Valerio Magrelli, Nel condominio di carne, Einaudi, Torino 2003.
A fine lettura ci si domanda se è possibile partecipare alle riunioni del condominio. Pretendere che tutto funzioni bene, di riparare l'ascensore che ogni tanto si ferma e quindi si resta a terra, poi si fatica a rialzarsi, a tornare a sorridere. Pezzi di noi stessi che discutono su chi deve pagare di più e qual è l'urgenza più urgente... Cuori polmoni muscoli ossa cervello... ci parlano e quando lo fanno a voce alta allora qualcosa si è rotto e occorre ridargli pace. Valerio Magrelli nei suoi scritti ha da sempre operato scelte nuove e coraggiose: nella poesia mescolava la prosa, ora fa il contrario e "Nel condominio di carne" (2003, Einaudi) ci parla, con abilità e ironia, del corpo assediato, delle ripercussioni che un dolore o una malattia procurano alla psiche, ai normali comportamenti, ai pensieri, alle idee. Si pensa a Kafka e alle lente (talvolta improvvise) metamorfosi che subiamo nel corso degli anni, ma anche alla poesia (nel libro se ne parla spesso). Per esempio a Paul Valéry e alle sue esplorazioni dei meccanismi dell'attività spirituale, alle sue meticolose e quotidiane riflessioni. Il corpo, poi, si collega al tempo che passa e quindi nel libro da subito si parla d'infanzia (tema ricorrente della poetica di Magrelli) e ai viaggi, al percorso compiuto dal corpo stesso: la crescita, la mutazione, gli acciacchi, il decadimento. "Nel condominio di carne" è un lavoro
complesso ma fluido e godibilissimo, scandito in brevi paragrafi (55 in tutto) che scava con grazia e leggerezza, eppure in modo impietoso, nel corpo, nella sofferenza. In una parola: nella vita.
Alessio Brandolini
Abbandonati i versi per una prosa dai molteplici registri, l'autore si racconta con sguardo a volte attonito, a volte sarcastico, lanciandosi in un viaggio nelle cavità e negli orifizi, tra sofisticati congegni medici e misteri ancestrali, là dove l'autobiografia si fa autobiologia, cronaca e clinica, memoria e referto. Al centro di questo esordio narrativo, c'è il corpo, osservato con ironia e pietà, sottoposto a un'opera di scarnificazione, braccato fin nei recessi meno nobili, dei quali a volte si fatica a riconoscere l'appartenenza.