Somerset W. Maugham - La luna e sei soldi - Adelphi  Milano 2002

William Somerset Maugham, “The moon and sixpence”. Questo libro ha goduto di grande popolarità a suo tempo. Anche qua da noi, quando lo tradussero, credo abbia venduto parecchio. Mio padre di sicuro ce l’aveva, visto che io ho letto “La luna...” da ragazzino, quando pescavo le mie letture dai libri suoi. Recentemente l’ho ricomprata nella seconda scelta Adelphi. Compro o ricompro Maugham perché a mio avviso e un grande scrittore e, sempre a mio avviso, “scrive come l’erba cresce”, semplicemente. Questa dell’erba che cresce, in letteratura non è una cosa facile. La naturalezza, la necessità, l’economia dei mezzi, nei libri di Maugham danno l’impressione che tutto ciò che si trova scritto nelle pagine vi sia confluito per prendere una forma che paia appunto necessaria, inequivocabile.

In particolare la cosa risulta evidente in questo romanzo, dislocato tra Londra, Parigi e Tahiti. Scrivo subito che esso contiene alcune cose che, come capita a volte, si depositano a far polline nel bosco del lettore, questo lettore. Cose che magari per altri non hanno importanza. Ma veniamo a parlare molto rapidamente di ciò che accade nella “Luna e sei soldi”. Si tratta della storia di un pittore immaginario di nome Charles Strickland.  Questo pittore ha tratti somatici di Vincent Van Gogh e agiografia alla Paul Gauguin. La sua storia la scrive un immaginario biografo che lo conobbe quand’era ancora uno sconosciuto. In breve: Strickland abbandona improvvisamente la sua vita “di prima” e si trasferisce a Parigi per dedicarsi con tutto se stesso alla pittura. Vive una densa bohème. Fugge a Tahiti. Da vivo nessuno lo conosce, e nell’isola dov’è andato a vivere lo considerano un eccentrico. Da morto invece diventa un genio assoluto, un precorritore. Escono studi e biografie, commentate, approvate o esecrate in svelte pagine d’apertura dal narratore/biografo. C’è lo studioso che ha posto la parola definitiva facendo giustizia di dicerie e leggende. C’è il figlio dell’artista, pastore anglicano, che scrive un libro falso, tutto teso, nel delineare la figura dell’ottimo padre e dell’affettuoso marito che Strickland fu solo per un breve tratto della propria vita, a salvare l’onorabilità familiare. Il narratore porta il proprio contributo di prima mano.

In questo Maugham è maestro nel trasmettere al contempo le sensazione di una biografia elusiva (che è quella dell’artista non storicizzato in vita, del fool ma feroce per determinazione sua) e di una serie di dati determinanti un carattere, una direzione precisa. Questo avviene anche quando, nel riproporre il periodo tahitiano di Strickland, l’autore utilizza come testimoni dei personaggi un poco stereotipati (ma vivi!): l’avventuriero, il capitano, l’indigena cicciona ma saggia che trova una moglie bambina al pittore, il medico. Il medico, in particolare, vede il pittore praticamente una volta soltanto, l’ultima, come il narratore/visitatore del racconto borgesiano di Funes, e in quell’ultima anche lui vede “tutto”, rimanendone sbigottito per sempre.

Al di là delle cose personali che come detto non è di nessuna utilità esemplare qui, del romanzo m’ha colpito una cosa: la questione del “prima”.  Il narratore conosce Strickland prima che sparisca per diventare un pittore.  Conosce sua moglie, una donna che incoraggia gli artisti con cene e tè ai pasticcini. Ella parla di un suo marito che lavora alla City. Il marito, grigio agente di borsa, non ha interesse per l’arte. Nondimeno il narratore lo incontra una sera, ad una cena formale e un po’ noiosa. Cosa dice di questo marito? Praticamente nulla, se non frasi di circostanza attraverso le quali si trasmette l’aspetto ordinario di Strickland. Il narratore lo fa parlare solo per rivelare ai commensali uomini dove compra abitualmente il porto. Strickland è grosso, indossa goffamente il frac e sembra “un cocchiere agghindato per l’occasione”.

