Giorgio Melchiori: l' Ulysses e la tradizione del romanzo inglese
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Esempio 1
Frontespizio della prima edizione dell'Ulysses
Un lettore d'eccezione: 
Ezra Pound recensisce
 l'Ulysses 
di James Joyce. 

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  Edmund Wilson legge Finnegans Wake

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Vedi anche: Cara Nora...tuo Jim. Le lettere oscene di James Joyce a Nora Barnacle...


... e il profilo di James Joyce
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Libri e opere ne l'Ulisse

La Divina Commedia 
Le analogie tra la Divina Commedia  e l' Ulisse sono numerose. Joyce considerava il capolavoro  di Dante come uno dei libri più belli  mai scritti: «Amo Dante quasi quanto la Bibbia. È il mio cibo spirituale, il resto è riempitivo.»  
Si può organizzare la materia narrativa dell’Ulisse in  3 parti come le tre cantiche dantesche:
- L’Inferno della Telemachia espone la paralisi dell’Irlanda e l’erranza dell’artista. La banalità del peccato si dispiega in tutte le vie della città, mentre la natura proteiforme, “l’ineluttabile  modalità del visibile”, fuorvia i sensi ed offre soltanto illusioni.
- L’Odissea vede Leopold Bloom attraversare il Purgatorio della vita quotidiana. I dispiaceri e le sofferenze hanno i loro corrispettivi nei piaceri semplici e sensuali dell’esistenza.
- Il ritorno ad  Itaca può fungere da  Paradiso, poiché l’artista esce poco a poco dalla sua letargia e sembra destarsi ad una vita trasfigurata. 

Dante e Stephen si equivalgono, smarriti l’uno in una foresta oscura, l’altro nell’incubo della storia e  nel labirinto della città.  Virgilio guida del poeta nell’ inferno e nel  purgatorio, può essere assimilato a Bloom. Quanto  a Beatrice, dobbiamo riferirci ancora a Bloom piuttosto che a Molly. Non c’è in effetti una parte femminile in lui, che prende il sopravvento in alcuni passaggi di Circe? Joyce accettava l'analogia sottolineata da Otto Weininger (in Sesso e carattere)  tra le donne e gli ebrei. Beatrice si incarica di condurre Dante alla Santa Vergine Maria, immersa  nella contemplazione della fonte eterna di qualsiasi parola. Lo stesso fa  Bloom conducendo Stephen da Molly. I “cerchi concentrici di gradazioni mutevoli di luce e d’ombra” sul soffitto della sua camera, visti da Bloom in Itaca, evocano quelli della Santa Trinità che irradiano sopra la Rosa mistica  dove dimora Maria nella visione dantesca.

L’ Odissea 
L’ Odissea di Omero fornisce ovviamente lo schema de l' Ulisse poiché ogni capitolo si ispira ad un episodio delle avventure dell’eroe greco, e il ritorno al focolare domestico segna anche la fine del viaggio di Leopold Bloom. Tuttavia gli episodi non si dispongono nell’ordine del racconto di Omero. Solo la divisione in 3 parti è rispettata, cioè: Telemachia le avventure di Ulisse, il ritorno ad Itaca. 
Si vede di solito nel parallelo tra il mondo greco ed il mondo moderno una critica di quest’ultimo, incapace di creare i propri miti, e nel quale la morale utilitarista borghese ha definitivamente cancellato l’eroismo e gli ideali dell’antichità.  Tuttavia tale lettura, che resta però pertinente, trascura la vera contiguità tra le due Odissee, quella del re di Itaca e quella del piazzista pubblicitario. Molti lettori trasferiscono in Bloom una versione degenerata dell’eroe greco, senza capire che somiglia  su molti punti al pacifico e astuto Ulisse. Quest’ultimo, lontano dal condividere il bellicismo vendicatore dei suoi compatrioti Agamennone, Achille etc., non desiderava affatto partire per Troia e lasciare sua moglie ed i suoi figli. Una volta la città nemica caduta, grazie a suo stratagemma sottile, che riesce dove la forza bruta era fallita, pensò soltanto a tornare  a casa. Nelle traversie patite, conservò sempre lo stesso atteggiamento, un miscuglio di bontà, di lucidità e di prudenza. Leopold Bloom appare dunque a pieno titolo come una specie di  reincarnazio- ne (la famosa metempsicosi) del re di Itaca, con le sue qualità di cuore e di spirito. Come lui, è incline al  codice “religioso” dei  suoi compatrioti: nazionalismo, spirito di clan, brutalità, intolleranza, entusiasmo istintivo, vanità, sensualità, ecc. 
 L’elemento liquido avvicina  le due opere, anche se la sua presenza è più discreta in quella di Joyce che in quella di Omero, ma non è meno essenziale, se non anche, forse, più simbolicamente pregnante. L’eroe dell’Odissea naviga sui reali abissi marini  del  Mediterraneo, mentre  l’eroe di Ulisse naviga su quelli della lingua, che è l’elemento principale di questo romanzo e del seguente, Finnegans Wake. L’oceano è presentato come il “vecchio padre”, il mare come la “nostra madre grande e tenera”; quanto al fiume che attraversa Dublino ed alla nuvola che risale la sua corrente, non è impossibile associarli a Bloom  l’uno e Stephen l’altra, o al flusso della parola ed all’astrazione del senso (quest’analogia fonda  il simbolismo di Finnegans Wake); l’uno e  l’altra essendo i figli della madre mare e del padre oceano. Il flusso della parola, che scorre con il Liffey nelle scene del romanzo, circola anche attraverso i corpi con le bevande e l’urina, essendo i corpi del romanzo sia parlanti ( emettenti  un flusso), sia parlati (scritti nel flusso del testo).

Amleto 
«Voglio dire - dice  Haines  a Stephen mentre camminano - che questa torre e queste scogliere mi ricordano  in   qualche modo Elsinoor, che  si erge  a strapiombo sul  mare, no?»  In questo frangente, non è uno spettro ma la lattaia che viene incontro a Stephen, come  Atena  apparve a Telemaco per avviarlo alla ricerca del padre. Il dublinese malinconico, in ribellione contro il suo ambiente, “Japhet alla ricerca di un padre”, vestito di nero per lutto, somiglia molto al principe Amleto. Come lui, cerca di comunicare con il padre e disprezza  la carne, il peccato e le donne. La sua sterilità artistica ed il risentimento che ne deriva, sono simile all’incapacità di Amleto di prendere una decisione. Uno e l’altro errano come ombre e monologano  su argomenti esistenziali. Stephen Dedalus, nell’esposizione della sua tesi su Amleto, ricorda che:
-  in primo luogo, Shakespeare, quando metteva in scena l'Amleto, recitava la parte dello spettro del padre;
-  Amleto impersonificava suo figlio Hamnet morto ad 11 anni. 
Si può dunque dedurre che la consustanzialità del Padre e del Figlio  
è quella tra il padre della tragedia, cioè il suo  creatore, Shakespeare, ed il proprio figlio/personaggio, Amleto. Se ora si traspone questa problematica a Ulisse, si deve dire che la consustanzialità padre/figlio è relativa al creatore, cioè Joyce, e ai suoi personaggi, cioè Stephen e Bloom. In conseguenza, la relazione Bloom/Stephen non è una relazione padre/figlio come  ripete la critica, ma una relazione fraterna corpo/spirito. Quanto alla paternità, che è certamente un tema ricorrente del romanzo, definisce in realtà il legame di Joyce con i suoi personaggi e non quello di Bloom con Stephen. Joyce è il padre, Bloom il figlio, Stephen lo spirito.   Il padre che cerca e trova infine Stephen non è Bloom (insisto!), bensì Joyce. Ma Stephen è la personificazione di Joyce giovane. Dunque Stephen, accettando il   corpo tramite l’intermediazione  di quello di Bloom, trova suo padre... in sé stesso, e Joyce, facendo del suo testo “la sostanza della sua ombra”, trova   suo  figlio... in sé stesso. Il corpo è, in tutta questa teologia, il corpo del testo, la scrittura in cui sono intessuti i personaggi. Quale interesse ho io  lettore, che sono una creatura di carne e di sangue e non di scrittura, di seguire le avventure iniziatiche  di Stephen che è soltanto scrittura? Forse solo  comprendo  che io stesso sono la creatura scritta da un Creatore che, in qualche modo, non è altra cosa da me stesso...

