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Corinne Maier - Buon giorno pigrizia - Bompiani,  Milano  2005

Massimo Nava
21 febbraio 2005

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PARIGI - Dopo il Codice da Vinci, c' è lei in testa alle classifiche e nel cuore dei francesi: la pigrizia. Elogio, teoria e pratica nella fabbrica del terzo millennio, alla faccia della cultura d' impresa, del Dio mercato e della meritocrazia. Per vivere più sereni, provare a cambiare le cose e soprattutto conservare il posto, al grido di «colletti bianchi di tutto il mondo unitevi». Senza barricate, ma nel «dolce far niente», la formula italiana entrata nel linguaggio corrente della Francia, Paese che detiene il record mondiale di vacanze e minor numero di ore lavorate. Bonjour paresse, buongiorno pigrizia, è il titolo che Corinne Maier, strizzando l' occhio per assonanza al famoso romanzo della Sagan, ha scelto per il suo libro, in uscita in Italia da Bompiani. Un successo folgorante, oltre 300 mila copie, traduzioni e recensioni in tutto il mondo, compresi i templi della produttività, come Corea del Sud e Taiwan. L' «arte e la necessità di fare il meno possibile nell' impresa» è il manifesto di un' altra generazione, con angosce più prosaiche dell' esistenzialismo borghese della Sagan. Una generazione sovraccarica di diplomi e specializzazioni, sottoimpiegata e senza il diritto di sognare. Destino occidentale, o almeno europeo, che Corinne Maier racconta per esperienza diretta: impiegata quarantenne all' Edf, il colosso pubblico dell' elettricità francese, studi di economia, scienze politiche e psicoanalisi, una decina di saggi e libri all' attivo, due figli e un marito. Il suo è un posto a part time, come analista dei mercati europei dell' elettricità, da qualche mese nel mirino della dirigenza, che vorrebbe trovare l' artificio giuridico per il licenziamento. «L' impresa - scrive - un tempo macchina per fare soldi è ormai una macchina per far obbedire. Le dittature in Europa sono morte, ma hanno lasciato dei bei cadaveri. Tutti in riga, ci si annoia terribilmente, impantanati nella routine, fra riunioni, dirigenti meschini, un' organizzazione pesante e appesantita, una lingua-slogan e menzogne a non finire... La pigrizia è un' arte che consiste nel far finta di lavorare, cosa che porta in sé due piacevoli conseguenze: la prima è che si conserva senza fatica il posto di lavoro, la seconda che si diventa parassiti all' interno del sistema, contribuendo così ad accelerarne l' ineluttabile crollo». Aggiungendo che «affrettare la caduta del capitalismo è un bell' atto di coraggio, forse l' ultimo alla portata di noi naufraghi della Storia», Corinne Maier potrebbe sembrare un ultimo esemplare di cultura neomarxista e antiglobal o una versione aggiornata delle avventure di Fantozzi in ufficio. Invece, colpisce senza armamentario ideologico e caricatura dell' impiegato frustrato. Descrive dall' interno l' impresa con le sue regole, i suoi meccanismi, il suo linguaggio, le sue gerarchie. Corinne Maier parla della Francia e non distingue fra impresa pubblica e impresa privata, ma la sua frustata di ironia e semplicità sfiora, come il bambino nel Re muore di Ionesco, un universo più allargato. Non da oggi ci s' interroga sui capitalisti senza capitali, sulla finanza «punto.com», su un modello d' impresa che ha sostituito l' etica del profitto e della responsabilità con le pubbliche relazioni e il rapporto con la politica, sui disastri senza padri di grandi società, grandi banche, grandi industrie. Il quadro della Maier è ironico e grottesco ma assomiglia alla realtà. Un mondo di funzioni inutili, poteri indiscutibili e assenza di critica, che sembra l' eredità di un modello sovietico, dove i capi parlano una lingua che tutti fingono di capire, dove carriere e meriti si distribuiscono secondo criteri insondabili, dove il calcio nel sedere si chiama più delicatamente «mobilità», dove stipendi (e liquidazioni) dei capi restano insindacabili, indipendentemente dai risultati e dal tanto sbandierato liberismo. L' azienda, secondo la Maier, cerca giovani da educare alla religione d' impresa. Per questo si fanno «sinergie» licenziando i cinquantenni e viene da chiedersi «se sia ancora legittimo pagare le tasse per far sì che gente ancora perfettamente in grado di lavorare sia messa da parte». «Nell' impresa si è considerati finiti ad un' età in cui si comincia a essere importanti per la politica e la cultura. Per i direttori delle risorse umane, Dostoevskij e Cézanne sarebbero da buttare». «Ho scritto per divertire e divertirmi - dice la Maier, nel salottino di un alloggio popolare, alla Porte d' Italie - ma a volte l' ironia ha più effetti della bomba nucleare. Il mio libro è uscito il primo maggio! L' elogio della pigrizia è il paradosso per riflettere sulle cose che tutti pensano e che nessuno dice e che pochissimi scrivono. Sull' assenza totale di dibattito e di senso del ridicolo. Siamo al pensiero unico, perché nemmeno il sindacato e i piccoli azionisti hanno voce in capitolo. Politici e altre personalità pubbliche sono sempre soggette a critica. Nei confronti dei grandi capitani d' industria e dei manager c' è invece una sorta di compiacente sacralità, anche quando abbracciano l' aria. Eppure sono loro, non gli impiegati, i responsabili dei più grandi disastri, delle scelte sbagliate, delle avventure fallimentari medicate con i soldi dello Stato. Quando mai hanno corso davvero il rischio d' impresa?». Gli esempi recenti, in Francia e in Italia, non mancano. Ecco allora la catarsi liberatoria delle «vittime», la rivoluzione tranquilla dei «superdiplomati mendicanti», l' arte della pigrizia in attesa che le future generazioni ascoltino i consigli di «mamma Maier»: «Cari miei, da grandi non andate nell' impresa, papà e mamma ne sarebbero delusi». Prima regola: scimmiottare linguaggio e gesti dei capi, tanto la cerchia di opportunisti non noterà la finzione. Secondo: partecipare il meno possibile e decifrare il linguaggio per difendersi da frasi del tipo «il vostro apporto creativo è importante». Terzo: rifuggire da atteggiamenti individualistici, fingendo di credere all' «erezione obbligatoria», ovvero la quantità infinita di progetti «inverosimili o irrealizzabili», senza che nulla sia cambiato dai tempi del Re Sole, quando l' autorità si esercitava nel modo più centralizzato possibile. «Solo il regime comunista, gran chiacchierone, si è mostrato più prolisso dell' aziendalese, un misterioso gergo adatto a sedurre un pubblico che si sente tanto più up to date quanto più ha le idee confuse». Quindi la regola massima è osservare l' impresa come si leggeva la Pravda: «Ci si deve domandare se non vi sia davvero qualche cosa sotto». Ultima regola, il massimo dell' inerzia, è anche diffidare di sindacati e sindacalisti, «dinosauri di un mondo gerarchico e burocratico, ex rivoluzionari che se fossero riusciti a cambiare le cose ce ne saremmo accorti». Visto il successo, la Maier vorrebbe giocare con altri bersagli. «I cosiddetti maestri del pensiero, guru, commentatori e analisti che parlano di tutto senza contatto con la realtà. Ci spiegano il mondo, la politica, la guerra, l' economia dandosi ragione a vicenda. In realtà, fanno gargarismi».

