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Franco Marcoaldi , Prove di viaggio, Bompiani, Milano, 1999, pp.172, £ 25.000

II libri di viaggio sono dedicati agli aspiranti viaggiatori, categoria cui io non appartengo assolutamente, come Capital e le riviste di Business a quella degli aspiranti capitalisti,  di cui vorrei invece essere membro influente.
Ma è possibile il viaggio, oggi, nel mondo completamente macdonaldizzato? Può ancora essere, il viaggio, un'esperienza intima di conoscenza (e una perdita di sé - conoscenza tramite straniamento), nell'epoca del turismo di massa? Marcoaldi, il giornalista chic, colui  che non si perita di suggerirvi nell'inserto Viaggi di "Repubblica" stanze d'albergo a più di cinquecento mila a notte ottenendo il sommovimento dei vostri succhi biliari,  e che, in questo volume, raccoglie tutte le noterelle di viaggio scritte per "Repubblica" -  suppongo, su prevedibili Moleskine   -, ammette, lui, turista d'eccezione, di essersi  trovato in fila nel deserto in  Zion Park  (Utah).  E a noi poveri fantozzi cosa succederà? Di trovare una discarica di lattine nell'Hymalaia?
Quella del  viaggio moderno è una delle esperienze estetiche (da àistesis, sensazione) più orrende cui si possa sottoporre la propria sensibilità: trovarsi tutti in brachette con marsupio e reflex al seguito,  in mezzo a tante altre braghette e reflex e marsupi (paradosso del turista: ah se non ci fossero i turisti!), diciamolo, è un fatto  che possiamo accettare solo se siamo dei perfetti  pervertiti del desiderio massificato, cui  i tanti Marcoaldi, dai pulpiti delle riviste patinate, ci hanno indotto.
Per chi scrive libri di viaggio (Hemingway è il patriarca, Chatwin un  profeta, e Marcoaldi un apostolo ) è sempre in agguato, poi, il dilettantismo delle sensazioni: si viaggia per sollecitare la scrittura , non si scrive perché si è viaggiato.
Questo nostro Chatwin del Bacchiglione (Marcoaldi dico), è uomo di letture profonde, ma il "mestiere", quello di redattore indefesso di Viaggi, chiede i suoi dazi. Bisogna dar conto, a beneficio delle sore e delle sciure e delle bas-bleus borghesi, delle stanze d'albergo, dei prodotti tipici (ah il rum di Santo Domingo!), perché il viaggio è anche quello, solito shopping e pulsione gastronomica.
Incipit come questo "Venivo da Phoenix (Arizona) ed ero arrivato a New York", non riesco a immaginarlo senza una voce alterata dall'alcool (da vecchietto del west), e  per me tutti i racconti di viaggio acquistano i toni grotteschi e fanfaroni di Tartarino di Tarascona di Daudet.
Insomma, debbo confessarlo, ho comprato questo libro al fine di documentarmi (vedi il capitolo"Il deserto faustiano"), poiché ad un viaggiatore riottoso come me è capitata la classica avventura fantozziana: acquistando una confezione di pennarelli per mio figlio nella cartoleria sotto casa  ho vinto un viaggio premio per i Parchi Nazionali degli USA (Zion Park compreso) per quattro persone: tutto spesato, quindici giorni. Una tremenda jattura: in un Paese senza neanche una cattedrale anteriore al 1700, a me è capitato per soprammercato  di jella la Natura !
Io la penso esattamente come Hegel (si parva licet componere magnis) assolutamente insensibile davanti alle montagne bernesi, o come il mio adorato Flaubert che scriveva nella sua  Correspondance:

-"È una cosa strana come lo spettacolo della natura, lungi dall'elevare l'animo verso il  Creatore, stuzzichi il mio stomaco. L'Oceano mi fa sognare le ostriche e l'ultima volta che ho valicato le Alpi un certo cosciotto di camoscio che avevo mangiato quattro anni prima, al Sempione, mi dava le allucinazioni. È ignobile ma è così."

- "Io non sono uomo della Natura e non comprendo niente dei paesi che non hanno storia. Darei tutti i ghiacciai per i musei del Vaticano"

- "Il cielo non è certo più bello qui che in Champagne; si direbbe che il suo colore è quello di un vaso da notte mal risciacquato: ha delle scaglie di vecchia porcellana con un vago tono di giallo in mezzo che ricorda l'urina e che sta per il sole. La natura è stupida come gli uomini, decisamente".

Io vi risparmierò le mie note di viaggio.
A.S
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