro esperimento della riscoperta dell’umano, che è semplicemente una ricerca sperimentale delle possibilità della solitudine, li porta a vagheggiare due cose che sono fondamentalmente invise ad una concezione totalitaria del mondo:
una vita tutta contemplativa e il piacere della passione sessuale «gratuita», cioè, libera. Ma questa ricerca sperimentale non può andare molto lontano, come loro stessi sanno; è inevitabile che essi vengano arrestati e annientati.
Questo è in parte il significato e il dramma del libro. Se fosse possibile, nel mondo di 1984 , mostrare il personaggio in uno stato che si avvicini alla vera libertà – nel suo gioco di desiderio e capriccio spontanei – esso non sarebbe il mondo di 1984 . Quindi l’obiezione secondo cui i personaggi di Orwell sarebbero esili è in certo qual modo proprio un riconoscimento del vigore del libro, poiché è un’obiezione non alla sua tecnica ma ai suoi presupposti-base.
Il libro non può essere capito, e neppure giustamente valutato ricorrendo soltanto alle tradizionali categorie letterarie, poiché esso imposta una situazione in cui queste categorie non hanno più peso. Tutto si è trasformato in dura realtà politica, il leviathan ha inghiottito l’uomo. A rigor di termini, è impossibile scrivere un romanzo su di un mondo come questo, se non altro perché i rapporti umani dati per scontati nel romanzo classico qui sono stati aboliti.
Bisogna accostarsi al libro anzitutto attraverso la politica, ma non come se esso fosse uno studio o un trattato specifico. Esso è qualcos’altro, modello e visione al tempo stesso – un modello dello stato totalitario nella sua forma « pura» ed « essenziale » ed una visione dell’influenza determinante che esso può avere sulla vita dell’uomo. Tuttavia si può sempre ritrovare in 1984 , come un sordo motivo sotterraneo, il tema del conflitto tra ideologie e sentimenti, come a volte quello della loro fusione e reciproco rinvigorimento – ed è un tema su cui spesso ci siamo soffermati nei capitoli precedenti. Senza di esso non potrebbe darsi alcun conflitto drammatico in un’opera di fantasia in cui la politica costituisce un interesse dominante. Il tentativo che Winston Smith fa di ricostruire l’antica canzone che parla delle campane di St. Clement è un sintomo del suo desiderio di riconquistare le condizioni della civiltà umana, che qui non è niente più di una disposizione alla nostalgia, sentimento tipicamente « inutile ». Non può esservi pace tra Oceania e quella antica canzone.
1984  proietta un incubo in cui la politica ha preso il posto dell’umanità e lo stato ha soffocato la società. In un certo senso è un libro profondamente antipolitico, pieno di odio per il tipo di mondo in cui le esigenze pubbliche annientano le possibilità di vita privata; e questo lato conservatore della visione del mondo di Orwell è da lui suggerito, forse inconsciamente, attraverso il nome del protagonista del libro. Ma se l’immagine di Churchill viene così  evocata  per celebrare un po’ indirettamente la memoria dei brutti vecchi tempi (o meglio belli, come finisce per capire Winston), l’immagine antitetica di Trotskij è rievocata, un po’ scetticamente, per poter scoprire i significati interni della società totalitaria. Quando Winston Smith impara a considerare Oceania come un problema – il che è già in sé commettere un « pensiero-reato » – egli va a consultare l’opera di Emmanuel Goldstein, Teoria e pratica del collettivismo oligarchico, un’evidente allusione alla Rivoluzione tradita di Trotskij . Il vigore e l’intelligenza di un libro come 1984  deriva in parte dal contrasto fra queste due immagini; Orwell, nel capire che la politica era indispensabile nel mondo attuale, provò un disgusto profondo per i sistemi della vita politica, e fu abbastanza onesto da non cercare di soffocare nessuna delle esigenze in conflitto dentro di lui.


II.