Massimo Nava
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Esempio 1
Corinne Maier

Buongiorno pigrizia, Corinne Maier Ordina da iBS Italia

Il cretino che siede alla scrivania accanto potrebbe essere promosso al vostro posto da un momento all'altro. Se accettate un ruolo di responsabilità, vi ritroverete un mucchio di lavoro in più sulle spalle e solo un pugno di noccioline in busta paga. Meglio defilarsi, perciò, perché i più esposti sono quelli che più rischiano il licenziamento... Un pamphlet appassionato contro chi profetizza sempre nuovi riconoscimenti e nuove rivoluzioni culturali e quelli che pensano di poter modificare profondamente la realtà dalla loro scrivania.

JdM:  Perché ha scritto "Buongiorno pigrizia"?

Corinne Maier:  Ho scritto questo libro per divertimento e per tentare di indicare attraverso l'umorismo  alcuni aspetti del sistema delle grandi imprese che mi sembrano assurdi.

Vuole  dire dell'impresa pubblica...

No, il mio libro riguarda le grandi aziende in generale. Che siano pubbliche o private, il funzionamento e gli scopi restano identici.

È stata sorpresa dal successo del suo libro?

Sì, questo successo mi ha stupita. Il mio datore di lavoro aveva intenzione di procedere in via disciplinare nei miei confronti. Ma di fronte all'impatto mediatico e sindacale, ha fatto marcia indietro.

Si aspettava una reazione di EDF?

