Ippolito Nievo - Le confessioni di un italiano - Acquarelli ed. Demetra, Bussolengo, 1997, pp. 615.

Se si ha il tempo e l'energia necessari ad affrontare un romanzone di più di seicento pagine in corpo dieci; se non ci si lascia spaventare da un italiano desueto e non proprio sciolto (sebbene molto più di pronto uso rispetto a quello dei coevi scrittori soprattuo in versi); se si riesce a superare il fastidio che aleggia ancora attorno ad alcuni libri che sanno di dovere scolastico, se insomma si riesce a superare questo triplice ordine di ostacoli, ci si può riappropriare di un capolavoro della nostra (peraltro quasi inesistente) narrativa dell'800. La più lunga storia in flashback (più di ottant'anni) della nostra prosa, raccontata in un unico fiato narrativo e dal forte potere affabulatorio; la più intensa e struggente e reale figura femminile (la Pisana) del nostro ottocento, insomma il contributo di un giovane scrittore, neanche trentenne, decisamente geniale, alla nostra letteratura così debole di quel secolo, scrittore che  dopo qualche mese appena la conclusione del libro sacrificava la vita alla "rivoluzione nazionale" in cui aveva ardentemente creduto e generosamente partecipato. Piace a tal proposito ricordare a quelli che si arrampicano sui campanili l'incipit di questo romanzo: «Io nacqui veneziano ai 18 ottobre del 1775, giorno dell'evangelista san Luca; e morrò per la grazia di Dio italiano quando lo vorrà quella Provvidenza che governa misteriosamente il mondo».
Alfio Squillaci


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Esempio 1

Le confessioni di un Italiano a Torino, Ippolito Nievo Ordina da iBS Italia

Compiuto da Nievo nel 1858, il romanzo uscì postumo nel 1867 e si impose subito ai lettori italiani. L'ottantenne Carlo Altoviti ripercorre la propria esistenza dall'infanzia quasi magica nel castello di Fratta, alla maturità gravata dalla malattia e dall'esilio londinese. Intrecciata alla vicenda personale scorre la storia del nostro Risorgimento: un'affresco dentro il quale si muove una galleria animatissima di personaggi tra cui spicca la figura appassionata dell'amata Pisana. Uno dei romanzi più belli della letteratura italiana, qui presentato in edizione critica e con un vasto commento.

