Eugenio Montale - Il secondo mestiere - Prose 1920-1979 - I Meridiani Mondadori, Milano, 1996,2 voll. pp. 3408.

Intorno alla metà degli anni '60 il barista del bar "Pinguino" a Milano - un ragazzo aitante e riccioluto -  diventa amico di Montale. La loro è un'amicizia peripatetica, nel senso che il ragazzo si presta a sorreggere il poeta durante le sue passeggiate per il centro di Milano. «Devo dire  -scriverà più tardi il barista - che questo vecchio mi è stato simpatico alla prima occhiata: sembra un pachiderma etilico del tutto incapace di fare sia il male che il bene - una forma fisiologica riscattata dal fatto di aver prodotto la poesia giusta al momento giusto e di essersela saputa poi amministrare per tutti gli altri decenni a venire». Il giudizio un tantino capzioso sul poeta, diventerà più avanti una rasoiata: «Mio dio, con tutti i soldi che deve rendergli la sua malinconia»...
Il barista malevolo e linguacciuto - si chiamava A. Busi e scriverà queste cose nel romanzo Seminario sulla gioventù - avrebbe dovuto attendere i nostri giorni e leggere nei volumi che abbiamo tra le mani questa nota di Montale del gennaio 1951: « L'artista antico pare a noi [...] ben fortunato in confronto al moderno artista costretto a dividersi tra l'arte e un mestiere capace di dargli da vivere, in attesa che l'arte sua, una volta che sia riconosciuta (campa cavallo!), cominci a "rendere qualcosa"». Altro che soldi, era un Montale di cinquantacinque anni, spiantato, e in preda a quella malinconia autentica ben illuminata dalla battuta del cardinale Siri per la quale "Homo sine pecunia est mortis imago" (l'uomo senza soldi è l'immagine della morte).
Potrebbe dunque sembrare che questo "secondo mestiere" -quello di critico letterario e di pubblicista generico - fosse patito da Montale come una dura necessità per sbarcare il lunario. Ed in parte è così.
Eppure, il ragioniere, l'autodidatta Eugenio Montale, l'esteta povero, costretto a vagare di città in città al seguito di piccoli impieghi presso riviste che avevano la vita effimera delle farfalle, poteva esibire d'un tratto tutto l'orgoglio di chi sa che la propria coscienza coincide con la propria essenza di artista e trovare argomenti in difesa anche del non amato "secondo mestiere". Scriveva infatti a proposito di un amico scrittore: «In lui vediamo uno dei rari uomini nostri accanto ai quali possiamo sentire ancora, e pare impossibile, l'orgoglio della nostra professione, della nostra "vocazione" di scrittori poveri e magari di giornalisti».
Lo scrittore che emerge dal Secondo mestiere, occorre dirlo subito, è un critico geniale e un prosatore d'eccezione. È un critico-artista che sta in misura e grandezza rispetto al '900 quanto Baudelaire rispetto allo "stupido ottocento". Posizionato nel crocevia delle grandi correnti letterarie del nostro secolo conosce "tutta" la poesia che si produce allora in Europa e forse, come dice Mallarmé, ha letto davvero "tutti i libri". E compie già negli anni '30 quella che Arbasino chiamerà negli anni '60 "la gita a Chiasso", l'opera di sprovincializzazione del proprio sapere. È  un critico che scopre e lancia Svevo in Italia; che intercetta alla prima uscita Joyce e Gide, Eliot, Yeats e Pound; che "capisce" Saba, Gozzano, Bertolucci, Pratolini; che promuove altri esordienti di vaglia, e che non si lascia sfuggire Il Gattopardo.  
Tentiamo adesso una spigolatura di giudizi a beneficio di quei lettori che non affronteranno, neanche sotto minaccia, le migliaia di pagine in carta bibbia e il costo di questo "Meridiano". Innanzi tutto vediamo il concetto di "critica" che difendeva Montale nel sarchiare la savana mobile dei libri che gli passavano tra le mani. Il Poeta contesta l'idea che un critico debba dare giudizi "spassionati" o "imparziali". Difende invece la tendenzialità del giudizio  che è altra cosa della tendenziosità. «Come se passione, punto di vista, e infine "parte", poco avessero a che fare con i doveri rudimentali del critico, anche del critico che si contenta, come io mi contento, delle modeste funzioni della staffetta e dell'informatore», protestava. E qui, il paragone che abbiamo tentato all'inizio con Baudelaire trova riscontro in un collimante giudizio di quest'ultimo, che in un Salon argomentava: « Per essere giusta, ossia, per trovare la sua ragion d'essere, la critica deve essere parziale, appassionata, politica, cioè condotta da un punto di vista esclusivo, ma da un punto di vista che apra il più largo orizzonte». Ecco perciò la necessità di una critica appassionata -ahimè quanto distante da quella asettica, o di contro, apertamente corriva che circola nelle gazzette nostrane! -  che sostenga il lavoro creativo dei fraterni combattenti sul territorio del Bello, in quanto non è solamente in gioco il trionfo o la sconfitta di un'idea estetica, ma è tutto un universo di valori che sorge o tramonta con essa, giacché «quando diciamo "bello" o "brutto" mettiamo in gioco un sistema di rapporti che implica tutta la nostra organizzazione intellettuale e morale». Da qui prende le mosse una critica che s'impegni sul presente, che non rinvii la valutazione degli scrittori in un tempo futuro, in attesa che il passaggio del tempo assicuri la stagionatura del giudizio. Occorre l'azzardo della pronuncia su quelli che vivono ed operano tra noi in quanto «i contemporanei sono accessibili, in un certo senso, solo ai contemporanei».
Ed ecco inoltre alcune osservazioni che hanno tutto il sapore di un aforisma. «Ad esser conosciuti da vicino nessun artista ha molto da guadagnare». «L'avanguardia è come il comfort: chi vi accede in ritardo fruisce di molti perfezionamenti, ma acquista i caratteri del nouveau riche». 
Per finire, un'osservazione che tormenta non poco chi pratica, seppur come "secondo mestiere", l'arte della lettura. «Leggete e vi chiedete: perdo il mio tempo o sto appropriandomi d'un nuovo patrimonio che sarà mio per sempre? La noia che provo è quella dei grandi capolavori o soltanto quella dei libri inutili?»
Alfio Squillaci