Non mi attendevo neppure che EDF mi minacciasse.  Non cito l'azienda nel  mio lavoro. (Ndr: EDF è citata nel libro soltanto in quarta di copertina)


Quali tendenze questo successo rivela? Un disinganno dei quadri?

Mi sono accorta di non essere la sola a chiedermi  se il lavoro abbia  un senso. Le vendite del libro raggiungono 200.000 copie in Francia e sarà tradotto in venticinque lingue.
Siamo dunque in tanti  ad interrogarci. C’è dunque  un disagio. Probabilmente un disinganno, un'angoscia interiore. È  tutto ciò vale la pena? Che cosa ci si  attende dal lavoro?

E come spiega questa tendenza?

Negli anni 90, si è licenziato molto e assunto poco. Per quasi sette anni, i quadri hanno conosciuto momenti tristi. Hanno constatato che non erano indispensabili e che l'impresa non doveva loro nulla. Tale presa di coscienza rappresenta un  grande choc. Ma non hanno potuto trarre le conseguenze poiché la bolla Internet ha mascherato ogni questione. Dall'esplosione della bolla, tiriamo il bilancio degli anni 90.

Era meglio prima?

Era forse meglio prima. Con meno disoccupazione, i rapporti di forza pendevano più a favore dei lavoratori dipendenti che potevano dimettersi se lo desideravano.

La filosofia che lei raccomanda  non è forse dispendiosa, riservata ossia ad una categoria sociale in possesso dei mezzi materiali e finanziari per rimettersi in discussione sul piano professionale?

No,  riguarda milioni di persone. Propongo un comportamento: fare finta. Per un operaio, non è possibile, è sorvegliato in modo permanente. Ma è possibile a molti lavoratori dipendenti,
fra i quali i quadri di basso livello e i tecnici.

Quali sono state le reazioni dei lettori?

Ho ricevuto molta posta, soprattutto dai lettori cui è piaciuto il libro. Altri lo hanno trovato scandaloso. Per costoro, non bisogna mai criticare il lavoro.

Il lavoro è un argomento tabù?

Sì, è un tabù. La società e il mondo delle imprese presentano il lavoro come una opportunità. Il datore di lavoro considera  come un favore il fatto di avere assunto il dipendente, come una prova di gentilezza  e di bontà. Appena un lavoratore dipendente fa una critica, il datore di lavoro ne deduce che è diretta contro di lui. I lavoratori dipendenti esitano dunque a parlare. Altra conseguenza: il
datore di lavoro pretende di impostare il rapporto al di là del lavoro. Chiede dunque adesione, docilità, obbedienza e rispetto della cultura d'impresa. E ciò non basta mai, richiede sempre più. Ma la relazione tra datore di lavoro e dipendente resta dopo tutto uno scambio, che dovrebbe essere  un minimo equilibrato.

La posta che ha ricevuto ha  fatto evolvere le sue idee? Oggi, scriverebbe lo stesso libro?

Sarebbe un libro leggermente diverso poiché ho ricevuto nuovi stimoli. Ma in  fondo svilupperei le stesse idee.   Le reazioni mi  hanno consolidato nel mio ragionamento.

"99 Francs", " Les petits soldats du journalisme"... Sempre più libri si imperniano su una intenzionalità degli autori che tende a  "sputare nel  piatto", pur essendo stati (o essendolo tuttora) un elemento del sistema. Cosa si può  vedere in questa tendenza?

Viviamo nel mondo del “politicamente corretto”. Non si può dire tutto. In questo contesto, questi libri irritano non poco. Ciò spiega il loro successo.

Perché lei non si è indirizzata ad una lotta sindacale  piuttosto  che scrivere questo libro?

Per dieci anni, sono stata iscritta al sindacato della CFDT. È un altro tipo d'azione. Domani, forse condurrò un'azione di tipo collettiva.

Nel suo libro, lei critica  l'azione dei sindacati...

È un libro atrabiliare...  I sindacati hanno un ruolo importante da giocare. D'altra parte, mi hanno difesa quando EDF mi ha minacciato. Gliene sono riconoscente.

Quanto le ha fatto guadagnare il libro? Abbastanza di consentirle di abbandonare il lavoro?

Fino ad oggi, non so. Dipenderà dalle vendite all'estero. I miei diritti d'autore dovrebbero assicurarmi  molti milioni di franchi. A breve termine, continuerò a lavorare per dare l'esempio. Questa stramberia potrebbe far incazzare di più il  mio datore di lavoro.

Ha  ambizioni? In quale settore?