recensioni di Coletti, V. L'Indice del 2000, n. 05

La proposta delle Confessioni del Nievo nella prestigiosa collana della Fondazione Bembo ha innanzitutto il pregio di dotare quello che è, a detta di molti e autorevolissimi, il più bel romanzo italiano dell'Ottocento di un testo filologicamente stabile e sicuro. È vero che a una sistemazione soddisfacente della lettera del capolavoro nieviano già Sergio Romagnoli aveva ben più che aperto la strada. Ma questa accuratissima edizione di Sergio Cassini si presenta con tutte le carte in regola (nuovo controllo del manoscritto, indagini sui suoi precedenti, sulla cronologia della stesura ecc.) per fissare, anche nei minimi particolari, la lezione definitiva delle Confessioni, rispettando al massimo le inflessioni regionali o le compensazioni ipercorrettive della lingua di Nievo, pur senza rinunciare alla normalizzazione di qualche oscillazione (comunque documentata in apparato), ove questa risulti statisticamente improbabile dentro il romanzo stesso o all'interno dell'intero corpus nieviano. La definizione dell'assetto testuale e addirittura microlinguistico del romanzo non è infatti solo un'esigenza di carattere filologico, ma la premessa indispensabile per una decisione critica volta a capire, in sostanza, se quell'italiano mosso, dialettaleggiante, aulico che attraversa le Confessioni sia (come si vede dall'analisi dell'epistolario condotta da Mengaldo) la lingua di Nievo stesso o, come sembrava suggerire da ultimo Romagnoli, sia una "finzione totale" per dotare del suo specifico, ipercaratterizzato linguaggio il narratore ottuagenario della lunga storia. Ora, che non si tratti di una opzione espressiva collegata esclusivamente al tipo di personaggio narrante (ancorché pienamente autorizzata da esso), ma (anche) di una consuetudine stilistica dello scrittore, che finalmente ha trovato la struttura compositiva capace di valorizzare le tante venature, le esitazioni stesse, la libertà gioiosa o ironica, la pluralità di registri della propria lingua, è forse il risultato più importante dell'impresa filologica di Simone Casini.
Ma l'edizione critica delle Confessioni è anche l'occasione per fare, ancora una volta, i conti con un libro splendido, che pochi però hanno letto e apprezzato sino in fondo. E forse il merito maggiore delle ottime note al testo e dell'articolatissima introduzione di Casini sta proprio nel riconoscimento dettagliato delle fonti saggistiche e dei referenti storici del romanzo, nell'attenta ricostruzione contemporanea da parte di Nievo. L'intenso dialogo, partecipe e critico, con la storia italiana coeva (dagli ultimi anni della repubblica veneta fino all'insurrezione del '48) costituisce infatti il versante militante di un romanzo che vuole essere "storico" nel e non lontano dal proprio tempo, di un romanzo che vuole raccontare le cose da vicino e da dentro, con la passionalità e il calore che gli vengono da territori molto prossimi a quelli della sua vita. Anche il lato più bello e fresco del romanzo, quello fantastico degli amori, degli umori, dei sogni, delle paure, delle avventure dei personaggi maggiori e minori risulta più vero e diretto, più divertente e autentico grazie alla sua ambientazione in un mondo conosciuto dall'interno.
Certo, anche oggi, quando pure siamo perfettamente attrezzati (e ancor più dopo questa impeccabile edizione) a godere dell'unità mobile, ironica, passionale che cuce insieme il lungo libro, ad apprezzare il suo pluricentrismo linguistico e la sua variabilità narratologica (digressioni, pluralità di fonti, di luoghi ecc.), non possiamo non sentirci stanchi quando ne affrontiamo la parte finale, non riusciamo a non ripiegare su accostamenti antologici, capiamo insomma perché le Confessioni non abbiano avuto il successo popolare che volentieri gli si assegnerebbe d'ufficio.
Il fatto è che il tratto più datato e ottocentesco del libro è proprio la sua lunghezza, intesa non già come mera quantità di pagine, ma come ambizione di totalità. Per quanto gremita di colori diversi, la storia delle Confessioni continua a richiedere una maiuscola (indulgenza nieviana per le maiuscole che fa dannare tutti gli editori e non è, evidentemente, solo una consuetudine grafica!) che esige dal narratore il rispetto integrale degli eventi, la rinuncia alla loro selezione e quindi, in sostanza, la sottomissione delle ragioni fantastiche e selettive del racconto a quelle ideologiche e inclusive della Storia. Quando (e, ben si sa, soprattutto nella prima parte) questo non succede, perché la Storia rumoreggia ancora sullo sfondo e in primo piano scorrazzano personaggi che da essa sono ancora distanti, le Confessioni registrano alcune tra le pagine più belle della narrativa di tutti i tempi. Quando è invece la Storia a dettar legge alla narrazione, se Nievo non riesce ad opporle, come fortunatamente molto spesso gli succede, i moti non completamente risolvibili in essa dell'animo umano (penso, ad esempio, all'invenzione, sempre sottovalutata, del padre mezzo turco di Carlino, patriota davvero sui generis), il romanzo perde brio, il lettore ne avverte la lunghezza e accusa la fatica. Ma qui si deve riproporre la questione del testo di un libro pubblicato postumo, senza quella revisione d'autore che (per quanto sicuramente già minutamente fatta al momento di trascrivere la copia che ci è giunta autografa) non avrebbe, con tutta probabilità, tralasciato di correggere ancora, viste anche le abitudini di Nievo attestate dalle altre opere edite in vita. Al riguardo la nota al testo di Simone Casini ha osservazioni di grande equilibrio e suggestione, rivelandosi (insieme con l'imponente bibliografia e la dettagliatissima cronologia) uno dei contributi più significativi di questa edizione.