Nessun altro libro è riuscito a rendere così completamente il carattere essenziale del totalitarismo. 1984  ha un raggio limitato; non pretende di esser un’indagine sulla genesi dello stato totalitario né sulle sue leggi economiche, né sulle sue prospettive di sopravvivenza; esso si limita ad evocare il « tono » di vita proprio di una società totalitaria. E poiché non è un romanzo realistico, esso può trattare Oceania come un esempio estremo, che potrebbe anche non realizzarsi mai nella realtà ma tuttavia getta luce sulla natura di certe società totalitarie esistenti attualmente.
L’intuizione più profonda di Orwell è la seguente: in un mondo totalitario la vita dell’uomo è privata delle sue possibilità dinamiche. La fine della vita può esser esattamente prevista fin dall’inizio, l’inizio è solo un’accurata prefazione a quella fine. Non vi e posto per l’elemento sorpresa, per quella spontanea animazione ch’è il segno distintivo della libertà e ne costituisce la giustificazione. La società di Oceania può anche passare attraverso vari stadi di sviluppo economico, ma la vita dei suoi membri è statica, una quantità data e misurata in partenza che non può né sublimarsi in tragedia né scadere nella commedia. La personalità umana, come siamo arrivati a conquistarcela in una società classista e quale l’auspichiamo in una società senza classi è obliterata; l’uomo diventa funzione di un processo che non gli vien mai concesso di comprendere o di dominare. Il feticismo dello stato sostituisce quello dei beni di consumo.
Ci sono già state, naturalmente, società non libere, tuttavia nella maggior parte di esse era possibile trovare un’oasi di libertà, se non altro perché nessuno aveva i mezzi per imporre un consenso assoluto e indiscriminato. Ma il totalitarismo, che rappresenta una rottura decisiva rispetto alla tradizione occidentale, non intende permettere che si godano lussi del genere; esso offre una soluzione «totale » dei problemi del XIX secolo, o, per meglio dire, una totale distorsione di quella che potrebbe essere una soluzione. È  certo che nessun stato totalitario è riuscito ad imporre questo grado di «perfezione », che Orwell, come un fisico che per un suo esperimento presuppone un’assoluta assenza di attrito, ha postulato per la sua Oceania. Ma il sapere che l’attrito non può mai essere assente del tutto non diminuisce il valore dell’esperimento.
Nella misura in cui lo stato totalitario si approssima alla sua condizione « ideale» esso distrugge il margine lasciato al comportamento imprevedibile; come osserva un personaggio ne I demoni di Dostoevskij, «solo il necessario è necessario». E non c’è una fessura nel muro della società in cui il renitente o l’indipendente possano trovar rifugio. Lo stato totalitario presuppone che – data la tecnologia moderna, il completo controllo politico, i mezzi per realizzare il terrore e un disprezzo razionalizzato per la tradizione morale – qualsiasi cosa sia possibile. Si può fare qualunque cosa agli uomini, arrecare qualunque offesa alla loro mente, alla loro storia, alle loro parole. La realtà non è più qualcosa che possa essere riconosciuta o sperimentata o magari trasformata; essa è manipolata a seconda delle esigenze e del beneplacito dello stato, talvolta in previsione del futuro, talvolta come un miglioramento retrospettivo del passato.
Ma nell’evocare l’ethos del mondo totalitario, superando la resistenza della propria nausea, Orwell fece scarsissimo uso di quella che in genere si chiama «fantasia creatrice» per mostrare come questo ethos infici ogni aspetto della vita umana. Come moltissimi altri buoni scrittori egli concepì la fantasia principalmente come la facoltà di appercepire la realtà, di vedere con occhio acuto e chiaramente che cos’è tutto ciò che esiste. Ecco perché la sua visione dell’orrore sociale, se considerata come un modello più che come un ritratto, ci colpisce in quanto essenzialmente credibile, mente i tentativi fatti da moltissimi scrittori per creare utopie o anti-utopie naufragano per il loro desiderio di essere o scientifici o inventivi. Orwell ha capito che l’orrore sociale non consiste nel predominio di macchine diaboliche, e neppure nell’invenzione di automi marziani che lanciano dai loro occhi meccanici raggi della morte, ma nelle relazioni inumane imposte agli uomini.
Ed egli ha capito anche l’importanza di ciò che io approssimativamente chiamo la psicologia e la politica del « fare un altro passo e siamo arrivati ». Da una nevrosi sopportabile a una nevrosi paralizzante, da una società in decadenza nella quale è ancora possibile la sopravvivenza ad uno stato totalitario in cui essa è appena desiderabile, vi può essere solo «un passo». Per mettere a nudo i meccanismi della logica di quel regresso sociale che porta al totalitarismo Orwell dovette lasciare che la sua fantasia facesse solo... un altro passo.
Si considerino gli aspetti tipici della società di Oceania, come ad esempio i teleschermi e lo sfruttamento dei bambini come spie a danno dei loro genitori. Non vi sono teleschermi in Russia, ma ci potrebbero benissimo essere: niente nella società russa contraddice al «principio » dei teleschermi. Fare la spia a danno dei genitori eretici dal punto di vista politico non è un’usanza diffusa negli Stati Uniti, ma certe persone sono state cacciate dal loro posto di lavoro dietro l’accusa di aver coltivato «frequentazioni prolungate» con degli eretici. Per centrare lo spirito del totalitarismo a Orwell è bastato lasciare che certe tendenze della società attuale girassero
a vuoto senza il freno del sentimento o dell’umanità. Egli poté così chiarire qual è il rapporto fra il suo modello di totalitarismo e le società che per nostra esperienza conosciamo, ed egli riuscì a far questo senza ricorrere agli espedienti esteriori della fantascienza né al presupposto grossolano che si viva già nel 1984 . Nell’immaginare il mondo del 1984  egli non fece che un passo in più e, proprio perché sapeva bene quanto quel passo fosse lungo e terribile, non dovette fare altro che quello.


III.

