JdM: Perché ha scritto "Buongiorno pigrizia"?
Corinne Maier: Ho scritto questo libro per divertimento e per tentare di indicare attraverso l'umorismo alcuni aspetti del sistema delle grandi imprese che mi sembrano assurdi.
Vuole dire dell'impresa pubblica...
No, il mio libro riguarda le grandi aziende in generale. Che siano pubbliche o private, il funzionamento e gli scopi restano identici.
È stata sorpresa dal successo del suo libro?
Sì, questo successo mi ha stupita. Il mio datore di lavoro aveva intenzione di procedere in via disciplinare nei miei confronti. Ma di fronte all'impatto mediatico e sindacale, ha fatto marcia indietro.
Si aspettava una reazione di EDF?
Non mi attendevo neppure che EDF mi minacciasse. Non cito l'azienda nel mio lavoro. (Ndr: EDF è citata nel libro soltanto in quarta di copertina)
Quali tendenze questo successo rivela? Un disinganno dei quadri?
Mi sono accorta di non essere la sola a chiedermi se il lavoro abbia un senso. Le vendite del libro raggiungono 200.000 copie in Francia e sarà tradotto in venticinque lingue.
Siamo dunque in tanti ad interrogarci. C’è dunque un disagio. Probabilmente un disinganno, un'angoscia interiore. È tutto ciò vale la pena? Che cosa ci si attende dal lavoro?
E come spiega questa tendenza?
Negli anni 90, si è licenziato molto e assunto poco. Per quasi sette anni, i quadri hanno conosciuto momenti tristi. Hanno constatato che non erano indispensabili e che l'impresa non doveva loro nulla. Tale presa di coscienza rappresenta un grande choc. Ma non hanno potuto trarre le conseguenze poiché la bolla Internet ha mascherato ogni questione. Dall'esplosione della bolla, tiriamo il bilancio degli anni 90.
Era meglio prima?
Era forse meglio prima. Con meno disoccupazione, i rapporti di forza pendevano più a favore dei lavoratori dipendenti che potevano dimettersi se lo desideravano.
La filosofia che lei raccomanda non è forse dispendiosa, riservata ossia ad una categoria sociale in possesso dei mezzi materiali e finanziari per rimettersi in discussione sul piano professionale?
No, riguarda milioni di persone. Propongo un comportamento: fare finta. Per un operaio, non è possibile, è sorvegliato in modo permanente. Ma è possibile a molti lavoratori dipendenti,
fra i quali i quadri di basso livello e i tecnici.
Quali sono state le reazioni dei lettori?
Ho ricevuto molta posta, soprattutto dai lettori cui è piaciuto il libro. Altri lo hanno trovato scandaloso. Per costoro, non bisogna mai criticare il lavoro.
Il lavoro è un argomento tabù?
Sì, è un tabù. La società e il mondo delle imprese presentano il lavoro come una opportunità. Il datore di lavoro considera come un favore il fatto di avere assunto il dipendente, come una prova di gentilezza e di bontà. Appena un lavoratore dipendente fa una critica, il datore di lavoro ne deduce che è diretta contro di lui. I lavoratori dipendenti esitano dunque a parlare. Altra conseguenza: il
datore di lavoro pretende di impostare il rapporto al di là del lavoro. Chiede dunque adesione, docilità, obbedienza e rispetto della cultura d'impresa. E ciò non basta mai, richiede sempre più. Ma la relazione tra datore di lavoro e dipendente resta dopo tutto uno scambio, che dovrebbe essere un minimo equilibrato.
La posta che ha ricevuto ha fatto evolvere le sue idee? Oggi, scriverebbe lo stesso libro?
Sarebbe un libro leggermente diverso poiché ho ricevuto nuovi stimoli. Ma in fondo svilupperei le stesse idee. Le reazioni mi hanno consolidato nel mio ragionamento.
"99 Francs", " Les petits soldats du journalisme"... Sempre più libri si imperniano su una intenzionalità degli autori che tende a "sputare nel piatto", pur essendo stati (o essendolo tuttora) un elemento del sistema. Cosa si può vedere in questa tendenza?
Viviamo nel mondo del “politicamente corretto”. Non si può dire tutto. In questo contesto, questi libri irritano non poco. Ciò spiega il loro successo.
Perché lei non si è indirizzata ad una lotta sindacale piuttosto che scrivere questo libro?
Per dieci anni, sono stata iscritta al sindacato della CFDT. È un altro tipo d'azione. Domani, forse condurrò un'azione di tipo collettiva.