Faust 
Ulisse può leggersi come l'inveramento  del Faust di Goethe. Se si fa il parallelo tra le crisi di Stephen Dedalus e del dott. Faust, si constata la stessa impotenza ad accedere al livello superiore di conoscenza o d’arte. Il medico tedesco fa appello al demone Mefistofele per possedere infine la conoscenza che gli sfugge, al prezzo dell'anima. La morte tragica della fidanzata lo porta a capire che la sola verità superiore è l’amore e che, per l’uomo, il motore delle aspirazioni elevate è l’Eterno Femminino, ideale di bellezza, di bontà e di purezza. Questo racconto patetico vede il trionfo dell’idealismo disincarnato e di una visione romantica della Donna. Il personaggio che introduce Stephen ad un’altra sensibilità - ciò che fece Mefistofele con Faust - è ovviamente Leopold Bloom, senza alcuna enfasi   tragica o infernale. Quanto all’Eterno Femminino  idealizzato dal romanticismo tedesco, cade dal suo piedestallo nel monologo di Molly Bloom: se in Ritratto dell’artista da giovane, la donna, tramite la giovane donna scorta da Stephen, era  finalmente promessa di bellezza e d’ispirazione, appare ora come la causa principale della stupidità maschile, la pesantezza  stessa, che impedisce ogni elevazione. Comparabile al  globo terrestre, mantiene per attrazione gli uomini sulla terra, al servizio della specie e della sua riproduzione. Superficiali ed intercambiabili come gli spermatozoi che cercano di penetrare l’ovulo, gli uomini si fanno carico  delle leggi, della politica, della religione o della guerra, in breve delle condizioni esterne della sopravvivenza della specie alla quale le donne si dedicano invece completamente. Quindi dietro il codice gnomico dei suoi compatrioti (cristiani, neo-pagani, nazionalistici... ccontano poco le etichette), Stephen sembra intravedere  il culto senza età della Dea Madre, vero Eterno Femminino, greve, pieno,  oscuro e muto. Tuttavia Stephen abbandona gradualmente il suo atteggiamento di rifiuto della carne, così vicino al puritanesimo protestante tedesco di cui il romanticismo è l’erede.  Lui che  avrebbe voluto essere uno puro spirito, entra in comunione con un uomo ordinario fatto di carne e di sangue, e comprende la dignità e la ricchezza sensuale del proprio corpo. Questa scoperta di una fonte d’ispirazione nelle sensazioni e nelle emozioni carnali, nella musicalità della parola, nella polifonia primitiva degli affetti e degli istinti, lo avvicina alla donna, lo risveglia  a questa femminilità a-significante, di cui la relazione sensuale madre/figlio è il luogo originario. Questa nuova ricchezza agisce sull’artista come la grazia del regalo delle lingue, portatrice di una promessa di ricchezza  creatrice inesauribile, capace di trasfigurare la realtà materiale, ossia simbolicamente la donna, pur sfuggendo alla sua attrazione castratrice. Così Molly Bloom,   Dea Madre calma e accattivante, diventa, con il passaggio in essa della parola dell’artista che la scrive dall’interno, simile alla Vergine  Maria e chiamata come lei all’assunzione dal Verbo di suo  figlio/padre. Comunque sia, questa transustanzialità della parola nella carne, come la consustanzialità della lingua e delle sensazioni nel monologo interiore, pertiene alla sostanza e non alle idee, alla carne e al sangue e non all’illuminazione medianica o all’estasi romantica. Qui, il diavolo, “lo spirito che sempre nega”, trova un garante ed un complice nella donna, “la carne che sempre dice sì”, poiché il sì alla carne e il no  allo spirito vanno di pari passo.

La scienza nova 
Quest’opera del filosofo Giambattista Vico (1668-1744) suggerisce a Joyce la struttura di Finnegans Wake, ma quale influenza ha esercitato sulla composizione di Ulisse? La Scienza nova presenta la storia come un processo ciclico che ripete la successione perpetua di 3 età: l’età religiosa, l’età eroica e l’età umana. Dopo il Diluvio - il ritiro delle acque  comportando continue piogge -, i figli di Noé, Sem, Cam e Japhet, si chiudono nelle caverne per sfuggire alla rabbia dei Cieli che essi  attribuiscono a divinità terribili: è l’età degli dei (o teocratica). Quando le condizioni meteorologiche si alleviano, dopo alcuni secoli, i più coraggiosi scendono nelle valli a fondare città e praticare l’agricoltura, che utilizza i più deboli come manodopera: è l’età degli eroi (o aristocratica). Infine i progressi della civilizzazione spingono gli sfruttati a richiedere uguali diritti: è l’età degli uomini (o democratica). Segue il ricorso, un breve periodo di catastrofi (inondazione, anarchia o invasioni barbariche) e tutto ricomincia, i cicli collegandosi all’interno di cicli storici più ampi. 
Le 3 parti di Ulisse si prestano relativamente bene all’analogia con questo schema:
- Telemachia corrisponderebbe all’età degli déi; Stephen pensa al Padreterno, Mulligan alla Madre nostra Natura, la sterilità dell’uno, la fatuità dell’altra, la superstizione  dei devoti e la paralisi dell’Irlanda riflettono l’atteggiamento pauroso ed impotente degli uomini della prima età.
- L' Odissea bloomiana corrispondereb-be all’età degli eroi; il borghese lascia il suo focolare per esplorare la città; in Bloom, si riconosce un costruttore, un massone, un uomo libero, un legislatore, un profeta, ecc..
- Il ritorno ad Itaca corrisponderebbe infine all’età degli uomini; qui, il borghese e l’artista si scoprono fratelli, uno rispetto all’altro ma anche con il resto dell’umanità.
- Il ricorso infine, che annuncia la fine di un ciclo e l’inizio di uno nuovo, è il monologo di Molly, associato da Joyce alla rotazione della globo terrestre, delle stagioni, delle lune, delle generazioni, dei giorni e delle notti. Il 16 giugno 1904 si conclude, il 17 comincia... Secondo Vico, il tuono sarebbe stato interpretato dai primi uomini come la voce di Dio ed essi avrebbero appreso a parlare tentando di imitare questo rumore terribile. Inoltre il grido del neonato della signora Purefoy, nell’episodio dei Buoi del sole, è accompagnato dal tuono, e segna la nascita di una lingua nuova di cui episodio fu la gestazione.

Tracce evidenti di altre opere si rinvengono   in quest'opera così densa di simboli e di rimandi testuali: Il don Giovanni di Mozart-Da Ponte, Il SigfridoCosì parlò Zarathustra di F. Nietzsche, Le Confessioni di Agostino d'Ippona, l'Esodo, come anche di  racconti e leggende iniziatiche.