Attraverso una lotta spirituale e uno sforzo di volontà che lo lasciarono evidentemente esaurito, Orwell arrivò a vedere – il che è molto più che non soltanto capire – che cosa sia lo spirito intimo ovvero l’ethos del totalitarismo. Ma è caratteristico di Orwell, in quanto scrittore, il fatto che egli non si accontentò di un’idea generale o di una visione complessiva; per lui le cose assumevano realtà solo in quanto erano particolari e concrete. Il mondo di 1984  sembra avesse per lui l’immediatezza allucinatoria che la Contea di Yoknapatawpha ha per Faulkner o Londra aveva per Dickens, e, pur subordinando spietatamente le sue descrizioni al tema dominante del libro, Orwell riuscì a sottolineare i particolari della società di Oceania con un’esattezza meticolosa e a volte magica.
Vi sono, anzitutto, imitazioni con dettagli a volte esattissimi. Si veda, ad esempio, come Orwell abbia capito quale molo giochi nel mondo totalitario il nemico-capro espiatorio, il rituale dell’odio per cui esso è indispensabile, e, cosa ancora più spaventevole, l’incertezza circa il fatto se esso esista veramente o sia un’utile fabbricazione dello stato. Tra le pagine più felici del libro ci sono quelle in cui Orwell imita lo stile di Trotskij nella Teoria e pratica del collettivismo oligarchico. Orwell colse in pieno il piglio retorico e la magniloquenza dello stile di Trotskij, e in particolare la sua predilezione per le allusioni scientifiche in contesti non scientifici: «Anche dopo vastissimi sommovimenti e mutazioni apparentemente irrevocabili, lo stesso schema si è sempre riaffermato, come un giroscopio che sempre torna in equilibrio, per quanto lo si spinga in un senso o nell’altro». E in un’altra frase Orwell riprodusse a perfezione il modo tipico con cui Trotskij riassume tutta l’assurdità di una società: «I campi sono coltivati con aratri tirati da cavalli mentre i libri sono scritti dalle macchine ».
Ugualmente efficace risulta l’evocazione dell’atmosfera fisica di Oceania, lo squallore sconfortante delle sue strade e delle sue case, la uguaglianza priva di gusto dei vestiti indossati dalla gente, lo stufato insipido e rosa-pallido che essi mangiano, quell’eterno stufato burocratico che si serve in tutte le moderne istituzioni repressive. Orwell non aveva bevuto la frottola che il totalitarismo, se non altro, è efficiente; invece della ormai tradizionale visione avveniristica a base di cromature e grattacieli, egli costruì la sua Londra del 1984  come un collage che accosti elementi della città nel cupo grigiore che fu una sua caratteristica durante la seconda guerra mondiale ad elementi delle città russe attuali con il loro misto di pacchianeria vittoriana e di quartieri poveri cadenti. In tutti i suoi libri Orwell aveva dato prova di essere scarsamente dotato per le descrizioni visive ma oltremodo acuto nel rendere l’impressione di odori nauseabondi. Egli aveva il miglior naso della sua generazione – la sua mente poteva a volte tradirlo, il suo naso mai. Nel mondo di 1984 , egli sembra voler dire, si trova riunita tutta la spazzatura del passato, insieme a qualche altra sporcizia che nessuno aveva potuto prevedere.
La spazzatura è sopravvissuta, ma che n’è stato del passato, il passato in cui gli uomini erano pur riusciti a vivere e a volte con un certo piacere? Una delle scene più strazianti del libro è quella in cui Winston Smith, cercando di scoprire cosa fosse la vita prima del regno del Grande Fratello, parla con un vecchio proletario in un pub. Lo scambio d’idee non soddisfa Smith, poiché l’operaio riesce a ricordare solo dei frammenti sconnessi di avvenimenti e non riesce a ricavare conclusioni generali dai suoi ricordi; ma la scena in sé è un ottimo pezzo drammatico e sottolinea non solo come la società totalitaria distrugga il passato attraverso l’obliterazione di documenti e dati di fatto oggettivi ma distrugga anche la memoria del passato attraverso la disintegrazione della coscienza individuale. L’operaio con cui parla Smith ricorda che la birra era migliore prima che arrivasse il Grande Fratello (fatto molto importante) ma egli non riesce a capire la domanda di Smith: « Ti sembra di godere più libertà ora che ai vecchi tempi? »; semplicemente per porre, e non per capire, una simile domanda si richiede un grado di continuità sociale, nonché un insieme di presupposti complessi, che Oceania sta gradualmente distruggendo.
La distruzione della memoria sociale diventa un’industria di base in Oceania, e qui, naturalmente, Orwell si ispirava direttamente allo stalinismo che, essendo la forma più « avanzata » di totalitarismo, era molto più esperto in questo lavoro che non il fascismo. (Hitler faceva bruciare i libri, Stalin li faceva riscrivere). In Oceania, il pezzetto di carta imbarazzante viene affidato al tubo pneumatico della buca della memoria – e tutto è a posto.
Orwell è analogamente assai acuto nell’osservare quali rapporti intercorronO fra lo stato totalitario e ciò che s’intende per cultura. I romanzi sono fatti a macchina; lo stato soddisfa a tutte le esigenze e fornisce tanto le versioni «ripulite » di Byron quanto le riviste pornografiche; quella grande industria moderna che noi chiamiamo « cultura popolare» è diventata un’importante funzione dello stato. Nel frattempo la lingua è depurata di quelle parole che suggeriscono sfumature di atteggiamento o gradazioni di sensibilità.
Nel campo del sentimento, come in quello linguistico, Oceania cerca di scancellare ogni affetto spontaneo perché essa arguisce, e con buona ragione che tutto ciò che non è previsto e calcolato sia sovversivo. Smith pensa tra sé:

Non sarebbe mai venuto  in mente [a sua madre] che un’azione senza risultato pratico diventi perciò priva di senso. Se si amava qualcuno, be’, lo si amava, e quando non si aveva nient’altro da dargli, gli si dava un po’ d’amore, Quando non aveva più neanche un cioccolatino da dare ai figli sua madre – li stringeva fra le braccia. Non serviva a niente, non cambiava nulla, i cioccolatini non c’erano lo stesso, e ciò non allontanava la morte del bambino né la sua, ma a lei sembrava naturale far questo.

IV.

Solo in alcuni punti la visione del totalitarismo caratteristica di Orwell è discutibile e le questioni che si presentano sono comunque estremamente problematiche. Se si può parlare di errori dello scrittore, essi sono tali solo in quanto egli da osservazioni valide ricava conclusioni eccessive: la società totalitaria di Orwell è a volte più totale di quanto possiamo attualmente immaginare.
Uno di questi problemi riguarda il rapporto dello stato con la « natura umana ». Concediamo pure che la natura umana sia in sé e per sé un concetto culturale con dietro tutta una storia di continui mutamenti; si conceda anche che la pressione della paura e della forza possa esser causa di variazioni sensibilissime nel comportamento dell’uomo. Rimane tuttavia pur sempre il problema: fino a che punto può un regime terroristico soffocare o alterate radicalmente gli istinti fondamentali dell’uomo? C’è nella natura umana una costante che nessun terrore e nessuna propaganda possono distruggere?
In Oceania l’istinto sessuale pur non essendo annientato, si è notevolmente affievolito tra i membri del Partito Esterno. Nei fedeli, l’energia sessuale si trasforma in isterismo politico. Vi è un passo straziante in cui Smith ricorda i suoi rapporti sessuali con la ex moglie, iscritta al partito e zelantissima, che gli si concedeva solo una volta alla settimana, come se si trattasse di una specie di giudizio di Dio, e allo scopo di dar figli al partito.
Orwell espone la questione con una certa cautela:

Il Partito non solo mirava ad impedire che fra gli uomini e le donne si creassero legami che forse non avrebbe potuto controllare. Il suo vero scopo, non dichiarato, era quello di eliminare ogni piacere dall’atto sessuale. Non tanto l’amore quanto l’erotismo era il nemico, all’interno del matrimonio come al di fuori di esso... Il solo fine ufficialmente riconosciuto del matrimonio era generare figli per il Partito. I rapporti sessua1i dovevano esser considerati una operazione di scarsa importanza e piuttosto disgustosa, un po’ come fare un clistere... Il Partito cercava di uccidere l’istinto sessuale, oppure, se non era possibile, distorcerlo e insozzarlo... E, almeno per quanto riguarda le donne, ì tentativi del Partito furono coronati dal successo.