Nel suo libro, lei critica l'azione dei sindacati...
È un libro atrabiliare... I sindacati hanno un ruolo importante da giocare. D'altra parte, mi hanno difesa quando EDF mi ha minacciato. Gliene sono riconoscente.
Quanto le ha fatto guadagnare il libro? Abbastanza di consentirle di abbandonare il lavoro?
Fino ad oggi, non so. Dipenderà dalle vendite all'estero. I miei diritti d'autore dovrebbero assicurarmi molti milioni di franchi. A breve termine, continuerò a lavorare per dare l'esempio. Questa stramberia potrebbe far incazzare di più il mio datore di lavoro.
Ha ambizioni? In quale settore?
Non ho un'ambizione in termini di denaro. Voglio appena disporre di ciò che occorre per vivere. Inoltre, non ho mai desiderato il potere, né ho cercato le responsabilità. Non vorrei diventare quadro. In compenso, cerco di esercitare un’ influenza, fare riflettere e far ridere.
Come spiega che alcune persone amano il loro lavoro?
Conosco gente che ama ciò che fa. Ma sono la minoranza. Fanno spesso lavori intellettuali o di ricerca o conducono progetti. Alcuni sindacalisti sono appassionati alla loro attività.
Quali grandi imprenditori ammira?
Ho recentemente letto un articolo su “Courrier international” in cui un dirigente d’azienda brasiliano ha adottato una gestione rivoluzionaria. I suoi dipendenti fanno ciò che vogliono e si assegnano anche la paga. Vorrei indagare sul funzionamento di questa iniziativa.
Lei in fondo non è la prima rappresentante della specie dei "bobos (*) professionali" che approda nei media , cioè di gente che gode di conforti sociali ma si smarca sui valori?
Prima del successo del libro, non approfittavo poi tanto del sistema. Da quattro anni, facevo lavoro part-time presso EDF, ricevendone il salario medio di un funzionario. Non rinnego l'etichetta dei Bobo. E' considerata spesso in modo negativo, e questo mi fa ridere! Negli Stati Uniti, è gente che vive bene. Non è il mio caso, anche se potrebbe succedere. Non mi riconosco nella borghesia tradizionale della Rive Droite. Sono una “Bobo” a tendenza “intello”. (**)
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* Col termine bobo (acronimo di
bourgeois-bohème si indica in Francia con una certa accezione dispregiativa una categoria di persone piuttosto agiata, con mestieri intellettuali, ma progressista e di sinistra: la borghesia della Rive Gauche, mentre la borghesia della Rive Droite, cui in seguito la Maier fa allusione, è tendenzialmente di destra e propende più per l'avere che per l'essere.
(**) intello è abbr. di intellettuale
Benvenuta pigrizia, ecco l'arte
di lavorare meno in ufficio
Nel libro di Corinne Maier l'appello a un "disimpegno attivo"
per combattere l'iniquità delle grandi corporation
di ALESSANDRA RETICO
Camminare per i corridoi con passo veloce e sguardo assorto, sotto il braccio voluminosi incartamenti. La scrivania assediata da fogli e appunti, da spostare con calibrata frenesia. Mai il giornale (a meno che non si lavori in un giornale), segno di inequivocabile lassismo, e mai una telefonata privata che non sia con un amico disposto a ricevere d'improvviso un "la ringrazio, ci richiami senza esitazioni se avesse ancora problemi" con seguente riaggancio brusco della cornetta. Tu chiamala se vuoi furbizia, ma lavorare il meno possibile apparendo agli occhi dei capi il paradigma dello stakanovismo è molto di più: un'arte, una necessità, quasi quasi un'etica.
Almeno la pensano così i francesi che stanno premiando un libricino molto sfizioso che insegna l'arte di imboscarsi in ufficio - ma non solo, vedremo - scritto da un'economista nonché dottoranda in psicanalisi che lavora part-time per la Edf, l'Enel francese, la 40enne Corinne Maier. Il suo Bonjour Paresse, "Buongiorno pigrizia" (Editions Michalon), titolo d'evidente parodia del francesissimo romanzo di Francois Sagan, Bonjour Tristesse (best seller nel '54) a maggio ha venduto le prime 4mila copie d'un colpo, esaurito tre successive ristampe per un totale di 15mila vendute e con una domanda che non accenna a diminuire ma anzi.
