Quell’arpione che fallisce (la “Grande Occasione Mancata”) il bersaglio della spigola “di dieci chili e più, enorme”, che pur avanza lentamente e senza alcuna apprensione “come se lui non ci fosse”, non cade sul fondo sabbioso, come si legge, ma è l’ennesima freccia che si conficca nell’intimo (“la Cosa Temuta”) del protagonista, Massimo De Luca: ossia, il suo è un bersaglio molto più nascosto e difficile, e non lo vuol mancare. Si annuncia un percorso complesso dove la realtà esterna si mescola e si confonde con quella interiore (“La voce infantile, partita da uno scoglio sul golfo in un’ora silenziosa, assolata come questa, oppure dal luogo più segreto e doloroso del cuore.”), costruendo una “Scena” attraversata da luci e ombre, portate da una scrittura che ha l’andamento del pensiero, che è quasi sempre smorzato, ellittico, incompiuto. L’occhio che osserva e analizza la Scena - l’ampia piazza della vita, anche quella dei ricordi – e stimola il pensiero (i protagonisti che si succedono alla ribalta quasi sempre osservano e pensano), si annuncia come il vero protagonista del romanzo, in cui le azioni paiono svolgersi, accavallarsi, comparire a casaccio, come quando, affacciandoci alla finestra, non sappiamo che cosa il nostro occhio vedrà, e cerchiamo di cogliere tutto ciò che passa attorno a noi, spinti da una avidità, che è la naturale sete di conoscenza. L’alternanza del soggetto espresso in prima persona con quello espresso in terza, contribuisce a dare alla scrittura il segno di una continua, caleidoscopica, e volutamente disordinata riflessione (“confusi quasi-pensieri”) su ciò che si avvicenda nella visione dell’occhio indagatore (“Per puro caso io sono qui e ora”), il cui obiettivo è però dichiarato: “ritrovare uno solo di quei giorni intatto com’era, ritrovare una mattina per caso uscendo con la barca me stesso al punto di partenza – e rimettere tutto a posto da quel punto”. Chi di noi non vorrebbe fare altrettanto? È il desiderio forse di tutti riuscire a ritornare al punto della vita da cui poter sperare di correggere il corso degli eventi che ci hanno toccato, consapevoli però, come teme l’autore, che la “dolcissima ma non per questo meno feroce Natura” riuscirà, con la “sua opera paziente” ad ottenere “l’annullamento totale di uomini e cose, e di tutto quello che la ragione umana ha costruito, cioè la Storia.” Una ferita a morte che non si può eludere, secondo l’autore. Il Palazzo Medina corroso dal bradisismo e lo stesso golfo di Napoli osservato dalla barca al largo sul mare, offrono il primo esempio di una lotta impari in cui appare certo che sarà la Natura a vincere, aiutata dalla stoltezza degli uomini (“Pure sott’acqua morte e distruzione”). La efferata uccisione del polpo, pescato durante quella gita in barca, ha più il senso di una rabbiosa sconfitta che quello della predazione di qualcosa (“quel coso sacrificato”) che dovrebbe inorgoglire la nostra vanità. Ed ecco che, non la storia, ma la scrittura ha, a partire dal capitolo III, un’accelerazione e diventa parte integrante del contenuto, e di qualità tale che ancora oggi il romanzo appare vivo, denso, animato, formicolante di vita, grazie proprio ad essa. Chi parla in questo bel capitolo e racconta le gesta di Sasà e compagni (Sasà “è uno eccezionale”, figura simbolo nel romanzo, come l’accidioso Circolo Nautico, di cui si narra stupendamente nel capitolo V, tra i migliori, insieme con il III), è Ninì detto “Bellapalla”, il fratello di Massimo, che, mentre è sulla barca, si lascia prendere dai ricordi. Si alternerà altre volte al fratello più grande, e non solo lui e Massimo saranno gli osservatori della Scena; l’amico Gaetano, che “puzza di comunismo”, sarà uno di questi, che ritiene il restare a Napoli “una perdita di tempo”. Napoli è la “Foresta Vergine”, viva e impaludata però, dove tutto, ragazze e non, è da scoprire e deflorare: “viviamo tutti sotto il segno dell’indulgenza”. Massimo e Gaetano fanno quasi coppia a sé, i loro discorsi impegnati e difficili, inquieti, soprattutto quelli di Gaetano, sono il contraltare alla vaghezza e alla mollezza della vita degli altri: una specie di dolce vita napoletana, rappresentata nella sua classe più agiata, e mai popolare. Appaiono i primi atti di accusa contro una società che si perde a disquisire intorno alle marche di champagne, mentre intorno il mondo, funestato dalla guerra (i tedeschi sono ancora lì, “dietro Capo Posillipo”, con mitragliatrici, cannoni, postazioni antiaeree, eccetera), sta mutando, e nessuno riesce ad accorgersene, a crescere, diventare uomo, e resta “ragazzo”: “Possibile che nessun segno preannunci il cambiamento?”