Sándor Márai -  L'eredità di Eszter -, Adelphi, Milano, 1999. traduzione di Giacomo Bonetti

Per quanto ci sforziamo di leggere "tutti i libri" - piacere/dovere impossibile da adempiere e soddisfare, ma proponimento fermo - cosa sappiamo della letteratura e della civiltà ungheresi? Poco o nulla. Reperti di passati contatti affiorano a spaglio nella mente: Ferenc Molnar e "I ragazzi della via Paal", ricordo vivo ma lontanissimo della nostra infanzia di lettori; Tükory  e gli altri giovani patrioti ungheresi che ci diedero una mano a unificare il Paese al seguito di Garibaldi; la commedia ungherese coi suoi toni brillanti e leggeri  che da noi ebbe un certo successo (lo testimoniano i tanti che vennero battezzati Danilo), e in ultimo - gli ungheresi ci perdonino -  Ilona Staller, in arte Cicciolina.
Davvero poco, una cosa umiliante. Adesso che ci arriva questo Sándor Márai ci sembra di colmare qualche lacuna nella nostra geostetica e di risarcire gli amici ungheresi di una passata e forse colpevole disattenzione.

Eszter ama Lajos, un Lebenskünstler, un artista della vita come ce n'è tanti ahimè in giro, i quali utilizzano la propria occasione terrena semplicemente  rubando quella degli altri. Ma Lajos  uomo senza interiorità (e forse proprio per questo amato da Eszter che vive solo di quella, ah le donne hanno propri percorsi di lettura dell'universo maschile!), Lajos , che ritiene che la "vita deve essere abbellita, altrimenti risulta intollerabile", mentitore e spergiuro, traffichino e debitore perenne, sposa invece la sorella di Eszter, Vilma. Più tardi questa muore ed Eszter - sta qui il punto di svolta della sua intera esistenza - non sa o non vuole seguire Lajos. Costui, prima del  matrimonio con Vilma, le aveva scritto, nel suo romanticismo mieloso e sincero, delle toccanti lettere, dove le confessava  il suo amore e la implorava di aiutarlo nell'interpretare questo teorema che è la vita. Le lettere però vengono intercettate da Vilma...ma le avesse ricevute Eszter, avrebbe mai fatto il passo che il destino le chiedeva? Per vent'anni Eszter insegue nel ricordo questo suo grande amore. Asciuga ogni emozione alla vampa interiore  di questo sentimento inespresso. Poi Lajos ritorna, e l'ultimo atroce  inganno del 53enne viveur viene a compiersi ai danni di Eszter. Che accetta tutto ciò come un destino, punendosi forse per non aver osato sfidare la vita.
Romanzo sull'incapacità di vivere, sull'azzardo che a volte non osiamo tentare nel seguire colui (o colei) che la vita ci pone davanti, fosse anche un  Lajos, è un'opera che punisce  nel modo più duro le nostre viltà. Ma è così? Forse si. Nel romanzo della vita siamo tutti come la Eszter di Márai o il Drogo di Buzzati - per restare nell'epoca. Incapaci di darci con  veemenza alle grandi scommesse, agli  azzardi senza ritorno, attendiamo nei nostri ridotti gli Eventi che si negano e per tema di fare fiasco non usciamo allo scoperto: schiviamo così il grande fallimento, ma  finiamo col perderci a rate...
Anche qui come ne "Le braci" tutto si gioca sulla fascinazione dei tempi rallentati, sul ritorno dopo molti anni di qualcuno sulla scena della nostra vita.
Un che di teatrale, di recita estenuata - che si rivela nei lunghi dialoghi e monologhi, arte in cui Márai dà prove di maestro consumato -, aleggia nelle opere del maestro ungherese. È un teatro da camera, dagli spazi stretti, tutto psicologico, dove le passioni e i sentimenti, l'umile e inalterata materia di tutte le nostre esistenze, vengono analizzati, lobotomizzati, e restituiti nella loro dolorosa nudità .
Romanzo malinconico  e dalle tinte morbide conferma  Márai grande affabulatore e ritrattista infallibile di anime.

Alfio Squillaci

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Sándor Márai
Cenni bio-bibliografici

1900.  Nasce a Kassel (oggi Koice) in Slovacchia da famiglia patrizia di origine sassone e di nazionalità e lingua ungherese.

1919.  Lascia l'Ungheria, caduta nel regime di Horty, per un esilio volontario. Si stabilisce a Lipsia e vi frequenta i corsi dell'Istituto di Giornalismo. Passa a Francoforte e poi a Berlino. Non conclude gli studi.

1923.  Sposa Lola Matzner, una ragazza della città natale. Si trasferisce a Parigi, dove risiede per sei anni e da dove intraprende l'attività di notista di costume, in tedesco, per la "Frankfurter Zeitung".

1927.  Sulle tracce degli dèi. Resoconto di un viaggio in Egitto, Palestina, Siria. (Di questa esperienza si trova traccia ne Le braci).

1929.  Rientra in Ungheria e si stabilisce a Budapest. In bilico tra la lingua tedesca e l'ungherese, opta per quest'ultima, nella quale scriverà tutte le sue opere.

1935.  Le confessioni di un borghese. Un diario autobiografico in pubblico. Da molti ritenuto il suo capolavoro.

1939.  L'eredità di Eszter

1942.  Cielo e terra, Le braci.

1948.  Dittatura comunista. Márai abbandona per la seconda volta e per sempre il Paese natale. Si stabilisce a Napoli.

1952.  Si trasferisce a New York e prende la cittadinanza americana.

1968.  Ritorna in Italia, a Salerno.

1979.  Torna definitivamente negli USA, a San Diego.

1989.  Alla vigilia del ritorno della democrazia nei Paesi dell'Est, allo scadere del quarantunesimo anno del suo ultimo espatrio, si uccide sparandosi un colpo di pistola.





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- La vita deve essere abbellita, atrimenti risulta intollerabile.

- Si è responsabili sollo delle intenzioni, perché le azioni vengono come vengono, sono delle 'sorprese arbitrarie'.

- Il coraggio degli uomini in materia di amore è una cosa ridicola. L'amore è compito vostro. Voialtre siete grandi soltanto in questo.

- Aveva sempre amato gli ideali più della realtà, probabilmente perché sono meno pericolosi e più elastici.

- Si vive, e nel frattempo si ripara, si aggiusta, si edifica e più tardi qualche volta si distrugge la propria esistenza; ma con il passare del tempo ci si accorge che l'insieme, così come si è formato a causa degli errori e grazie all'intervento del caso, non è modificabile.


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