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Vladimir Nabokov - Il dono -  Adelphi, Milano, pp474.


L'abbaglio di tanta critica  lowbrow  verso   Vladimir Nabokov  sta nel considerarlo un auctor unius libri, il geniale artefice di  un unico, isolato  capolavoro,  citato  spesso a sproposito -  o cine-visto ( l'immortale capolavoro kubrickiano, il laccato ciarpame in formato maxispot della versione di Lyne ) piuttosto che letto - ovvero quello stupendo affresco sulla decadenza della società americana che è "Lolita".   Invero, lo scrittore russo naturalizzato statunitense, è stato autore, oltre che  di una serie di intensi capolavori narrativi - da  "La vera vita di Sebastian Knight" (1941),  a "Pnin" (1957) ad "Ada, o l'ardore" ( 1969), recentemente pubblicata dai tipi dell'Adelphi - anche di importanti miscellanee saggistiche,  contenute in "Lezioni di letteratura" Garzanti,  che testimoniano la vis polemica e l'acribia filologica delle sue lezioni alla Cornell University. 
Tutti i testi succitati sono stati scritti in un inglese levigato e raffinato,  trasudante eleganza e  sarcasmi, che mescola, in dosi calibratissime, leggerezza e profondità; del resto, era lo stesso Nabokov che, parlando di se stesso, compiva una folgorante e suggestiva autodiagnosi dicendo : " Penso come un genio, scrivo come un autore eminente e parlo come un bambino"
( "Intransigenze" Adelphi).
L'ultimo romanzo in russo di Nabokov, scritto fra il 1935 e 1937, è "Il dono". La vicenda della sua pubblicazione ci dà il senso di quella che poteva essere la complessa  Weltanschauung della comunità  russa degli émigrés:  un universo   pletorico e pittoresco, confuso e vitalissimo, cialtronesco e genialoide,  in una sola parola  gogoliano. Esce a puntate sulla  rivista ufficiale della diaspora russa antirivoluzionaria, senza quel famoso quarto capitolo  censurato perché ritenuto diffamatorio - in cui il l'alter ego dello scrittore   fa  strame del tanto osannato Cernysevskij(1828-1899), ovvero l'autore del romanzo " Che fare" , Bibbia prêt-à-porter  del "luminoso futuro socialista ", un manuale  della Rivoluzione che sarebbe giunta di lì a poco  e che valse, allo scrittore, la  famosa laudatio  di un insospettabile critico letterario,  Lenin : " Questo romanzo ha arato la profondità del mio essere. È qualcosa che dà la carica per tutta la vita". Cenysevskji è, per l'autore, una sorta di precursore di tanta paccottiglia  zdanovista e Nabokov,  per questo, lo fustiga e lo mette alla berlina, pur conservando una disincantata pietas , riducendolo alle vesti di un " povero eroe gogoliano, a un Akakij Akakakievic che fa "ridere fra le lacrime" - scrive la Vitale, nella  vivida ed imprescindibile postfazione a "Il dono":
Solo nel 1952 vi fu l'edizione integrale dell'opera, quando sembrava diradato lo scandalo di quel capitolo pamphlettistico ed umorale. Di lì a pochi anni, l'altro scandalo-equivoco, quello di "Lolita".
Ma parliamo del nostro libro. Qual è la sua forma? È innanzi tutto un Bildungsroman , in cui l'"eroe", trasparente controfigura del nostro autore,  riesce a far  riannodare , magicamente, i due fili a cui aveva legato la sua esistenza , ovvero l'amore sotto le forme, voyeuristicamente vivisezionate, di  Zina, una sorta di visiting angel " venuta in terra a miracol mostrare" e la pubblicazione di quel manoscritto, "Il dono", che è poi, in un intrigante e godeliano gioco di rifrazioni e di scambi, "un continuum in cui la fine riporta ineluttabilmente all'inizio" (Vitale).
L'opera è anche  un tentativo struggente ed inconcludente, commosso ed inesausto di  recuperare  il fantasma di  una fra le figure più avvincenti che campeggiano nel libro, il padre del narratore,  esploratore-scienziato-entomologo, "un uomo che sapeva due o tre cose che nessun altro sapeva", la cui scomparsa, misteriosa  e fatale, durante un viaggio di esplorazione, sembra essere il destino naturale per chi osserva e giudica il mondo con tanta superiore elusività ed impenetrabile  distacco. È ancora un pamphlet violento ed accusatorio sulle stanche,  vuote e triviali ritualità dell'intellighenzia russa, immersa in polemiche tanto più pretestuose e vacue, quanto più il senso di Inappartenenza e di Impotenza sembra progressivamente soffocare quel mondo,  quelle persone. È infine un libro tipicamente ottocentesco per la sua scrittura densa,   gonfia, volumetrica, alla cui orchestrazione, come sagacemente precisa la  Vitale, " partecipa un così gran numero di muse russe ( alle nove tradizionali bisognerà aggiungere le due Muse private di Nabokov: Logopoiesi e Paronomasia)"  e, dall'altra parte, l'esecuzione fredda, algida di quel topos, tipicamente novecentesco, del "famigerato"  metaromanzo, del romanzo dentro il romanzo,  il cui correlativo oggettivo sta in " quelle spirali di cartone  che  ruotano all'infinito nelle vetrine dei gelatai berlinesi".

Linnio Accorroni









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Esempio 1
«Confesso che - fatta eccezione per “Lolita” - conoscevo poco i suoi libri. In vista della trasmissione ("Apostrophe"ndr) li ho divorati tutti: una vera rilevazione. Mi hanno dato un’idea alta della letteratura. Qualcosa di ben diverso dei libretti per una stagione che ero abituato a leggere. Ho scoperto così, all’improvviso, i suoi romanzi magnifici e complessi, sottili e intricati, ambiziosi e compatti, sui quali, lo ammetto, ho anche faticato un po’.  È stato Nabokov a insegnarmi che la letteratura non è sempre facile. A volte per raggiungere la bellezza bisogna essere perseveranti. Un capolavoro come “Ada o l’ardore” bisogna meritarlo. I libri di Nabokov mi hanno innalzato, come lettore, ad un livello superiore; e di questo gli sarò sempre grato»  Bernard Pivot, da "La Repubblica" del 7 giugno 2001
Composto tra il 1935 e il 1937 e apparso a puntate (ma con l'omissione del quarto capitolo) a Parigi sulla rivista dell'emigrazione "Sovremennye Zapiski" tra il 1937 e il 1938, "Il dono", ultimo romanzo russo di Nabokov (San Pietroburgo 1899 - Montreux 1977), ebbe la sua prima edizione integrale solo nel 1952 (a New York, presso la Chekhov Publishing House). La traduzione che qui presentiamo, accompagnata da un saggio di Serena Vitale, è la prima fondata sull'originale russo.