Giuseppe Montesano - Nel corpo di Napoli - Mondadori, Milano, 1998, pp. 230.

Ci vuole davvero tanto coraggio (o forse salutare incoscienza e sacrosanta irriverenza) nell'ambientare la propria quasi-opera prima  in quello che è, quasi per antonomasia,  uno dei luoghi  più "consumati"e saccheggiati  dalla nostra narrativa, ovvero la città di Napoli.
Solo qualche nome: Boccaccio ( le sue novelle napoletane ispirarono a Pasolini il più naïf dei suoi film de "La trilogia della vita", il "Decameron"), il  Basile del "Cunto de li cunti" (  quello che Croce definiva come il più bel libro italiano barocco), la Serao ( basti citare il suo "Il ventre di Napoli ", 1884, titolo a cui Montesano dedica un esplicito omaggio-citazione), fino al Malaparte de "La pelle", l'Ortese de "Il mare non bagna Napoli" e, last but not least, quel Peppe Lanzetta che può esserne considerato l' attuale aedo ufficiale, anche se le sue  scorribande verbali e narrative nell'humus dolente e viscerale di questa città peccano  ormai troppo di ripetività, fino a sapere di un  manierismo stucchevole e meditato.
Montesano, invece, scava in quella che, con un termine persino troppo abusato, si chiama "napoletanità" - se per essa intendiamo un vitalismo sbracato ed umorale, un epicureismo d'accatto, improntato solo al soddisfacimento della propria corporalità più trista e beffarda-, il tutto condito da filosofemi bolsi e grossolani, in cui le citazioni da Nietzsche , Céline, Blake etc. appaiono intercalate, quasi un continuum ossessivo ed ineludibile, dal volume al massimo delle Tivù, da urla bestiali, da una isteria ferina ed animalesca che pervade tutto e tutti.
Il protagonista ci appare come una sorta di novello Ferdinand  ( l'alter ego di Céline nel "Voyage") che si muove in un universo bachtiniano, un mondo rovesciato e deforme, che impazza verso un'Apocalisse prossima ventura, tentando di esorcizzarla con un ghigno corrosivo e livoroso.
Una saga carnascialesca, una fantasia rabelaisiana ed oscena, un elogio del grottesco, un Satyricon dei nostri tempi che  ci riconcilia colla tradizione più alta e nobile della letteratura italica.

Linnio Accorroni

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