 Michel Chassaing 
(trad. it. di A.S.)
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James Joyce e Dedalo

 Nel manierismo del nostro tempo, il 
«romanzo fiume» diventa «romanzo di idee». Con ciò acquista nuova profondità, e riesce di uno splendore formale che i suoi embrioni preziosi (tranne Cervantes) del Cinquecento e del Seicento avevano raramente raggiunto. Con James Joyce, il romanzo manieristico è portato alle ultime ed estreme conseguenze. È diventato il romanzo d’avventure intellettuale, la « trasformazione dell’immagine interna » in « immagine esterna»,  un’opera di ingegneria dedalica, il modello della follia metodica.
Nel Dedalus (1916) Joyce dà al personaggio principale il nome « Dedalus ». E questi invoca il suo antico omonimo: «Vecchio antenato, vecchio artigiano, assistimi ora e sempre. »  Dedalus è l’artefice leggendario della preistoria. Diventa il simbolo dell’artista fabbro. I misteri orientali si rinnovano. Bloom, il protagonista dell’Ulysses, è « un ebreo greco o un greco ebreo, gli estremi si toccano ».Tutti sono liberati per opera di una donna... Arianna.
Questo romanzo di J. Joyce è, anche sotto l’aspetto compositivo, « costruito » secondo i principi di una labirintica ambage. La tematica segue il complesso dei simboli che sono noti dal mito di Teseo-Arianna-Dedalo. Il labirinto diventa la metafora dell’« esistenza » umana, il simbolo del subconscio. Trovarne l’uscita vuol dire la salvazione. Ma il labirinto è un « corridoio » senza fine. La sua forza oscura è più forte della speranza dei più. Dublino, la città, la vita, l’uomo, tutto è labirinto. Ci si perde, quando si crede di aver trovato il centro o l’uscita. Ma nel centro e in agguato il Minotauro. Che accade, quando si giunge in quel fondo aggrovigliato? Gli inferni di Omero, Virgilio, Dante, Rabelais, Grimmelshausen, Goethe, Kafka, Sartre sembrano innocui in confronto all’inferno labirintico di Dedalo. In esso si patisce l’essere senza scampo, la pena dell’essere se stesso, poiché - ogni possibile e comunque irreperibile uscita è murata. James Joyce descrive l’orrore: « Ogni lordura del mondo, ogni letame, ogni pantano si raccoglie colà
[nel labirinto] come in una fumante cloaca. ». « Là dentro ogni dannato è l’inferno di se stesso. » Tutti i sensi sono tormentati e soprattutto la mente, che è condannata all’eterna consapevolezza di essere senza scampo.  Soltanto con l’astuzia, con l’invenzione ingegnosa, si potrebbe fuggire dal labirinto, come tentò Dedalo con il figlio Icaro.
Come ribelle, qui la potenza dell’intelletto inventore si oppone al fato della dannazione; già Faust lo tentò. Ma il Faust di Goethe trova una «via d’uscita»: alla fine della seconda parte, Faust diventa la figura mitizzata dell’« ingegnere». Si sottrae al dubbio dell’inferno. La solidarietà sociale è il senso supremo della vita: prosciugare paludi, « su libero suolo con libera gente stare». È questo il presupposto della salvazione di Faust, del suo mitico volo liberatore, mentre le creature di Joyce, nell’«Inferno » perversamente persistono. Goethe abbraccia, come Dante e Shakespeare e Bach, tutte le sfere:

Und hat an ihm Liebe gar
Von oben teilgenornmen,
Begegnet ibm die selige Schar
Mit hetzlichem Wilkommen) 

(Se mai di lui l’Amore ,/ dall’alto si curò, /
 l’accoglie la beata schiera con gaudio: benvenuto.)
 
Tratto da:
Gustav René Hocke
Il manierismo in letteratura
Garzanti, Milano 1975
Un'opinione di Gustav R. Hocke sul manierismo in Dedalus e Ulysses
In un vecchio ma non invecchiato saggio «Joyce e la tradizione  del romanzo» del 1950, (che leggo ne I funamboli, Einaudi, Torino 1974) Giorgio Melchiori sottolinea gli elementi forti di continuità con la tradizione romanzesca inglese, piuttosto che quelli di rottura. «Il Joyce non infrange, ma riprende una tradizione». «Per quel che riguarda la tecnica strutturale (o meglio le tecniche), si ricollega, al di là dell’ Ottocento, agli esperimenti dei romanzieri settecenteschi». 
Infatti Joyce rompe, se rompe, con la tradizione romanzesca oggettiva e realistica culminata nell’opera di Flaubert e James. Ma questa non è la forma stabile e consacrata del romanzo. Prima di questa c’era stata la stagione settecentesca del genere, soprattutto quella di tradizione satirica e picaresca, che in Francia aveva avuto i suoi sommi rappresentanti in Lesage (mentre in Spagna c’era stato il Don Chisciotte) e in Inghilterra il magistero di Swift, Fielding, Smollett e Sterne. Orbene, prima che il romanzo si chiudesse nella «narrazione lineare» e «nel perfetto equilibrio formale» indicato dalla Austen  (narrazione oggettiva congiunta all’indagine psicologica), il romanzo aveva vissuto nel '700 la sua erranza giovanile ( peraltro con  romanzi in movimento, non romanzi da fermo) e il suo acceso sperimentalismo formale, tecnico e linguistico. 

Melchiori stabilisce un parallelo stretto tra l’Ulysses e il Joseph Andrews di Fielding. Il vero modello di questo romanzo è indicato dallo stesso Fielding in un… originale omerico perduto. «Joseph Andrews, pertanto è una specie di Odissea in prosa, dove alle avventure in terre fantastiche e tra popoli strani vengono sostituite le avventure in Inghilterra d’un viaggiator settecentesco: i porti diventano locande lungo le strade maestre, i popoli mitici diventano gli strani personaggi incontrati per via». Lo stile del romanzo di Fielding è parodistico  ed eroicomico. Ma anche l’Ulysses è tale, e il suo parallelismo diretto con l’Odissea non deve far dimenticare  anche il  parallelismo alla rovescia, parodistico. 

Altri punti in contatto tra i due romanzi sono:
-la frequente interruzione della narrazione dalla discussione di argomenti non connessi con essa (che vanno dalle polemiche letterarie con romanzi correnti  - Pamela di Richardson - alle deficienze del sistema giudiziario inglese; ad argomenti teatrali
-gli improvvisi mutamenti di stile.
«Naturalmente, la struttura  dello Ulysses joyciano e la sua tematica sono infinitamente più complesse, ma resta comunque il fatto che già nel 1742 era stato scritto un libro che dimostrava come la forma narrativa potesse assumere e sostenere un’elaborata struttura tematica ed esprimere una vasta gamma di interessi».

Altre affinità ed omologie strutturali con l’Ulysses o il Finnegans Wake, Melchiori rintraccia nelle opere di Sterne, (soprattutto nel Tristram Shandy) e nei romanzi di Smollet (Peregrine PickelRoderick Random). Interessi  esoterici e condivisione del carattere erratico della narrazione e della scrittura semiatumatica  tra Joyce e Sterne; felibrismo e manierismo linguistico tra Smollet e Joyce.
Infine altra rispondenza tra l’opera di Joyce e la tradizione del romanzo inglese è nel realismo fisico e nell’umorismo da trivio. Insomma nella “volgarità”. «Questa volgarità, quest’umorismo da trivio, presenti perfino in Fielding, scomparvero con Jane Austen e nei romanzi dell’Ottocento, e riaffiorarono nuovamente in Joyce. Essi sono dovuti in parte a una franchezza che le convenzioni vittoriane avevano soppresso, e in parte anche al tentativo di quei pionieri della nuova forma narrativa di affrontare ed esprimere la vita nella sua totalità»

Nel 2003 è uscita per le edizioni di Storia e Letteratura una ristampa del libro del grande studioso che abbiamo qui citato in una vecchia edizione non più disponibile dell'Einaudi

 Giorgio Melchiori, I funamboli. Il manierismo nella letteratura inglese. Da Joyce ai giovani arrabbiati
 

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Considerati tra i capolavori della letteratura del Novecento, questi quindici racconti - terminati nel 1906 ma pubblicati soltanto nel 1914 perché per la loro audacia e realismo gli editori li rifiutarono - compongono un mosaico unitario che rappresenta le tappe fondamentali della vita umana: l'infanzia, l'adolescenza, la maturità, la vecchiaia, la morte. Fa da cornice a queste vicende la magica capitale d'Irlanda, Dublino, con la sua aria vecchiotta, le birrerie fumose, il vento freddo che spazza le strade, i suoi bizzarri abitanti. Una città che, agli occhi e al cuore di Joyce, è in po' il precipitato di tutte le città occidentali del nostro secolo. 

