Michele Mari - Rondini sul filo - Mondadori, Milano 1999,  

Libro imponente e sconcertante, questo di Michele Mari, che segue i bellissimi racconti di Tu, sanguinosa infanzia, apparsi nel 1997. Dico imponente e sconcertante a ragion veduta. Imponente il libro è già per la sua ampiezza e complessità di costruzione, imponente è la lingua in cui è scritto, che avvicina l'autore a grandi italiani del Novecento come Manganelli e Gadda. Lo sconcerto nasce in chi legge, non da un difetto che sia nel testo, ma dall'interna polivalenza di  esso, da una ricchezza di registri per i quali una sola chiave di lettura non basta. L'opera , che solo con qualche forzatura potrebbe definirsi un romanzo, è una sorta di impetuosa confessione di una voce che siamo invitati a identificare con l'autore stesso; incomincia con dei puntini di sospensione, e questa rottura affannosa del discorso ci accompagna poi per le 350 pagine del libro. «...il 1981...successe allora...io non potevo saperlo...l'anno della mia morte, l'ho scoperto undici anni dopo...» Così, con apparente paradosso, si apre il libro: constatando una morte interiore la cui entità si è rivelata a chi scrive solo più tardi. Perché e in che cosa consiste? Una gelosia irrefrenabile, che non ha appiglio nel presente ma si rivolge esclusivamente al passato della donna amata  questa è la tortura che fin dall'inizio di un rapporto di cui  non sappiamo molto, ma che parrebbe per il resto armonioso, lacera lo scrivente.
La minuzia dei fatti e gli eccessi barocchi di parole e frasi, il crescendo di iperboli e figure, l'intreccio di aulico e parlato, sono tali che leggendo si crede a un certo punto di trovarsi in un testo comico, di una comicità bensì lancinante e crudelmente autolesionista, ma pur sempre comico, e si riesce a gustare in tal senso un certo numero di pagine; finché ci si imbatte in qualche passo che a questa interpretazione non regge più; la pagina sanguina davvero, non si può dubitarne. Ciò che decreta la morte dello scrivente, ossia la sua sofferenza mentale culminante nell'ossessione, è la scoperta di una lunga relazione, forse neppure passionale, della sua donna con un uomo volgare e non intellettuale, un ricco manager, tipo umano che per lo scrivente è sempre stato oggetto di disprezzo.
Leggendo si scende in un vortice, tirati al fondo dalla lingua dell'autore, che si rompe e si ricompone, si apre a squarci di narrazione per poi riprendere lo sfogo, sempre più ossessivo e furente col passar delle pagine. Le voci culte, i riferimenti classici, verso la fine lasciano luogo ai termini tecnici della psichiatria, facendo più ricco e complesso l'impasto linguistico del dettato, più lucido il quadro della disperazione.
Cesare De Marchi

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Michele Mari
Esempio 1
>>>  Dello stesso autore  vedi anche la recensione di "Tutto il ferro della Torre Eiffel"
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