Da qui in poi, al suo riapparire nella storia (sempre rintracciato), quest’uomo emanerà pura energia. Votato all’arte come uno stilita; bestia sgradevole che tutto travolge. Il salto da prima ad ora è mostruoso. Quello che accadrà nel farsi del romanzo lo possiamo forse immaginare, ma il “prima” no. Perché qui viene subito da cercare nello Strickland anonimo agente di borsa un germe dell’artista successivo e geniale. Ma non ci viene detto nulla, salvo un particolare, cioè di quando in gioventù lo prendevano in giro perché trafficava con una scatola di colori. Giustamente Maugham non aggiunge altro, poiché l’energia animale del pittore che per la sua arte attraversa quasi con noncuranza atroci privazioni, viene alimentata dalla latenza di quella stessa energia ma repressa nei vent’anni precedenti.
Ciò nonostante, e come sempre, rimane una fertile curiosità di fondo per il non detto, per l’accaduto e non tradotto in scrittura. Come capitava a me un tempo, quando guardavo certi quadri rinascimentali e mi perdevo ad osservare gli sfondi. E mi chiedevo a quali mondi dessero accesso quelle valli, quelle alte montagne, quelle selve, quelle città turrite, quelle pianure.

Damiano Zerneri

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Il ritorno di Somerset W. Maugham
Esempio 1
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La luna e sei soldi , Somerset W. Maugham Ordina da iBS Italia

Dietro le drammatiche vicende di un pittore che abbandona l'Europa per Tahiti, è ben riconoscibile in questo romanzo la storia di Paul Gauguin. Quando il libro apparve, subito dopo la prima guerra mondiale, si trattava di una novità sconcertante, perché l'artista come personaggio aveva ancora una lunga strada da percorrere nella letteratura del secolo. Non solo: molto tempo prima che autorevoli teorici prescrivessero al romanzo, per trovare una via d'uscita, di ibridarsi con altri generi – l'inchiesta, il saggio, il frammento autobiografico –, un autore che per generazioni è stato considerato troppo prudente, troppo ligio al proprio mestiere, troppo rispettoso dei suoi canoni, poneva in atto proprio questo esperimento. E in pagine destinate a diventare immensamente popolari, metteva in scena – come sempre o quasi – se stesso, ma stavolta nella doppia veste di Strickland, un agente di cambio che per amore della pittura lascia il solido mondo della City per quello assai meno rassicurante di Parigi prima e di Tahiti poi, distruggendo lungo il cammino la vita di due donne, e del suo involontario biografo, un giovane deciso a indagare sugli oscuri, brutali, inaccettabili moventi di ogni vero artista. Celebre soprattutto come evocazione di Paul Gauguin, questo romanzo magistrale ci appare oggi finalmente per quello che è: un'inchiesta conturbante sull'attrazione fisica e totale per il bello, enigma «che in comune con l'universo ha il merito di essere senza risposta». La luna e sei soldi apparve per la prima volta nel 1919.   

UN EDOARDIANO RISPETTOSO DEL «COMMON SENSE»

Qualche critico gli ha rimproverato di mettere insieme ambientazioni di cartapesta e di scrivere in un inglese piatto. Gli accademici, di qua e di là dell’Atlantico, non lo hanno mai preso in considerazione, preferendogli altri scrittori, spesso impenetrabili come la nebbia e dunque bisognosi delle loro glosse. Ma Maugham è uno scrittore abilissimo, che scrive semplice perché si è lasciato alle spalle l’écriture artiste delle sue letture giovanili e non ha mai ascoltato le sirene del troba clus modernista. È rimasto un edoardiano, rispettoso delle buone maniere, anche nello scrivere, e rispettoso del «common sense». Folgorante nella tecnica, sa cogliere al volo gesti e frasi – i lapsus dei personaggi – e sa costruire una storia con economia pari alla chiarezza. Maugham giustifica l’esistenza di quella specie in estinzione che è il lettore che legge per passare il tempo.