Regarded today as one of the greatest novels of the twentieth century, "Ulysses entered the world in a firestorm of controversy. Denounced as obscure, unintelligible, nonsensical, and obscene, it was first published in Paris in 1922 and remained banned in the United States until 1933. Among the innovations that shocked and outraged critics were Joyce's revolutionary use of the interior monologue (better known as "stream of consciousness") and other experimental narrative techniques. "Ulysses draws upon a complex network of symbolic parallels from mythology, history, and literature (including a framework and episodes that echo the "Odyssey) to document an ordinary day in the lives of three Dubliners. This meticulous reproduction of the original 1922 edition will prove a boon to students, scholars, or anyone interested in great literature. Unabridged republication of the work originally published in 1922 by Shakespeare and Company, Paris.


[...]Vale la pena di ricordare che l' accettazione di quest' opera da parte della nostra cultura era stata assai lenta. Naturalmente, pensando che negli Stati Uniti Ulisse era stato messo legalmente al bando, non sarà il caso di stracciarci le vesti, ma comunque nel 1926 Santino Caramella (sul «Baretti») osservava che Ulisse «non è opera d' arte», e nel 1927 Valentino Piccoli («La Parola e il Libro») scriveva che «nelle sue applicazioni al romanzo (Joyce) non ha portato che una specie di puntinismo psicologico e stilistico che non raggiunge mai la sintesi» (lo stesso autore un anno prima aveva detto che Joyce, Proust e Svevo erano fenomeni di moda destinati a durar poco). Sempre nel 1927 Guido Piovene, appena ventenne («La Parola e il Libro»), accennava allo scopritore di Svevo come a «uno scadente poeta irlandese abitante a Trieste, l' Ioyce (sic)») e Curzio Malaparte (che avrebbe in seguito corretto i suoi giudizi) sul «Selvaggio» aveva collocato Joyce tra «quelli chiamati a perpetuare il cattivo gusto del borghesume italiano» - ma «grazie a Dio, e a Mussolini, l' Italia non è tutta borghese, europeista e pariginale». Sulla «Fiera Letteraria» del 7 luglio 1929, G.B. Angioletti recensiva l' edizione francese dell' Ulisse e annotava: «Chi arriva all' ultima pagina rimane sgomento e nauseato, come se uscisse da un' interminabile galleria colma di rifiuti e abitata da mostri», ammetteva una certa potenza rappresentativa, ma riconosceva nel libro «una pazienza enorme, quasi pazzesca, quasi intelligente» e «certo non geniale». Vitaliano Brancati, in una raccolta di scritti del 1935, accusava Joyce, con Lawrence, Mann, Huxley e Gide, di aver fatto «sacrificio della loro verità e serietà poetica», costringendo il loro sentimento lirico a «piccole ed eleganti acrobazie» (Joyce avrebbe generato cose fuori misura «come una capra cui si costringa a figliare un cane») e persino un «modernista», se mai ve ne furono, come Marinetti (ormai però sulla via dell' Accademia d' Italia) avvertiva che occorreva superare i romanzi «comunisteggianti» di Thomas Mann e che Joyce aveva trasformato «in una sciolta di parole» il monologo interiore di Dujardin «corrompendo le nostre parole in libertà sintetiche dinamiche simultanee» (Il romanzo sintetico, 1939). Naturalmente altre reazioni erano state più dubbiose e caute, rispettose anche quando polemiche, intrigate e tormentate al tempo stesso, come quelle dei giovani Elio Vittorini e Luciano Anceschi, di Corrado Pavolini o dello stesso Mario Praz; altri ancora manifestavano un vivo interesse, come Mario Pannunzio, Adelchi Baratono, Montale o Linati, ma il clima culturale di un' Italia dominata dalla dittatura doveva riservarci di peggio. Ennio Giorgianni (Inchiesta su James Joyce, «Epiloghi di Perseo 1», Milano, Stabilimento Tipografico Littorio, 1934) affermava: «Egli conferisce alla sua rivolta un carattere impuro e sovvertitore col togliere dall' altare Roma Universa, per riporvi l' idolo dorato dell' internazionalismo ebraico: internazionalismo che da parecchi anni regge troppe iniziative del pensiero moderno...». Giuseppe Biondolillo (Giudaismo letterario, «L' Unione Sarda», 14 aprile 1939) scriveva: «Ma forse il pericolo maggiore è nella prosa narrativa, dove a cominciare da Italo Svevo, ebreo di tre cotte, ad Alberto Moravia, ebreo di sei cotte, si va tessendo tutta una miserabile rete per pescare dal fondo limaccioso della società figure ripugnanti di uomini che non sono "uomini" ma esseri abulici, infangati di sensualità bassa e ripugnante, malati fisicamente e moralmente... I maestri di tutti cotesti narratori sono quei pazzi patologici che si chiamano Marcel Proust e James Joyce, nomi stranieri e di ebrei sino al midollo delle ossa, e disfattisti sino alla radice dei capelli». [...]
Umberto Eco
dal Corriere della Sera del 15/1/2005
Umberto Eco: la ricezione dell' Ulysses in Italia
<<< Vedi uno straordinario documentario  filmato in cui  Joyce legge alcuni brani di Finnegans Wake
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L'incontro Joyce - Proust

La prima persona che mi ha raccontato dell'unico e mitologico incontro tra Marcel Proust e James Joyce è stata Nélida Gardell, la mia professoressa di francese alla Escuela de letras dell'università di Tucumàn. Nélida ci descrisse il dialogo tra i due più grandi scrittori del Novecento come un susseguirsi di gesti goffi e sprezzanti, il volo di due uccelli maestosi condannati a non capirsi.

Secondo la sua versione, erano stati entrambi invitati a una cena all'hotel Ritz di place Vendôme, a Parigi, dal barone Edmond de Rothschild, disposto a pagare una fortuna pur di sentire i due geni esibirsi nelle loro acrobazie verbali.
"E cosa si dissero?", chiedemmo tutti allora. La professoressa Gardell rispose in tono enigmatico: "Proust chiese a Joyce se gli piacevano i tartufi che gli erano stati serviti. Joyce rispose seccamente di no".

  Questa scena patetica della letteratura universale mi ha perseguitato per anni come un fantasma tenace e, per quanto l'abbia cercata nelle eccellenti e numerose biografie dei due scrittori, le versioni di quell'episodio mi sono sembrate sempre insoddisfacenti.

Jean-Yves Tadié, che nel 1996 ha pubblicato una monumentale biografia di Proust, forse la migliore in circolazione, liquida l'incontro in meno di una pagina, sottolineando il fatto che i due geni non simpatizzarono. Quando Proust offrì a Joyce di accompagnarlo con un taxi fu ringraziato con un paio di gesti molto scortesi: Joyce si mise a fumare senza alcun ritegno e aprì completamente il finestrino, pur sapendo che il suo collega asmatico non tollerava né il fumo né le correnti d'aria.

Richard Ellman, il grande biografo di Joyce, dà maggiori dettagli. Registra almeno quattro versioni del dialogo tra i due scrittori, compresa quella dei tartufi, e racconta che in seguito Joyce si pentì di aver sprecato quell'opportunità: "Mi sarebbe piaciuto incontrare Proust altrove, da soli, per poter parlare con calma. Anche se non saprei dire di cosa".

