Jean-Patrick Manchette - Piccolo blues - Einaudi Stile libero, Torino 2002, p. 156.
Piccolo blues è un ottimo noir che fa da battistrada a tutto un filone dell'attuale noir francese, quello a sfondo sociale che si richiama apertamente a Dashiell Hammett. Penso per esempio ai lavori di Didier Daeninckx, ma anche a quelli di Jean-Claude Izzo (Piccolo blues mi ha fatto venire in mente Il sole dei morenti). Forse è anche il caso di ricordare che Piccolo blues uscì nel lontano 1977 in Francia e quindi non stiamo parlando di un libro "freschissimo", ma di un buon romanzo che ha segnato il polar francese.
Manchette non ha scritto molto. Forse perché si è sempre sforzato di dare ai romanzi un significato che andava al di là della storia narrata. La sua è una scrittura sofferta, e a volte anche imperfetta, ma lui non ci teneva proprio a filar via dritto sparato, snocciolando frasi una dietro l'altra, come se fosse un gioco. "Raccontare per raccontare" non gli bastava. Da sempre era schierato politicamente. A sinistra, ma in posizione isolata, anarchica, radicale. Per lui l'uomo è diventando un oggetto, non ragiona più con la propria testa, viaggia su binari preconfezionati. La nostra è una libertà vigilata, limitata, in una parola: falsa. Per questo lo scrittore deve scombinare il panorama, mettere in crisi le logiche del pensiero, infilarsi con spregiudicatezza nei meccanismi sociali e politici. Magari per contestarli dal di dentro, senza retorica, né pregiudizi. Tant'è che il protagonista di "Piccolo blues", all'inizio un confuso "buonista" e alla fine un freddo assassino, è "vagamente di sinistra".
Certo nel romanzo qua e là non mancano sbavature (forse qualcuna dovuta alla traduzione) e la prima parte è assai più lenta della seconda, però questo ha una sua logica, e una logica molto persuasiva.
Un impiegato (un "quadro") fa la sua vita tranquilla e normale con moglie e figlie che amano moltissimo la tivù, tant'è che non possono astenersi dal seguire i loro programmi preferiti persino in vacanza. Del personaggio principale Manchette dice poche cose. Per esempio che è "confuso". Non ha le idee chiare, quindi. Si lascia vivere, come fanno tanti. Sì, è come se le cose andassero avanti da sole e finora tutto va bene: "nessun problema".
L'autore è bravo a descrivere in poche pagine il tran tran quotidiano di
questa famiglia parigina della buona borghesia. Lo fa al rallentatore,
mettendo a fuoco pian piano una realtà che in fondo ha parecchio di
alienante. I rapporti umani non sono ben saldi, anche se lo sembrano. Le sicurezze sono più che fragili, autoimposte, anche se all'apparenza tutto è solido, bene organizzato, efficiente, perfetto. Non volendo rivelare troppo della trama dico soltanto che l'insoddisfazione di fondo, le crepe (o voragini) sociali vengono messe a fuoco quando l'autore sposta lo sguardo dai personaggi alla casa, quella presa in affitto al mare per trascorrervi le vacanze.
Poi qualcuno tenta d'uccidere l'impiegato mentre fa il suo primo bagno:
"... un solo pensiero scarlatto occupava il cervello di Gerfaut: accoppa
strappa occhi strappa i coglioni a questi figli di puttana che vogliono
farti fuori!".
Siamo a pagina 45, a un terzo del romanzo già se ne è andato. E' qui che cambia la musica, da un valzer lento e monotono si passa al blues: veloce, sporco, imperfetto, malinconico o cattivo.
L'impiegato modello Georges Gerfaut non dice nulla alla moglie, né tanto meno alla polizia. Perché? Non si fida. Non si fida di niente e di nessuno. Si sente solo, ma sostanzialmente lo era già prima. La maschera che aveva sul viso va in frantumi e ora l'uomo è nudo, abbandonato a se stesso, fuori binario e quindi ancor più "confuso", debole, insicuro. Per questo fugge come impazzito, d'istinto. Pensa solo a salvare la pelle. Si trova di fronte a qualcosa che non riesce a capire, si sente come inseguito da un mostro. A questo punto anche il romanzo comincia a correre, si fa avventuroso, violento, diventa un giallo da risolvere: chi e perché vuole ucciderlo? E poi un noir spietato: come vendicarsi? Allora anche il linguaggio e lo stile cambiano marcia ed è come se un filo di ferro liscio e perfetto si attorcigliasse, per poi tirar fuori spine lunghe come chiodi. Manchette sorvola sulla psicologia, le sottigliezze interiori dei personaggi. Preferisce descriverli dal di fuori, badando solo ai fatti, alle azioni. Per questo la scrittura nella seconda parte si fa stringata, eppure non priva d'eleganza, senza mai nulla concedere al superfluo, alla divagazione letteraria, o sociologica. Le "immagini" descritte dicono già molte cose, se realmente si ha voglia di vedere (di capire).