Che Orwell abbia qui centrato una tendenza importante della vita moderna e cioè il fatto che lo stato totalitario, per sua stessa natura, è nemico della libertà sessuale, mi sembra indiscutibile. E il passato c’insegna che l’istinto sessuale può essere fortemente represso. Nelle comunità puritane, ad esempio, il sesso era considerato con grande sospetto, e non è difficile immaginare che perfino nel matrimonio l’atto sessuale potesse dare ben poco piacere ai puritani. Ma non si deve dimenticare che nelle comunità puritane l’ostilità nei confronti del sesso si sostanziava di una fede vigorosa:
gli uomini si mortificavano per amore di Dio. Al contrario, Oceania considera la fede non semplicemente come qualcosa di sospetto ma addirittura di pericoloso, poiché i suoi governanti preferiscono il consenso meccanico al fervore intellettuale o alla fede ardente. (Essi hanno probabilmente letto abbastanza di storia per sapere che ai tempi del Protestantesimo l’entusiasmo aveva la pericolosa tendenza a trasformarsi in individualismo).
Date queste circostanze, è plausibile che gli iscritti al Partito Esterno riescano a scartare così  integralmente il piacere erotico? Non significa ciò ridurre entro limiti un po’ troppo ristretti necessità umane insopprimibili? Io riterrei che in una società dominata dalla noia e dal grigiore come quella di Oceania, dovrebbe manifestarsi un desiderio spasmodico di avventure erotiche, per tacere delle esperienze sessuali più abnormi.
Una società totalitaria può costringere le persone a far molte cose che usano violenza ai loro desideri sociali e fisici; può perfino insegnar loro ad accettare il dolore con tranquilla rassegnazione, ma io dubito che possa annullare la distinzione fondamentale, anche se a volte ambigua, fra piacere e dolore. La conformazione biologica dell’uomo richiede che esso soddisfi le esigenze della fame e, con minore regolarità ed insistenza, quelle del sesso; e se la società può far molto – e già lo ha fatto – per offuscare i piaceri del sesso e ridurre il desiderio del cibo, sembra ragionevole presumere che anche qualora la coscienza sia stata ferocemente coartata, gli « istinti animali» dell’uomo non possano essere violentati al punto che Orwell immagina. A lungo andare, questi istinti possono rivelarsi come una delle più durevoli forze di opposizione allo stato totalitario.
Orwell non implica forse qualcosa del genere quando ci mostra Winston Smith che si dà alla meditazione personale e Julia che si dà al piacere individuale e segreto? Quale è la fonte della loro ribellione se non la resistenza « innata» del loro spirito e del loro corpo alle pressioni annientatrici di Oceania? È chiaro che essi non sono né più intelligenti né più sensibili – sicuramente non più eroici – della maggioranza degli iscritti al Partito Esterno. E se le loro esigenze di esseri umani costringono alla ribellione queste due persone normalissime, non può la stessa cosa succeder ad altri?
Un problema parallelo è quello del modo in cui Orwell ci presenta gli operai di Oceania. I proletari, proprio perché sono alla base della piramide e fanno lavori umili e quotidiani, se la cavano meglio degli iscritti al Partito Esterno: a loro è concessa un po’ più di intimità, il teleschermo non grida loro istruzioni né spia ogni loro movimento e la polizia segreta di rado li disturba, se non per far sparire un operaio dotato di ingegno e di spirito d’indipendenza. Presumibilmente, Orwell giustificherebbe questo col dire che lo stato non ha più nulla da temere dai lavoratori, tanto essi sono ormai demoralizzati come individui e impotenti come classe sociale. Che una simile situazione possa verificarsi in avvenire sarebbe avventato negarlo ed in ogni caso Orwell drammatizza deliberatamente; ma dovremmo anche aggiungere che per ora niente del genere si è verificato, né i nazisti né gli stalinisti avendo mai sensibilmente rallentato la loro occhiuta vigilanza sui lavoratori. Orwell ha qui commesso l’errore di fare più di « un passo» e spezzare così  il legame fra il mondo che conosciamo per esperienza e quello che egli ha immaginato.
Ma il modo in cui Orwell ci presenta il proletariato può esser discusso con ben altro fondamento. Lo stato totalitario non può concedere lussi né consentire eccezioni; esso non può tollerare l’esistenza di un qualsiasi gruppo che sfugga al suo controllo, non può mai fidarsi al punto di essere indifferente. Frugando in ogni angolino della società in cerca di ribelli che sa benissimo inesistenti, lo stato totalitario non può conoscere tranquillità per un lungo periodo di tempo. Se lo facesse rischierebbe di disintegrarsi. Esso deve sempre tendere ad uno stato di agitazione forzata, scrollare in continuazione i suoi sudditi, metterli continuamente alla prova per render sempre più saldo il proprio potere. E poiché, come finisce per capire Winston Smith, il proletariato resta una delle poche possibili fonti di ribellione, non sembra certo plausibile che Oceania gli lasci la sia pur minima libertà descrittaci da Orwell.
