Franz Kafka  - Lettere  a Milena -  Mondadori, Milano 1999

Queste lettere tracciano la parabola del rapporto (un paio d'anni) tra Milena e Kafka. Si videro poche volte, in realtà; ma scrissero molto intorno a quei pochi incontri sospirati e temuti. La corrispondenza parte dopo un breve incontro a Praga e la manifestazione da parte di M del desiderio di tradurre le opere di K.
Nell'arco ascendente della parabola K. parla a M. di sé: infanzia, famiglia, religione, lavoro, salute («Sono malato di mente, la malattia polmonare è soltanto uno straripare della malattia mentale»).
Con grande tenerezza esprime a M. i propri sentimenti, la esorta a scrivergli, ad averlo caro; le rivela la gioia limpida che gli donano le sue parole (K segue anche il lavoro giornalistico e di traduzione di M: «sono il tuo miglior lettore»).
Dopo averne tanto parlato (è il caso - non è proprio il caso - è
assolutamente indispensabile - non lo sopporterei - ti deluderei...)
passarono insieme quattro giorni a Vienna; giorni che torneranno di continuo nelle lettere: ricordo prezioso.
L'inizio della discesa comincia più o meno dopo il secondo incontro (terzo, in assoluto), a Gmünd: un incontro più breve, troppo breve e perciò freddo, anche se tanto desiderato per dissipare gli equivoci indotti dalla corrispondenza, che porta in sé la difficoltà di comprensione dovuta al differimento, all'accavallarsi delle lettere, all'umore nel quale si scrive o legge.
Inoltre, appare ormai chiaro che una vita insieme non sarà mai possibile prima di tutto perché M. è sposata e una scelta tra il marito e K. le pare impossibile, e pare impossibile a K. stesso:
«se tu volessi venire da me, se dunque volessi abbandonare tutto il mondo per scendere da me...non dovresti scendere, bensì sorpassare in modo sovrumano te stessa, in alto, oltre te stessa, talmente che dovresti forse dilaniarti, precipitare, scomparire (certo anche io con te). E tutto ciò per arrivare in un punto che non ha niente di allettante...»; in secondo luogo, perché l'angoscia finora sopita riprende il sopravvento: le lettere anziché sollievo recano inquietudine, a prescindere dal loro
contenuto. K. matura l'idea di essere fonte di dolore per M.
La comunicazione diventa dunque dolorosa e tuttavia resiste ancora: «o tu sei mia e tutto va bene, o invece ti perdo e allora non c'è niente...niente di niente» «e certo è qualcosa di blasfemo costruire in questo modo così su una creatura umana».
Dopo circa due mesi di lettere più rarefatte e strazianti, la corrispondenza si interrompe: «ciò che tu sei per me, Milena, per me al di là di tutto  il mondo in cui viviamo, non è detto nei quotidiani brandelli di carta che ti ho scritto» ...«decisiva è la mia incapacità di arrivare al di là delle lettere...e decisiva è la voce irresistibilmente forte, come dire la voce tua che mi
esorta a stare zitto».
Uso ancora le parole di K per descrivere quella condizione della quale lui stesso dice di poter parlare solo per approssimazione:
«È all'incirca come quando uno, prima di ogni passeggiata, dovesse non solo lavarsi, pettinarsi ecc - già questo costa fatica - ma siccome prima di ogni passeggiata gli mancano sempre tutte le cose necessarie, dovesse anche cucirsi il vestito, farsi le scarpe, fabbricarsi il cappello, tagliare il bastone e così via».
E adesso vado a metter via il libro, che ci ho pianto su abbastanza.

Olga

[In appendice ci sono alcune lettere di Milena a Max Brod; lettere che raccontano la disperazione di non aver saputo spezzare in due il pane dell'angoscia di K: «ero troppo debole per poter fare e compiere ciò che, lo sapevo, unicamente lo avrebbe soccorso. Questa è la mia colpa...Se fossi riuscita ad andare con lui, avrebbe potuto vivere felice con me. Ma questo lo so solo oggi. Allora ero una donna comune come tutte le donne del mondo, una piccola femmina istintiva.»]

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Il libro in breve


Sul balcone della pensione Ottoburg di Merano, dove si era recato per un soggiorno di cura, Kafka scrisse, a partire dall'aprile del 1920, le prime lettere a Milena Jesenska-Polak, una giovane traduttrice ceca che aveva conosciuto a Praga.
Amici e amiche così la descrivono: ...fu prodiga di tutto in misura incredibile: della vita, del denaro, dei sentimenti, "...non considerava vergogna avere sentimenti profondi. L'amore era per lei un che di chiaro, di ovvio" e Kafka ne completa il ritratto: "Lei è un fuoco vivo come non ne ho mai visti".
Prima di Milena ci furono altre donne nella vita di Kafka, ma nessun'altra riuscì a scandagliare così in profondità l'animo di un uomo costretto all'ascesi non per vocazione o come scelta di un atto eroico, bensì per la sua incapacità di scendere a compromessi.
Queste "Lettere a Milena" sono la cronistoria di un amore complesso, profondo e che già prima di iniziare sembrava destinato a finire.


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