Mi ero rassegnato a non scoprire più nulla sull'argomento fino a quando, poche settimane fa, ho letto un bellissimo libro di 360 pagine che racconta la storia nei minimi particolari. S'intitola Proust at the Majestic (Proust all'hotel Majestic) ed è stato scritto dall'inglese Richard Davenport-Hines, autore tra le altre cose di una storia molto documentata dei narcotici e di una biografia del poeta W.H. Auden.

All'inizio del secolo scorso l'hotel Majestic di Parigi non era come adesso. Quando Proust e Joyce si conobbero, poco dopo la mezzanotte del 18 maggio del 1922, era un posto alla moda. Le sue sale sontuose erano frequentate da tutte le persone importanti che vivevano in città o erano di passaggio. Ognuna delle 450 camere dava sull'avenue Kléber, vicino all'Arco di trionfo. Tutte avevano il loro bagno, un lusso davvero eccentrico per quei tempi, soprattutto a Parigi.

Contrariamente a quanto credeva la professoressa Gardell, quindi, l'incontro non avvenne al Ritz e non fu merito del barone de Rothschild, ma di Violet e Sydney Schiff. Lei era poco più di una ruffiana, lui uno scrittore giustamente dimenticato dalla storia, con un'irrefrenabile passione per il pettegolezzo. Due perfetti personaggi proustiani. Diedero una cena per festeggiare la prima di Renard, il balletto comico di Igor Stravinskij che quella stessa sera i Ballets Russes di Sergej Djagilev avevano messo in scena all'Opéra di Parigi.

Ma a quella famosa serata al Majestic non presero parte solo Stravinskij e Djagilev; c'erano anche il direttore d'orchestra Ernest Ansermet e Pablo Picasso, che si presentò con una fascia rossa intorno alla testa. Mancava solo Victoria Ocampo per completare il quadro. Ma lo scopo principale degli Schiff, come ammisero in seguito, era far incontrare Proust e Joyce nella stessa gabbia dorata per vedere cosa sarebbe successo e poi raccontarlo ai quattro venti.

Ma la serata fu così insignificante che non servì neanche da argomento di conversazione nei salotti di quella settimana. Ecco perché la storia è circolata come un mito fino a quando Davenport-Hines l'ha restituita alla realtà. Non si sa cosa mangiarono, probabilmente le portate tipiche di una cena al Majestic: antipasto di caviale, fagiano e asparagi, e gelato ai frutti tropicali. Si sa per certo che Djagilev, Stravinskij e Ansermet, affaticati dallo stress di quella lunga giornata, se ne andarono poco dopo la mezzanotte.

Picasso rimase a bere fino a crollare sul tavolo. Joyce beveva in silenzio il suo champagne e ruttava rumorosamente. Al suo arrivo si era scusato di non essere vestito secondo l'etichetta. "Non ho soldi per queste sciocchezze", aveva spiegato. L'unico argomento di conversazione che gli interessava era il suo romanzo Ulisse, pubblicato tre mesi prima e ormai sulla bocca di tutti, soprattutto di quelli che lo leggevano senza capirlo.

I camerieri cominciarono a sparecchiare all'una di notte. Joyce - racconta il critico Clive Bell, che sentì la storia da Sydney Schiff - restò seduto, senza dire niente, con una mano sul mento e l'altra occupata da una coppa di champagne. Alle due di mattina era completamente ubriaco e di tanto in tanto sbuffava rumorosamente. 

Quindici o venti minuti più tardi, gli Schiff videro entrare un ometto furtivo avvolto da una pelliccia, che si muoveva, secondo Clive Bell, come un topo. Da lontano sembrava viscido e appiccicoso. Era l'autore di Alla ricerca del tempo perduto. Aveva già finito di scrivere il suo grande romanzo, ma stava ancora correggendo e aggiungendo frasi. Allora era molto più famoso di Joyce, e le sue lunghe frasi incatenate da una musica inimitabile erano ripetute nei salotti con devozione religiosa. 

Anche se Joyce non ebbe l'impressione che il suo collega fosse un uomo malato (anzi, disse: "Si lamenta, ma è più sano di me"), le droghe che Proust si iniettava o beveva con una frequenza assassina lo stavano uccidendo. Esattamente sei mesi dopo l'incontro al Majestic, una setticemia fulminante lo avrebbe stroncato. Nonostante lo scetticismo di Joyce, Proust stava già lottando contro la morte.

Davenport-Hines racconta che i due erano seduti uno accanto all'altro. Ci sono sei versioni della loro conversazione, tra cui quella dei tartufi, tutte accomunate dall'incomprensione. Anni dopo, Joyce raccontò che l'unica parola memorabile di quell'incontro fu un monosillabo: no. "Proust mi chiese se conoscevo un certo duca. Gli risposi: `No'. Madame Schiff volle sapere se Proust aveva letto un capitolo dell'Ulisse. Lui rispose: `No'. La situazione era insopportabile".

In seguito, nei suoi anni di gloria, Joyce avrebbe ripagato l'indifferenza di Proust verso la sua opera con un velenoso sarcasmo. Sul suo diario c'è un appunto significativo: "Quando i lettori arrivano alla fine delle sue frasi, Proust sta ancora scrivendo".

Poi in una lettera alla sua editrice Sylvia Beach, proprietaria della famosa libreria Shakespeare & Co, racconta con un gioco di parole difficile da tradurre: "Ho appena letto A la recherche des ombrelles perdues da alcune Jeunes filles en feurs du coté de chez Swann con Gomorhée et Cie, scritto da Marcella Proyst e James Joust". I due grandi uomini non si videro più. Erano uccelli dal piumaggio così diverso che potevano solo ferirsi a vicenda.

Tomàs Eloy Martinez da “Internazionale” Nov. 2006
  

dal 11 ott 2008
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James Joyce   Ulisse  (Riassunto)


I personaggi 
Il Telemaco del libro è Stephen Dedalus, che abbiamo conosciuto  in Ritratto dell’artista da  giovane: è in gran parte lo stesso James Joyce prima del suo esilio fuori d’Irlanda. Educato nella religione cattolica, Stephen si è ribellato contro il  bigottismo dei suoi compatrioti e l’ordine sociale in generale; rifiuta di servire  ogni ideologia e irride al cosiddetto  “Rinascimento gaelico” che agita l’ambiente  artistico dublinese. Alla fine del romanzo precedente partiva per Parigi con progetti letterari.
Quando Ulisse comincia, circa 6 mesi più tardi, troviamo Stephen a Dublino dove è stato chiamato da un telegramma al capezzale  della   madre morente. Si è installato con il suo amico Buck Mulligan nella Torre Martello di Sandycove, dove ospitano poco dopo un certo Haines. Ma i due amici non si somigliano, Stephen si vede accusato di conservare «una maledetta essenza di  gesuita». È un giovane   disilluso, in preda al dubbio, un artista cosciente della sua sterilità. Il suo insopprimibile  orgoglio lo spinge a disprezzare la materia ed affermare la libertà assoluta dello spirito. 

Ulisse moderno è Leopold Bloom, ebreo d’origine ungherese convertito al  protestantesimo quindi al cattolicesimo, figlio di  Rudolph Virag che ha cambiato il suo nome in Bloom dopo il suo arrivo in Irlanda. Leopold è un piazzista pubblicitario. Sua moglie Molly (diminutivo di Marion) è la figlia del Maggiore Brian Tweedy e di un’ebrea di Gibilterra; è nata   l’8 settembre come la Santa Vergine Maria, e fa la cantante girovaga. Insieme hanno avuto una figlia, Millicent, che ha ora 15 anni, e un figlio, Rudy, che è morto ad 11 giorni. 
Bloom è un uomo semplice, piccolo borghese discreto, buono e tollerante: l’uomo medio sensuale. È anche uno scettico, cosciente della sua solitudine, saldo nelle sue idee, fiducioso,  crede nonostante tutto nell’amore del prossimo. I dieci anni che Ulisse-Bloom  trascorse   fuori di casa, li passò senza rapporti  sessuali completi con la moglie. Questa invece, a differenza di Penelope, colleziona amanti, l’ultimo della serie è il suo impresario Blazes Boylan.

