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Raul Montanari, Che cosa hai fatto, pagg. 276, lire 24000 (12,39 euro). Baldini & Castoldi, Milano 2001

Comincia ormai a diventare sempre più evidente la passione di Raul Montanari per le copertine con la nuca. Già l'edizione tascabile del bellissimo "La perfezione" (Feltrinelli 1994, in economica dal 1996) presentava uno scatto di Lorenzo Bardella della testa dello stesso Montanari, coi capelli militarescamente rasati, illuminata per metà da un'intensissima luce. Per "Che cosa hai fatto", invece, la scelta è caduta su una foto di Mara Scanavino che ritrae di ¾ un giovane con gli occhiali da sole. L'immagine è fuori fuoco, sgranata, quasi fosse stata presa di corsa, o da distanza considerevole con un teleobiettivo scadente. In tutti e due i casi, comunque, il volto non si vede mai perfettamente: sia per la posizione della testa che per le estese zone d'ombra che macchiano qui e là l'immagine.
Che cosa lega questa continuità stilistica e tematica delle immagini di copertina ai romanzi, alle trame, alle storie di Montanari? Cosa accomuna, soprattutto, il giovane in fuga ritratto da Mara Scanavino al lucido e disperatissimo protagonista di "Che cosa hai fatto"? Probabilmente tutto. L'anonimo quarantenne milanese  che, pur essendo il narratore, non svela mai il suo nome, tra l'altro ampiamente citato dagli altri personaggi lungo tutto il libro  è l'esatta e perfetta copia dell'uomo di copertina (o, il che è uguale, la copertina è la perfetta resa iconologica del personaggio): un uomo in fuga, la cui identità ci è chiara solo fino a un certo punto. Un uomo visto per tre quarti, appunto, ma con ampie zone d'ombra, dai contorni frastagliati, irregolari, sfocati.
Quest'uomo a metà (senza qualità?) decide, dopo aver lasciato il lavoro; dopo aver intascato una liquidazione che si intuisce poco meno che miliardaria; dopo aver venduto casa, azioni, titoli di stato; e soprattutto dopo aver perso moglie e figlia in un devastante incidente d'auto, di vivere  amorevolmente seguito e accudito da Béatrice, l'ex-amica dell'università dall'accento carogna che in un sol colpo letterario spazza via, finalmente!, la gentilezza e l'onestà di quell'altra Beatrìce, ormai francamente datata e superata  decide di vivere, dicevo, dieci intensissimi, sfrenatissimi, goduriosissimi giorni di Puro Sesso, al termine dei quali (un po' come nella "Grande abbuffata" di Marco Ferreri) suicidarsi. Comincia così una discesa (o una scalata) verso il punto di non ritorno della sessualità adulta, un vortice fatto di odori, umori, sensazioni, sentimenti e idee (oltre che, naturalmente, di sane scopate) che, nell'erotismo addomesticato e anestetizzato dei nostri distratti giorni, sembrava relegato per sempre nelle pellicole dei patinatissimi film hard a esclusivo vantaggio di attori e starlette x rated. Sfondo ossessivo e cupo della vicenda è una Milano presidiata giorno e notte da poliziotti e militari  tanto simile alla Los Angeles assediata di "Scorrete lacrime, disse il poliziotto" di Philip K. Dick  in cui impera un Presidente (probabilmente golpista) onnipresente in tv e sui cartelloni stradali (sì, certo, Orwell: ma il nome da spendere, in questo caso, è evidentemente un altro).
Naturalmente mi fermo qui, evitando di raccontare il resto della storia: basta soltanto dire che nelle ultime 30 pagine colpi di scena, descrizioni memorabili e serratissimi dialoghi si sprecano, facendosi perdonare alla grande qualche (raro) momento di stanca, sopraggiunto a metà romanzo.
Aldo Busi, in un suo saggio (sarebbe troppo riduttivo parlare di semplice recensione!) sul romanzo, pubblicato dal "Manifesto" qualche tempo fa, parlava del protagonista come del perfetto prototipo del fascista arrivato, "postmoderno": un uomo odioso, ignorante, pieno di sé e pieno di soldi. Un uomo tremendamente "normale", che incrociamo tutti i giorni lungo le strade delle nostre città a bordo di rombanti e costosissime auto (è un caso che il personaggio di "Che cosa hai fatto" abbia scelto una Maserati per i suoi ultimi sbattimenti umani, troppo umani?). Se non è troppo audace, vorrei sommessamente contraddire l'opinione di Busi (che resta comunque, detto senza alcuna ironia, un maestro inarrivabile).
A me pare, al contrario, che l'aspirante suicida del romanzo di Montanari sia un uomo impaurito, smarrito, confuso, schiacciato da ritmi e da modelli di vita che sente troppo distanti da sé, inarrivabili, ingiusti. A sostegno della mia tesi non voglio portare la cronaca dei frequentissimi attacchi di panico cui il protagonista è costretto a soccombere (en passant voglio sottolineare la capacità quasi divinatoria delle pagine di Montanari: gli attacchi di panico vanno di moda, ora, ma il libro è stato scritto da tempo, quando non si parlava affatto così tanto di fobie, incubi, nevrosi. Stesso discorso per le sorprendenti e violentissime pagine sui manifestanti brutalizzati dalla polizia in piazza del Duomo: in fase di scrittura del romanzo Carlo Giuliani era ancora vivo e vegeto). Per dimostrare la bontà del personaggio, invece, dico semplicemente che non credo che si possa definire "fascista" un uomo che si pone la stessa domanda con la quale Holden Caulfield spiazzava amici, conoscenti e irascibili tassisti di New York: ma dove vanno a finire, d'inverno, col lago gelato, le anatre del Central Park? ("Che cosa hai fatto", pag. 14: "Nessuna traccia dei grossi pesci che nella bella stagione pinneggiano solenni; viene da domandarsi dove vanno a nascondersi, d'inverno"). Ecco tutto: non un fascista quindi, bensì uno sfasciato (sonoramente bastonato dalla Vita, dal Destino, dalla Fortuna).
Raul Montanari ha probabilmente scritto il Grande Romanzo Sociale sull'Italia contemporanea, o perlomeno uno dei possibili grandi romanzi sociali, quello che tutti attendevano ma che nessuno scriveva, un ritratto lucido e potente dell'Italia qui e adesso, un libro strepitoso che i critici letterari più bacchettoni e bacchettanti finalmente smetteranno di invocare a gran voce dalle colonne dei quotidiani perché finalmente, adesso, c'è.

Piero Sorrentino
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