Non ho un'ambizione in termini di denaro. Voglio appena disporre di ciò che occorre per vivere. Inoltre, non ho mai desiderato il potere, né ho cercato le responsabilità. Non vorrei diventare quadro. In compenso, cerco di esercitare un’ influenza, fare riflettere e  far  ridere.

Come spiega  che alcune persone amano  il loro lavoro?

Conosco gente che ama  ciò che fa. Ma sono la minoranza. Fanno spesso  lavori intellettuali o di ricerca o conducono progetti. Alcuni sindacalisti sono appassionati alla loro attività.

Quali grandi imprenditori  ammira?

Ho recentemente letto un articolo su  “Courrier international”  in cui  un dirigente d’azienda brasiliano  ha adottato una gestione rivoluzionaria. I suoi dipendenti fanno ciò che vogliono e si assegnano anche la paga. Vorrei indagare sul funzionamento di questa iniziativa.

Lei in fondo non è  la prima rappresentante della specie dei "bobos (*) professionali" che approda nei media , cioè di gente che gode di conforti sociali  ma si smarca sui valori?

Prima del successo del libro, non approfittavo poi tanto  del sistema. Da quattro anni, facevo lavoro part-time presso EDF, ricevendone il salario medio di un funzionario. Non rinnego l'etichetta dei Bobo. E' considerata spesso in modo negativo, e questo mi fa ridere! Negli Stati Uniti, è gente che vive bene. Non è il mio caso, anche se potrebbe succedere. Non mi riconosco nella borghesia tradizionale della Rive Droite. Sono una “Bobo” a tendenza  “intello”. (**)


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* Col termine bobo (acronimo di
bourgeois-bohème si indica in Francia con una certa accezione dispregiativa una categoria di persone piuttosto agiata, con mestieri intellettuali, ma  progressista e di sinistra: la borghesia della Rive Gauche, mentre la borghesia della Rive Droite, cui in seguito la Maier fa allusione,  è tendenzialmente di destra e propende più per l'avere che per l'essere.

(**)  intello è abbr. di intellettuale
<<< Dal Journal du Management
Benvenuta pigrizia, ecco l'arte
di lavorare meno in ufficio
Nel libro di Corinne Maier l'appello a un "disimpegno attivo"
per combattere l'iniquità delle grandi corporation
di ALESSANDRA RETICO

 

 
Camminare per i corridoi con passo veloce e sguardo assorto, sotto il braccio voluminosi incartamenti. La scrivania assediata da fogli e appunti, da spostare con calibrata frenesia. Mai il giornale (a meno che non si lavori in un giornale), segno di inequivocabile lassismo, e mai una telefonata privata che non sia con un amico disposto a ricevere d'improvviso un "la ringrazio, ci richiami senza esitazioni se avesse ancora problemi" con seguente riaggancio brusco della cornetta. Tu chiamala se vuoi furbizia, ma lavorare il meno possibile apparendo agli occhi dei capi il paradigma dello stakanovismo è molto di più: un'arte, una necessità, quasi quasi un'etica.

Almeno la pensano così i francesi che stanno premiando un libricino molto sfizioso che insegna l'arte di imboscarsi in ufficio - ma non solo, vedremo - scritto da un'economista nonché dottoranda in psicanalisi che lavora part-time per la Edf, l'Enel francese, la 40enne Corinne Maier. Il suo Bonjour Paresse, "Buongiorno pigrizia" (Editions Michalon), titolo d'evidente parodia del francesissimo romanzo di Francois Sagan, Bonjour Tristesse (best seller nel '54) a maggio ha venduto le prime 4mila copie d'un colpo, esaurito tre successive ristampe per un totale di 15mila vendute e con una domanda che non accenna a diminuire ma anzi.

I motivi di tanto appeal non sono solo nei tanti trucchi ed escamotage suggeriti per campare in azienda senza morire di lavoro. Il tono del volumetto, leggero ma di quella leggerezza agra che solo i francesi sanno rendere, evoca molto di più: innanzitutto la paura che la conquista delle 35 ore lavorative venga messa a rischio dal governo conservatore di Raffarin che non nasconde una virile allergia per quella mezza giornata che avrebbe trasformato la Francia, secondo il premier, in un grande parco ricreativo.
 

Non meno seduttivo quello che l'autrice chiama un "disimpegno attivo" per combattere l'immobilità professionale delle grandi corporation moderne e in particolari francesi "che somigliano per rigidità gerarchica e stagnazione del lavoro alla corte di Luigi XIV, cioè a luoghi così ritualizzati e complicati che fanno apparire a chi vi è impiegato che produce ma di fatto non fa assolutamente niente".

