Franco Moretti, La letteratura vista da lontano, Torino,  Einaudi 2005 

Mentre le nostre cronache letterarie si riempiono di sterili analisi sociologiche sull’industria editoriale e sul “genocidio culturale”; mentre Faletti diventa suo malgrado il bersaglio polemico degli apocalittici e il feticcio degli integrati; mentre sedicenti autori si avventano sulle code di cometucole televisive sperando di ricavarne qualche briciola di fama; mentre tutto ciò accade qui e ora, senza segnale alcuno di redenzione, ecco che alle patrie lettere chiassose e un po’ straccione giunge insperato il soccorso di una delle più antiche risorse economiche dell’italica tradizione, che ingenuamente credevamo relegata negli abissi dell’oblio: la rimessa dell’emigrato.
Dalle oltreoceaniche aule del prestigioso ateneo di Stanford, iu es ei, è piombato sugli scaffali delle librerie nazionali un saggio di Franco Moretti, La letteratura vista da lontano, pubblicato da uno dei massimi responsabili del “genocidio culturale” di cui sopra, il truce editore sterminazionista Einaudi.
Fortunosamente sfuggito (per ora) al cicaleccio culto delle Minerve de noantri, questo libriccino contiene i germi di una piccola rivoluzione copernicana in ambito letterario, poiché propone un cambiamento significativo del punto di osservazione della storia della letteratura.
«Mentre dunque la teoria letteraria dell’ultimo ventennio - la 
“Theory” con la T maiuscola delle univeristà americane - si rintronava
di metafisica franco-tedesca» dice Moretti (e meno male che non vede 
di che si rintronano in terra natia) «a me sembrava che quelle da cui 
avevamo davvero da imparare qualcosa (anzi: molto) fossero piuttosto 
le scienze naturali e sociali.»
Partendo da qui, Moretti prende in prestito metodologie proprie della storia quantitativa, della geografia e della genetica per tentare di applicarle alla storia della letteratura. Al metodo del “close reading”, che mette al centro il testo ignorando il contesto, Moretti oppone un metodo diametralmente opposto, che tra il serio e il faceto egli definisce “distant reading”: una lettura quantitativa, spaziale ed evolutiva della “sostanza” letteraria, che vede il testo come “accidente”.
In tre saggi distinti Moretti applica a temi di indagine letteraria tre tipi diversi di visualizzazione grafica, mutuati da altrettante discipline: i grafici quantitativi - desunti dalla storiografia della “lunga durata” teorizzata da Braudel e dalla scuola delle Annales - gli servono per analizzare una “storia dei generi del romanzo” dai primi del ‘700 alla metà dell’800; con i diagrammi spaziali della geografia economica, indaga sulla rappresentazione dei cambiamenti di paesaggio introdotti dalle riforme agrarie e dalla rivoluzione industriale in Inghilterra in un ciclo di romanzi popolari inglesi del primo ‘800; infine i diagrammi ad albero, utilizzati da Darwin per rappresentare visivamente la teoria dell’evoluzione, sono usati per spiegare come la presenza e la riconoscibilità da parte dei lettori degli indizi a carico del colpevole, abbia consentito la sopravvivenza della specie Conan Doyle a danno di altre specie coeve di romanzo poliziesco.
Al di là dei risultati di queste indagini, che lascio al giudizio di chi avrà il piacere di leggere il libro, è interessante notare l’intenzione critica di questo saggio, esplicitamente dichiarata da Moretti nella premessa: «L’interesse per la letteratura sta scemando a vista d’occhio» e a mo’ di esempio aggiunge «Il critico norvegese che ha scritto il saggio, ottimo, sulla narrativa comtemporanea per /Il  romanzo/, ha lasciato qualche mese fa la sua cattedra di letteratura, ed è andato a lavorare in un centro studi sui videogiochi.»
A rischio di forzare un po’ troppo, traduco il pensiero di Moretti in questi termini: la letteratura si sta desertificando a causa di una penuria irredimibile di lettori. Quando un critico di valore passa ai videogiochi, aumenta il rischio che buona parte della letteratura contemporanea passi direttamente dai torchi delle tipografie alle presse del macero. La funzione tradizionale del critico, quella cioè di produrre lettori attenti e consapevoli del valore di ciò che leggono, si sta spegnendo. Questo semplice fenomeno, molto meno roboante delle sparate apocalittiche dei nostri pseudo-francofortesi d’antan, è la nuova ruggine che intacca le vetuste impalcature narrative dei nostri giorni: niente lettori, niente letteratura.
Moretti, grazie al cielo, preferisce tentare nuovi metodi di lettura, piuttosto che passare il tempo a battersi il petto formulando oscure profezie. Non c’è alcuna garanzia che i metodi da lui proposti siano quelli “giusti”, quelli capaci di “salvare” la letteratura dal declino, ma il suo saggio ha almeno il pregio di mettere di nuovo l’accento sul “reading”, close o distant che sia: la letteratura ha come sempre bisogno di gente capace di leggere e capace di invogliare altri a leggere, non di superciliose cassandre.

 
Esempio 1
Docente all'Università di Stanford dove dirige il "Centro di studi sul romanzo", Franco Moretti propone un nuovo modo di leggere (e scrivere) la storia letteraria. In un fitto dialogo tra parole e immagini, e usando strumenti e modelli presi a prestito dall'ambito scientifico, l'autore dell'Atlante del romanzo europeo mostra come ci sia ancora tanto da scoprire se solo si cambia il modo di guardare le cose. 

Franco Moretti, Atlante del romanzo europeo (1800-1900) 

L'autore utilizza per la sua indagine gli strumenti tipici dell'analisi geografica: le cartine. Cartine particolari, mappe letterarie disegnate sulla base della lettura delle opere, che si alternano al testo indirizzandone il ragionamento critico. Queste carte, lungi dal presentarsi come semplici appendici o ornamenti del discorso, sono infatti dei veri e propri strumenti analitici che "smontano" l'opera e che modificano il modo consueto di leggere un testo. 

   

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