. Si percepisce questa sensazione strana e straordinaria: di una immobilità che ha in sé, proprio nel momento in cui la si intuisce, una promessa di mutamento, quale la può dare un mare piatto e splendido che ha al suo interno fermenti, rimescolii, guizzi e frenesie della vita. La pesca che fa il protagonista, nel corso della gita in barca, immerso nelle acque del golfo, la caccia ostinata – e crudele (“la bocca aperta nello spasimo”) - con il fucile pronto a colpire una spigola, un cefalo, un sarago, un polpo, una cernia, o qualsiasi altro corpo immerso in quel silenzio e in quella calma apparente, dà il senso di un’ansia trattenuta, gretta, cattiva, che si scatena per effetto della stessa guerra, forse, che appare tanto lontana e tutto sommato quasi assente, o di qualcosa d’altro che ancora non si vede, ma è già il mutamento che avanza. E la spigola che viene uccisa da Massimo è ben più di un pesce, “piena di vita e di bellezza”. È il soldato Roger, “professore ad Oxford”, di cui Carla, subito dopo la guerra, si è innamorata, ad ammonire che la Natura vi “distruggerà meglio delle mie bombe”, e sarà lui per primo, estraneo a quell’ambiente malaticcio e inconsapevole, a mutare, come contagiato da un morbo sconosciuto. È il primo che intuisce: “Intanto la Natura compie il suo lavoro e tutto procede secondo i piani da lei stabiliti, non un segno speciale nel cielo, le giornate tutte eguali e indifferenti”, ed è il primo ad essere colpito da questa “Nèmesi”, che altro non è che la “Grande Occasione Mancata”, la “iùbris”. Tutto si svolge sotto i nostri occhi in una specie di sospensione del tempo, in cui le azioni si ripetono e si rinnovano senza più l’ordine a cui ci si era abituati, ma in forza di un ordito nuovo che viene dall’interno, dal proprio spirito. Il romanzo si sta colmando delle luci e delle ombre che sempre calcano la scena della vita, fatte soprattutto dei gesti, dei pensieri a cui non abbiamo dato rilievo e che si rivelano ora determinanti; rinascono, recuperano la loro esistenza dentro di noi e si ripropongono senza più la tassonomia e la consistenza della loro prima apparizione (anche qui ritroviamo i passaggi dalla prima alla terza persona nei momenti più significativi, come nel capitolo IV), ma nella funzione di una novità che sta per trasformare noi stessi, e anche gli altri e le altre cose. La società napoletana qui rappresentata è piatta, e al suo interno movimentata, intricata e brulicante, proprio come il suo mare: “Viviamo in una città che ti ferisce a morte o t’addormenta, o tutt’e due le cose insieme.” E Massimo, presa la laurea, non si decide a lasciarla per trasferirsi a Roma (“La Foresta Vergine fin dentro le budella”), così come l’amico Gaetano si è invece trasferito a Milano. Ancora s’illude di riuscire a “Ritrovare uno solo di quei giorni. Ma quali giorni? Sono esistiti?”. Per resistere all’invadenza della Foresta Vergine – gli dice Gaetano quando va a trovarlo a Milano – occorre una volontà ostinata perché “uno di noi, in questa Foresta, completamente solo, voglia conservare la sua indipendenza, il suo carattere e insomma il suo io autentico […] immune dalla sopraffazione inevitabile e corruttrice dell’ambiente, che sta lì a bocca spalancata, pronto a ingoiarlo.” Una Napoli amata e odiata allo stesso tempo: “Ma sarà poi mai passata per Napoli la Storia del Mondo, come voleva farci credere Croce?” Il romanzo ora, dopo avere offerto lo spaccato della Napoli “dell’odiata classe media, causa e origine di tutti i mali del Sud” s’interroga, attraverso il protagonista – e la sollecitudine di Gaetano, che però se n’è andato: “lui da Milano che mi fa la lezione per il mio bene…” – sul modo di arginare l’avanzamento della “Natura che vince la Storia”. Ma tutti gli amici partono, e Massimo resta solo, disgustato da quell’intellighenzia che tutte le sere alle cinque si dà convegno al bar Moccia e “misura il tempo con le tazze di caffè”: “ti arrabbi, ti penti di aver sperato, in che cosa poi? di risalire la vita? di riparare il guasto?” La Foresta Vergine avanza, tutto non è più come prima: “sott’acqua un deserto, ogni forma di vita e avventura distrutta, nemmeno un saragotto degno di una sommozzata”. Si profila la resa, la ferita mortale: “vivi se ti va, e se ti va di lasciarti morire, lasciati morire.” Massimo è partito, anche lui infine, andato a Roma a fare l’impiegato. La speculazione (“il vandalo non teme scandalo”) infesta Napoli, e nemmeno quei pochi volenterosi rimasti riescono a salvaguardarla. E i pochi compagni che ritornano, lo fanno per immergersi nelle ombre riposanti della Foresta, sempre più vincitrice. Massimo apprende queste cose un po’ alla volta nei suoi viaggi in treno che lo riportano per il fine settimana da Roma a Napoli: “Lauro ha insegnato, ma oggi gli allievi hanno superato il maestro.” Intanto Ninì ha preso il posto di Sasà invecchiato e nostalgico, ma non sarà mai come lui… Massimo ha ora davanti a sé la “Cosa Temuta”, che questa volta è il tempo che se n’è andato, quel punto di partenza che non si può più recuperare, l’arretramento in lui non solo delle cose, ma anche degli uomini. È questa la sconfitta? Come recita quella teoria della Natura che si mangia la Storia?