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dal 22 maggio 2001


Conosciamo a Montale vasti interessi di pensiero: ha letto filosofi e romanzieri, ha seguito i poeti, di più lingue. Ha atteso alla critica letteraria, saggista felice in riviste, in quotidiani (...) Larghissime e varie le conoscenze: dalla toga alla zappa, dal letterato accademico a Cesare, il vecchio e autoriatario tavolante delle Giubbe Rosse, che presagisce lo scacco matto a l'un dei due , nei finali di torneo. Montale avvicina gli umili, e ne fa pregio  e ne cava dottrina, ove il caso dimandi: il so fiuto estroso ne ha misurato il valore, ne ha compatito la sofferenza. Artigiani, lavandaie, pescatori, contadini, fantesche. L'ho udito scherzare col povero diavolo, nel totale crollo della cenere dal bocchino di ciliegio: (trema leggermente la mano, come ai battiti di una fraternità dolorosa). L'ho veduto interrogarli con un sorriso, nel provvisorio stare delle sue soprascarpe di gomma: o sovvenire, in una rapida luce del volto, al loro impegno o al loro impaccio. Un motto pronto, liberamente evasivo dal lebbrosario della miseria, o dal serpaio dello scàndolo. Montale non è "prude". "Gli vizi umani" conosce (negli altri) e, direi, indaga. Con una certa ghiottoneria. Non patisce veti interni. Quando uno o una gli urta i nervi, è lo spasso. La sua icastica  abituale si alluzza  allora in una epifania di trovate , a base di senape e di pepe di Cajenna. Il malumore lo shakespearizza. Deforma il dato reale e positivo in una favola semi-seria, semi-imbronciata, semi-ironica, semi-malinconica, semi non so che cosa, per cui d'un ratto in trappola d'amore è bell'e che nata un'Iliade, di cui tutta l'Italia fa gargarismi. 
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