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Alfio Mastropaolo, Antipolitica. All'origine della crisi politica italiana, Ancora, Napoli, 2000, pp.154.

Che cos'è che accomuna o ha accomunato Berlusconi, Bossi, Cossiga, Craxi, Di Pietro, Pannella, Segni, protagonisti, di vario orientamento, del nostro recente passato e presente politico? È l'antipolitica, ossia quel procedimento mentale, di chi pur facendo parte dell'establishment politico, fa appello al sentimento - che è poi un risentimento- dell' "uomo della strada" sostanziato di malanimo,  mugugno e sfiducia perenne contro "quelli" della politica, contro il "teatrino politico". L'antipolitica, dice Alfio Mastropaolo, professore di Scienza della Politica all'Università di Torino, è un'argomentazione populista che esalta l'innata saggezza dell'uomo della strada e indica soluzioni semplici anche per i problemi più complessi; è uno stile perché tale argomentazione populista mentre pretende di esprimere il punto di vista dell'uomo della strada, in realtà mira a mobilitarne i rancori,  la disponibilità alla protesta; è un'ideologia perché si fonda sull'etica del produttore, sul contributo del singolo alla collettività, e si  contrappone di fatto  all'assetto economico esistente visto come un saprofitismo dei soliti noti a spese della maggioranza, che è  quella che fatica e tira la carretta.
Chiunque è stato cinque minuti davanti ai borsini delle banche al centro Milano, sa quanto queste argomentazioni di Mastropaolo sono vere. L'uomo della strada che gioca in borsa (se consideriamo tale gioco una metafora della partecipazione politica) è in costante risentimento (anche quando vince ma vorrebbe vincere di più) contro quelli che complottano e intrallazzano - sbrigativamente chiamati "speculatori" -  mentre loro sarebbero le anime innocenti  del gioco economico, e sono pronti ad abbracciare chiunque, anche se ricchissimo e "speculatore" in proprio, tenda a sposare il loro mugugno, e a guardare invece con sospetto chiunque faccia appello alla loro intima natura di "speculatori" (ossia partecipanti a pieno titolo del gioco economico) e alla possibilità di vincere o di perdere nella misura in cui hanno saputo puntare, informandosi,  sulle diverse  offerte del mercato (politico), perché non è vero "che tanto sono tutti uguali", come non è vero che un titolo vale un altro.
Fuor di questa metafora Mastropaolo segue il  risentimento populista antipolitico nel nostro agone politico, ne rintraccia le origini che sono remote e ottocentesche (quanto della categoria gramsciana di "apoliticismo" è contenuta nell'antipolitica?), ne evidenzia la recrudescenza alla luce del crollo di quel complesso di storia, utopia e fede che erano le ideologie di massa, ne segnala tutti i protagonisti che a vario titolo se ne sono fatti megafono, e con uno stile acuto, colto ed equilibrato ci indica le strade maestre interpretative della, perenne ormai, "crisi italiana".

Alfio Squillaci

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