Bartolomeo Di Monaco


Raffaele La Capria - Ferito a morte - Bompiani, Milano 1961

  La storia di questo secondo romanzo di Raffaele La Capria - si svolge nell'arco di circa dieci anni, brevi come lo spazio di un mattino: dall'estate del '43, quando durante un bombardamento avviene l'incontro con Carla Boursier, fino al giorno della partenza di Masimo per Roma, all'inizio dell'estate del '54. In questo giorno si apre il libro, col dormiveglia mattutino di Massimo, e sempre in questo giorno, con la siesta si chiudono i primi sei capitoli. Tra il dormiveglia e la siesta il tempo è come dilatato, e tanti momenti isolati ne emergono, ognuno presente e ricordato, ognuno riferito ad un anno diverso, anche se tutti sembrano racchiusi, senza soluzione di continuità, nello spazio di un solo mattino: la pesca subacquea, 1951 - i pensieri-monologhi di Ninì, 1950 - i ricordi di Massimo, 1943 e '49 - la noia al Circolo Nautico, 1952 - il pranzo a casa De Luca, 1953... Negli ultimi tre capitoli vi è come una sintesi di tutti i ritorni di Massimo a Napoli, dal '57 al '60. Disincantati ritorni nella città che ti ferisce a morte o t'addormenta, e sempre amata con freddo amore, nella città che si identifica con Carla, col mare, coi miti della giovinezza avuta e troppo presto, inspiegabilmente, perduta.

Nel primo libro di La Capria, Un giorno di impazienza (Bompiani, 1952), una parte della critica era stata specialmente colpita dalla straordinaria padronanza della tecnica narrativa, giocata sui vari piani temporali. Ferito a morte  approfondisce questo genere di ricerca che diventa più rigorosa, più personale. Non si tratta infatti di una ricerca freddamente programmatica o fine a se stessa, né di uno sperimentalismo tipo "nouveau roman"; rappresenta invece per l'autore l'unica maniera possibile per portare la sua sua realistica materia al contatto con la poesia.
La Capria racconta la storia di uno struggimento con un stile struggente (sic!), che sembra disfarsi per meglio accendersi, per meglio aderire all'oggetto; disfarsi anche nella struttura sintattica e nella punteggiatura. Uno stile dai toni ora lirici ora ironici, tenero o impietoso, e sempre però, controllotassimo: come se l'autore avesse il timore di essere sopraffatto dalla storia che racconta, e per una forma di pudore, di reticenza, se ne difendesse sorvegliandosi continuamente. Tutto questo dà al libro una tensione facilmente avvertibile.
Il lettore che si lasci prendere sin dalle prime pagine dall misteriosa atmosfera di questo romanzo, attraverso i sogni, i pensieri, i discorsi, le descrizioni, i ricordi, riferiti secondo il punto di vista dei diversi personaggi, ricollegherà ad uno ad uno i vari fili della vicenda, e capirà perché la notte di Capodanno del 1949 ritorni spesso, angosciosamente, nei sogni di Massimo De Luca, capirà perché quella notte rappresenti per lui un punto di confine tra due epoche della vita, l'ultimo momento di inconsapevole felicità.
E alla fine di queste pagine, intense e dolorose, anche se superficilamente spigliate e divertenti, il lettore troverà lo schema rigoroso che regge tutta la costruzione. E giudicherà quanto complesso, pieno di coraggio e di rischio, e autentico in ogni parola, sia questo nuovo libro di Raffaele La Capria.

