Tommaso Landolfi - Rien va - Adelphi, Milano, 1998, pp. 183.

Quando pensiamo a Landolfi (1907 - 1979) lo immaginiamo come "l'uomo in frac" della canzone di Modugno: scettico blu, giocatore perdente che si allontana nelle brume mattutine verso il passo fatale. E non solo perché lo sappiamo giocatore d'azzardo. Qualcosa di chic e choc ad esempio circola tra queste pagine diaristiche (dal titolo francese, manco a dirlo) ripubblicate a distanza di anni presso l'editore che per consentaneità meglio le poteva accogliere. Lo chic è dato da un'intonazione alta, da un lessico scelto, da un italiano inamidato come i polsini delle sue camicie, si suppone, dal giro di frase ad un tempo premeditato e negligente («quante disgiuntive, che frase mal costruita...che gioia!»). Lo choc invece dal fatto che il nostro diarista, seppur esaurito e snervato già di prima mattina, come non manca di ripetere ad ogni passo, trovi un'improvvisa energia nell'esternare le sue idee di reazionario puro: «Il diritto divino era pure un'idea: come potrebbe esserlo la sovranità popolare, che nel migliore dei casi è dell'ordine delle volgari necessità? Necessità non fa idea». Osservazione astratta ed elegante, da De Maistre sotto radice quadrata, comunque aristocraticamente "irresponsabile" se pensata nel vuoto sociale e storico. Peccato che negli anni in cui Landolfi redigeva il suo diario (1958-1960) i celerini facessero i caroselli con le jeep nelle piazze per conculcare quella idea, pardon, necessità.
Scrittore coltissimo (dicono), traduttore eccellente dal russo (affermano), dell'uno e dell'altro si avverte la neghittosa e sbadigliante presenza tra le pagine - molti i richiami alla "biblioteca" e i riferimenti a Puskin, Dostoevskij - mentre l'io narrante è pigramente alle prese con la cronachetta domestica (la gatta di casa, le acacie del giardino, la moglie bambina, le gioie e gli interrogativi della paternità per la figlia appena nata), salvo ridestarsi d'un tratto al momento delle frecciatine velenose verso la solidarietà, la democrazia, l'idea nazionale, le magnifiche sorti. In uno scrittore ostentatamente blasé e raté come lui tali malanimi hanno il sentore delle idee coatte e della cattiva coscienza.
Montale ha scritto: «Chi conosce questo scrittore sa che egli sostiene sempre impeccabilmente la sua parte, poco o nulla rivelando di ciò che la maschera assunta nasconde. Di qui a lasciar credere che dietro la maschera non vi sia nulla il passo è breve e molti critici l'hanno compiuto». Potremmo annoverarci fra costoro. E dunque: sotto il frac, niente?
Alfio Squillaci


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Tommaso Landolfi e Vitaliano Brancati
Esempio 1
Con "Rien va" Tommaso Landolfi, scrittore elusivo, mascherato, mistificatorio per eccellenza riguardo alla propria persona, ha scelto la via di un'ulteriore provocazione, rovesciando bruscamente i termini del gioco: pubblicato nel 1963, questo vero libro segreto -un diario del periodo '58-60 - si inoltra infatti nell'intimo e non cela paure e ossessioni, dal denaro al tappeto verde alla scrittura stessa. Al centro, una sorpresa che è anch'essa un brusco rovesciamento rispetto alla vita precedente di Landolfi: la nascita di una bambina, con lo stupore e l'euforia che l'accompagnano. Così questo zibaldone di pensieri, spesso taglienti e sconcertanti, si presenta come l'unico squarcio capricciosamente concesso dall'autore sulla propria esistenza più nascosta. "La letteratura non è vita" scrive Landolfi in "Rien va". Ma nulla più di un libro come questo vale a smentirlo. 

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