Infine, abbiamo la concezione orwelliana, estremamente interessante ma discutibile, della dinamica del potere in uno stato totalitario. L’oligarchia di partito in Oceania, com’egli ce la descrive, è la prima classe dirigente dell’epoca moderna che faccia a meno di un’ideologia. Non pretende di governare per amore e in nome dell’umanità, dei lavoratori, della nazione o di chiunque altro esclusa se stessa; essa ripudia, in quanto ingenua, la giustificazione del Grande Inquisitore di Dostoevskij che opprime gli ignoranti per potere salvare le loro anime. O’ Brien, il rappresentante del Partito Interno, dice: «Il Partito mira al potere solo per se stesso. Non ci interessa il bene degli altri; ci interessa il potere e niente più». Gli stalinisti e i nazisti, egli aggiunge, erano arrivati vicini a questa concezione del potere, ma solo in Oceania si è scartata ogni finzione di essere al servizio dell’umanità – cioè ogni ideologia.
Le classi sociali hanno almeno una cosa in comune: la sete del potere. La borghesia aspirava al potere non come un fine in se stesso (per quel che potesse significare una frase così  vaga), ma per essere libera di espandere la propria attività economica e sociale. La classe dominante della nuova società totalitaria, specialmente in Russia, è, comunque, diversa dalle precedenti classi dominanti della nostra epoca: essa non concepisce il potere politico come un mezzo per un fine apolitico, come fece, in una certa misura, la borghesia; essa guarda al potere politico come al suo fine primo. Infatti, in una società dove non c’è proprietà privata la distinzione fra potere economico e potere politico diventa invisibile.
E fino a qui, la situazione sembrerebbe dar ragione a Orwell. Ma se la classe dominante dello stato totalitario non concepisce il potere politico essenzialmente come un canale attraverso cui raggiungere tangibili privilegi economici, che cosa significa dunque per essa il potere politico?
Almeno in Occidente, nessuna classe dirigente moderna è stata ancora capace di fare a meno di un’ideologia. Tutte hanno avvertito l’imperiosa esigenza di razionalizzare il loro potere, di sbandierare un qualche mirabile obiettivo come giustificazione di azioni abominevoli. Né questa è mera astuzia o ipocrisia; i governanti di una società moderna non possono sopravvivere senza un certo grado di sincera fede in quanto vanno proclamando. Essi si aggrappano ad un’ideologia non solo per attirare e tenersi stretti dei seguaci, ma per dare a se stessi un senso di sicurezza psicologica e morale.
Si può immaginare una classe dirigente del Novecento capace di fare a meno di questi suoi sostegni e di ammettere qual è la genuina natura dei propri moventi? Ne dubito. Molti burocrati russi, in uno sfogo di cinismo personale, possono considerare il loro lessico marxista come un’utile finzione; ma essi devono pur seguitare ad aggrapparsi ad un qualche vago presupposto per cui la loro condotta politica ha certe sanzioni definitive. Se così  non fosse, la classe dirigente totalitaria troverebbe sempre più difficile, forse impossibile, tenere alto il morale. Essa si infrollirebbe, diventerebbe corrotta, come succede, perderebbe quel fanatismo senza il quale non può sopravvivere.
Ma a parte il problema dell’ideologia, resta sempre la questione dell’enigma del potere totalitario. Ed esso è veramente tale. Molti scrittori hanno studiato a fondo le origini del totalitarismo, la dinamica del suo sviluppo, la base psicologica del fascino che esercita, gli indirizzi economici che mette in atto, una volta al potere. Ma nessuno dei teorici che studiano il totalitarismo ci sa dire molto circa lo «scopo ultimo » dei nazisti o degli stalinisti; essi finiscono per incontrare tutti le stesse difficoltà di Winston Smith in 1984 , quando dice: « Capisco come: non capisco perché».
A qual fine tendono i governanti di Oceania? Essi vogliono il potere; essi vogliono provare il gusto dell’esercizio del potere, il che implica provare fino a che punto si riesce a far soffrire i propri sudditi. Tuttavia rimane il problema del perché essi uccidano milioni di persone, perché provino piacere nel torturare ed umiliare persone che essi sanno innocenti. E che scopo avevano stalinisti e nazisti? Quale immagine del mondo vogliono realizzare i totalitari, qual è la visione per cui vivono?
Io dubito che a queste domande si possa dare attualmente una risposta, e può darsi che non siano neppure dei veri problemi. Un movimento in cui il terrore e l’irrazionalità hanno così  gran parte può non avere altro fine che il terrore e l’irrazionalità; cercare un fine ultimo che possa esser messo in un logico rapporto con la sua attività immediata è forse un vero errore razionalistico.
Orwell è stato criticato da Isaac Deutscher per aver ceduto alla tentazione di un « misticismo della crudeltà » nello spiegare il comportamento dei governanti di Oceania, il che significa, suppongo, che Orwell non accetta per intero nessuna delle tradizionali teorie economico-sociali circa i fini del totalitarismo Ma sta di fatto che né il Deutscher né nessun altro sia ancora riuscito a fornire una spiegazione soddisfacente di quell’eccesso sistematico nel distruggere i valori umani che è una caratteristica centrale del totalitarismo. Io non dico che non riusciremo mai a chiarire questo mistero, perché è possibile che col tempo potremo risolverlo in una serie di problemi da affrontare più facilmente. Tuttavia, nel frattempo, mi sembra assurdo attaccare uno scrittore perché ha ammesso con rara onestà la sua impotenza di fronte al significato « ultimo» del totalitarismo – specialmente se quello scrittore ci ha poi dato la visione più esatta che mai sia stata realizzata del totalitarismo stesso. Infatti, con 1984  si tocca il cuore del problema, il nocciolo della questione.