I motivi di tanto appeal non sono solo nei tanti trucchi ed escamotage suggeriti per campare in azienda senza morire di lavoro. Il tono del volumetto, leggero ma di quella leggerezza agra che solo i francesi sanno rendere, evoca molto di più: innanzitutto la paura che la conquista delle 35 ore lavorative venga messa a rischio dal governo conservatore di Raffarin che non nasconde una virile allergia per quella mezza giornata che avrebbe trasformato la Francia, secondo il premier, in un grande parco ricreativo.
Non meno seduttivo quello che l'autrice chiama un "disimpegno attivo" per combattere l'immobilità professionale delle grandi corporation moderne e in particolari francesi "che somigliano per rigidità gerarchica e stagnazione del lavoro alla corte di Luigi XIV, cioè a luoghi così ritualizzati e complicati che fanno apparire a chi vi è impiegato che produce ma di fatto non fa assolutamente niente".
Il problema non cambia se ti spezzi la schiena sulla scrivania e prima di accedere agli onori del supplizio aziendale hai impiegato tempo e denaro per arricchire il curriculum di uno svariato numero di titoli di studio tra laurea, master, specializzazioni e phd: carriera non ne fai perché i criteri di promozione e avanzamento nelle aziende, specie se sei un medio-livello, non sono meritocratici, ma chissà. Il dubbio posto non apre loschi scenari, ma semplicemente la vertigine del "non senso" e dell'iniquità dei riconoscimenti professionali.
Molto europeo come destino: sovraeducati e sottoimpiegati. Dunque, come recita il sottotitolo del libro, bisogna inventarsi "l'arte e la necessità di fare il meno possibile sul posto di lavoro" per evitare, vira sul filosofico la Maier, "che ti tolgano anche il permesso di sognare". E allora qualche altra dritta: "Se proprio dovete sbrigare del lavoro, fatelo nel modo più lento possibile. Non create nessun pericoloso precedente, mostrando al vostro capo che siete veloci". Ancora: "Quando vieni richiamato dal tuo capo la cosa migliore è andare da lui con una serie di floppy con dei file che provino cosa hai fatto tutto il giorno".
La Maier all'Edf lavora per 20 ore la settimana guadagnando meno di 2 mila euro al mese. Mai cita l'azienda d'elettricità per cui lavora, attualmente in una vertenza sindacale per una parziale privatizzazione. Eppure - sarà per quegli esempi così sul campo, quella definizione della cultura corporativa come la "cristallizzazione della stupidità di un gruppo di persone in un dato momento" e ovviamente il clamore inaspettato del pubblico dei lettori - la Maier s'è guadagnata una convocazione per un'udienza disciplinare dalla Edf. Il motivo ufficiale: ha abbandonato prima del tempo il posto di lavoro. L'eventuale sanzione è rinviata a settembre. Corinne è in ferie in attivo disimpegno.
"la Repubblica"
(17 agosto 2004)
La strategia del deformismo
[…] Viene da pensare che si allunghi ulteriormente il percorso che porta da Marx a Bernstein: per i critici del capitalismo l'alternativa va dalla rivoluzione non più al riformismo, bensì al deformismo, indirizzato ai quadri piuttosto che alla classe operaia. Rimanere all'interno delle strutture di produzione, senza apparentemente contrastarle, ma rendendo incongrua la propria parteipazione al processo d'impresa, minandolo dall'interno dell sue logiche, deformandolo infine nel senso. Un immateriale luddismo rivolto al marketing. Si capisce presto che le aspettative sono totalmente infondate. Il pamphlet è un campionario di luoghi comuni rozzamente espressi. Gira e rigira, l'unico nodo a cui circolarmente ritornano le argomentazioni della Maier è la vacuità del lessico aziendale, ricondotta ai canoni della neolingua di Orwell. C'è invero una tesi di fondo, pienamente condivisibile: l'azienda è sempre meno il luogo della razionalità e dell'efficienza e veicola, quale cemento ideologico, banalità macro-sociali nelle cui reti finisce per rimanere avviluppata. Però per dire un paio di cose intelligenti bastano le cene con gli amici, un libro è ridondante. Forse, e da qui il successo, il testo è stato scambiato grazie al titolo, per l'ennesimo istant-book su come godersi la vita senza affanni, una qualità peraltro, che l'autrice non pare possedere. Di più: la Maier, che lavora presso l'Electricitè de France, è incredibilmente livorosa verso le stesse condotte che suggerisce. Alla fine sembra ( e forse lo è) una manager imbufalita per le risorse sprecate in consulenti e l'annacquamento del decisionismo in troppe riunioni.
Remo Bassetti
"Giudizio universale" - 2/2005