(dalla fascetta pieghevole allegata alla mia copia - edizione XIII Novembre 1962 )

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Elzeviro . Capri, mio fratello Ninì ed io
SE LA NARRATIVA È PIÙ VERA DELLA VITA

«Io detto e tu scrivi» diceva per prendermi in giro mio fratello. Lui il viveur io il voyeur, lui il beniamino della vita, io lo scrittore, lui il modello per il personaggio di Ninì (nel mio libro Ferito a morte) io impegnato a descrivere le sue scapestrate imprese nell' estate caprese. Tutto questo mi è tornato in mente quando ho letto sui giornali che uno dei tanti trasgressori di cui abbondano oggi le cronache, ha versato un secchio di anilina nella Fontana di Trevi, che di colpo è diventata rossa. Uno scherzo? Una bravata? Unione dimostrativa contro la politica governativa per il cinema? Un gesto «artistico» che ha divertito il critico Sgarbi? Un atto gratuito di stampo futurista? Comunque un gesto innocuo perché l' effetto dell' anilina presto scompare e tutto torna come prima. Ma che c' entra questo con mio fratello e col suo personaggio letterario Ninì? C' entra perché in Ferito a morte io avevo attribuito a Ninì l' idea di «degrottazzurrificare» Capri, un' idea «grandiosa» e degna del personaggio, che Ninì, con la solita improntitudine, senza pensarci due volte mette in atto. Gli è capitato tra le mani uno dei tanti residuati di guerra della marina americana che a Napoli sì vendevano in quegli anni sulle bancarelle. Era una bombola di un liquido giallo, in dotazione ai gommoni di salvataggio, che i naufraghi usavano per segnalare agli aerei di ricognizione la loro posizione. Quel giallo formava una macchia ben visibile nell' immensità dell' oceano che rendeva più facile l' avvistamento dall' alto. Ninì va di notte con un gommone nella Grotta Azzurra e versa quel liquido. La mattina, quando arrivano i turisti, invece della Grotta Azzurra trovano una grotta d' un giallo limone arrabbiato. Non ci vuol molto a risalire all' autore di quello scherzo, chi può essere stato se non il solito Ninì? I marinai della grotta che perdono due giornate di incasso inseguono Ninì per tutta l' isola e lui si eclissa facendosi invitare sulla barca di amici e partendo con loro per le isole Eolie. Questo avevo raccontato nel mio libro, e tutto era dunque una pura invenzione scaturita dalla mia immaginazione. Passano gli anni e il vero Ninì - mio fratello che ormai non è più un ragazzo - un giorno rievocando le sue giovanili prodezze mi dice: «Ti ricordi di quando tinsi di giallo la Grotta Azzurra?». «Tu non hai tinto niente, quella fu una mia invenzione». Lui insiste e sembra proprio convinto di quello che dice. «Me lo ricordo benissimo». «Non puoi ricordartelo perché non è successo veramente, è scritto solo nel mio libro». «Invece è successo. Me lo ricordo, nei minimi particolari». «E sbagli. Devi rassegnarti. Stavolta si cambia la musica: "Io detto e tu vivi". Anzi, per dirla meglio, "Io ho dettato e tu credi di aver vissuto"». Perché è vero, a volte quel che la letteratura si inventa prima o poi accade ed entra a far parte della vita.