V.

Nell’esporre queste possibili obiezioni al libro di Orwell non mi ha mai abbandonato la sensazione che esse potessero benissimo essere irrilevanti – come quelle di chi osservasse che non esistono in realtà uomini piccoli come i lillipuziani di Swift. È poi estremamente importante rilevare che il mondo di 1984  non è il totalitarismo quale lo conosciamo noi, ma il totalitarismo dopo il suo trionfo mondiale. A rigor di termini, la società di Oceania potrebbe esser definita post-totalitaria. Ma se ho esposto le mie obbiezioni, l’ho fatto solo perché il lettore possa vedere in una luce più giusta
il libro di Orwell, qualora egli consideri il loro eventuale peso per decidere se accettarlo o respingerlo.


Irving Howe
tratto da Politica e romanzo, Lerici Milano 1963
 Questo libro è da  tempo non più ristampato in italiano. E' stata invece  pubblicata in America una recente (2002) edizione (vedi la copertina supra). 
Di questo interessante critico si possono leggere anche i graffianti taccuini di critica letteraria redatti negli ultimi anni prima della morte (1993).

[...] Ho combattuto quattro mesi sul fronte aragonese nella milizia del POUM e sono stato ferito piuttosto seriamente, ma per fortuna senza conseguenze. [...] Quanto ho visto in Spagna e quanto ho visto da allora del funzionamento interno dei partiti politici di sinistra, mi hanno ispirato un orrore per la politica. [...] Per sentimento sono definitivamente di 'sinistra', ma sono convinto che uno scrittore può rimanere onesto solo se si mantiene libero da etichette di partito. Gli scrittori che amo di più e di cui non mi stanco mai sono Shakespeare, Swift, Fielding, Dickens, Charles Reade, Samuel Butler, Zola, Flaubert, e, fra i moderni, James Joyce, T.S. Eliot e D.H. Lawrence. Ma penso che lo scrittore moderno che mi ha maggiormente influenzato sia Somerset Maugham, che ammiro immensamente per la sua capacità di raccontare una storia in modo diretto e senza fronzoli. Al di fuori del mio lavoro la cosa che amo di più è il giardinaggio, in particolare l'orticoltura. Mi piacciono la cucina e la birra inglesi, i vini rossi francesi, i vini bianchi spagnoli, il tè indiano, il tabacco forte, i fuochi di carbone, la luce di candela e le sedie comode. Non mi piacciono le grandi città, il rumore, le macchine, la radio, il cibo in scatola, il riscaldamento centrale, e i mobili 'moderni'. I gusti di mia moglie coincidono quasi perfettamente coi miei. La mia salute è malferma, ma non mi ha mai impedito di fare qualcosa che ho voluto fare, tranne, finora, combattere nella guerra attuale. Dovrei ricordare che, anche se questa descrizione che ho dato di me stesso è fedele, George Orwell non è il mio vero nome... (Autoritratto dell'Autore, aprile 1940) 


Irving Howeautore della brillante analisi qui a fianco riportata, tratta dal libro Politics and the novel (1957) trad.it. 1962, Lerici Milano.

Nel volume citato di questo liberal americano ebreo-nuiorchese, è affrontato  il rapporto tra politica e romanzo in  alcuni capisaldi della narrativa occidentale, I demoni di Dostoevskij, Sotto gli occhi dell'occidente di Conrad, Padri e figli di Turgenev , 1984 di Orwell etc,  ed anche  Il rosso e il nero e La certosa di Parma di Stendhal. A partire proprio dal frizzante apoftegma formulato da Stendhal secondo il quale la politica funzionerebbe in un romanzo "come un colpo di pistola in un concerto", Howe rintraccia invece le dinamiche feconde  tra politica e narrativa ed anche le potenzialità drammatiche che l'apparente irrapresentabilità delle idee politiche  ha invece suggerito a  molti artisti, osservando: « Non v'è dubbio che quando le catafratte truppe dell'ideologia si schierano in massa, esse mettono in serio pericolo la vita e la vivacità di un romanzo, ma le idee, siano esse allo stato di libero isolamento oppure costrette in rigidi sistemi, sono indispensabili al romanzo serio. Infatti, nella società moderna le idee sprigionano enormi cariche emozionali, ci legano agli impegni più frenetici e ci inducono ai più atroci tradimenti. » 
Irving Howe's classic investigation of the role of revolutionary ideas in fiction is here reprinted in a new paperback edition.
1984 - Riassunto - Plot summary

Il romanzo, scritto da Orwell  nel 1948 (e pubblicato nel 1949), è ambientato nel 1984 - semplice inversione delle ultime due cifre della data di composizione -  e presenta un futuro immaginario dove un regime totalitario gestisce ogni attività della vita sociale e intima delle persone, persino i pensieri. Il regime è chiamato Oceania ed è regolato da un gruppo conosciuto come il Partito Interno (Inner Party); la cui  guida dittatoriale è nelle mani del  Grande Fratello (Big Brother).

Winston Smith, il protagonista principale, è un uomo di 39 anni  che vive a Londra. Aderisce al Partito come membro del Partito Esterno essendo escluso dalla ristretta nomenklatura che lo governa (Inner Party),  e lavora al Ministero della Verità, ossia quella stuttura burocratica che nei suo vari dipartimenti si occupa della falsificazione costante e millimetrica di tutti i documenti, anche quelli del passato, che non siano in accordo con le direttive del Partito. Egli odia segretamente il Partito e decide di ribellarvisi iniziando un diario in cui rivela i suoi pensieri cospirativi. Mentre tiene il diario, Winston commette un crimine mentale e sa  che  un giorno sarà scoperto dalla Polizia del  Pensiero e probabilmente sarà ucciso.

Winston è affascinato dai "Proles," la categoria più in basso nella gerarchia sociale di Oceania. Sono l'unico gruppo cui è permesso di  vivere abbastanza  liberamente lontano dalla pesante sorveglianza della polizia. Egli è amico di  Charrington, un rigattiere “prolet” col quale condivideva un tempo gli interessi prima dell’ascesa del Grande Fratello .

In ufficio, una ragazza dai capelli neri che lavora in un altro reparto si avvicina a Winston nel corridoio. Finge di cadere e farsi male; quando egli fa per aiutarla lei gli fa scivolare in mano un pezzo di carta. C’è scritto: "ti amo." Winston è sorpreso e turbato da ciò; infatti ogni rapporto sessuale fra i membri del partito è proibito rigorosamente. Tuttavia, è incuriosito. Organizzano segretamente un incontro in campagna. Comincia un storia d’amore con la ragazza, che infine si presenta come Julia. Devono essere molto prudenti e incontrarsi in luoghi al riparo da sguardi  indiscreti: una radura nel bosco, una vecchia chiesa. Winston e Julia finalmente affittano una stanza sopra il negozio di  Charrington  facendone per lungo tempo il proprio nido d’amore.