La vicenda si svolge giovedì 16 giugno 1904, dalle 8.00 del   mattino alle 3.00 della notte. Il giovedì è giorno di Giove il cui simbolo è il tuono, che Joyce associa ad un appello divino. In effetti Joyce ha soggiornato nella Torre Martello nel settembre del 1904, cosa che induce a  interrogarsi sul significato del 16 giugno, sapendo che egli  ha abbordato la sua futura compagna, Nora Barnacle, il 10 giugno dello stesso anno. 
Quanto alle quinte  della vicenda, esse sono le strade e gli edifici di Dublino, dalle quali si uscirà soltanto nelle fantasticherie e nei  sogni dei personaggi. La coppia Bloom abita al  7 di Eccles Street, dove in realtà abitava  un amico di Joyce.
I primi 3 capitoli costituiscono la Telemachia, i 12 seguenti le  peregrinazioni di Ulisse, i 3 ultimi il ritorno ad  Itaca. Ad ogni capitolo, ma non sempre, sono associati un organo, un’arte, un colore ed una tecnica letteraria. Il monologo finale di Molly è più un allegato che un vero e proprio capitolo: è associato alla carne, che viene, in un certo qual modo, a riempire quell’organismo finora  costituito dai capitoli su Bloom.

Telemaco 
Luogo: Torre Martello a Sandycove
Ora: 8.00
Organo:
Scienza o Arte: Teologia 
Colore: Bianco, oro
Simbolo: Erede 
Tecnica: Narrazione 

Il libro comincia con un’invocazione a Dio, parodia dell’invocazione alle Muse del  prologo dell’ Odissea e della messa cattolica dove si incarna il Creatore. Stephen e Buck Mulligan (Antinoo) fanno colazione con il loro ospite Haines  (Eurimaco), un inglese ammiratore del folclore irlandese; egli ha svegliato Stephen la notte precedente urlando nel   sonno, perché ha sognato una pantera nera (  simbolo di Cristo).
La discussione verte  attorno alla morte della madre di Stephen: quest’ultimo ha rifiutato di soddisfare la sua ultima volontà: di  pregare al suo capezzale. Tale comportamento colpisce Mulligan, che si considera tuttavia libero pensatore. Citando Nietzsche, sogna di ellenizzare l’Irlanda e saluta il mare come la nostra grande Madre comune.  Stephen, che ha abbandonato il cristianesimo non certo per regredire nel paganesimo, vede in ciò soltanto un concentrato dell’idolatria irlandese.  Il suo gesto riguardo alla madre lo ossessiona, ed il fantasma di questa viene a tormentarlo; la sua coscienza che conosce il rimorso della colpevolezza (“Agenbite of Inwit”), rifiuta tuttavia ogni  rimorso, in nome di una libertà di cui trova paradossalmente gli echi nella teologia e liturgia della Chiesa cattolica.
Una vecchia (Atena) viene a portare del latte ai giovani, che indi scendono in  spiaggia dove Mulligan decide di bagnarsi.  Richiede in seguito  a Stephen la chiave della Torre per stendervi la sua camicia  . Quest’ultimo, che ha deciso di  non  ritornarvi più, la consegna  mormorando:  « Usurpatore ». 
(Secondo alcuni critici che hanno provato a decrittare la complessa simbologia dell’Ulisse, se la Vecchia è l’Irlanda, Stephen è il  figlio spodestato, Mulligan l’ Usurpatore, Haines il padrone inglese.) 


Nestore 
Luogo: Scuola del sig. Deasy 
Ora: 10.00 
Organo: 
Scienza o Arte: Storia 
Colore: marrone
Simbolo: Cavallo 
Tecnica: Catechismo   

Stephen lavora a scuola del sig. Deasy (Nestore) dove insegna a  figli di famiglie agiate mentre lui non ha un soldo. La lezione di storia lo ha indotto a riflettere, con l’aiuto di Aristotele, su  tutti gli eventi in potenza che non si sono realizzati.  «La volpe che seppellisce la   nonna sotto un cespuglio di caprifoglio » del suo indovinello  è la chiesa che occulta le sue fonti pagane, oppure Stephen che respinge il corpo materno da cui è tuttavia nato. 
Stephen prova  compassione per il  ritardato Sargent (Pisistrato), il suo peggiore allievo: gli ricorda la sua infanzia e l’amore materno, «La sola cosa vera in questo mondo».
Si reca dal direttore, il sig. Deasy, per il quale  ha un certo rispetto. La discussione verte sulla politica e le malattie bovine, e  Deasy   spera di poter  pubblicare un articolo su quest’argomento. Esterna  il suo antisemitismo e la sua misoginia a uno Stephen poco propenso alle “grandi parole”, che opina tuttavia: «La storia è un incubo da cui provo a svegliarmi».

Proteo 
Luogo: Spiaggia di Sandymount 
Ora: 11.00 
Organo: 
Scienza o Arte: Filologia 
Colore: Verde
Simbolo: Marea 
Tecnica: Monologo interiore (maschile) 

Stephen si incammina sulla spiaggia di Sandymount ed i suoi pensieri errano attorno a lui, materia  e spirito sono in mutamento perpetuo. I ricordi di  Parigi e le meditazioni filosofiche sulla realtà del mondo si mischiano  alle sensazioni multiple del momento ed al rumore delle onde. Pensa alla consustanzialità del Padre eterno e del  suo io, «tenebre  che luccicano  nella luce».
Attraverso le metafore del giovane, un cane, che accompagna una coppia sulla spiaggia, si trasforma in lepre, cervo, orso, lupo e vitello (Proteo), simile al suo spirito proteiforme (secondo la teoria tomista). 
In questa solitudine, si lascia invadere da  una dolce  voluttà  interiore, che sembra fondersi con la totalità (Pan). Prima di partire, urina (David Hayman avanza l’ipotesi che in effetti si masturba), e pensa ad un  annegato strappato  poco prima  da alcuni uomini alle braccia « dell’antico Padre Oceano». Il  tre-alberi  che vede passare girandosi, può  rappresentare la Trinità, che incombe silenziosamente su questo mondo eracliteo. 
(Secondo Umberto Eco, questo capitolo «rivela il passaggio da un universo ordinato ad un universo fluido», una transizione tra il pensiero tomista di Stephen ed il monologo interiore di Bloom.)

Calypso 
Luogo: Casa di Bloom al 7 di Eccles Street 
Ora: 8.00 
Organo: Reni 
Scienza o Arte: Economia 
colore: Arancione 
Simbolo: Ninfa
Tecnica: Narrazione 

La giornata  di Bloom comincia con la colazione. La prima parola pronunciata da Molly è “Mn”: no .  Bloom esce all’acquisto di  un rognone  presso il macellaio all’angolo, dove legge un opuscolo su piantagioni in Palestina; ma non se ne sente attratto, considerando la Terra Santa, madre del popolo ebreo, come una terra sterile.
Di ritorno a  casa, porta la colazione alla moglie, come pure una lettera di Blazes Boylan. Molly nel suo letto, evoca la ninfa del quadro appeso alla parete (Calypso). Le estremità femminili che attirano lo sguardo di Bloom si troveranno in tutto il libro, echi del paradiso perduto o simboli della caduta dell’uomo. Le spiega il senso della parola “metempsicosi” quindi torna in  cucina dove  il rognone  frigge. Legge una lettera di  sua figlia Milly. 
Prima di uscire, si libera gli intestini   leggendo nel giornale, seduto  sulla tazza del water, una mediocre novella.