Alla fine vien fuori una visione della vita pessimistica, disincantata. Con un forte disagio per come le cose potrebbero essere, per come la vita potrebbe funzionare. Con una strana nostalgia per le cose non fatte, non vissute. Solo un episodio esterno, estraneo, imprevedibile può smuoverci, scatenare la forza repressa, gli istinti primordiali, il rancore, la rabbia accumulatasi dentro di noi giorno dopo giorno. Allora siamo costretti a metterci in gioco, a tirare fuori l'istinto, a riappropriarci della vita, delle nostre energie. E' quello che capita anche al protagonista del film Cane di paglia di Sam Peckinpah (del 1971, tratto da un romanzo di Gordon M. Williams).
Allora l'impiegato modello, il buonista confuso, l'uomo qualsiasi e senza qualità si trova da solo, e a un certo punto persino isolato dal resto del mondo. Deve per forza reagire se non vuole soccombere. Deve tirare fuori il meglio (o il peggio) di sé: sopportare il dolore, la fame, la morte di un' amica-amante, e uccidere per salvare la pelle e poi, alla fine, per sentire in gola il sapore infernale della vendetta. Davvero niente male per un "piccolo blues".
Alex Brando
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"Il padre del neo-polar", tale è l'etichetta rimasta attaccata a Jean-Patrick Manchette. La merita - essendo lui stesso l'inventore della formula - anche se come tutte le etichette, è inevitabilmente riduttrice e riassume appena la nuova intonazione che Manchette imprime al genere poliziesco quando approda alla collana "Série Noire" nel 1971. I gangsters ed i teppisti occupano la scena del romanzo noir alla francese fino a quel momento. Con Manchette verranno espresse altre preoccupazioni, politiche e sociali.
Nato il 19 dicembre 1942 a Marsiglia, Manchette è, giovanissimo, militante politico. Contro la guerra d'Algeria inizialmente, quindi, negli anni sessanta, è nella estrema sinistra ( extra-parlamentare noi diremmo), sulle posizioni situazioniste di Guy Debord. Appassionato di jazz, di cinema, della detective story americana, dopo alcuni mesi passati ad insegnare in Inghilterra, incomincia ben presto a scrivere: sceneggiature di cortometraggi, di pellicole erotiche del regista Max Pecas, un romanzo erotico, degli episodi di sceneggiati televisivi. Si lancia dunque nella mischia con Laissez bronzer les cadavres (scritto insieme a Jean-Pierre Bastid) e L'Affaire N'Gustro. Nove altri titoli seguiranno, la maggior parte da Gallimard tra cui si segnala il fenomenale La position du tireur couché (1982), sempre con uno stile secco e senza ornamenti che doveva fondare una scuola e influenzare numerosi seguaci (spesso chiaramente meno ispirati...). Ma l'attività di Manchette non si ferma qui. È anche traduttore, di Ross Thomas e di Donald Westlake, e di autori di fumetti come il tandem infernale Alan Moore e Dave Gibbons. Partecipa a numerose sceneggiature come La guerre des polices (1979) o La Crime (1983). Dirige la raccolta di SF Futurama. E soprattutto, getta uno sguardo erudito e corrosivo sui polar nelle sue cronache per i giornali Charlie ed occasionalmente Libération, nonché per la rivista Polar de Rivages.
Numerosi suoi romanzi saranno adattati dal cinema francese, ma Manchette non ne scriverà più a partire dal 1982. Nel 1989, è operato di un tumore al pancreas. Muore il 3 giugno 1995 a Parigi a seguito di un cancro al polmone.
I suoi principali lavori sono: : O dingos, Ô chateaux !, Nada, Que d'os !, Le petit bleu de la côte Ouest, La position du tireur couché, Fatale
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Traduzioni italiane tutte da Einaudi: Piccolo blues (2002), Nada, (2000) Posizione di tiro (1998), Fatale (1998).