Luigi Sampietro, «Il Sole 24 Ore», 7 luglio 2002


UNA VERA E PROPRIA POSSESSIONE

Quindi, assai più dell’ambientazione esotica, che in altri casi, come nel celeberrimo (e magnifico) racconto Pioggia, era fondamentale, qui è centrale una riflessione, a tratti spietata, sulla natura dell’arte, che fa propria una linea di pensiero quasi wildiana (ogni tanto riecheggiano sentenze che sembrano tratte da Il critico come artista) e che, secondo un percorso proprio della cultura inglese novecentesca (dalla favola nera Scarpette rosse di Powell e Pressburger alla Iris Murdoch dei romanzi maggiori) presenta la creazione come una vera e propria possessione. Strickland, paragonato a un fauno o a Marsia e presentato comunque come esponente di un mondo «naturale» che non rispetta le regole della buona creanza (in specie nei rapporti con l’altro sesso), è abitato da un demone, quello della realizzazione del suo ideale artistico, che fa sì che tutto il resto per lui non abbia importanza: in questo caso quindi è proprio l’artista maudit che miete vittime al suo passaggio ad essere in realtà «schiavo» di una passione insanabile, quella per l’opera dell’avvenire, che si intravede compiuta nell’ultima straordinaria Creazione che compie prima di morire e che viene distrutta subito dopo. Sbalordisce la capacità cinematografica di disegnare personaggi e ambienti (non a caso Albert Lewin nel 1942 ne trasse un film non brillante, ma che si segnala per la straordinaria performance di George Sanders) e ancor di più la capacità di creare una macchina narrativa praticamente perfetta.

Luca Scarlini, Alias, «il manifesto», 29 giugno 2002



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INCHINARSI A MAUGHAM

Charles Strickland è un maschio alto, scheletrico ma possente, rude, brutto ma misogino: irresistibile; le donne gli fioccano ai piedi e lui fa tutto per compiacere loro, cioè va sul sicuro e all’antica; le scopa, le disprezza e le perde (una pacchia, oggi, cocche mie); ne spinge una al suicidio, senza provarne alcun rimorso: infine, confida al suo involontario biografo, era una stupida che attentava, con la sua smania di possesso e la sua incapacità «tipica delle donne di capire l’astrazione», alla sua libertà e alle sue energie creatrici; la moglie, abituata a essere mantenuta in un decoro tardo vittoriano che non disdegna gli incontri letterari pieni di tartine e di epigrammi è costretta dall’oggi all’indomani all’umiliazione di guadagnarsi la vita da sé e onestamente, per giunta, e quindi a perdere la sostanza più preziosa che ha in seno all’Impero già traballante di suo: lo stato di middle class; come tutti i grandi romanzi, La luna e sei soldi è un romanzo comico, nel senso che la vera tragedia di ogni tragedia è di essere comica per la futilità del motivo che la scatena.

Aldo Busi, ttL, «La Stampa», 25 maggio 2002



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UNA «PERFETTA CANAGLIA»

Nei romanzi, pittori e musicisti sono sempre personaggi a rischio di ridicolo. Si aggirano scarmigliati, in preda all’ispirazione, circondati da modelle nude. Maugham era troppo bravo per cadere nel tranello. Il suo Charles Strickland, grigio agente di cambio che abbandona la moglie a Londra per rintanarsi in un pulcioso albergo parigino e dedicarsi alla pittura (mentre tutti lo credono fuggito con l’amante), non ci affligge con proclami, poetiche, dichiarazioni d’intenti. Non parla mai dei suoi quadri, si limita a dipingerli. È una «perfetta canaglia», convinto che la vita non sia lunga abbastanza per l’amore e per l’arte.
Gli fa da spalla e da controcanto un pittore senza talento, irresistibilmente attratto dalle banalità. Viene etichettato con perfidia come «maître de la boîte à chocolats», il maestro delle scatole di cioccolatini. Ritrae monelli cenciosi, ragazze con gonne variopinte e contadini baffuti, da vendere a ricchi mercanti e bottegai. Strickland invece dipinge arance sbilenche su piatti storti, con colori tutti suoi. E i quadri che regala vengono prontamente nascosti in soffitta.
Uscito nel 1919, per nulla invecchiato, La luna e sei soldi regala qualche battuta wildiana: «Un appello ai sentimenti è di rado efficace prima di pranzo». Maugham sfoggia qui tutto il suo cinismo verso l’umanità (e le donne in particolare). Ribaltando allegramente i luoghi comuni di allora e di oggi: «È la felicità, non la sofferenza, a nobilitare il carattere».

Mariarosa Mancuso, «Panorama», 23 maggio 2002

<<< Vedi anche: Somerset W. Maugham - Lo scheletro nell'armadio