Raffaele La Capria

Pagina 33
(30 marzo 2008) - Corriere della Sera





















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«Molte voci ha il mare, molte voci e molti Dei» (T. S. Elliot). Sin dal tempo in cui da ragazzo scoprii il mondo sottomarino e mi sembrò di penetrarne più a fondo il mistero, il mare mi parlò con le sue molte voci, attraverso immagini fisiche che producevano immediatamente immagini mentali. Sott' acqua i pensieri sono vaghi e fluttuanti e seguono il moto ondulante delle pinne. Lo sguardo non lega i pensieri a cose conosciute perché sott' acqua le forme marine sono diverse da quelle terrene e in perpetua metamorfosi, anche i pensieri perciò sono più liberi e lontani da quelli terreni. Quando il mare era ancora un Eden e trafiggere un pesce era cosa naturale e non era un peccato; quando in quel mare nuotavo come un dio che dà la morte armato di folgore - e folgorante era il fucile d' alluminio che reggevo nella mano colpito dai raggi del sole - mi capitava spesso di incontrare un «pesce intelligente», un pesce di notevoli dimensioni e se si avvicinava e ti veniva a tiro era sempre un' emozione che faceva battere il cuore. L' ho chiamato un «pesce intelligente» perché sembrava conoscere a perfezione la portata del mio fucile. Sarebbe bastato accorciare di pochi centimetri o anche di un solo centimetro la distanza che ci separava, per trafiggerlo con l' asta, e io mi sforzavo nuotando di accorciarla. Ma era fatica sprecata. A volte questo tentativo di avvicinamento durava a lungo, anche perché avevo sempre l' illusione di farcela, bastava un niente. E invece quel pesce intelligente sembrava prendersi gioco di me, perché nuotava tranquillo davanti a me senza l' allarme dell' animale inseguito, e mi agitava, per così dire, la coda sotto il naso. A volte si fermava per un istante a brucare l' alga di uno scoglio, ecco ci siamo! Ma la sosta era breve e la distanza era sempre quella. Dopo un' ora di questo inseguimento ostinato in cui mi sembrava di essere io la preda e il pesce intelligente il predatore, troppo affannato per proseguire la caccia, ci rinunciavo. Questa del pesce intelligente era una delle immagini fisiche che presto si trasformò nell' immagine mentale del desiderio vanamente inseguito di cui spesso feci esperienza nella mia adolescenza. Quante volte inseguii qualcosa, non solo una ragazza, una qualsiasi cosa che mi stava a cuore, con la stessa ostinazione e lo stesso risultato! E anche più tardi, quando da scrittore inseguivo un' idea quante volte quest' idea si comportò come il pesce intelligente! E quante volte sentii incombere sopra ogni riga che scrivevo l' ombra e la tentazione del fallimento! E ora se penso a Dio ancora mi viene in mente il pesce intelligente e il mio vano affannarmi. Allora, in quei giorni, quando me ne andavo con la barca in mezzo al mare appariva spesso a prua una macchiolina bianca, una farfalla che batteva le ali sfarfallando nell' azzurro immenso. Dove va la sventata? Non si accorge che l' azzurro è sconfinato e quando non ce la farà più a sfarfallare il mare la inghiottirà? Perché va sempre al largo, nell' aer perso dove si perderà, e non verso riva dove si salverà? Dicono i marinai che quella farfalla che appare in mezzo al mare è l' anima d' una persona amata che viene a trovarci e ci indica la strada per raggiungerla. Un' «animula vàgula e blandula» che candida e tremula già m' accompagna per un tratto e mi fa pensare ad un altrove oltre l' azzurro illimitato. Così l' immagine di quella farfalla si trasformava nella corrispondente immagine mentale; così la macchiolina bianca col suo folle volo mi consegnava alla metafisica azzurrità e al suo insistente richiamo; e così la barca che mi trasportava diventava un fuscello, una pagliuzza nella grande corrente universale che va dove tutto tende. Capitava anche - e questa è un' altra immagine - quando il mare era agitato e io nuotavo a caccia di pesci ai bordi di una scogliera semisommersa, che le onde mi spingessero con forza contro gli scogli. Se resistevo alla spinta dell' onda inevitabilmente finivo contro le punte aguzze affioranti, mi ferivo e sanguinavo. Meglio rischiare affidandosi al moto dell' onda in un totale abbandono come un sughero galleggiante lieve in superficie, così l' onda mi portava a pochi centimetri dagli scogli, li sfioravo nella schiuma vorticosa, senza però toccarli, e solo per un pelo non mi ferivo. La stessa onda ritirandosi mi afferrava e mi risucchiava portandomi lontano dalla scogliera. Così capii che affidarsi alla vita rischiando era meglio che resisterle, purché nell' affidarmi fossi rimasto sempre cosciente della situazione in cui mi trovavo. Questo mi suggeriva la voce del mare che ancora oggi da lontano mi raggiunge.

Raffaele La Capria

(Inseguendo la Voce del Mare)
Pagina 49
(24 agosto 2007) - Corriere della Sera


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