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Domenico Losurdo - La sinistra, la Cina e l'imperialismo - La Città del Sole, Napoli  1999. 

Per carità Leo Strauss non c'entra niente, qui non troviamo nulla della grandezza di Maimonide o di Spinoza, di Tucidide o di Senofonte, di Lessing o di Jacobi.
La scrittura e la persecuzione, il filosofo e la città. Gli scritti clandestini in cui si nascondono le verità. Non c'è nulla di nobile in quella che potremmo chiamare la produzione laterale di Domenico Losurdo, professore di filosofia della storia ad Urbino, autore di importanti libri presso le più prestigiose case editrici (ed è da ricordare qui lo studio che Losurdo ha pubblicato per Bollati Boringhieri su Heidegger e l'ideologia della guerra, una splendida ricostruzione storico culturale del pensiero tedesco ed europeo prima del nazismo) e molte volte ospite della Rai per i suoi programmi educativi.
Perché Domenico Losurdo, a lato della sua produzione accademica, affianca un attività, sempre di studioso e di intellettuale, che lascia sconcertati. 
Prendiamo il caso di un pamphlet di una ventina di pagine, dall'aspetto clandestino e ciclostilato, dal titolo: "La sinistra, la Cina e l'imperialismo" che Losurdo ha pubblicato nel settembre 1999 presso La Città del Sole, in cui si ripercorre la storia dei  rapporti tra l'Occidente e la Cina dalla guerra dell'oppio alla guerra in Kosovo.
Già la copertina sembrerebbe dire tutto. A fianco del nome della collana "per la critica dell'ideologia borghese" troviamo le fotografie di Mao Zedong che annuncia nel 1949 la fondazione della Repubblica Popolare Cinese e l'immagine di Jiang Zemin, poi  l'ambasciata cinese di Belgrado dopo il bombardamento della Nato e dei manifestanti cinesi che bruciano a Pechino la bandiera statunitense. E se non si trattasse di Losurdo si sarebbe tentati di lasciar perdere la lettura infilando subito il libretto in libreria, naturalmente accanto alla Cina della Macciocchi e luciferinamente vicino agli Essais sur la Chine di Simon Leys. Ma sono venti pagine, e uno sforzo si può fare. I concetti guida del discorso, con un atto di generosità quasi imbarazzante, si potrebbero definire quelli di un illuminismo sadiano. De Sade come illuminista radicale. La logica hegeliana del Terrore. Per Losurdo infatti la politica cinese di Mao Zedong è erede dei valori illuministi, eroicamente realizzati per resistere "al trionfo del boia imperialista". Trova quindi una ragione nei fatti la "lotta indiscriminata contro ogni forma di  «oscurantismo» e arretratezza" che la Rivoluzione Culturale ha compiuto in un Tibet trattato "alla stregua di una gigantesca Vandea da reprimere o da catechizzare con una pedagogia assai sbrigativa" (sic!),  visto che ora "le riforme e la rivoluzione hanno significato per le masse popolari tibetane un accesso a diritti umani prima del tutto sconosciuti, un aumento assai consistente del tenore di vita e un prolungamento sensibile della durata media di vita".  Ed è sempre per i soliti riboboli hegeliani che la tragedia di piazza Tien An Men, chiaramente per Losurdo una manovra dell'imperialismo, "non ha affatto posto fine al processo di democratizzazione, che ora, anzi, può svilupparsi su basi più solide"="#000000" font-family="Helvetic32; degli individui e per gli individui. Ma per i popoli. E la questione dissidenti si potrebbe risolvere tutta immaginando una nuova edizione ad uso totalitario del dizionario dei luoghi comuni di Flaubert, in cui, alla voce dissidenti potremmo leggere di sicuro: sono sempre quattro. E Losurdo infatti conferma. "Questi dissidenti sono quattro (di numero)". E allora quel "personaggio" di Wei Jingsheng, chiamato anche, con una certa signorilità, lo "sciagurato che vaneggia" "ama parlare dei cinesi così come gli antisemiti più arrabbiati (e gli stessi nazisti) parlavano degli ebrei!", cosicché "Wei Jingsheng e i suoi «tre» amici e compari sono pronti a condannare alla morte tutti gli eretici e popoli interi, che hanno il torto di essere realmente «dissidenti» rispetto alle planetarie ambizioni imperiali di Washington". 
Il discorso di Losurdo è veramente tutto qui. E davvero, forse non resterebbe che tornare ai suoi lavori accademici. Per quanto riguarda invece questo libretto ci sarebbe una proposta.  Rinunciare a tenerselo in libreria, in qualunque collocazione lo si ritenesse degno. Ma di mettere questo pamphlet in una busta, spenderci qualche lira in francobolli e spedirlo a Canberra, tra le colline spelacchiate e gli eucalipti, a Simon Leys. Sperando che il grande sinologo belga che denunciò, praticamente da solo, negli anni '70, i crimini  e la distruzione della civiltà cinese ad opera di Mao Zedong, voglia ancora dire qualcosa.
Edoardo Camurri
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