François Maspero - Il tempo degli italiani - Einaudi, Torino, 1998, pp. 128.
Non sempre è vero che l'assaggio di un po' di vino ci informa sul contenuto della botte. Bisogna, talora, leggere un libro fino all'ultima pagina e tacere se non si è terminata la lettura, proprio come davanti alla vita di ogni uomo che non si può dire se è stata felice o infelice se non si è visto l'ultimo dei suoi giorni. In questo racconto lungo del noto editore francese Maspero occorre perciò attendere l'ultimo giorno della vita di Lise, protagonista della storia, aspettare che il coperchio dei ricordi si chiuda sulla narrazione, per tirare le fila delle impressioni e dei giudizi.
La vicenda, che segue tutta la vita di Lise dall'infanzia alla morte, si svolge lungo il filo dipanato della memoria, indietro negli anni, quelli dell'ultima guerra, in quella zona della Francia, il Midi, occupata vigliaccamente dagli italiani (da dove il titolo). Ad avvio di lettura ci sembra che il ricordo personale (anche se redatto in terza persona) della voce narrante stenti a gonfiarsi in poesia e che l'elegia di un piccolo mondo scomparso non si trasformi nel canto generale di tutti noi lettori. Mancherebbe alla storia quell'esemplarità che la renda anche a noi desiderabile di averla vissuta. Il tutto benché sorretto da ottima prosa - che ricorda per le atmosfere trasognate dei racconti d'infanzia quella de Il Grande Meaulnes di Alain Fournier - sembrerebbe sprovvisto di tensione e progressione narrativa. Resta il Midi (Provenza e Costa Azzurra), il mistral, il mare blu cobalto che si scorge oltre l'ondeggiare delle tende dall'interno di una vecchia casa padronale immersa tra gli ulivi, il mirto e gli eucalipti. Ma dopotutto sembrerebbe che tali quinte siano offerte gratis dalla douce France più che dalla forza evocativa della penna.
Ma ecco che, nel finale, il libro trova un colpo d'ala, prende forza, e ci fa capire che una simile prosa, nobilmente senile e tutta rivolta all'indietro, chiede un lettore più indulgente e compassionevole, suggerisce di non cercarvi meccanismi redazionali che non gli sono propri e di abbandonarsi senza più diffidenze alla vita rammemorata di Lise. Scorgiamo adesso il sobrio pudore narrativo di Maspero, il tono reticente che rinuncia all'aperto sfogo lirico quasi un groppo in gola che resiste ad un pianto senza più remore. Rimangono alla fine impressi nella memoria la silhouette di Lise, ragazza scontrosa e indipendente colpita dal dolore della vita, il tenente alpino Mario Di Donato, eroe civile dall'alone omerico, ed altre piccole figure di quest'angolo di Francia così a noi vicino. C'è scritto sul frontone di qualche edificio provenzale nella lingua del luogo: Lou téms passo, passo lou bén. Ecco, una vita si chiude, una vicenda si conclude, un tempo e un luogo trovano il loro intimo significato.