Lotofagi 
Luogo: Vie di Dublino e bagni pubblici
Ora: 10.00 
Organo: Organi genitali 
Scienza o Arte: Botanica, chimica
Colore: 
Simbolo: Eucaristia 
Tecnica: Narcisismo 

Bloom si dirige verso l’ufficio  postale dove ritira la posta di Henry Fleury, pseudonimo sotto il quale ha   una corrispondenza con una certa Martha (Fleury, Bloom e Virag significano  “fiore”). Nelle vie di Dublino  fiuta profumi evocatori di languori orientali. Incrocia lo scocciatore M’ Coy quindi va in Chiesa ad ascoltare messa, ed assisterà alla comunione, momento di serenità, di perdono e di oblio (l’ostia  è qui il loto dei Lotofagi). Molte religioni orientali gli vengono in mente, le quali  presentano la felicità come una castrazione.
Dopo avere comperato  un sapone ed incontrato Bantam Lyons, entra in uno stabilimento di bagni pubblici dove si abbandona con dolce  voluttà narcisista a contemplare il proprio corpo ed il proprio membro (decide dunque di tenere in tutta evidenza  il proprio  pene nonostante le promesse di nirvana della castrazione). 

Ade 
Luogo: Cimitero di Glasnevin 
Ora: 11.00 
Organo: Cuore 
Scienza o Arte: Religione 
Colore: Bianco, nero
Simbolo   Pompe funebri
Tecnica: "Incubismo" 

Bloom si reca  alla sepoltura di Paddy Dignam  attraversando  Dublino in compagnia di Simon Dedalus, il padre di Stephen, Martin Cunningham, Jack Power, Tom Kernan ed altri personaggi apparsi in Gente di Dublino. Bloom pensa al suicidio di suo padre, alla morte del   figlio ed alla morte in generale. La conversazione, punteggiata di osservazioni antisemite, lo mette di malumore.
Durante l’inumazione, osserva l’uomo dal  mackintosh, che nessuno   sembra conoscere. Quando Bloom parla di lui, gli altri capiscono che si chiama Mc’Intosh (la mia spiegazione  è che si tratti di Dio, nominato da un ebreo (Mosè): gli idolatri si accontentano del Nome senza cercare di conoscerlo meglio. I pensieri di Bloom intersecano la cerimonia di riflessioni piuttosto materialiste, molto scettiche  sulla resurrezione. 

Eolo 
Luogo:  Redazione del giornale 
Ora: 12.00
Organo: Polmoni
Scienza o Arte: Retorica 
Colore: Rosso
Simbolo: Editore 
Tecnica: Tropi retorici.

L’episodio si presenta come una lunga serie di articoli di giornale. I personaggi del capitolo precedente si trovano nella sala di redazione de L’uomo libero. Stephen   li ha raggiunti per portare l’articolo del sig. Deasy. Bloom che si informa sull'inserzione della ditta Keyes  è all’inizio ben accolto  da Myles Crawford (Eolo) ma si fa più tardi strapazzare. Le discussioni vertono su  tutti gli argomenti: politica, storia, teologia, corse e sport, ma non fanno che generare  vento, mentre le porte sbattono. 

Lestrigoni 
Luogo: Bar di Davy Byrne 
Ora: 13.00 
Organo: Esofago
Scienza o Arte: Architettura
Colore: 
Simbolo: Sergenti di città
Tecnica: Prosa peristaltica
 
Bloom passeggia solo in città. Ha fame. Tutti i suoi pensieri prendono una colorazione culinaria, anche i più erotici, nati dalla contemplazione di gonne in una vetrina. Entra nel ristorante Burton ma è sconvolto dalla promiscuità e dagli odori, dallo spettacolo delle bocche che  masticano i cibi. Preferisce prendere un bicchiere di vino con formaggio al bar di Davy Byrne. 
Le belle curve del bar si confondono nel suo spirito con quelle dei corpi femminili. Decide di recarsi  al museo della Biblioteca, curioso di verificare se le membra delle dee greche presentano degli orifizi.  In cammino, evita per poco l’amante della moglie, Blazes Boylan.

Scilla e  Cariddi   
Luogo: Biblioteca nazionale 
ora: 14.00 
Organo: Cervello
Scienza o Arte: Letteratura 
Colore: 
Simbolo: Stratford/Londra 
Tecnica: Dialettica 

Alla biblioteca, Stephen avvia  con alcuni idealisti partigiani della "Rinascita celtica", una conversazione su Amleto. Bloom fa un’entrata discreta ed avrà in tutto questo capitolo soltanto una presenza “fantomatica”. La tesi aristotelica di Stephen fa di Amleto il suo alter-ego. Il principe danese, per sfuggire ad un mondo colpevole rappresentato dalla   madre, si   rimette interamente al Padre, lo spettro di Elsinoor, in relazione al quale non  è che  “l’ombra di un’ombra”. Shakespeare dopo essersi fatto sopraffare  da Anne Hathaway (la moglie del Bardo più anziana di lui di 8 anni)  modello della  megera, ha aperto gli occhi e chiuso gli orecchi a questa «voce intesa soltanto dal  cuore di colui  che è la sostanza della sua ombra, il  figlio consustanziale al padre».
La dialettica di Stephen oppone il drammaturgo di Stratford al gentiluomo di Londra (Scilla e  Cariddi). Sviluppando il tema della paternità mistica, disprezzando il ruolo della  Madonna nella chiesa e la maternità in generale, Stephen immagina un artista androgino autocreantesi  nelle  sue opere. La sua argomentazione  viene interrotta  da Buck Mulligan, che lo sfotte  parlando di masturbazione. 

"Le Simplegadi" (Rocce erranti )
Luogo: 
Vie di Dublino 
Ora: 15.00 
Organo: Sangue
Scienza o Arte: Meccanica
Colore: 
Simbolo: Cittadini
Tecnica: Labirinto 

Quest’episodio è un assemblaggio di 18 presentazioni di personaggi di Dublino alla stessa ora. Alcuni si incrociano, tutti attendono  alle loro occupazioni. Bloom appare in una libreria. Alle prese con una  parodia del  giudizio di Paride, egli esita tra tre libri: uno erotico, uno filosofico ed uno spirituale; sceglierà infine  un’opera  erotica per Molly. Stephen prova a sfuggire all' “Agenbite of Inwit”. Mulligan ed Haines parlano di poesia e si rattristano per il comportamento del loro amico. Tutti i personaggi si trovano infine, venuti da tutte le arterie del labirinto della città, per salutare il  corteo  del Viceré. 
In realtà, ogni parte fa sottilmente l’eco ad  un capitolo di Ulisse in un modo o in un altro. L’ultima parte dove tutti i personaggi si ricongiungono  corrisponde ovviamente al monologo di Molly, o al cuore nel sistema sanguigno. 

Le sirene 
Luogo: Hotel Ormond
Ora: 16.00
Organo: Orecchi
Scienza o Arte: Musica
Colore:
Simbolo: Cameriere
Tecnica: Fuga a  canone 

Bloom pranza allo Ormond Bar, in mezzo alle canzoni che dei tenori indirizzano alle bellezze del luogo: Miss Douce e Miss Kennedy (le Sirene). La lingua del capitolo si trasforma in musica ed i pensieri di Bloom si mischiano alle voci, che parlano d’amore e di ritorno verso l’amata, in una lunga melopea. Bloom non si lascia tuttavia distrarre e scrive a Martha, quindi lascia  il bar scoreggiando  con discrezione. 

Il ciclope 
Luogo: Locanda di Barney Kiernan
Ora: 17.00
Organo: Muscolo
Scienza o Arte: Politica
Colore:
Simbolo: Feniano
Tecnica: Gigantismo: "Asimmetria alternata" di linguaggi colloquiali e iperbeloci.