Un membro del Partito Interno, O'Brien, trova una scusa  per dare a Winston il suo indirizzo di casa, un fatto insolito in Oceania. Winston, notevolmente eccitato, ha sempre creduto che O'Brien non potesse essere politicamente ortodosso e che condividesse   il suo odio verso il  partito. Winston e Julia vanno a casa di O'Brien che  li arruola nella Confraternita (Brotherhood), un'organizzazione segreta dedita alla lotta del  Grande Fratello e ispirata da Emmanuel Goldstein, nemico invisibile del Grande Fratello, o forse suo alter ego implicito, un nemico necessario, cui indirizzare l'Odio di tutti, ma anche colui il quale implicitamente dava identità al Partito e ai suoi aderenti.

O'Brien  consegna a Winston una copia del  "Libro," un documento redatto da Goldstein, che contiene la verità sul Grande Fratello e le sue strategie egemoniche. Winston e Julia vanno a leggere il libro nella loro stanza rifugio sopra il negozio del rigattiere. La Polizia del Pensiero (Thought Police) li trae in arresto e così scoprono che Charrington è un agente di questa polizia e che tutti i loro atti sono stati spiati da dietro un quadro che celava uno schermo di controllo. Vengono presi in consegna separatamente dal  Ministero dell’Amore. Qui, Winston apprende che O'Brien è in effetti un agente segreto del governo di cui  condivide l’ideologia, e che lo ha deliberatamente ingannato.  O'Brien ha l’incarico di  processare  Winston e di "rieducarlo", torturandolo  e facendogli il lavaggio del cervello fino a quando Winston  crede nel Partito e nelle sue dottrine. Come atto finale del processo, Winston è costretto a denunciare il suo amore per Julia e i suoi sentimenti per lei sono alfine distrutti.  

Winston è liberato per vivere fuori dalla prigione  i suoi  ultimi giorni come relitto umano. Ma oramai il suo destino è segnato, prima o poi sarà giustiziato. Per intanto          Winston è totalmente sottomesso e ama il Grande Fratello.




John Hurt interpreta Winston Smith nel  film 1984 regia di Michael Radford (1984).
Il bipensiero

Uno dei tratti più totalizzanti  del regime instaurato dal Grande Fratello è quello di intervenire direttamente nella coscienza degli individui sottoposti al suo regime. Certamente, sia la costrizione fisica che quella morale sono gli elementi di controllo degli individui più adottati dai regimi totalitari, ma per così dire essi sono  esterni ed immediati, e perciò scontati e   prevedibili in una narrazione seppur "fantastica" come questa, dunque non destinati ad assumere in sé il carico maggiore dell'azione drammatica. Si vedano a tal proposito tutti gli eventi che narrano di controlli sul luogo di lavoro (geniale l'invenzione del teleschermo che tutto vede e controlla), in famiglia con le denunce dei figli settenni verso i genitori, per le strade, che pure trovano appiglio nelle esperienze dei totalitarismi novecenteschi.

Il controllo diventa davvero totale, ossessivo e senza scampo quando sono gli individui stessi a intervenire sulla propria psiche falsificando i dati della propria coscienza e con essi quelli della realtà esterna, se è valido il principio che la realtà altro non è che la proiezione delle proprie rappresentazioni mentali. Ed è qui che 1984 assume una più intensa e sinistra  drammatzzazione che ne fa quel libro straordinario che esso è.
 Ecco come Orwell descrive il  bipensiero ovvero quella pratica mentale con la quale gli individui sottoposti ad un regime dispotico falsificano i dati della propria coscienza e attraverso di essi la stessa realtà presente e passata.

«La mente gli scivolò nel mondo labirintico del bipensiero. Sapere e non sapere; credere fermamente di dire verità sacrosante mentre si pronunciavano le menzogne più artefatte; ritenere contemporaneamente valide due opinioni che si annullavano a vicenda; sapendole contraddittorie fra di loro e tuttavia credendo in entrambe; fare uso della logica contro la logica; rinnegare la morale proprio nell'atto di rivendicarla; credere che 
la democrazia sia impossibile  e nello stesso tempo vedere nel Partito l'unico suo garante; dimenticare tutto ciò che era necessario dimenticare ma. all'occorrenza, essere pronti richiamarlo alla memoria, per poi eventualmente dimenticarlo di nuovo. Soprattuto saper applicare il procedimento al procedimento stesso. Era questa, la sottigliezza estrema: essere pienamente consapevoli nell'indurre l'inconsapevolezza  e diventare poi inconsapevoli della pratica ipnotica che avevate appena posto in atto. Anche la sola comprensione della parola "bipensiero" ne implicava l'utilizzazione».

(Tratto da 1984, trad. it. di Stefano Manferlotti).