Il problema non cambia se ti spezzi la schiena sulla scrivania e prima di accedere agli onori del supplizio aziendale hai impiegato tempo e denaro per arricchire il curriculum di uno svariato numero di titoli di studio tra laurea, master, specializzazioni e phd: carriera non ne fai perché i criteri di promozione e avanzamento nelle aziende, specie se sei un medio-livello, non sono meritocratici, ma chissà. Il dubbio posto non apre loschi scenari, ma semplicemente la vertigine del "non senso" e dell'iniquità dei riconoscimenti professionali.

Molto europeo come destino: sovraeducati e sottoimpiegati. Dunque, come recita il sottotitolo del libro, bisogna inventarsi "l'arte e la necessità di fare il meno possibile sul posto di lavoro" per evitare, vira sul filosofico la Maier, "che ti tolgano anche il permesso di sognare". E allora qualche altra dritta: "Se proprio dovete sbrigare del lavoro, fatelo nel modo più lento possibile. Non create nessun pericoloso precedente, mostrando al vostro capo che siete veloci". Ancora: "Quando vieni richiamato dal tuo capo la cosa migliore è andare da lui con una serie di floppy con dei file che provino cosa hai fatto tutto il giorno".

La Maier all'Edf lavora per 20 ore la settimana guadagnando meno di 2 mila euro al mese. Mai cita l'azienda d'elettricità per cui lavora, attualmente in una vertenza sindacale per una parziale privatizzazione. Eppure - sarà per quegli esempi così sul campo, quella definizione della cultura corporativa come la "cristallizzazione della stupidità di un gruppo di persone in un dato momento" e ovviamente il clamore inaspettato del pubblico dei lettori - la Maier s'è guadagnata una convocazione per un'udienza disciplinare dalla Edf. Il motivo ufficiale: ha abbandonato prima del tempo il posto di lavoro. L'eventuale sanzione è rinviata a settembre. Corinne è in ferie in attivo disimpegno.

"la Repubblica"
(17 agosto 2004)


La strategia del deformismo
[…]  Viene da pensare che si allunghi ulteriormente il percorso che porta da Marx a Bernstein: per i critici del capitalismo l'alternativa va dalla rivoluzione non più al riformismo, bensì al deformismo, indirizzato ai quadri piuttosto che alla classe operaia. Rimanere all'interno delle strutture di produzione, senza apparentemente contrastarle, ma rendendo incongrua la propria parteipazione al processo d'impresa, minandolo dall'interno dell sue logiche, deformandolo infine nel senso. Un immateriale luddismo rivolto al marketing. Si capisce presto che le aspettative sono totalmente infondate. Il pamphlet è un campionario di luoghi comuni rozzamente espressi. Gira e rigira, l'unico nodo a cui circolarmente ritornano le argomentazioni della Maier è la vacuità del lessico aziendale, ricondotta ai canoni della neolingua di Orwell. C'è invero una tesi di fondo, pienamente condivisibile: l'azienda è sempre meno il luogo della razionalità e dell'efficienza e veicola, quale cemento ideologico, banalità macro-sociali nelle cui reti finisce per rimanere avviluppata. Però per dire un paio di cose intelligenti bastano le cene con gli amici, un libro è ridondante. Forse, e da qui il successo, il testo è stato scambiato grazie al titolo, per l'ennesimo istant-book su come godersi la vita senza affanni, una qualità peraltro, che l'autrice non pare possedere. Di più: la Maier, che lavora presso l'Electricitè de France, è incredibilmente livorosa verso le stesse condotte che suggerisce. Alla fine sembra ( e forse lo è) una manager imbufalita per le risorse sprecate in consulenti e l'annacquamento del decisionismo in troppe riunioni.

Remo Bassetti
"Giudizio universale" - 2/2005


Come lavorare di più, lavorando meno.

Laura Stack
Esci prima dall'ufficio
Sperling & Kupfer 2005
Ti arrabbi se non si può usare il computer portatile sul traghetto? Controlli la tua posta elettronica anche di domenica? Esci dall'ufficio dopo la signora delle pulizie? Presidente di uno studio di consulenza aziendale specializzato nell'incremento della produttività del personale, docente di seminari e workshop di incentivazione presso le più grandi aziende statunitensi, Laura Stack spiega con questo libro come "fare di più in meno tempo". Perché la mancanza di tempo è un problema che affligge la maggior parte dei lavoratori (sia uomini che donne) e, soprattutto, "perché la vita è altrove".

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