Nella locanda di Barney Kiernan, Bloom ascolta i discorsi sciovinisti  di un  bruto  designato come il Cittadino (Polifemo). Tutto il capitolo è scritto nella parlata popolare dublinese  e reca  tutti i clichés sull’Irlanda, rappresentata dal fazzoletto caccoloso  del Cittadino. Bloom, che fuma un grosso  sigaro (il palo infuocato di  Ulisse), difende l’amore, la sua concezione della patria, e resiste alle idee antisemite. Considerato come un ebreo  dal Cittadino, si vede insultato ed espulso per avere detto che Gesù era anch’egli un ebreo. Evita una scatola di biscotti che gli viene scagliata contro e salta su una carrozza per scappare. Quest’ultimo si cambia in un carro di fuoco che porta via il capro espiatorio, come Elia, verso i cieli, in un turbinio di angeli. 

Nausicaa 
Luogo: Spiaggia di Sandymount 
Ora: 20.00 
Organo: Occhio, naso 
Scienza o Arte: Pittura
Colore: grigio, blu
Simbolo: Vergine
Tecnica:  "Progressione retrogressiva", Tumescenza, detumescenza.

Nello stile dei romanzi  rosa per fanciulle, ci è raccontato l’incontro di  Bloom con delle giovani fanciulle  in fiore  che giocano  sulla spiaggia in attesa di un fuoco d’artificio. Una di esse, la zoppa e sognatrice  Gerty MacDowell, languidamente  addossata  ad  una roccia, lascia intravedere le sue nudità  a un  Bloom  distante e che  lei indovina si stia  masturbando. Desiderio dell’uno e complicità dell’altra parodiano la fecondazione spirituale  di Maria Vergine. Una volta eiaculato, Bloom pensa di   visitare  la  Maternità dove la signora Purefoy è alle prese con  un parto difficile. Prima di   partire, inizia a scrivere un messaggio sulla sabbia:  “IO SONO”... ma decide di cancellarlo.

I buoi del sole 
Luogo: Maternità di Holles Street 
Ora: 22.00
Organo: Utero
Scienza o Arte: Medicina
Colore: Bianco
Simbolo: Maternità
Tecnica: Sviluppo embrionale 

Un gruppo di amici di Bloom e Stephen fanno baccano e sbevazzano mentre in reparto la  signora Purefoy partorisce. Lo stile del capitolo passa per 9 tappe diverse, che parodiano l’evoluzione del feto e della lingua inglese. Nell’originale, si può riconoscere tra l’altro lo stile di Chaucer, Milton, Defoe, Swift, Sterne, Gibbon, de Quincey, Dickens o Carlyle.  La discussione verte sui  peccati: onanismo, sterilità, licenza, aborto, ecc. Nel clima di  oscenità generale, solo Bloom dà prova di pietà per la signora Purefoy, che partorisce finalmente  un bambino. Il “rumore nella via” si trasforma in una tempesta violenta, come se Dio volesse punire i blasfemi, che fuggono sotto la pioggia verso la zona dei bordelli. Bloom, che pensa a Rudy, decide di seguire Stephen.

Circe 
Luogo: Bordello di Bella Cohen
Ora: 0.00
Organo: Gambe
Scienza o Arte: Magia
Colore:
Simbolo: Prostituta
Tecnica: Allucinazione 

L’episodio di Circe si svolge nel bordello di Bella Cohen. Siamo  al punto più basso della  giornata di Bloom. Qui, un’opera teatrale cacofonica recupera tutti i personaggi del libro in un miscuglio confuso,   sabbath e baccanale ad un tempo. Bloom vi è di volta in  volta sindaco, cavaliere, massone, Napoleone, marinaio, profeta, Byron, Mosè, Robinson Crusoe, Gesù, capro espiatorio, donna incinta, prostituta, androgino, Dio, ecc. prima di riprendere i suoi panni. Stephen, ubriaco, ha rotto il lampadario con il suo bastone da passeggio, è arrestato da due soldati inglesi. Bloom prende il suo compagno  sotto la sua protezione e lascia il  luogo. Una visione di Rudy con un agnellino in  tasca, conclude questo capitolo.

Eumeo 
Luogo: Il posto di ristoro dei vetturini
Ora: 1.00
Organo: Nervi
Scienza o Arte: Navigazione
Colore: 
Simbolo: Marinai 
Tecnica: Narrazione   

Nello stabbio  di Pelle di capra  (Eumeo), Bloom e Stephen, entrambi sfiniti, si riposano un momento. Le identità dei personaggi sono dubbie: il proprietario sarebbe un terrorista famoso, ed il marinaio, sceso dal  tri-alberi Rosevean, scorto da Stephen la mattina, un avventuriero metà Ulisse e metà Simbad. Bloom si occupa di Stephen e gli parla, lo incoraggia a mangiare; il giovane riprende un po’ di forza, riconosce il suo compagno  ed accetta di seguirlo a casa sua. Nelle vie deserte, la conversazione riprende, tra la  confusione del dormiveglia ed i vapori dell’alcool.

Itaca 
Luogo: Casa di Bloom al 7 Eccles Street
Ora: 2.00
Organo: Scheletro
Scienza o Arte: Scienza
Colore:
Simbolo: Comete 
Tecnica: Catechismo (impersonale) 

Arrivato dinanzi a casa sua, Bloom che ha dimenticato la chiave  sale dall'interrato attraverso la cucina,  quindi viene ad aprire la porta al suo ospite. Bevono un cacao e comparano le culture ebree ed irlandesi. Bloom tende una fotografia di Molly a Stephen e gli offre la stanza per la notte, ma il giovane rifiuta e decide di ripartire. Stephen scopre in Bloom l’umanità, la carità e la maturità. Urinano nel giardino, contemplando il cielo stellato: Bloom  riflette sul posto dell’uomo, Stephen considera le potenzialità della creazione. Osservano anche la finestra illuminata della camera dove dorme Molly.
Dopo la partenza di Stephen verso l’alba, Bloom restato solo, rammemora la sua giornata, quindi raggiunge la moglie. Stephen è diventato un uomo, Bloom ridiventa un bambino nel cavo del  letto coniugale.  Ulisse si addormenta senza nulla avere compiuto d’altro che di discutere con un artista il quale  partirà verso la terra promessa della sua opera. 

Penelope 
Luogo: Letto
Ora: 3.00
Organo: Carne
Scienza o Arte
Colore:
Simbolo: Terra
Tecnica: Monologo (femminile), stream of consciousness

Bloom si addormenta ma il suo ritorno ha svegliato Molly. Comincia allora il  celebre monologo in 8 frasi senza punteggiatura. Comincia e finisce con la parola  "Sì". Gira come l’enorme palla terrestre con moto lento e uniforme, essendo i suoi 4 punti cardinali i seni, il culo, l’utero e la figa, espressi dalle parole becausebottomwomanyes. Per quanto probabilmente più osceno di  tutti i precedenti, Penelope sembra essere perfettamente sana piena amorale fertile falsa sottile limitata prudente indifferente.  «Weib. Ich bin des Fleish der Stets bejaht »(Joyce a F. Budgen). I pensieri di Molly accumulano i ricordi e  le considerazioni più prosaiche, in un flusso comparabile a quello da lei urinato sul suo vaso da notte, il cui eco risuonerà in tutto Finnegans Wake.
La parola di Molly è prodiga e franca. Sfotte gli uomini, superficiali e viziosi, e giustifica il loro utilizzo per la riproduzione della specie. Critica   suo marito ma gli riconosce grandi qualità umane e lo accetta per ciò che è, come alla loro primo incontro, nel “sì” finale. 

Ed in seguito?... 
In seguito l’artista, diventato capace di attraversare la notte e tendere l’orecchio all’inondazione di parole della carne, partirà verso   Levante, alla ricerca di una resurrezione del   corpo nel   testo, in una lunga veglia funerea che recupera tutte le lingue e tutte le storie: Finnegans Wake.

©Michel Chassaing e lafrusta per l'edizione italiana.
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